via “Cronache dalla polvere”

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L’orizzonte degli eventi

iNel 2017, dopo tre piani quinquennali, quattro romanzi totali, due romanzi, un blog, presentazioni in giro per il mondo, simposi, conferenze, workshop, reading sonorizzati e azioni di guerriglia narrativa pensavamo che la missione fosse terminata. L’esperienza : Kai Zen : ci sembrava avesse esaurito le sue possibilità. Dai primi esperimenti in rete siamo tornati in strada, alla penna abbiamo preferito voce, basso, chitarra, batteria e i libri degli altri. Tre lustri sono tanti, le nostre vite sono cambiate radicalmente da quel fatidico 18 febbraio del 2002 che ha sancito la nascita dell’amichevole ensemble narrativo di quartiere, ma proprio mentre la tentazione di scrivere un “comunicato” sulla fine delle ostilità si faceva sempre più impellente, lo spirito dei tempi ci ha messo i bastoni tra le ruote. Non faremo la differenza, ne siamo consapevoli, ma non ci piace l’indifferenza. Raccontare storie è una responsabilità, prima di tutto verso chi ci sta vicino, verso i nostri figli, le persone che amiamo, gli amici, i compagni di viaggio, la comunità di lettori che ci ha seguiti fin qui e verso le persone che ci hanno sostenuto e aiutato a farlo. 

Non sappiamo cosa diventerà : Kai Zen : né se continuerà a chiamarsi così o chi ne farà parte. Sappiamo però che la fiamma che ha animato le nostre narrazioni negli ultimi diciassette anni non si è mai sopita, come non lo ha fatto la nostra voglia di condividerle. Le cose cambiano, ma subire il cambiamento non ci è mai piaciuto. Preferiamo andare i direzione ostinata e contraria, essere da un’altra parte quando tutti ci pensano in un determinato spazio tempo. Siamo fuoriluogo, siamo quasiparticelle, mettiamo il culo in mezzo alle pedate. Abbiamo scritto romanzi ibridi, piegato i generi, cercato l’etica nell’estetica e viceversa, spalancato le porte della nostra umile officina. Quando tutto sembrava destinato a venire ingoiato da un buco nero, abbiamo pensato che in fondo sull’orlo del buco nero è passato solo un decimo di secondo dal big bang. Guardarsi indietro era questione di un battito di ciglia, mentre davanti a noi c’era l’orizzonte degli eventi. Non era più necessario terminare la missione, non era nemmeno più necessaria la missione. Ci bastavano la passione, la morale e il cielo stellato. È così che nell’anno del Signore 2019 ha visto la luce il mosaic novel, il romanzo a mosaico, un’altra ibridazione, un’altra sbandata, un’altra direzione. Il primo frutto di questo nuovo corso si chiama Cronache dalle Polvere, lo ha pubblicato Bompiani, è firmato Zoya Barontini e il 28 di giugno lo presentiamo a Bologna. Non è uno sguardo sul passato anche se racconta del passato, non è uno sguardo sul futuro, anche se è destinato a un pubblico giovane. È una narrazione nata sull’orlo del buco nero, qui e ora. 

 

 

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Il coming-out di un razzista (riflessioni al margine di un burrone)

Una volta mi sottoposero una specie di test in forma di storiella. Sei un naufrago alla deriva su una zattera, insieme ai tuoi due figli. Quello piccolo è debolissimo, ne ha per poche ore, e sai per certo che i soccorsi non arriveranno prima di molti giorni. Hai acqua ma non cibo e anche tu e il figlio più grande siete allo stremo, per cui se non trovi una soluzione morirete tutti e tre di fame. Cosa fai? La soluzione razionale (quella che all’epoca almeno mi prospettarono come tale) è la più orrenda: uccidi il figlio piccolo e debole, dallo da mangiare all’altro e cibatene anche tu. Perché mi è venuta in mente questa storia riflettendo sulla situazione politica e sociale delle ultime settimane? Ci arrivo gradualmente, per ora andiamo avanti, che sulla zattera torneremo dopo.

La deriva ormai evidente della politica, quella che per intenderci è tetramente animata da protagonisti che indulgono in motti come prima gli italiani, America first, aiutiamoli a casa loro e insomma, per farla breve, tutta la politica che fa convergere il massimo dei propri apparenti sforzi nel promuovere e soprattutto nel propagandare posizioni sovraniste e misure che dovrebbero salvaguardare il paese di turno (che sia l’Italia, gli USA, l’Ungheria) dalla piaga dell’immigrazione incontrollata, e ciò erigendo muri, sollecitando respingimenti, stipulando patti innominabili con regimi impresentabili, è, a mio avviso, solo in parte frutto della generalizzata crisi economico-finanziaria mondiale. La ragione di questa che potremmo, per semplificazione, definire svolta reazionaria è dovuta, a parer mio, soprattutto alla riscoperta – da parte di molti leader parvenu che sono sciaguratamente finiti al comando negli ultimi anni (e non può certo essere un caso) – di due giocattoli vintage con i quali in passato ci si è spesso baloccati. Il razzismo e il fascismo.

Grazie, si dirà, bella scoperta che hai fatto, Salvini è razzista e lo sono i suoi elettori. Non proprio. Per quanto ne so, Salvini e altri leader del suo calibro (e risparmio la battuta) potrebbero pure non esserlo, razzisti, ma di sicuro sono dei cinici opportunisti che, in quanto tali, hanno compreso che dare una svolta di matrice razzista e fascista alla propria immagine pubblica paga in termini di consenso. La moneta cattiva, nell’odierno agire politico, ha scacciato quella buona ed ecco allora che molti leader vellicano i bassi istinti degli elettori, danno loro a intendere che non c’è niente di male ed è anzi sacrosanto prendersela con chi è diverso e spingerlo anche in malo modo fuori dal nostro “spazio vitale”. Ogni volta che Salvini recita la parte del maschio alfa con le sue mezze citazioni di sapore fascisteggiante, come non mollo, noi tiriamo dritto, me ne frego, è come se girasse la manovella di un registratore di cassa elettorale: più fa il bullo nazi, più il campanellino del registratore suona e più voti entrano. Qualcuno una volta disse, più o meno, “Non temo il fascismo in sé ma il fascismo in me” (forse Enzesberger o Longanesi o forse nessuno dei due, non sono bravo con le citazioni); ecco, Salvini e gli altri come lui quel fascismo invece di temerlo lo sfruttano.

Però aspetta, si potrebbe dire, tu metti insieme razzismo e fascismo, ma mica sono la stessa cosa. No infatti, non sono la stessa cosa, ma sono insiemi comunicanti. Razzista, nell’accezione che uso io, è chi prova fastidio verso persone di etnie diverse dalla propria, un fastidio che viene spesso razionalizzato come dovuto a una generica minaccia identitaria, economica e di ordine pubblico (io non sono razzista ma questi arrivano qua e delinquono e poi non abbiamo le risorse per occuparcene e poi insomma l’Italia dovrebbe essere degli italiani ecc.). Sono scuse. Motivazioni date a posteriori per giustificare il proprio disagio verso chiunque abbia un aspetto fisico diverso dal nostro, in particolare per africani e magrebini (il tono cromatico della pelle conta). L’idea che ci debbano vivere accanto, che potrebbero addirittura pensare di accoppiarsi con nostra figlia ci è insostenibile.

Parte tutto da qui, dal razzismo. Il fascismo arriva dopo, è la giustificazione ideologica dell’istinto razzista. Un credo politico e, ancor di più, un’attitudine, uno stile di vita, un modo di rapportarsi, che gli italiani conoscono bene. Una sintassi fatta di attivismo, vero o presunto (noi agiamo, facciamo i fatti, gli altri parlano), fatta di prove di forza e compiaciuta violazione dell’etichetta del dialogo con eventuali oppositori (alzare la voce, usare linguaggio inappropriato, troncante, irridente e spesso offensivo). La strategia prediletta consiste nell’alterare i piani logici di un normale dibattito democratico per sottrarsi al confronto e avere buon gioco sulla distanza breve (non rispondere a tono a una critica argomentata, attaccando personalmente chi la formula, è ormai diventato il protocollo di riferimento: quelli che governavano prima devono stare zitti perché è tutta colpa loro, i francesi devono pensare ai danni che ha fatto il loro colonialismo, il presidente della Commissione Europea che critica la nostra politica finanziaria è un ubriacone, quelli che chiedono la restituzione dei 49 milioni di euro di finanziamenti illeciti della Lega devono badare ai loro guai giudiziari invece di parlare, eccetera). Ma sopra ogni altra cosa, il fondamento della vulgata fascista è la personificazione del Male, del Pericolo, dell’Avversario attraverso la rappresentazione dell’Altro. L’Altro è il diverso. Il diverso è il nemico, l’origine dei nostri mali viene da fuori, dallo straniero, che mina la nostra identità, la nostra economia, la nostra armonia, la nostra salute, la nostra stirpe. Questo non lo dicono espressamente, ma il messaggio è chiaro: caro povero maltrattato elettore italiano, non è colpa tua, la situazione di sfacelo in cui ti trovi non dipende dalle tue incapacità e debolezze, ma è colpa loro. LORO!

Per i 5 stelle l’Altro prima erano i politici al governo, i potenti corrotti e stupidi, ma adesso al governo ci si sono insediati loro. E infatti Beppe Grillo, che nei suoi spettacoli di pochi anni fa promuoveva a spron battuto l’accoglienza di tutti i migranti, adesso ha invertito la rotta. Una cosa è strappare l’applauso in teatro e ben altra guadagnare voti. Per la Lega un tempo l’Altro erano i meridionali fannulloni che minavano la produttività del magnifico Nord-Est, ma adesso i voti dei meridionali servono per diventare primo partito. Lo spauracchio da agitare per serrare le fila dell’elettorato dunque è presto servito. LORO sono gli immigrati, anche se, per rendere la pillola più dorata, ce la si prende con i “mercanti di uomini” che portano gli immigrati qui, le ONG, quelli che lucrano riempiendoci il paese di poveracci, oppure si additano gli altri paesi europei che non si prendono le loro responsabilità, che affossano la nostra economia, che incrementano la criminalità del nostro paese, e poi per forza che la brava gente reagisce.

Si può obiettare con dati alla mano che la crisi sistemica italiana (e non solo italiana) non dipende certo dagli immigrati e che questi non incidono affatto sulla mancata ripresa economica; si può dimostrare che la criminalità è in diminuzione e non in aumento; si può rilevare che un paese in costante calo demografico come il nostro potrebbe avvantaggiarsi dei nuovi arrivi invece di temerli; si può osservare che tutta ‘sta brava gente che reagisce non è brava manco per niente. Si può, sì, ma è inutile e Salvini e i suoi cloni lo hanno capito benissimo. Alla gente non gliene frega niente dei dati oggettivi, perché dopo molto tempo ha finalmente sentito l’odore del sangue, il richiamo dell’istinto. E l’istinto, quando ti senti in difficoltà (anche se sono difficoltà che dipendono da tutt’altri motivi), ti porta a volere solo una cosa: chiuderti nel tuo giro ristretto. Gli altri sono il male, gli altri ci invadono, ci rubano, ci sottraggono le risorse e dunque se ne devono andare, con le buone o con le cattive.

Nessuno è immune da comportamenti e automatismi del genere. Magari esprimiamo il nostro razzismo dirigendolo verso qualcun altro, non esponenti di etnie e nazionalità diverse ma semplicemente persone che hanno abitudini, trascorsi e attitudini diverse dalle nostre. Io devo ammettere di nutrire pregiudizi verso chi non ha un livello di istruzione decente e non se ne preoccupa, il mio è un razzismo intellettuale ma l’aggettivo non lo rende certo più carino. E altri pregiudizi li nutro ancora verso persone cresciute in determinate zone della mia città che ritengo degradate e che do per scontato abbiano un influsso negativo sul livello di civiltà di chi le abita e nelle sue strade impara i primi rudimenti della socialità (un razzismo classista e topografico, in questo caso, e anche qui gli aggettivi non attenuano e non migliorano). Provo pure intolleranza, sospetto e fastidio verso chi professa con dedizione assoluta (che io ritengo eccessiva) il proprio credo confessionale (razzismo religioso).

E forse in fondo sono razzista anch’io in senso classico, perché ogni tanto il dubbio mi striscia dentro, anche se non lo pronuncio ad alta voce: non è che con tutti questi immigrati poi va a finire che le mie condizioni di vita e quelle della mia famiglia peggioreranno? Non è che hanno ragione i pentaleghisti? Magari è vero che se continuiamo ad accoglierli gli altri paesi europei continueranno a fregarsene e noi rimarremo col cerino in mano. Allora può essere una buona cosa che ci siano questi quattro pupazzi razzisti al governo, così gli sbarchi diminuiscono e io sto più tranquillo, continuando a parole a far finta di essere un pacato e aperto cosmopolita di sinistra. Quasi quasi…

Chiunque si guardi dentro con un grano di onestà penso possa riuscire a individuare il proprio razzismo personale. Nessuno è immune dalle approssimazioni e dai comportamenti miopi ed egoistici cui ci induce l’istinto di sopravvivenza, ma nessun istinto e nessuna pseudo razionalizzazione di quell’istinto dovrebbe distoglierci dal ricordare che siamo esseri umani e che questo comporta un dovere morale verso tutti gli altri esseri umani, un dovere che, soprattutto davanti alla tragedia delle migliaia di uomini donne e bambini in balia del mare perché in fuga da violenza, miseria e orrore, dovrebbe imporci di scegliere ciò che è giusto e non ciò che è (o può sembrare) utile a noi e ai nostri vicini.

Per tornare alla storiella dell’inizio, cibarci dei nostri figli, darli in pasto ai loro fratelli, trasformandoli in cannibali, quand’anche ci facesse vivere qualche giorno in più, ci lascerebbe sopravvissuti in un mondo che non vorremmo abitare, mutati in esseri che non saremmo mai voluti diventare.

Con questa moraletta finale un po’ pelosa che a rileggerla, mi rendo conto, fa venire il latte alle ginocchia, non vorrei dare l’impressione di formulare un appello altruistico, ma piuttosto esprimere una preoccupazione concreta, egoistica e personalistica. Quando si rinuncia alla propria umanità, si finiscono con l’accettare cose inaccettabili. Quando si apre il vaso di Pandora degli istinti più bassi e li si fa passare per legittime istanze di un popolo stremato, si mette in moto un meccanismo pericoloso, un meccanismo che non si può poi arrestare a piacimento. Quando la crisi di un’economia (intendo l’economia mondiale) si trascina ormai da più di dieci anni e non pare avere alcuna soluzione che non sia quella di cambiare del tutto sistema economico, ma in un panorama in cui non si vedono all’orizzonte sistemi economici alternativi, l’unica soluzione per riavviare forzatamente il ciclo è la guerra. Qualunque guerra. Se l’economia non funziona e non puoi sostituirla con un’altra, radi tutto al suolo e ricostruisci. Le guerre non mancano mai, ma quelle in corso evidentemente non bastano e sono troppo lontane. È proprio il presagio di questa distruzione che mi spinge a parlare, perché l’unico modo per evitarla ritengo sia mantenere alta la sensibilità. Non è altruismo, il mio, è paura condita da un pizzico di riflessione.

Siamo razzisti e forse questa cosa non si può cambiare. Però attenti, perché come dice quel buon vecchio saggio di Marilyn Manson: “Ognuno è il negro di qualcun altro.”

Guglielmo Pispisa (Kai Zen g)

Boh

  • perchè nelle partite al posto dei soliti commentatori esagerati non lasciano la presa diretta del campo?
  • perchè Elsève a un certo punto è diventata Elvive? Sarò mico l’unico a ricordarselo…
  • perchè i fenomeni salgono sul metrò pieno con sulle spalle lo zaino della merda?
  • perchè l’oggi farebbe sempre più schifo rispetto a una volta? sì, anche a proposito della trap
  • perchè comprano ancora acqua in bottiglia?
  • perchè non mangiare qualcosa che è caduto a terra?
  • ma ‘sta gente che dice tutte ‘ste boiate medievali online su immigrazione, diritti umani, cazzo ne so è mai stata un weekend a Londra, Berlino, Barcellona…?
  • perchè dovremmo imitare il sistema scolastico di americani e nordici, che saranno anche preparatissimi nel loro micro segmento ma non sanno un cazzo del resto?
  • perchè la gente non va al parco al posto che al centro commerciale?
  • perchè le donne cliccano a mitraglia sopra precedenti clic mentre la rotellina gira ancora?
  • cosa fa puzzare l’alito da schifo dopo che hai fumato ganja? 😀
  • perchè stando ai piagnistei dovremmo essere tutti con le pezze al culo ma in giro non vedo altro che Audi e piumini Colmar?
  • cazzo criticano Facebook e poi lo usano?
  • perchè si dicono cattolici ma non aiutano il prossimo, scopano fuori matrimonio e non ringraziano il signore a sufficienza?
  • perchè tuo figlio non dovrebbe essere attaccato al cell tutto il tempo se lo sei anche tu?

Bigiotteria di saggezza

 

  1. essere ribelle oggi significa non cagare il meteo e non andare a rasarsi (o farsi rosa) dall’hair stylist. Nient’altro
  2. se odi Salvini o chicchessìa ti dò una dritta: più ti indigni per lui online più lavori a suo favore
  3. e mo’ che i tatuaggi hanno rotto i coglioni cazzo fai con ‘sto corpo tutto scarabocchiato 😀 io te l’avevo detto…
  4. quando fai sport, se fai sport, qualunque tipo di sport, a qualunque livello, mettiti su qualcosa di sobrio, poco evidente, possibilmente non fluorescente e non da 200 euro a pezzo. Altrimenti è inevitabile che chi incroci al parco o per strada faccia un semplice parallelo tra ciò che indossi e la prestazione: difficile venirne fuori senza le ossa rotte. E per cosa poi, per l’ultima fregatura hi-tech della nike di turno? Evolviti
  5. l’indignazione, qualsiasi indignazione, ha un costo: documentarsi. Leggere. Studiare. Oserei dire anche prendere in cosinderazione con obiettività le ragioni dell’altra parte. Altrimenti chiamasi pagliacciata, un settore nel quale sfondiamo da sempre i record di esportazione
  6. vai a piedi e non rompere i coglioni dicendo che i mezzi non funzionano, che non è comodo per niente, che poi ti stirano sulle strisce, che i marocchini, che le cavallette… vai a piedi, che dimagrisci tra l’altro
  7. compra meno merendine e soprattutto molla ‘ste ridicole bottiglie d’acqua. Sei già fuori tempo massimo. Non essere proprio l’ultimo a farlo
  8. il sesso non serve. Serve eiaculare, per mantere ben pulito e areato il locale prostata. Ma è un’altra cosa. Adesso buona serata con il tuo amore!
  9. se anche tu come me credi che per cambiare lo Stivale bisogna partire dal codice della strada, in particolare dalla sua applicazione, ti capisco perfettamente quando gli altri ti guardano con gli occhi sgranati: sono quelli che vogliono tutto diverso  ma vogliono essere uguali. Non mandarli affanculo, no! Concorda con loro. Come si fa al bar, all’oratorio, ovunque in Italia: concorda sempre con tutti. Tanto che cazzo ce ne frega a noi 😀 😀
  10. i cattolici non sono corretti e non sono coerenti, proprio per definizione, come DNA. Chiedere a Martin Lutero per ulteriori argomentazioni a riguardo. Nel paragonarci ad altri popoli, è quasi tutto lì. Se ci pensi bene la cosa ha due aspetti contrastanti (yin e yang, mica pizza e fichi): da una parte è un incessante sali e scendi dai carri dei vincitori e/o dei perdenti, un cambio casacca, un ribaltone, uno storico esalta e poi abbatti.. guarda al passato, che so.. Mussolini, Berlusconi, Salvini,…  Obiettivamente è fastidioso, e con tutti ‘sti voltagabbana e retromarce ovvio non si combina mai un cazzo a livello di paese. Claro. Dall’altra però, dato che come dice il mio socio kai zen j ‘la coerenza porta ai campi di concentramento’ siamo abbastanza certi che orrori organizzati qui da noi hanno terreno poco fertile. Siamo il paese del tarallucci e vino. E del nulla di fatto. Lo dicevo già secoli fa: https://kaizenology.wordpress.com/2010/09/06/strategia/

 

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Dieci anni di Strategia

Correva l’anno 2007 quando svelammo (e sventammo, almeno per un po’) i piani dell’Antica Segreta Società dell’Ariete: un granello di polvere nelle placide sabbie del tempo. Un decennio dopo riapriamo i vasi canopi, restituendovi accesso al sito rizomatico che si era perduto nei meandri misteriosi della rete e naturalmente al nostro allegorico romanzo. – Di cos’era poi l’allegoria? – Che Khnumm possa vegliare su di voi. Anzi siamo sicuri che lo stia già facendo… E ricordatevi sempre che «chi incontra il Demone muore, chi non muore diventa schiavo, chi non diventa schiavo diffonderà il demone.»

Qui il pdf: sda e qui anche in epub e mobi: www.kaizenlab.it/senzablackjack.html

e qui una guida alla scoperta della Strategia di Wu Ming 2

Parole che mi fanno ridere (14)

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Pirito

Quirico

Spiridione

Grimaldello

Cherubico

Serafico

Loffio

Moffa

Poppa

Ramingo

Oberare

Rarefatto

Frottole

Anfratto

Ma’nfatti (romanesco :D)

 

tutte le puntate precedenti: https://kaizenology.wordpress.com/?s=parole+che+mi+fanno+ridere

 

Gens Italica

A grande richiesta, pubblichiamo anche qui il racconto di Natale di Kaizen g uscito sul blog Resistenze in Cirenaica. Buon 2017.

matrimoni-misti-italia-coloGens Italica

Il tenente Lorusso fissava lo sguardo spiritato nello specchio del bagno. Il rado ciuffo, che nei momenti di forma migliore gli rendeva meno avvilente la calvizie e in quelli di più ardito ottimismo fascista lo convinceva di avere ancora i capelli, stavolta si ergeva arruffato e triste sulla sommità del cranio. Si asciugò entrambe le mani con cura sul cotone rigato della canottiera tesa sul ventre gonfio, poi avvicinò il volto alla propria immagine riflessa. Uno schiocco risuonò come una scudisciata rimbalzando sull’intonaco delle quattro pareti raccolte della stanza. La florida guancia destra gli si tinse dell’impronta scarlatta delle dita.

“Buon Natale minchione.” Continua a leggere

Parole che mi fanno ridere (13)

druidoTronfio

Bofonchio

Nevvero

Salmonella

Lemme lemme

Allampanato

Sozzume

Pirico

Peloponneso

Bastante

Druido

Ceruleo

Rinzaffo

Bombice

Salmastro

 

Qui le puntate precedenti

Le parole sono importanti?

dylanChiedersi se dare il nobel a Bob Dylan per la letteratura sia giusto o no, per me equivale a chiedersi se il colore blu sia o meno simpatico. È una domanda inutile e malposta.

E le risposte a questa inutile domanda possono essere tante e anche ovvie. È giusto perché le sue canzoni sono molto più belle di milioni di poesie tradizionali, anche di grandi poeti; perché ha influenzato la società moderna più della maggior parte degli altri autori viventi; perché la letteratura e la poesia nascono insieme alla musica (i bardi, i trovatori, le chansons de geste ecc. ecc.). È sbagliato perché la musica ha un potere di suggestione su cui gli scrittori tradizionali non fanno affidamento; perché non si sentiva il bisogno di avvantaggiare un esponente di una forma d’arte assai più popolare a discapito di una molto meno seguita; perché se diamo il nobel per la letteratura a un cantautore allora vale pure dare quello per la medicina a un massaggiatore, eccetera eccetera eccetera.

Ragazzi, è solo un premio letterario, mica la parola di Dio. Parliamone pure, ma mi pare più interessante chiedersi perché questo sia accaduto. Giusto e ingiusto sono categorie che lascerei stare. Il perché è più interessante e forse anche più inquietante. L’accademia svedese – un’organizzazione fatta di uomini che gestiscono risorse sulla base della loro visione del mondo – premiando Dylan, in fondo ha finalmente ammesso a se stessa e in pubblico che la letteratura tradizionale non basta più, o comunque che è meno rilevante della sua versione potenziata incarnata dal vecchio Bob.

Se in questo tripudio di multidisciplinarietà volessimo usare il linguaggio matematico, potremmo ricorrere a questa formula:

Versi + ritornello + musica + voce roca dell’artista > versi (o prosa) stampati su foglio.

Una letteratura cioè che non sia fatta solo di parole da leggere e immaginare, ma che si avvalga di una rappresentazione performativa a renderla più seducente e facile da fruire e ne favorisca così l’impatto, semplicemente vale di più. Ci si allontana invece dall’idea che un libro classico, pieno di pagine e segni, ossia uno strumento che si usa da soli, fermi, con una concentrazione lineare e ininterrotta per un periodo significativo di tempo, possa davvero trasmettere emozioni, conoscenza e possa migliorare il mondo. Non può più, o può meno di prima, e certo non regge il confronto con altre forme di espressione più dirette.

Si ritorna dunque alle origini dei poemi cantati, della letteratura orale, che aveva successo indiscusso perché nessuno sapeva leggere e scrivere.

Non è che sia giusto o ingiusto. È così e basta.