Parole che mi fanno ridere (7)

cloacaCalesse

Trivulzio

Pannocchia

Sagace

Solstizio

Clavicembalo

Parallelepipedo

Coseno

Sermone

Brodaglia

Testé

Cloaca

Glabro

Sozzare

Contunde

Masserizia

Alabastro

Spumiglia

 

Le puntate precedenti: https://kaizenology.wordpress.com/?s=parole+che+mi+fanno+ridere

Experimental Narratives From the Novel to Digital Storytelling

Screen Shot 2015-02-10 at 16.14.39Se proprio non sapete che fare a Londra il 26 e il 27 febbraio potete fare un salto a questa conferenza in cui si parlerà anche dei vostri affezionati  Kai Zen di quartiere.

Experimental Narratives From the Novel to Digital Storytelling

An interdisciplinary conference at the Institute of Modern Languages Research, University of London, Senate House, Malet Street, London WC1E 7HU

Alle 17:40 in sala 349 ci sarà la presentazione di Transmedia. Storia, memoria e narrazioni attraverso i media, il libro curato da Clodagh Brook ed Emanuela Patti pubblicato da Mimesis.

Com’è che ti chiami?

christopherwalkencolkoonzOh, ‘mbè?

Se non vi scrivo io voi un cazzo, eh?

Begli amici di merda…

:D

Sentite questa, bastardi – anche se non ve la meritate: se volete trattare male qualcuno così, per scherzo, per ridere, per sdrammatizzare, per vivere un pò alla Truck Driver, alla Pulp Fiction, alla i Cesaroni, ma allo stesso tempo per ribadire con chiarezza come stanno le cose, chi porta i pantaloni, chi comanda, insomma chi setta il trend :D fate come me, dite alla vostra compagna, al marito, alla figlia, all’amico, al fratello, al collega:

‘Coso… com’è che ti chiami? Dove hai messo l’accendino?’

‘Senti, scusa, ehm… come ti chiami? Hai fatto tu ‘sto casino?’

Esilarante.

C’è anche la versione di sbagliare apposta il nome, tipo: ‘Coso, Alessandro (ma si chiama Vito), mi aiuti per favore?’ oppure quella con grandiosi, grezzi appellativi da bar, tipo: ‘Zio, mi fai un caffè?’, ‘Giovane, la gazza per favore’, ‘Ragazzo, vado a prendere le pizze, tu prepara la tavola.’ ‘Biondo’ è perfetto, anche ‘Capo’. ‘Fratello’ non va bene invece, è troppo figo. Qui si tratta invece di prendere per il culo, smontare un personaggio partendo dal dimenticarsi il suo nome. Mica figaggini.

Un vero e proprio affronto in un tempo come il nostro, non trovate? Dimenticarsi l’identità di qualcuno. Spersonalizzare. Confondere. Dopo tutti gli sbattimenti per mangiare sano, fare sport, evitare lo stress, nutrire l’ego, cibare l’anima, aggiornare Twitter e bla bla bla questo manco si ricorda come mi chiamo… Ecco perchè lo adoro. Adoro le disfunzioni di carattere relazionale e sociale. Sono così cariiine. Come quando incroci qualcuno per strada che ti saluta per nome e tu non sai come si chiama, e sprofonderesti dalla vergogna, una sorta di incontrollabile vergogna relazionale, nel rispondere con finta nonchalance e sorriso poco convinto:

‘Uèèè… bello (anche se è un cesso), come va?’ A quel punto però dovresti fare una domanda di tipo personale, per compensare il fatto che questo ti sta allisciando manco tu fossi che ne so, Fedez o Corona, chiamandoti per nome, sorridendoti, pacche sulla spalla, domande sui figli eccetera, e tu manco sai chi cazzo è! Domanda personale, certo, ma quale, dato che ti è quasi uno sconosciuto? Allora ascolta un cretino, stai sul generico che va sempre bene per tutte le stagioni:

‘Quindi poi tutto a posto con quella storia là?’

(lui di certo sa quale storia, un pò come arrivare a casa e picchiare la moglie senza motivo: lei sa perchè :D)

‘Che storia, la moto distrutta dici?’

(E ‘sti cazzi, sei ricoperto di bende e cerotti, vedi tu…)

‘Ecco, esatto’ Con quella impagabile faccia da schiaffi.

E via, la connessione sociale è riavviata senza traumi, il fatto che non sai come si chiama ‘sto stronzo è pressoché compensato: sei a posto.

Cose così, amici. Magari adesso non vi dicono un cazzo, ma fumatevi un cannone e poi tornare qui a rileggere. C’è da pisciarsi addosso, o sbaglio? E non siamo incontinenti in famiglia. Perlomeno, non ancora… anche se il pannolone ha il suo fascino perverso, dai.

A proposito, non vorremo mica restare indietro anche rispetto al Colorado, all’Uruguay, alle ASL della Toscana? L’erba non solo non fa male, amici, ma fa bene. Io lo dico da quasi trent’anni. All’inizio mi prendevano per malato. Adesso qualcuno che non sia un rasta o uno della buka, dopo le parole di Veronesi e qualche altro illuminato cannaiolo, comincia ad ascoltarmi (e a voler far due tiri, e poi altri due, e poi altri due- che sia maledetto…). Tra qualche anno sta’ a vedere che sarò anch’io un fottuto guru come Steve Jobs o Jovanotti.

Oh cazzo, no.

Come che ti chiami…. Dio, ti prego, scampamene.

Appunti

La condizione dell’uomo è totalmente negativa. Se Dio è colui che è, l’uomo «è colui che non è» e questa deficienza di esistenza lo spinge a essere feroce.

Niente è scritto

Signore, signori, purtroppo non posso essere con voi in questa occasione e così mi affido, ancora una volta, alla parola scritta. In fondo è questo il mestiere che mi sono scelto, che molti hanno scelto, quello di affidare alla scrittura le proprie parole il cui valore risiede sempre e solo negli occhi di legge e le interpreta, perché la scrittura non è che un esercizio di alterità, un dialogo, un confronto con l’altro da sé. Comunicare parlando, o teleparlando, non ha la stessa capacità di dialogare che hanno le parole scritte. È tra le righe, tra le figure retoriche, tra lo scarto e l’iperbole che si mostra in tutta la sua complessa semplicità quello che lo scrittore William Burroughs definiva un virus dallo spazio profondo: il linguaggio.

La parola scritta dà modo e tempo di interpretare di comprendere, riflettere, scegliere, mediare, la parola scritta è il punto di incontro tra chi scrive e chi legge, si allontana da chi scrive e si avvicina a chi legge, ma non è né un punto di partenza né un punto di arrivo, è il viaggio. Ed è il viaggio quello che conta davvero.

La parola scritta non è di chi la scrive mentre la parola detta è di chi la dice, ha un volto, un’espressione, una mimica, uno “sponsor”, è una parola che si vende senza apparentemente pagare il contenitore, la parola scritta è una parola gratuita di cui, a volte, si paga il contenitore (il giornale, il libro, la rete), ma è una parola pura che trova nella sua impurità la sua stessa essenza: splende in tutto il suo significato etimologico, ma si adombra, cambia pelle, si trasforma per poi risplendere su altre frequenze dello spettro, nel momento stesso in cui chi la legge ha il tempo di trasformarla, di cogliere le connessioni, di inserirla in un contesto, di confrontarla con la sua esperienza e la sua conoscenza.  Continua a leggere

Appunti

Quanto alla visone filosofica orientale sono propenso a pensare che non sia possibile appropriasene se non in chiave strettamente fenomenologica di ampliamento dell’orizzonte conoscitivo. La lunga crepa che divide l’Oriente dall’Occidente nasce in seno al diverso atteggiamento nei confronti della volontà. Negazione e affermazione come descritto da Schopenhauer (in chiave exotica se me lo concedete) nel primo caso e da Nietzsche nel secondo. Gli archetipi stessi delle due civiltà rimandano a questa dicotomia. Non è forse la brama, il desiderio di conoscenza (una pulsione della volontà) a spingere Adamo a cogliere il frutto proibito?  Millenni di atteggiamento contrapposto hanno divaricato spropositatamente i binari lungo cui abbiamo corso, distorcendoli e rendendoli impraticabili se non solo ai fini di osservazione e speculazione meramente teoretica. Le direzioni intraprese agli albori della storia hanno avuto una causa identica: il dolore. Ciò che ne è conseguito ha fatto in modo che l’uomo si ponesse di fronte a esso in modi diametralmente opposti.  Alimentare il desiderio per sopperire alla sofferenza, eliminarlo ritenendolo causa stessa del dolore. Elementi in comune sono allora solo gli esordi e un certo tipo di ascesi. Santi e Bodhisattva che alla pratica della sofferenza (la vita) oppongono un certo grado di follia. Fermare il tempo nel tentativo di ricongiungere l’esserci con l’essere, con il vuoto. Un fallimento. Sia che si tenti di alimentare la volontà sia che si tenti di soffocarla, facciamo il suo gioco. Solo, noi occidentali non siamo in grado di fare la seconda cosa ma siamo bravissimi nell’applicarci con disperata efferatezza nella prima. Differenze ontologiche? Non credo. Differenze fenomenologiche incolmabili? Più probabile.

And may God bless you all… (My two unrequested cents).

 Anders Behring Breivik

Anders Behring Breivik

La Haine

la-haine-saidLa costernazione per gli attentati che in questi giorni frenetici hanno colpito così profondamente Parigi, insanguinando la redazione di un giornale di satira, ossia un limes della libertà di espressione, un luogo simbolico dove l’intera società francese (e europea e occidentale) marca, o pretende di marcare, il discrimine con la parte di mondo alla quale quella libertà manca del tutto o è fortemente limitata, è ovviamente enorme. Ovviamente.
E siamo tutti sconvolti, e siamo tutti indignati e tutti Charlie, ovviamente. Ovviamente.
Ma cosa mi disturba davvero in questa tragedia? Perché continuo a pensarci in maniera ossessiva? Mi ero ripromesso di prendere le distanze, di osservare e tacere per non aggiungere la mia vocina al vaniloquio ridondante su media e social network. Non essere uno dei tanti, l’ennesimo che caca sentenze senza poter vantare una reale competenza in materia. Io sono uno scrittore di romanzi e sono un avvocato. Non sono un esperto di Islam, non sono un giornalista o un analista politico specializzato in questioni mediorientali, non ho il polso della società francese che conosco solo perché ci vado ogni tanto in vacanza. In più, da venti minuti dopo l’inizio di questa storia la girandola di post e commenti su facebook, twitter e compagnia social ha raggiunto livelli insostenibili di parossismo: ci sono gli esperti del complotto per i quali è tutta una montatura, chi ricorda le responsabilità dell’occidente colonialista, chi rinfaccia il fatto che i terroristi di oggi sono armati e foraggiati da quelli che un tempo vennero armati e foraggiati dalla CIA e quindi ora che cazzo vogliamo, chi dice che però pure Israele…, chi che l’Islam moderato non esiste, bollando così di estremismo se non addirittura di terrorismo un miliardo e mezzo di persone, e poi perché i vignettisti sì e i 2000 nigeriani trucidati da Boko Haram no?, e poi è colpa dell’immigrazione incontrollata, del capitalismo, del governo, delle cavallette, di mia nonna.
Poi tre milioni e mezzo di persone scendono in piazza e quella è una cosa bella e forte, non si può negare, ma mi viene rovinata dalle immagini di quel cordone in prima fila di autorità con lo stemmino Je suis Charlie fra cui si annoverano vari noti strangolatori di diritti civili, capi di stato che nei loro paesi imprigionano e ammazzano giornalisti salvo poi difendere la libertà di stampa a parole e a casa degli altri. Tu sei Charlie? Ma come ti permetti anche solo di fingere di pensarlo? Perché la retorica, l’opportunismo e l’ipocrisia devono avere la meglio su tutto, sempre? Continua a leggere

Paris La Nuit

Liberate le bestie…

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Due giorni di lucida follia nel cuore della Francia e tutto cambia. Due giorni di lucida follia nel cuore dell’Europa e il mondo così come lo conosciamo non esiste più. Almeno nei pensieri e nelle intenzioni di molti di noi cosidetti “occidentali” che, una volta tolti finalmente quegli ingombranti vestiti di gente civile e perbene e allentata la cravatta del “politicamente corretto” che soffocava l’odio in gola, ci sentiamo finalmente liberi di tirare fuori il fascista, il reazionario, il primitivo che si agitava in noi già da qualche tempo. Finalmente è arrivato anche il nostro momento; affianchiamoci e solidarizziamo con quelli che fascisti, reazionari e primitivi lo sono sempre stati e ora brindano alzando il calice della discordia senza ritorno, uniamoci a loro. Perché il vendicatore delle rabbia e della paura che giacevano impantanate nelle sabbie mobili dei rapporti sociali multiculti, ci ha alla fine teso la mano. Ora possiamo alzarci e dare la caccia al nostro nemico: il diverso, il quasi nero e il nero, colui che pretende di avere un Dio che non è il nostro e che secondo noi è uno dei mandanti o quantomeno un fiancheggiatore dei messaggeri di morte arrivati di primo mattino sotto la Tour Eiffel. Ora possiamo finalmente farlo senza sentirci in colpa, senza paura di essere riconosciuti. Continua a leggere