Primum mobile pestilenziale

da “Tra le ceneri di questo pianeta” di Eugene Thacker.

thacker-cover-preview-700x1100-1“L’anonimo e blasfemo pronome «esso» ha un ruolo centrale anche nell’ermeneutica delle epidemie e delle pestilenze. I modi in cui concettualizziamo i disastri tradiscono, in genere, una profonda ansietà. Che alcuni disastri siano «naturali» mentre altri no, implica l’esistenza di un’ipotetica linea di confine tra disastri che possono essere prevenuti (e dunque controllati) e quelli che invece non possono. Qualcosa di simile accade per le malattie infettive, a eccezione del fatto che l’agenzia, o l’attività, dietro questo tipo di «disastro biologico» passa attraverso gli esseri umani stessi – nei corpi, tra i corpi e attraverso le reti globali di transito e di scambio che danno forma al corpo politico. Negli Stati Uniti, il duplice apparato concettuale composto dalle «malattie infettive emergenti» (dovute a cause naturali) e della «biodifesa» (legata a cause artificiali) va a mascherare una militarizzazione generale della salute pubblica.. Dal momento in cui diventa sempre più difficile distinguere tra un’epidemia e un attacco con armi biologiche, i rapporti di ostilità vengono interamente ridefiniti. La minaccia non proviene più da una nazione nemica o da un gruppo terrorista, ma diviene di per sé biologica; la stessa vita biologica si tramuta in un nemico assoluto. La vita si trasforma in un’arma contro la vita stessa, originando una sorta di angoscia ambientale nei confronti del dominio biologico.

Sebbene sia ormai consuetudine considerare le epidemie alla luce dei dibattiti post-teoria dei germi sui confini «autoimmunitari», vi è un problema fondamentale, articolato all’interno della concettualizzazione premoderna dell’epidemia e della pestilenza, laddove biologia e teologia sono costantemente intrecciate attraverso i concetti di contagio, corruzione e contaminazione. Una delle principali preoccupazioni dei cronisti della Morte Nera riguardava proprio la causalità, e come tale causalità andasse interpretata in relazione alla sfera del divino.

Mentre la Morte Nera si propagava per tutta l’Europa medievale, il tema del «Dio adirato» ricorreva in diverse cronache, sia di finzione che non. È un elemento chiave nel Decameron di Boccaccio e uno dei temi di Pietro l’Aratore, nonché la base di tutto un sottogenere di pamphlet sulle epidemie apparsi in Inghilterra. Questi sono a loro volta ispirati alle piaghe bibliche, le più note delle quali sono quelle d’Egitto, quando Dio inviò dieci «piaghe» al fine di persuadere il faraone egiziano a liberare il popolo ebraico. In questo caso le «piaghe» includono malattie epidemiche ma anche fiumi le cui acque si tramutano in sangue, sciami di insetti, tempeste e un’eclisse. Un riferimento ancora più diffuso tra le cronache della Morte Nera, è di tipo apocalittico: il Libro della Rivelazione, con la sua densa e complessa simbologia, narra di «sette angeli» inviati per dispensare «sette piaghe» da «riversare» sull’umanità in qualità di giudizio divino; ancora una volta, le «piaghe» spaziano dalle malattie contagiose alle deformità del bestiame, dalle condizioni meteorologiche alla distruzione di città.

In ciascuno di questi esempi si può individuare un elemento chiave: quello di un sovrano divino che sotto forma di giudizio e/o di castigo invia – o meglio emana – una qualche forma di vita miasmatica indissociabile dalle categorie di putrefazione, decomposizione e morte. Ciò che è interessante notare a proposito dei concetti premoderni di epidemia e pestilenza non è solo questo costante sconfinamento tra “tra biologia e teologia, ma la profonda instabilità propria a questi due concetti. Nelle cronache della Morte Nera il morbo sembra essere una «cosa» dotata di vita propria, quasi-vitalizzata, ma anche qualcosa in grado di diffondersi attraverso l’aria, il respiro umano, gli abiti e i possedimenti, e persino tramite una semplice occhiata. Come osserva uno dei primi cronisti: «Un uomo infetto può estendere il veleno ad altri, infettare persone e luoghi, anche solo per mezzo dello sguardo”

“La tentazione è quella di interpretare l’ermeneutica medievale dell’epidemia e della pestilenza come una forma di neoplatonismo, ossia come una forza soprannaturale emanante da un nucleo divino. D’altro canto, questa interpretazione richiederebbe un’idea di relazione patologica tra Creatore e creature, un’idea di sovrano divino che emana se stesso tramite una diffusione miasmatica della putrefazione. Tuttavia, in questo caso, a essere emanata non sarebbe l’attività creatrice, ma, all’opposto, una sorta di de-creazione che andrebbe a occupare un posto nel processo che Aristotele denomina di «scomparsa» (composto da malattia, decadimento e decomposizione)” “Questo strano tipo di vita, che pare emanare da un Uno neoplatonico e diffondersi attraverso la vita delle creature, non può essere pienamente compreso senza prendere in considerazione un altro fattore. Assieme a quello del Dio adirato, nei resoconti medievali di epidemie e pestilenze c’è un altro tema comune e altrettanto vario: quello che vede nel morbo un’arma divina. Il sovrano divino non si limita a dispensare il giudizio: trasforma la vita stessa in un’arma – la vita patologica delle «piaghe» – e la indirizza contro la ” “vita terrena delle creature, esse stesse un prodotto della volontà divina.

Probabilmente, questo tema ha le sue radici nell’antichità: in Esiodo, ad esempio, vediamo Zeus vendicarsi di Prometeo, inviandogli in «dono» Pandora, la portatrice di piaghe; allo stesso modo, l’Iliade si apre con un Apollo adirato, impegnato a scagliare «frecce» di piaga sugli eserciti degli uomini, per punirli delle offese recate agli dei. E vi sono anche esempi più mondani. A questo proposito, uno molto noto è la pratica medievale di catapultare i cadaveri. La prima scena di questo tipo si ha nel XIV secolo a Caffa, avamposto commerciale italiano sul confine settentrionale del Mar Nero. In un’occasione, le continue schermaglie tra mercanti italiani e autoctoni musulmani, condussero questi ultimi a catapultare cadaveri contaminati al di là delle mura fortificate dei primi.

Tutto ciò sembrerebbe suggerire che la teologia politica della pestilenza non sia una questione di disattivazione, o di «fortificazione». O meglio: lo è, ma solo fino a un certo punto. Perché le proprietà pervasive, diffusive e circolatorie della pestilenza – di questa «cosa» o «evento» che è al tempo stesso un’emanazione divina e una fonte di caos sociale e politico – fanno emergere una più complessa problematica sul “sul potere sovrano: come tenere sotto controllo la pervasività della pestilenza senza perdere il controllo della pervasività della popolazione.

Dai testi di Boccaccio, Chaucer o Langland, non è chiaro se la causa dei disordini sociali e politici sia la pestilenza stessa, o se essa vada piuttosto a coincidere con queste contagiose fantasie di caos totale. Ci troviamo insomma nella strana situazione in cui la pestilenza – essa stessa soprannaturalmente causata da un potere divino sovrano e fondamentale – sollecita tutta una serie di misure eccezionali da parte di un sovrano terrestre di secondaria importanza, di modo da riuscire a contenere il caos imminente e pervasivo occasionato dalla pestilenza, la quale è a sua volta emanata dalla divina sovranità fondamentale: il primum mobile pestilenziale, per così dire.”

 

L’orizzonte degli eventi

iNel 2017, dopo tre piani quinquennali, quattro romanzi totali, due romanzi, un blog, presentazioni in giro per il mondo, simposi, conferenze, workshop, reading sonorizzati e azioni di guerriglia narrativa pensavamo che la missione fosse terminata. L’esperienza : Kai Zen : ci sembrava avesse esaurito le sue possibilità. Dai primi esperimenti in rete siamo tornati in strada, alla penna abbiamo preferito voce, basso, chitarra, batteria e i libri degli altri. Tre lustri sono tanti, le nostre vite sono cambiate radicalmente da quel fatidico 18 febbraio del 2002 che ha sancito la nascita dell’amichevole ensemble narrativo di quartiere, ma proprio mentre la tentazione di scrivere un “comunicato” sulla fine delle ostilità si faceva sempre più impellente, lo spirito dei tempi ci ha messo i bastoni tra le ruote. Non faremo la differenza, ne siamo consapevoli, ma non ci piace l’indifferenza. Raccontare storie è una responsabilità, prima di tutto verso chi ci sta vicino, verso i nostri figli, le persone che amiamo, gli amici, i compagni di viaggio, la comunità di lettori che ci ha seguiti fin qui e verso le persone che ci hanno sostenuto e aiutato a farlo. 

Non sappiamo cosa diventerà : Kai Zen : né se continuerà a chiamarsi così o chi ne farà parte. Sappiamo però che la fiamma che ha animato le nostre narrazioni negli ultimi diciassette anni non si è mai sopita, come non lo ha fatto la nostra voglia di condividerle. Le cose cambiano, ma subire il cambiamento non ci è mai piaciuto. Preferiamo andare i direzione ostinata e contraria, essere da un’altra parte quando tutti ci pensano in un determinato spazio tempo. Siamo fuoriluogo, siamo quasiparticelle, mettiamo il culo in mezzo alle pedate. Abbiamo scritto romanzi ibridi, piegato i generi, cercato l’etica nell’estetica e viceversa, spalancato le porte della nostra umile officina. Quando tutto sembrava destinato a venire ingoiato da un buco nero, abbiamo pensato che in fondo sull’orlo del buco nero è passato solo un decimo di secondo dal big bang. Guardarsi indietro era questione di un battito di ciglia, mentre davanti a noi c’era l’orizzonte degli eventi. Non era più necessario terminare la missione, non era nemmeno più necessaria la missione. Ci bastavano la passione, la morale e il cielo stellato. È così che nell’anno del Signore 2019 ha visto la luce il mosaic novel, il romanzo a mosaico, un’altra ibridazione, un’altra sbandata, un’altra direzione. Il primo frutto di questo nuovo corso si chiama Cronache dalle Polvere, lo ha pubblicato Bompiani, è firmato Zoya Barontini e il 28 di giugno lo presentiamo a Bologna. Non è uno sguardo sul passato anche se racconta del passato, non è uno sguardo sul futuro, anche se è destinato a un pubblico giovane. È una narrazione nata sull’orlo del buco nero, qui e ora. 

 

 

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Brega & Partners

5e989f22aef183295b6b90b70ee0690cNella nostra travagliata carriera di scribacchini c’è capitatato un po’ di tutto. Anche di fare da copywriter e ghostwriter; certo, mai ci saremmo aspettati di venire contattati dall’agenzia che più di ogni altra incarna la banalità del male pubblicitario. Abbiamo declinato gentilmetne la loro offerta, ma forse avremmo dovuto accetterala, chissà. Quello che sappiamo è che pur non avendo una pagina in rete e non essendo presenti sui social sono davvero tra le più influenti agenzie del Belpaese.  La leggenda vuole che prima di fondare l’agenzia i fratelli Brega lavorassero per Licio Gelli, poi mollato nel 1981 e infatti…

Alla richeista di contatto che ci è arrivata era acclusa una nota con un portfolio e una presentazione. Da nessuna parte era scritto di non divulgarla. La rimbalziamo su queste pagine, fatene buon uso.

Brega & Partners.

Carlo Maria Brega e Anton Giulio Brega hanno fondato la Brega & Brega alla fine del 1981 e dopo pochi mesi erano già diventati una leggenda per aver curato le strategie di immagine della nazionale di calcio italiana ai mondiali del 1982, suggerendo a Bearzot l’imposizione del silenzio stampa più famoso dello sport contemporaneo, che dopo il primo girone deludente con tre pareggi segnò la cavalcata inarrestabile di Paolo Rossi e compagni con lo smacco assoluto della stampa italiana che li aveva in principio maltrattati. Di quell’esperienza Carlo Maria è solito dire: “I soldi più facili della mia vita: impatto massimo senza fare un cazzo. È stata un’ispirazione, lì ho capito qual era la strada.” Oggi la Brega and Partners (come è stata ribattezzata la compagnia dopo la fusione con i soci americani) vanta sedi e collaborazioni in tutto il mondo e ha curato i silenzi stampa della maggiori personalità del pianeta. Siamo l’agenzia di Thomas Pinchon e Salinger di Mina e Battisti, dell’NSA fino agli anni Novanta. Se non ne sai niente, vuol dire che ce ne siamo occupati noi.

Brega & Partners: less is more, more is less and more is more.

Di nuovo sul Delta

Scrittura cuneiforme (un virus dallo spazio profondo)

Signore, signori, purtroppo non posso essere con voi in questa occasione e così mi affido, ancora una volta, alla parola scritta. In fondo è questo il mestiere che mi sono scelto, che molti hanno scelto, quello di affidare alla scrittura le proprie parole il cui valore risiede sempre e solo negli occhi di chi legge e le interpreta, perché la scrittura non è che un esercizio di alterità, un dialogo, un confronto con l’altro da sé. Comunicare parlando, o teleparlando, non ha la stessa capacità di dialogare che hanno le parole scritte. È tra le righe, tra le figure retoriche, tra lo scarto e l’iperbole che si mostra in tutta la sua complessa semplicità quello che William Burroughs definiva un virus dallo spazio profondo: il linguaggio.

La parola scritta dà modo e tempo di interpretare, di comprendere, riflettere, scegliere, mediare; la parola scritta è il punto di incontro tra chi scrive e chi legge, si allontana da chi scrive e si avvicina a chi legge, ma non è né un punto di partenza né un punto di arrivo, è il viaggio. Ed è il viaggio quello che, come si suol lambiccare, conta davvero.

La parola scritta non è di chi la scrive mentre la parola detta è di chi la dice, ha un volto, un’espressione, una mimica, uno “sponsor”, è una parola che si vende senza apparentemente pagare il contenitore, la parola scritta è una parola gratuita di cui, a volte, si paga il contenitore (il giornale, il libro, la rete), ma è una parola pura che trova nella sua impurità la sua stessa essenza: splende in tutto il suo significato etimologico, ma si adombra, cambia pelle, si trasforma per poi risplendere su altre frequenze dello spettro, nel momento stesso in cui chi la legge ha il tempo di trasformarla, di cogliere le connessioni, di inserirla in un contesto, di confrontarla con la sua esperienza e la sua conoscenza.
Questioni ontologiche… Sesso angelico insomma, ma cosa vuol dire lavorare con le parole? Scriverle? Cosa fa chi lo fa? È un mestiere? Davvero? Un hobby dalle sfumature vagamente dandy? Un modo di guadagnarsi il pane senza sgobbare?
Spesso lavorare con le parole scritte viene considerato qualcosa del genere e chi lo fa per vivere, alle volte, viene sottostimato, guardato con malcelata e malevola invidia, visto con sospetto e con acrimonia, apertamente disprezzato, sottilmente deriso, e spesso, molto spesso, quasi sempre, viene sfruttato e gettato in pasto alla precarietà. I suoi diritti di lavoratore vengono calpestati perché non viene percepito come lavoratore, ma come sfaccendato fortunato che non sa cosa sia spaccarsi la schiena davvero… Spaccarsi la schiena… Insomma in questo paese sembra strano retribuire il lavoro intellettuale creativo.
La “Mit Technology Review”, l’autorevole rivista che si occupa di tecnologia e futuro del Massachusetts Institute of Technology, in una recente analisi riporta che nei prossimi vent’anni verrà automatizzato il 45% dei lavori oggi esistenti negli Stati Uniti (il resto del mondo occidentale seguirà a ruota) cominciando da trasporti, logistica e amministrazione.
I lavori nuovi saranno, secondo gli studi della Review, quelli che “richiedono empatia, creatività, capacità di negoziazione. Tutti campi che un’intelligenza artificiale non riesce a padroneggiare. I computer svolgono bene compiti anche complessi ma ripetitivi e dunque si salveranno i lavori manuali, dall’infermiere all’idraulico, che prevedono alti livelli di imprevedibilità e di variabilità ambientale, invece, per esempio, le case, le auto e in pratica qualsiasi altro oggetto potrebbero essere stampati in 3d in meno di un giorno da una macchina invece che costruite e da esseri umani. In questo scenario dovrebbe riuscire a cavarsela un po’ meglio chi ha un titolo di studio superiore, ma anche i mestieri intellettuali “non creativi”, sono a rischio, per lo meno quelli basati su routine ricorrenti che i computer possono replicare facilmente. Eppure, ripeto, in questo paese sembra strano retribuire il lavoro intellettuale creativo: cioè l’unico non automatizzabile.

Sapete tutti cos’è il plus valore? Sì, vero. No? Forse allora potreste sperimentare l’alchimia operata dal linguaggio nella trasmutazione  delle parole scritte in parole lette dando un’occhiata a certi passaggi di un certo filosofo, economista, storico, sociologo e giornalista tedesco perché il concetto di plus valore si può, e si deve, applicare anche al lavoro intellettuale perché chi scrive per lavoro è come ogni altro lavoratore, ha la sua dignità e i suoi diritti.

Per capire cosa faccia chi scrive per mestiere forse potremmo semplicemente parafrasare uno scrittore che se non si perdesse in cazzate sarebbe davvero un grande scrittore: Chuck Palahniuk e il suo più celebre romanzo, Fight Club: Continua a leggere

Addio Lugano bella

Ora che il referendum per impedire la libera circolazione dei cittadini svizzeri è passato, cercheremo di fare un po’ di chiarezza e calmare le acque. Eh, già cari cittadini europei, avete fatto la vostra scelta, sofferta, dibattuta, forse poco solidale e di dubbio gusto morale, ma l’avete fatta: ora gli svizzeri se ne staranno in Svizzera. Lo sappiamo che avete votato con un certo timore, con alcune remore e forse addirittura contro i vostri interessi, ma vediamo come possiamo fare per continuare la nostra vita europea a testa alta… Partiamo da uno dei punti cruciali della questione, da uno di quei punti per cui molti di voi, cittadini perplessi e propendenti al “no”, avete sollevato lo spettro della ritorsione da parte della Confederazione Elvetica: la cioccolata. Continua a leggere

Un inferno esatto quanto un verbale

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Pop Filosofia

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Vocabolario on line

Pop-filosofia (o Pop filosofia) loc. s.le f. Indirizzo di studi filosofici che mira ad applicare gli strumenti della tradizione speculativa ad ambiti e temi normalmente estranei a tali studi e, in particolare, alle varie espressioni della cultura e dell’intrattenimento di massa. ◆Una volta superato lo sconcerto che nasce dallo squilibrio fra l’oggetto studiato e il mezzo impiegato nella sua analisi, prestazioni critiche tanto brillanti e acute portano a dire che la Pop filosofia ha vinto la sua scommessa

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Zeitgeist Test Department: Esperimento # 3

Zeitgeist. Zeitgeist. Zeitgeist. End of test.