Chissà come si divertivano!

Nel 1951 un amico di Isaac Asimov gli chiese di scrivere un racconto breve per un giornale scolastico… 137 anni prima di quanto lo scrittore non avesse previsto ci siamo precipitati dentro.

Margie lo scrisse perfino nel suo diario, quella sera. Sulla pagina che portava la data 17 maggio 2157, scrisse: «Oggi Tommy ha trovato un vero libro!»

Era un libro antichissimo. Il nonno di Margie aveva detto una volta che, quand’era bambino lui, suo nonno gli aveva detto che c’era stata un’epoca in cui tutte le storie e i racconti erano stampati su carta.

Si voltavano le pagine, che erano gialle e fruscianti, ed era buffissimo leggere parole che se ne stavano ferme invece di muoversi, com’era previsto che facessero: su uno schermo, è logico. E poi, quando si tornava alla pagina precedente, sopra c’erano le stesse parole che loro avevano già letto la prima volta.

«Mamma mia, che spreco» disse Tommy. «Quand’uno è arrivato in fondo al libro, che cosa fa? Lo butta via, immagino. Il nostro schermo televisivo deve avere avuto un milione di libri, sopra, ed è ancora buono per chissà quanti altri. Chi si sognerebbe di buttarlo via?»

«Lo stesso vale per il mio» disse Margie. Aveva undici anni, lei, e non aveva visto tanti telelibri quanti ne aveva visti Tommy. Lui di anni ne aveva tredici.

«Dove l’hai trovato?» gli domandò.

«In casa.» Indicò senza guardare, perché era occupatissimo a leggere. «In solaio.»

«Di che cosa parla?»

«Di scuola.»

«Di scuola?» Il tono di Margie era sprezzante. «Cosa c’è da scrivere, sulla scuola? Io, la scuola, la odio.»

Margie aveva sempre odiato la scuola, ma ora la odiava più che mai. L’insegnante meccanico le aveva assegnato un test dopo l’altro di geografia, e lei aveva risposto sempre peggio, finché la madre aveva scosso la testa, avvilita, e aveva mandato a chiamare l’Ispettore della Contea.

Era un omino tondo tondo, l’Ispettore, con una faccia rossa e uno scatolone di arnesi con fili e con quadranti. Aveva sorriso a Margie e le aveva offerto una mela, poi aveva smontato l’insegnante in tanti pezzi. Margie aveva sperato che poi non sapesse più come rimetterli insieme, ma lui lo sapeva e, in poco più di un’ora, l’insegnante era di nuovo tutto intero, largo, nero e brutto, con un grosso schermo sul quale erano illustrate tutte le lezioni e venivano scritte tutte le domande. Ma non era quello, il peggio. La cosa che Margie odiava soprattutto era la fessura dove lei doveva infilare i compiti e i testi compilati. Le toccava scriverli in un codice perforato che le avevano fatto imparare quando aveva sei anni, e il maestro meccanico calcolava i voti a una velocità spaventosa.

L’ispettore aveva sorriso, una volta finito il lavoro, e aveva accarezzato la testa di Margie. Alla mamma aveva detto: «Non è colpa della bambina, signora Jones. Secondo me, il settore geografia era regolato male. Sa, sono inconvenienti che capitano, a volte. L’ho rallentato. Ora è su un livello medio per alunni di dieci anni. Anzi, direi che l’andamento generale dei progressi della scolara sia piuttosto soddisfacente.» E aveva fatto un’altra carezza sulla testa a Margie.

Margie era delusa. Aveva sperato che si portassero via l’insegnante, per ripararlo in officina. Una volta s’erano tenuti quello di Tommy per circa un mese, perché il settore storia era andato completamente a pallino.

Così, disse a Tommy: «Ma come gli viene in mente, a uno, di scrivere un libro sulla scuola?»

Tommy la squadrò con aria di superiorità. «Ma non è una scuola come la nostra, stupida! Questo è un tipo di scuola molto antico, come l’avevano centinaia e centinaia di anni fa.» Poi aggiunse altezzosamente, pronunciando la parola con cura. «Secoli fa.»

Margie era offesa. «Be’, io non so che specie di scuola avessero, tutto quel tempo fa.» Per un po’ continuò a sbirciare il libro, china sopra la spalla di lui, poi disse: «In ogni modo, avevano un maestro.»

«Certo che avevano un maestro, ma non era un maestro regolare. Era un uomo.»

«Un uomo? Come faceva un uomo a fare il maestro?»

«Be’, spiegava le cose ai ragazzi e alle ragazze, dava da fare dei compiti a casa e faceva delle domande.»

«Un uomo non è abbastanza in gamba.»

«Sì che lo è. Mio papà ne sa quanto il mio maestro.»

«Ma va’! Un uomo non può saperne quanto un maestro.»

«Ne sa quasi quanto il maestro, ci scommetto.»

Margie non era preparata a mettere in dubbio quell’affermazione. Disse:

«Io non ce lo vorrei un estraneo in casa mia, a insegnarmi.»

Tommy rise a più non posso. «Non sai proprio niente, Margie. Gli insegnanti non vivevano in casa. Avevano un edificio speciale e tutti i ragazzi andavano là.»

«E imparavano tutti la stessa cosa?»

«Certo, se avevano la stessa età.»

«Ma la mia mamma dice che un insegnante dev’essere regolato perché si adatti alla mente di uno scolaro o di una scolara, e che ogni bambino deve essere istruito in modo diverso.»

«Sì, però loro a quei tempi non facevano così. Se non ti va, fai a meno di leggere il libro.»

«Non ho detto che non mi va, io» si affrettò a precisare Margie. Certo che voleva leggere di quelle buffe scuole.

Non erano nemmeno a metà del libro quando la signora Jones chiamò:

«Margie! A scuola!»

Margie guardò in su. «Non ancora, mamma.»

«Subito!» disse la signora Jones. «E sarà ora di scuola anche per Tommy, probabilmente.»

Margie disse a Tommy: «Posso leggere ancora un po’ il libro con te, dopo la scuola?»

«Vedremo» rispose lui, con noncuranza. Si allontanò fischiettando, il vecchio libro polveroso stretto sotto il braccio.

Margie se ne andò in classe. L’aula era proprio accanto alla sua cameretta, e l’insegnante meccanico, già in funzione, la stava aspettando. Era in funzione sempre alla stessa ora, tutti i giorni tranne il sabato e la domenica, perché la mamma diceva che le bambine imparavano meglio se imparavano a orari regolari.

Lo schermo era illuminato e diceva: «Oggi la lezione di aritmetica è sull’addizione delle frazioni proprie. Prego inserire il compito di ieri nell’apposita fessura.»

Margie obbedì, con un sospiro. Stava pensando alle vecchie scuole che c’erano quando il nonno di suo nonno era bambino. Ci andavano i ragazzi di tutto il vicinato, ridevano e vociavano nel cortile, sedevano insieme in classe, tornavano a casa insieme alla fine della giornata. Imparavano le stesse cose, così potevano darsi una mano a fare i compiti e parlare di quello che avevano da studiare.

E i maestri erano persone…

L’insegnante meccanico faceva lampeggiare sullo schermo: «Quando addizioniamo le frazioni 1/2 + 1/4 …»

Margie stava pensando ai bambini di quei tempi, e a come dovevano amare la scuola. Chissà, stava pensando, come si divertivano!

Le quindici pietre del giardino zen: un esperimento di romanzo psichico collettivo

La miglior foto dell’anno è stata scattata
sulla spiaggia di Rimini da un drone,
un’intelligenza artificiale

 

Negli anni Settanta, William S. Burroughs e Brion Gysin avevano elaborato una teoria secondo la quale siamo tutti continuamente controllati dalla società tramite la politica, la cultura, la stampa, la televisione ecc. e dobbiamo riconquistare noi stessi attraverso un processo di decontrollo. Mai come in queste ore, in questi giorni, in queste settimane, la teoria di Burroughs e Gysin ci è sembrata più adatta a descrivere il tempo in cui viviamo, un tempo in cui il controllo fisico e psichico si è fatto più evidente e allo stesso tempo dolorosamente tangibile. Esco di casa e mi sento in colpa, esco di casa e mi guardo attorno. Ho portato la mascherina? No? Cosa penseranno di me? Devo proprio uscire? E se mi vedono? E se mi fermano? 

Gysin aveva inventato la dream machine, un cilindro luminoso che induce effetti psicotropi sulla mente di chi lo fissa. I social network ci sembrano, oggi più che mai, una nightmare machine che induce solo bad trip, e l’informazione di massa è la colonna sonora di questo viaggio andato a male. 

Mai come ora ci sentiamo bisognosi di decontrollo. Come ensemble narrativo nel corso di quasi due decenni abbiamo esplorato varie forme di scrittura collaborativa e di esperimenti letterari, tra cui i romanzi totali e i mosaic novel (sui quali però esercitavamo il controllo), ma quello che vi proponiamo oggi è un piccolo salto quantico. Lo potremmo definire un iperromanzo, ma ci piace pensare che si tratti di un romanzo psichico, di una meditazione narrativa, una pratica (kai) zen per esercitare il decontrollo. Per ricordarci che la “società” che ci controlla… be’, quella società in fondo siamo noi e in un momento cruciale come il presente dovremmo tenerlo a mente, per agire con consapevolezza adesso invece di subire per lamentarsi dopo. Ma visto che l’azione fisica è per forza di cose al momento limitata, e visto che il pensiero è azione, vi proponiamo queste quindici pietre su cui meditare. Non c’è nulla da scrivere, a meno che non lo vogliate. Mettete assieme i pezzi in ordine sparso (tutti, alcuni o meglio ancora nessuno) e costruite il vostro racconto mentale. È sufficiente riflettere. Non è certo poco.

Se, prima di cominciare, vi serve un kit di sopravvivenza, lo trovate qui.

Timothy Morton definisce gli iperoggetti come entità che hanno una dimensione spaziale e temporale tale da incrinare l’idea stessa di oggetto. Un iperoggetto è un’idea, ma al tempo stesso un oggetto concreto: riguarda tutti gli esseri umani da vicino, è connesso a tutte le nostre attività e agli oggetti con cui abbiamo a che fare, eppure è percepito come lontanissimo (Morton individua come esempio principale della sua riflessione il riscaldamento globale). Gli iperoggetti infestano il nostro spazio sociale e psichico, sono viscosi e si attaccano alle entità con le quali vengono in contatto. In questo senso anche un telefonino o un social network sono iperoggetti. Ne facciamo parte e per questo non riusciamo a osservarli. Sono troppo grandi per poterli cogliere nella loro dimensione e complessità. È come se un sub volesse abbracciare con lo sguardo l’Oceano con tutte le creature che lo abitano e le forze fisiche che lo animano. Da settimane siamo alle prese, più o meno consapevolmente, con un iperoggetto di cui riusciamo a cogliere solo alcuni frammenti. No, l’iperoggetto non è il coronavirus, quello è un frammento. Come lo è la quarantena. Era molto tempo che non sbattevamo il muso così duramente su un iperoggetto. È davvero complesso e gigantesco e non riusciamo a delinearne i contorni, avremo bisogno di tempo per coglierne vari – e comunque pochi – frammenti e di ancora più tempo per collegarli gli uni agli altri nel tentativo di dar loro un senso ‘umano’. Intanto possiamo provare a fare un po’ di fiction, forse non è molto ma nemmeno poco, ed è comunque un inizio. Ci sarebbe da scriverne un romanzo, anzi una saga di romanzi, ma vorremmo fare un piccolo esperimento e lasciare che siate voi a unire i puntini e a dipanare la matassa come meglio vi aggrada. Insomma, vorremmo ricreare in laboratorio lo spaesamento e l’orrore cosmico, vorremmo gettarvi in pasto un micro-iperoggetto fatto di frammenti. 

Il giardino roccioso del tempio Ryōan-ji a Kyoto si osserva da una terrazza di legno. Ogni visitatore camminando da un estremo all’altro può contare le pietre. Sono quindici, ma non c’è un solo punto dal quale sia possibile vederle tutte. La totalità è frammentaria ed è, soprattutto, una questione di prospettiva. Per quanto sia impossibile accedere al tutto è possibile comunque muoversi sulla terrazza e osservare tutte e quindici le pietre da angolature diverse e, forse, metterle in relazione. Il movimento è quindi una ricerca continua, un infinito domandarsi qualcosa di nuovo, sondando la complessità di quella che chiamiamo realtà nell’intrico delle relazioni in cui si definisce. In certi punti della terrazza, alcune pietre sono in primo piano, in certi altri non si vedono proprio. Ecco le nostre quindici pietre, a voi immaginare l’iper-romanzo o meglio quella che potremmo definire auto-(non)fiction in cui siamo immersi.

Le pietre:

  1. Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley e 1984 di George Orwell sono collassati l’uno sull’altro… Huxley scriveva: “Ci sarà in una delle prossime generazioni un metodo farmacologico per far amare alle persone la loro condizione di servi e quindi produrre dittature, come dire, senza lacrime; una sorta di campo di concentramento indolore per intere società in cui le persone saranno private di fatto delle loro libertà, ma ne saranno piuttosto felici.”
  2. Il riscaldamento globale scioglie le calotte polari: patogeni, virus, batteri preistorici si liberano nell’aria.
  3. La classe dirigente è spaesata, inerme ma allo stesso tempo avida e spregiudicata.
  4. L’industria bellica continua a prosperare, mentre, negli ultimi decenni la spesa sanitaria ha subito un taglio sempre più sistematico e drastico.
  5. La politica risponde recitando dei rosari in TV. 
  6. Diventa più evidente che il capo politico funzionale a questi tempi è il padre padrone, nelle sue diverse ma complementari declinazioni di padre saggio e comprensivo o di padre burbero e rude che maltratta noi bambini per il nostro bene o, infine, di Grande Fratello (vedi la pietra 1). 
  7. La stampa diffonde paura e senso di colpa. È colpa dei cittadini se il virus non si ferma, non  di chi ha smantellato il sistema sanitario pezzo per pezzo.
  8. Molti cittadini, abituati al bipensiero (vedi la pietra 1), sono controllati e controllori. La psicopolizia di Orwell affianca la polizia.
  9. La clausura alimenta il liberismo globale, si sacrifica la privacy e si santifica la Silicon Valley (il metodo farmacologico, vedi la pietra 1, è la rete). La nuova droga sono sempre più i social network.
  10. Gli ultimi decenni hanno visto l’accelerazione tecnologica più vertiginosa di tutti i tempi. L’intelligenza artificiale ci ha superato ampiamente, non capiamo cosa faccia e perché lo faccia. Le transazioni di borsa, le sperimentazioni farmaceutiche, le previsioni meteo, il riconoscimento facciale, i big data, la sorveglianza… Algoritmi che non comprendiamo, ma che regolano le nostre vite.
  11. Si officiano riti con serpenti e pipistrelli. Ci si ciba della loro carne. È una notizia falsa creata da un algoritmo? La tecnologia più avanzata evoca riti ancestrali.
  12. Aumenta a dismisura il tempo da dedicare alla riflessione su noi stessi e sul mondo, o semplicemente per fare quello che dicevamo sempre di non avere tempo di fare. Non lo facciamo lo stesso, perché non riusciamo a proiettarci oltre i tempi della quarantena, della immediata prossima tappa imposta, al di là della quale non ci si riesce a immaginare. La capacità di concentrazione delle persone è ormai minima, rarefatta e si addensa solo sulla prossima necessità di minuto mantenimento.
  13. In clausura c’è chi ha perso il lavoro e chi lo perderà, in clausura ci sono le famiglie di chi invece è costretto ad andare in fabbrica rischiando di infettarsi e di infettarle quando rientra in nome della produttività, in clausura ci sono donne in compagnia dei loro carnefici, ci sono malati, depressi, sordociechi che non possono toccare nessuno e sono piombati in una clausura ancora più devastante, autistici la cui routine è stata fatta saltare in aria come una diga che non serve più, tossici in preda a crisi devastanti, carcerati senza alcun diritto perché tanto è lo stesso. La clausura ha ridotto l’inquinamento (anche se non abbastanza, vedi la pietra 15), orsi, delfini, daini, ecc. tornano ad abitare i luoghi da cui erano scomparsi. In clausura c’è la criminalità organizzata e chissà cosa fa e come sfrutta il momento. In clausura ci sono io e ci siete voi. Ma chi siamo davvero?
  14. Siamo cyborg a tutti gli effetti, gli smartphone sono sempre con noi e sono sempre connessi. Abbiamo demandato loro la nostra capacità di ricordare come fossero memorie esterne in cui archiviamo gigabyte di foto, appunti, conversazioni, canzoni, numeri di telefono che non riusciamo più a ricordare, li usiamo per orientarci nello spazio, per studiare, per informarci, per capire se un ristorante ci piacerà senza aver assaggiato nulla, per fare delle operazioni matematiche, per eccitarci e per divertirci. Demandiamo tutto agli algoritmi, dalle fantasie sessuali al percorso per tornare a casa. Il flusso dei nostri pensieri scorre assieme a quello di miliardi di altri utenti creando un inconscio collettivo digitale che alimenta l’intelligenza artificiale (nel racconto “La risposta” di Fredric Brown viene costruito il computer più potente dell’universo. Può risolvere qualsiasi quesito e quando gli viene chiesto se Dio esiste risponde: sì, ora esiste»).  La società più egoista della storia ha rinunciato all’individualismo perché è stata assimilata a forza da una sorta di collettività Borg.  La nostra soglia d’attenzione si è ridotta a pochi secondi, poco più di quella di un pesce rosso, possiamo concentrarci giusto il tempo di leggere un annuncio pubblicitario e passare al successivo.  Come scrive Byung–Chul Han, la digitalizzazione smonta la realtà. La realtà la si esperisce tramite la resistenza, che può anche far male. La digitalizzazione, tutta la cultura del mi piace, elimina la negatività della resistenza. E nell’epoca post–fattuale delle fake news o dei deep fake nasce un’apatia nei confronti della realtà. Ora il virus reale, quindi non informatico, scatena uno shock. La realtà, la resistenza, torna a farsi sentire nella forma di un virus ostile. La reazione di panico violenta ed esagerata va ricondotta a questo shock di realtà.
  15. Internet consuma il 7% dell’energia elettrica mondiale ed emette tonnellate di CO2 nell’aria.  La CO2, divorando l’ossigeno, ci rende più stupidi. I video e i meme sul coronavirus aumentano vertiginosamente il consumo di risorse e contribuiscono al riscaldamento globale, che è un iperoggetto che fatichiamo a comprendere, nel frattempo le nostre capacità cognitive diminuiscono e aumenta il nostro bisogno di informazioni inutili, di intrattenimento e di serotonina da like. I gattini ci stermineranno.

 Come cantavano i God Machine: stare into your Dream machine: see what you see but don’t say that you see it. 

Spegnete lo smartphone, staccate internet, sedetevi comodi, chiudete gli occhi. Prendete un bel respiro… 

Carta da parati (Borghesi piccoli piccoli ai tempi del colera)

Pubblicato su Tempostretto

 

Tuuu bella e triste tuuu

La voce acuta di Gianni Bella riempiva l’incrocio deserto sotto i balconi di casa di Juri. Veniva fuori dalle casse di una Fiat Punto con la portiera sinistra aperta. Un signore col telefonino girava intorno all’auto riprendendola da ogni lato per chissà quale motivo.

Juri non tornava a casa da giovedì, quando lo aveva chiamato sua moglie, supplicandolo di fare attenzione, perché la situazione stava diventando pesante, il telefono squillava in continuazione ed erano quasi sempre giornalisti. Era pure apparsa una scritta di insulti e minacce sul muro davanti al loro portone. La “situazione” era cominciata una decina di giorni prima, quando in rete aveva preso a circolare una lista di nomi di persone che erano partite per la settimana bianca facendo scalo in un aeroporto della zona rossa poco prima del lock down completo del paese a causa del virus. Di ritorno non si erano autodenunciati alle autorità sanitarie come avrebbero dovuto, ma la cosa era venuta fuori lo stesso, e nel modo peggiore, perché uno dei gitanti si era ammalato, con tanto di ricovero d’urgenza, ed era risultato positivo al virus. Il fatto e la lista erano divenuti di dominio pubblico nel giro di un post, condiviso migliaia di volte. Il nome di Juri era su quella lista.

Se n’era accorto quando avevano cominciato a tempestarlo di telefonate amici e parenti chiedendogli se stesse bene e che cosa gli fosse venuto in mente di andare in vacanza sulla neve proprio in mezzo a tutto il casino scoppiato per la pandemia. Juri li aveva rassicurati tutti: lui in settimana bianca non c’era andato, non ci aveva nemmeno pensato, in realtà. Su Facebook dicono di sì, gli avevano risposto, ci sono pure le fotografie. Juri non aveva l’account Facebook e così gli avevano inviato su Whatsapp la foto che un suo conoscente teneva sui suoi profili social senza che nemmeno lui lo sapesse: abbracciati in tuta da sci con un rifugio dietro le spalle. Ma sono state scattate l’anno scorso! aveva protestato. Niente da fare, non c’era stato verso, anche perché il suo amico, al viaggio incriminato, aveva partecipato davvero. Ormai il tam tam era partito e lui era stato additato insieme a tutti gli altri come untore, irresponsabile, idiota viziato membro della casta che comanda da sempre in città. Massoni-porci-figlidipapà-larovinadiquestopaese. Da più di due mesi la gente non poteva uscire se non per buttare la spazzatura, approvvigionarsi e far pisciare il cane ed era in piena e costante crisi di nervi, anche più del solito. Il signore col telefonino e l’auto da cui Gianni Bella cantava a manetta invece sembrava tranquillo, come se tutta quella storia, il virus, le migliaia di morti, la quarantena a tempo indefinito ordinata dal governo, non lo riguardasse affatto. Fischiettava, riprendeva fantasmi col telefonino e fumava. Juri non ne era stupito, lo conosceva di vista e sapeva che non ci stava tanto con la testa da quando qualche anno prima aveva perso un figlio. Leucemia, gli sembrava di ricordare.

Negli ultimi giorni, Juri aveva dormito in negozio: lo teneva chiuso proprio da giovedì e aveva una branda nel retrobottega, ma non ne poteva più di rimanere confinato lì dentro con la saracinesca abbassata nutrendosi di merendine. Stavolta Carla, sua moglie, sempre per telefono, si era mostrata più serena, i giornalisti non chiamavano più, la scritta minacciosa era stata cancellata. Del resto lui aveva parlato con l’azienda sanitaria, con il comune e anche con un sostituto procuratore della Repubblica incaricato dell’istruzione dell’indagine. Che lui non c’entrasse nulla era evidente, quantomeno agli inquirenti istituzionali. Per il popolo della rete il discorso era diverso, gente che credeva alle sirene, alla Terra piatta, alle catene di sant’Antonio su Whatsapp avrebbe di certo diffidato di una smentita circostanziata, perché puzzava di complotto, di depistaggio dei servizi segreti, di gruppo Bilderberg e di chissà cos’altro. E comunque anche se in settimana bianca a quel giro non c’era andato, altre volte invece sì, quella gente la frequentava, era uno di loro e il fatto che stavolta avesse avuto fortuna non lo emendava per nulla. Era feccia anche lui, tanto quanto quegli azzimati sciatori figli del privilegio. Feccia con le Hogan ai piedi e il giubbotto Invicta di tessuto tecnico.

Sentirsi moralmente superiori agli altri, proprio a quegli altri che fino a un momento prima erano in cima alla scala sociale, alla catena alimentare, e poterglielo sbattere in faccia in pubblico, con la stessa sfottente arroganza che solo ieri era stata prerogativa di quelli, era una tentazione troppo grande. Del resto, cos’altro c’era da fare in città per il momento?

Ci sarebbe voluto del tempo per convincere tutti che Juri non aveva niente a che vedere con quella storia, e con molti non ci sarebbe stato verso, sarebbero rimasti arroccati sulle loro convinzioni. Gli bruciava,  ma doveva farsene una ragione.

Aveva preso un sacchetto della spazzatura riempiendolo di tutti i resti dei suoi pasti frugali degli ultimi giorni e si era messo in strada dopo le sei e mezza, al primo imbrunire. Dal negozio a casa c’era un chilometro e mezzo e col sacchetto avrebbe dato meno nell’occhio, a patto di non avvicinarsi troppo ai cassonetti. Fino a lì le pattuglie della polizia municipale non lo avevano fermato e nemmeno quelle militari, né era stato additato dagli zelanti guardiani condominiali spesso appostati ai balconi. Ormai era sotto casa. Prima di avvicinarsi al portone si diresse, questa volta sì, ai cassonetti situati sul lato meridionale della piazza sulla quale sbucava la strada. In prossimità, vagolavano curiosi membri di una umanità varia e bizzarramente abbigliata. Un vecchio signore con un completo magenta a scacchi, papillon a pois e scarpe inglesi con sopra ghette bianche chiuse da bottoni neri si avvicinava reggendo il suo sacchetto di immondizia sul pomello intarsiato del bastone da passeggio. Una cinquantenne in tubino nero di velluto, smalto viola alle unghie lunghissime e mascherina chirurgica sul volto aveva appena depositato il suo sacchetto e si stava già allontanando, battendo rapida i tacchi alti sul marciapiede. Un giovane, bardato di sciarpa di seta nera stretta intorno alla faccia e inguainato in una tuta di foggia militare sempre nera tipo NOCS, teneva davanti a sé un robusto guinzaglio di cuoio e si comportava come se all’estremità ci fosse un cane, schioccava la lingua sul palato e mormorava Buono Achille, buono… ma attaccato al gancio non c’era niente.

Juri aveva rallentato per rispettare la distanza di sicurezza mentre il signore anziano aveva gettato il suo involto con uno scatto secco del polso per liberarlo dall’impugnatura del bastone. Il ragazzo col guinzaglio però non aveva avuto la stessa prontezza di Juri nel rallentare. Appena il signore si era voltato, accortosi della vicinanza, aveva cominciato a sbraitare: “Tenga quella bestiaccia lontana dalle mie ghette o la denuncio!”

Il ragazzo non si era scomposto: “Achille è buonissimo. È lei invece che finirà per sputarmi addosso, la smetta.” Il vecchio si era allontanato senza rispondere.

Juri aveva lanciato il sacchetto da dove si trovava, per non rischiare, e si era diretto di nuovo verso casa. In giro non c’era più nessuno, a parte il tipo della Fiat Punto. Rovistare in tasca fino a riconoscere al tatto la sagoma delle chiavi era un gesto talmente abituale fino a pochi giorni fa, che ritrovarlo gli diede una sensazione di conforto, di sicurezza per un lampo di quotidianità riemersa dal buio. Ma poi tornò il buio.

Non si puòòò moriiire deeentrooo E morendo me ne andaaaiiiii

Juri si svegliò in preda a un mal di testa fiammeggiante. La nuca gli pulsava e aveva la bocca impastata. La stanza era in penombra, ma non gli sembrava affatto casa sua, anzi non gli sembrava di averlo mai visto, quel posto. Alle pareti c’era una carta da parati a fiori arancione orrenda e un mobile scuro in fondo, forse un tavolo o una credenza, da dov’era steso non riusciva a capire bene. Fece leva sui gomiti per alzarsi, ma qualcosa lo trattenne. Abbassò lo sguardo: una cintura lo stringeva all’altezza del torace, tenendolo fermo. Man mano che diventava più lucido, nuovi particolari inquietanti si delineavano. Provò a muovere le mani e le gambe, ma era impossibile perché erano fasciate da giri e giri di nastro adesivo telato che gli bloccavano gli arti. Dimenandosi avvertì sulla schiena il disegno sottile e puntuto della struttura su cui era disteso. Una rete nuda da branda, con ogni probabilità. L’aria era satura di fumo stantio, e Gianni Bella a tutto volume imperversava ancora. Essere consapevole dell’odore dell’ambiente, lo indusse a respirare con la bocca, e fu allora che il panico gli si scatenò nel cervello come una muta di cani impazziti e latranti. Aveva il nastro adesivo anche sulle labbra.

Il ritmo cardiaco ebbe un’impennata e Juri andò in iperventilazione per qualche minuto, gli occhi appannati dalle lacrime e la gola secca come una cava di pomice. Passò un tempo che non avrebbe saputo definire, anche perché la canzone continuava ad andare in loop. Ci vollero dieci o forse quindici ripetizioni di quel ritornello perché recuperasse un’oncia di lucidità, ricordandosi in che occasione, di recente, aveva sentito quella canzone.

La fiamma di un accendino balenò alla sua sinistra. L’uomo della Fiat Punto aspirò un’ampia boccata della sigaretta, premette qualcosa sullo schermo del suo telefonino e glielo puntò addosso. Poi cominciò a parlare con voce sommessa. Era in canottiera, seduto accanto a lui.

“Siamo in diretta Facebook. Te lo dico perché devi capire, sai. È importante se capisci prima… Tu e tutti gli altri, è importante. Eravamo così contenti quel pomeriggio, io e Filippuccio mio, ma sai come? Eeehhh, contentissimi. Da quando ci era arrivata quella diagnosi tremenda tra capo e collo non avevamo avuto neanche un minuto di luce, capisci? Come se ci si fosse chiuso un coperchio sopra, e vagavamo a tentoni, cercando un interruttore che non c’era. Non è che fino ad allora la vita ci avesse trattato bene, insomma, mia moglie mancata quando Filippuccio era piccolo e tutto il resto, ma vabbè, non ci lamentavamo. Poi però anche quella bastardata della leucemia dio non ce la doveva fare, no. E invece sì, ce l’aveva fatta. Comunque te la faccio breve. Mesi di terapia, mesi a trattarlo come una porcellana, come un cristallo delicatissimo, come un fiore da innaffiare con due gocce, non troppa luce né troppo poca, aria sì ma vento no, mollichina a mollichina e alla fine il dottore aveva sorriso. Me lo avevano dimesso, guarito. Ancora debole, ma con un altro poco di pazienza tutto andava a posto. E passa una settimana, e passano due settimane e passano tre e quattro e dieci settimane e tutto va bene e noi ci rilassiamo e ce ne andiamo al cinema, che c’era Guerre Stellari e a lui gli piaceva tanto. Spettacolo delle quattro così c’è meno gente, però c’erano tanti bambini che tossivano e tiravano su col naso e io mi preoccupo e penso che forse è meglio se ce ne andiamo ma il dottore aveva detto che potevamo, e avevamo bisogno di normalità e allora rimaniamo. Filippuccio passa due ore sereno, finalmente, anche se ogni colpo di tosse di quei bambini di merda per me è una coltellata, ma perché non se li tengono a casa i genitori, dico io? Ma in fondo il motivo è lo stesso mio e di Filippuccio: per avere due ore di serenità, tanto a chi vuoi che faccia male un colpo di tosse? E te lo dico io a chi… Due settimane dopo Filippuccio era di nuovo ricoverato con la polmonite, e non è più uscito. Capisci quindi perché, lo capisci, testa di cazzo perché non te ne dovevi andare in vacanza e di certo non te ne dovevi andare in giro dopo?”

Juri avrebbe voluto urlare che lui non c’era, che lui non c’entrava niente, ma quello non avrebbe ascoltato e comunque il cerotto gli impediva di parlare. Quando arrivò la prima martellata non poté far altro che mugolare. In attesa della seconda, si voltò verso la parete con quegli assurdi fiori arancioni. Gli vennero in mente le ultime parole di Oscar Wilde, chissà dove le aveva lette: “O se ne va quella carta da parati o me ne vado io.”

 

Primum mobile pestilenziale

da “Tra le ceneri di questo pianeta” di Eugene Thacker.

thacker-cover-preview-700x1100-1“L’anonimo e blasfemo pronome «esso» ha un ruolo centrale anche nell’ermeneutica delle epidemie e delle pestilenze. I modi in cui concettualizziamo i disastri tradiscono, in genere, una profonda ansietà. Che alcuni disastri siano «naturali» mentre altri no, implica l’esistenza di un’ipotetica linea di confine tra disastri che possono essere prevenuti (e dunque controllati) e quelli che invece non possono. Qualcosa di simile accade per le malattie infettive, a eccezione del fatto che l’agenzia, o l’attività, dietro questo tipo di «disastro biologico» passa attraverso gli esseri umani stessi – nei corpi, tra i corpi e attraverso le reti globali di transito e di scambio che danno forma al corpo politico. Negli Stati Uniti, il duplice apparato concettuale composto dalle «malattie infettive emergenti» (dovute a cause naturali) e della «biodifesa» (legata a cause artificiali) va a mascherare una militarizzazione generale della salute pubblica.. Dal momento in cui diventa sempre più difficile distinguere tra un’epidemia e un attacco con armi biologiche, i rapporti di ostilità vengono interamente ridefiniti. La minaccia non proviene più da una nazione nemica o da un gruppo terrorista, ma diviene di per sé biologica; la stessa vita biologica si tramuta in un nemico assoluto. La vita si trasforma in un’arma contro la vita stessa, originando una sorta di angoscia ambientale nei confronti del dominio biologico.

Sebbene sia ormai consuetudine considerare le epidemie alla luce dei dibattiti post-teoria dei germi sui confini «autoimmunitari», vi è un problema fondamentale, articolato all’interno della concettualizzazione premoderna dell’epidemia e della pestilenza, laddove biologia e teologia sono costantemente intrecciate attraverso i concetti di contagio, corruzione e contaminazione. Una delle principali preoccupazioni dei cronisti della Morte Nera riguardava proprio la causalità, e come tale causalità andasse interpretata in relazione alla sfera del divino.

Mentre la Morte Nera si propagava per tutta l’Europa medievale, il tema del «Dio adirato» ricorreva in diverse cronache, sia di finzione che non. È un elemento chiave nel Decameron di Boccaccio e uno dei temi di Pietro l’Aratore, nonché la base di tutto un sottogenere di pamphlet sulle epidemie apparsi in Inghilterra. Questi sono a loro volta ispirati alle piaghe bibliche, le più note delle quali sono quelle d’Egitto, quando Dio inviò dieci «piaghe» al fine di persuadere il faraone egiziano a liberare il popolo ebraico. In questo caso le «piaghe» includono malattie epidemiche ma anche fiumi le cui acque si tramutano in sangue, sciami di insetti, tempeste e un’eclisse. Un riferimento ancora più diffuso tra le cronache della Morte Nera, è di tipo apocalittico: il Libro della Rivelazione, con la sua densa e complessa simbologia, narra di «sette angeli» inviati per dispensare «sette piaghe» da «riversare» sull’umanità in qualità di giudizio divino; ancora una volta, le «piaghe» spaziano dalle malattie contagiose alle deformità del bestiame, dalle condizioni meteorologiche alla distruzione di città.

In ciascuno di questi esempi si può individuare un elemento chiave: quello di un sovrano divino che sotto forma di giudizio e/o di castigo invia – o meglio emana – una qualche forma di vita miasmatica indissociabile dalle categorie di putrefazione, decomposizione e morte. Ciò che è interessante notare a proposito dei concetti premoderni di epidemia e pestilenza non è solo questo costante sconfinamento tra “tra biologia e teologia, ma la profonda instabilità propria a questi due concetti. Nelle cronache della Morte Nera il morbo sembra essere una «cosa» dotata di vita propria, quasi-vitalizzata, ma anche qualcosa in grado di diffondersi attraverso l’aria, il respiro umano, gli abiti e i possedimenti, e persino tramite una semplice occhiata. Come osserva uno dei primi cronisti: «Un uomo infetto può estendere il veleno ad altri, infettare persone e luoghi, anche solo per mezzo dello sguardo”

“La tentazione è quella di interpretare l’ermeneutica medievale dell’epidemia e della pestilenza come una forma di neoplatonismo, ossia come una forza soprannaturale emanante da un nucleo divino. D’altro canto, questa interpretazione richiederebbe un’idea di relazione patologica tra Creatore e creature, un’idea di sovrano divino che emana se stesso tramite una diffusione miasmatica della putrefazione. Tuttavia, in questo caso, a essere emanata non sarebbe l’attività creatrice, ma, all’opposto, una sorta di de-creazione che andrebbe a occupare un posto nel processo che Aristotele denomina di «scomparsa» (composto da malattia, decadimento e decomposizione)” “Questo strano tipo di vita, che pare emanare da un Uno neoplatonico e diffondersi attraverso la vita delle creature, non può essere pienamente compreso senza prendere in considerazione un altro fattore. Assieme a quello del Dio adirato, nei resoconti medievali di epidemie e pestilenze c’è un altro tema comune e altrettanto vario: quello che vede nel morbo un’arma divina. Il sovrano divino non si limita a dispensare il giudizio: trasforma la vita stessa in un’arma – la vita patologica delle «piaghe» – e la indirizza contro la ” “vita terrena delle creature, esse stesse un prodotto della volontà divina.

Probabilmente, questo tema ha le sue radici nell’antichità: in Esiodo, ad esempio, vediamo Zeus vendicarsi di Prometeo, inviandogli in «dono» Pandora, la portatrice di piaghe; allo stesso modo, l’Iliade si apre con un Apollo adirato, impegnato a scagliare «frecce» di piaga sugli eserciti degli uomini, per punirli delle offese recate agli dei. E vi sono anche esempi più mondani. A questo proposito, uno molto noto è la pratica medievale di catapultare i cadaveri. La prima scena di questo tipo si ha nel XIV secolo a Caffa, avamposto commerciale italiano sul confine settentrionale del Mar Nero. In un’occasione, le continue schermaglie tra mercanti italiani e autoctoni musulmani, condussero questi ultimi a catapultare cadaveri contaminati al di là delle mura fortificate dei primi.

Tutto ciò sembrerebbe suggerire che la teologia politica della pestilenza non sia una questione di disattivazione, o di «fortificazione». O meglio: lo è, ma solo fino a un certo punto. Perché le proprietà pervasive, diffusive e circolatorie della pestilenza – di questa «cosa» o «evento» che è al tempo stesso un’emanazione divina e una fonte di caos sociale e politico – fanno emergere una più complessa problematica sul “sul potere sovrano: come tenere sotto controllo la pervasività della pestilenza senza perdere il controllo della pervasività della popolazione.

Dai testi di Boccaccio, Chaucer o Langland, non è chiaro se la causa dei disordini sociali e politici sia la pestilenza stessa, o se essa vada piuttosto a coincidere con queste contagiose fantasie di caos totale. Ci troviamo insomma nella strana situazione in cui la pestilenza – essa stessa soprannaturalmente causata da un potere divino sovrano e fondamentale – sollecita tutta una serie di misure eccezionali da parte di un sovrano terrestre di secondaria importanza, di modo da riuscire a contenere il caos imminente e pervasivo occasionato dalla pestilenza, la quale è a sua volta emanata dalla divina sovranità fondamentale: il primum mobile pestilenziale, per così dire.”

 

Avviso ai nuovi arrivati

Sicché vi siete convinti che il clima sta cambiando e che c’abbiamo le pezze al culo, in qualità di Sapiens su questo pianeta… Bravi.

Finalmente.

Benvenuti.

Mi sa che è stata la notizia che Miami affonda per prima, o Rotterdam. O le Maldive. O dove cazzo di altro vi piace andare. O forse vi ha convinti l’influencer del momento, la celebrity, la pop star.

Piutost che nient l’è mei piutost.

Ora, nessuno qui si illude che ci sia da adesso in poi più coerenza, intelligenza, integrità in quello che facciamo. Ma figuriamoci. Però se volete davvero darvi un tono in giro o suoi social, e dire OMG la casa brucia! …e fra poco toccherà alle nostre chiappe, PERCHè TOCCHERà ALLE NOSTRE CHIAPPE, perlomeno trastullatevi con questi quattro o cinque suggerimenti. PERLOMENO. Altrimenti andate a cagare proprio:

  • basta viaggi aerei a cazzo, così giusto per far il tick, per mettere la bandierina, per avere la tariffa ridicola che poi manco sapete dove andate e, quando ci siete, dove siete veramente. Fatene uno ogni tanto di ‘sti viaggi se proprio proprio e non rompete i coglioni sul ‘viaggiare, viaggiare… sto bene solo quando viaggio’ – MALE! Devi imparare invece a stare bene ogni giorno, mica fare il countdown di mesi per un patetico weekend tra commissioni, controlli body scan e ritardi abominevoli
  • basta cazzo-di-aria-condizionata. Hai capito? Basta. Finish. Game Over. Hai caldo? Arrangiati. Quella merda di aria del cazzo distrugge la gola e il pianeta. Deve essere abolita. E non rompere i coglioni, vesti leggero e non ti agitare. Bevi. Fatti un bagno. CAVATELA
  • Butta nel cesso l’auto e non usarla mai più. Niente scuse. Tutte cazzate. Gira a piedi, in bici, coi mezzi, ma soprattutto a piedi. Basta inventarsele di ogni, e le bottiglie di plastica (VADE RETRO), e l’esame della nonna, e mio figlio aggiudo, e di qua, e di là. Ma vai a cagare stronzo/a. Stai inquinando il pianeta e la mia brutta faccia, solo perchè sei un paraculo auto-dipendente
  • basta comprare cibo che arriva dall’altra parte del globo. Basta mirtilli dal Cile. Noci dal Sudafrica. Mele dalla Polonia! E tutto perchè vogliamo a tutti i costi la maggior quantità di cibo di merda al minor prezzo del cazzo. Bravi. Bella stronzata. Siamo il paese dove si mangia meglio al mondo e nella distribuzione la fanno da padroni lidl, carrefour ecc. con le loro porcate impostrici. Mica solo loro eh? Ma tu quando prendi un prodotto guarda da dove viene, no? Se ha fatto 5.000 chilometri fai il favore: mettilo giù. Non comprarlo mai più. Scommetti che se succede spesso quel prodotto poi non c’è più? Una banana ogni tanto ti è concessa, ma non di più
  • crociere manco a parlarne, non sto neanche a snocciolare

Dai cazzo almeno questo, ambientalisti della domenica.

Un po’ di sale in zucca.

Un po’ di amor proprio.

 

\m/

Truck Driver – ascolta un cretino. Tuttora la serie più toga dell’internettio: https://kaizenology.wordpress.com/category/truck-driver/

Marco Felder è vivo, voi siete morti

4539900-9788817139892-285x424Non potevano esimerci dal parafrasare Philip K. Dick visto che parte il mini tour di TUTTA QUELLA BRAVA GENTE nelle librerie UBIK.

Martedì 8 ottobre alle 18 da Ubik in via Irnerio 27 a Bologna con Alex Boschetti

Giovedì 10 ottobre alle 18 da Ubik in via Grappoli 7 a Bolzano con Nicoletta Rizzoli

Venerdì 11 ottobre alle 18 da Ubik in via dei Tintori 22 a Modena con Francesco Rossetti

 

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Tutta quella brava gente

Compagni, cittadini, fratelli, partigiani…

TUTTA QUELLA BRAVA GENTE è in libreria!

Da quasi un decennio riposava nel nostro cassetto un romanzo. 
Jadel e Guglielmo lo hanno cominciato quasi per gioco. Volevamo scrivere un giallo, uno di quelli classici che più classici non si può e ambientarlo a Bolzano. 

Lo hanno abbozzato, ma poi la vita li ha portati altrove, fino a quando qualche anno fa lo hanno ripescato dagli archivi. Hanno tenuto l’ambientazione, i personaggi, una parte di trama e buttato alle ortiche gran parte della classicità. Giallo è giallo, per carità, ma come al solito si sono fatti prendere la mano e gli sono scappate alcune ibridazioni selvagge. Le hanno tenute a bada, ma non è stato semplice.  

Oggi, dopo una vicenda editoriale che ha sorpreso noi per primi, quel romanzo approda finalmente in libreria per i tipi di RIzzoli. Il dinamico duo lo ha firmato con lo pseudonimo  Marco Felder. Uno nom del plume scelto quasi (quasi. eh) per caso che se no quelli del marketing si suicidavano, ma dietro quel nome da campione di slittino del Liechtenstein ci sono loro due al 100%: i vostri amichevoli : Kai Zen : di quartiere o meglio 2/4 di : Kai Zen :.

Il titolo? Già, il titolo… Quelli del marketing avevano da dire anche su quello e si sono battuti fino allo stremo per un classico titolo “un qualcosa di qualcosa”, avente presente? Be’, per una volta abbiamo lasciato che si suicidassero e abbiano optato per “Tutta quella brava gente” che riprende la citazione in esergo presa da una canzone di Nick Cave & the Bad Seeds che ci ha ispirato una parte della storia: Jubilee Street.

Se avete voglia di leggere un giallo poco ortodosso ambientato nella “ridente” cittadina di Bolzano, oggi è un buon giorno per andare in libreria.
In ottobre e novembre saremo in giro per la penisola a presentarlo: stay tuned.
PS il romanzo naturalmente è in copyleft.


All those good people down on Jubilee Street
They ought to practice what they preach
Here they are to practice what they preach
Those good people on Jubilee Street

 

via “Cronache dalla polvere”

L’orizzonte degli eventi

iNel 2017, dopo tre piani quinquennali, quattro romanzi totali, due romanzi, un blog, presentazioni in giro per il mondo, simposi, conferenze, workshop, reading sonorizzati e azioni di guerriglia narrativa pensavamo che la missione fosse terminata. L’esperienza : Kai Zen : ci sembrava avesse esaurito le sue possibilità. Dai primi esperimenti in rete siamo tornati in strada, alla penna abbiamo preferito voce, basso, chitarra, batteria e i libri degli altri. Tre lustri sono tanti, le nostre vite sono cambiate radicalmente da quel fatidico 18 febbraio del 2002 che ha sancito la nascita dell’amichevole ensemble narrativo di quartiere, ma proprio mentre la tentazione di scrivere un “comunicato” sulla fine delle ostilità si faceva sempre più impellente, lo spirito dei tempi ci ha messo i bastoni tra le ruote. Non faremo la differenza, ne siamo consapevoli, ma non ci piace l’indifferenza. Raccontare storie è una responsabilità, prima di tutto verso chi ci sta vicino, verso i nostri figli, le persone che amiamo, gli amici, i compagni di viaggio, la comunità di lettori che ci ha seguiti fin qui e verso le persone che ci hanno sostenuto e aiutato a farlo. 

Non sappiamo cosa diventerà : Kai Zen : né se continuerà a chiamarsi così o chi ne farà parte. Sappiamo però che la fiamma che ha animato le nostre narrazioni negli ultimi diciassette anni non si è mai sopita, come non lo ha fatto la nostra voglia di condividerle. Le cose cambiano, ma subire il cambiamento non ci è mai piaciuto. Preferiamo andare i direzione ostinata e contraria, essere da un’altra parte quando tutti ci pensano in un determinato spazio tempo. Siamo fuoriluogo, siamo quasiparticelle, mettiamo il culo in mezzo alle pedate. Abbiamo scritto romanzi ibridi, piegato i generi, cercato l’etica nell’estetica e viceversa, spalancato le porte della nostra umile officina. Quando tutto sembrava destinato a venire ingoiato da un buco nero, abbiamo pensato che in fondo sull’orlo del buco nero è passato solo un decimo di secondo dal big bang. Guardarsi indietro era questione di un battito di ciglia, mentre davanti a noi c’era l’orizzonte degli eventi. Non era più necessario terminare la missione, non era nemmeno più necessaria la missione. Ci bastavano la passione, la morale e il cielo stellato. È così che nell’anno del Signore 2019 ha visto la luce il mosaic novel, il romanzo a mosaico, un’altra ibridazione, un’altra sbandata, un’altra direzione. Il primo frutto di questo nuovo corso si chiama Cronache dalle Polvere, lo ha pubblicato Bompiani, è firmato Zoya Barontini e il 28 di giugno lo presentiamo a Bologna. Non è uno sguardo sul passato anche se racconta del passato, non è uno sguardo sul futuro, anche se è destinato a un pubblico giovane. È una narrazione nata sull’orlo del buco nero, qui e ora. 

 

 

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Il coming-out di un razzista (riflessioni al margine di un burrone)

Una volta mi sottoposero una specie di test in forma di storiella. Sei un naufrago alla deriva su una zattera, insieme ai tuoi due figli. Quello piccolo è debolissimo, ne ha per poche ore, e sai per certo che i soccorsi non arriveranno prima di molti giorni. Hai acqua ma non cibo e anche tu e il figlio più grande siete allo stremo, per cui se non trovi una soluzione morirete tutti e tre di fame. Cosa fai? La soluzione razionale (quella che all’epoca almeno mi prospettarono come tale) è la più orrenda: uccidi il figlio piccolo e debole, dallo da mangiare all’altro e cibatene anche tu. Perché mi è venuta in mente questa storia riflettendo sulla situazione politica e sociale delle ultime settimane? Ci arrivo gradualmente, per ora andiamo avanti, che sulla zattera torneremo dopo.

La deriva ormai evidente della politica, quella che per intenderci è tetramente animata da protagonisti che indulgono in motti come prima gli italiani, America first, aiutiamoli a casa loro e insomma, per farla breve, tutta la politica che fa convergere il massimo dei propri apparenti sforzi nel promuovere e soprattutto nel propagandare posizioni sovraniste e misure che dovrebbero salvaguardare il paese di turno (che sia l’Italia, gli USA, l’Ungheria) dalla piaga dell’immigrazione incontrollata, e ciò erigendo muri, sollecitando respingimenti, stipulando patti innominabili con regimi impresentabili, è, a mio avviso, solo in parte frutto della generalizzata crisi economico-finanziaria mondiale. La ragione di questa che potremmo, per semplificazione, definire svolta reazionaria è dovuta, a parer mio, soprattutto alla riscoperta – da parte di molti leader parvenu che sono sciaguratamente finiti al comando negli ultimi anni (e non può certo essere un caso) – di due giocattoli vintage con i quali in passato ci si è spesso baloccati. Il razzismo e il fascismo.

Grazie, si dirà, bella scoperta che hai fatto, Salvini è razzista e lo sono i suoi elettori. Non proprio. Per quanto ne so, Salvini e altri leader del suo calibro (e risparmio la battuta) potrebbero pure non esserlo, razzisti, ma di sicuro sono dei cinici opportunisti che, in quanto tali, hanno compreso che dare una svolta di matrice razzista e fascista alla propria immagine pubblica paga in termini di consenso. La moneta cattiva, nell’odierno agire politico, ha scacciato quella buona ed ecco allora che molti leader vellicano i bassi istinti degli elettori, danno loro a intendere che non c’è niente di male ed è anzi sacrosanto prendersela con chi è diverso e spingerlo anche in malo modo fuori dal nostro “spazio vitale”. Ogni volta che Salvini recita la parte del maschio alfa con le sue mezze citazioni di sapore fascisteggiante, come non mollo, noi tiriamo dritto, me ne frego, è come se girasse la manovella di un registratore di cassa elettorale: più fa il bullo nazi, più il campanellino del registratore suona e più voti entrano. Qualcuno una volta disse, più o meno, “Non temo il fascismo in sé ma il fascismo in me” (forse Enzesberger o Longanesi o forse nessuno dei due, non sono bravo con le citazioni); ecco, Salvini e gli altri come lui quel fascismo invece di temerlo lo sfruttano.

Però aspetta, si potrebbe dire, tu metti insieme razzismo e fascismo, ma mica sono la stessa cosa. No infatti, non sono la stessa cosa, ma sono insiemi comunicanti. Razzista, nell’accezione che uso io, è chi prova fastidio verso persone di etnie diverse dalla propria, un fastidio che viene spesso razionalizzato come dovuto a una generica minaccia identitaria, economica e di ordine pubblico (io non sono razzista ma questi arrivano qua e delinquono e poi non abbiamo le risorse per occuparcene e poi insomma l’Italia dovrebbe essere degli italiani ecc.). Sono scuse. Motivazioni date a posteriori per giustificare il proprio disagio verso chiunque abbia un aspetto fisico diverso dal nostro, in particolare per africani e magrebini (il tono cromatico della pelle conta). L’idea che ci debbano vivere accanto, che potrebbero addirittura pensare di accoppiarsi con nostra figlia ci è insostenibile.

Parte tutto da qui, dal razzismo. Il fascismo arriva dopo, è la giustificazione ideologica dell’istinto razzista. Un credo politico e, ancor di più, un’attitudine, uno stile di vita, un modo di rapportarsi, che gli italiani conoscono bene. Una sintassi fatta di attivismo, vero o presunto (noi agiamo, facciamo i fatti, gli altri parlano), fatta di prove di forza e compiaciuta violazione dell’etichetta del dialogo con eventuali oppositori (alzare la voce, usare linguaggio inappropriato, troncante, irridente e spesso offensivo). La strategia prediletta consiste nell’alterare i piani logici di un normale dibattito democratico per sottrarsi al confronto e avere buon gioco sulla distanza breve (non rispondere a tono a una critica argomentata, attaccando personalmente chi la formula, è ormai diventato il protocollo di riferimento: quelli che governavano prima devono stare zitti perché è tutta colpa loro, i francesi devono pensare ai danni che ha fatto il loro colonialismo, il presidente della Commissione Europea che critica la nostra politica finanziaria è un ubriacone, quelli che chiedono la restituzione dei 49 milioni di euro di finanziamenti illeciti della Lega devono badare ai loro guai giudiziari invece di parlare, eccetera). Ma sopra ogni altra cosa, il fondamento della vulgata fascista è la personificazione del Male, del Pericolo, dell’Avversario attraverso la rappresentazione dell’Altro. L’Altro è il diverso. Il diverso è il nemico, l’origine dei nostri mali viene da fuori, dallo straniero, che mina la nostra identità, la nostra economia, la nostra armonia, la nostra salute, la nostra stirpe. Questo non lo dicono espressamente, ma il messaggio è chiaro: caro povero maltrattato elettore italiano, non è colpa tua, la situazione di sfacelo in cui ti trovi non dipende dalle tue incapacità e debolezze, ma è colpa loro. LORO!

Per i 5 stelle l’Altro prima erano i politici al governo, i potenti corrotti e stupidi, ma adesso al governo ci si sono insediati loro. E infatti Beppe Grillo, che nei suoi spettacoli di pochi anni fa promuoveva a spron battuto l’accoglienza di tutti i migranti, adesso ha invertito la rotta. Una cosa è strappare l’applauso in teatro e ben altra guadagnare voti. Per la Lega un tempo l’Altro erano i meridionali fannulloni che minavano la produttività del magnifico Nord-Est, ma adesso i voti dei meridionali servono per diventare primo partito. Lo spauracchio da agitare per serrare le fila dell’elettorato dunque è presto servito. LORO sono gli immigrati, anche se, per rendere la pillola più dorata, ce la si prende con i “mercanti di uomini” che portano gli immigrati qui, le ONG, quelli che lucrano riempiendoci il paese di poveracci, oppure si additano gli altri paesi europei che non si prendono le loro responsabilità, che affossano la nostra economia, che incrementano la criminalità del nostro paese, e poi per forza che la brava gente reagisce.

Si può obiettare con dati alla mano che la crisi sistemica italiana (e non solo italiana) non dipende certo dagli immigrati e che questi non incidono affatto sulla mancata ripresa economica; si può dimostrare che la criminalità è in diminuzione e non in aumento; si può rilevare che un paese in costante calo demografico come il nostro potrebbe avvantaggiarsi dei nuovi arrivi invece di temerli; si può osservare che tutta ‘sta brava gente che reagisce non è brava manco per niente. Si può, sì, ma è inutile e Salvini e i suoi cloni lo hanno capito benissimo. Alla gente non gliene frega niente dei dati oggettivi, perché dopo molto tempo ha finalmente sentito l’odore del sangue, il richiamo dell’istinto. E l’istinto, quando ti senti in difficoltà (anche se sono difficoltà che dipendono da tutt’altri motivi), ti porta a volere solo una cosa: chiuderti nel tuo giro ristretto. Gli altri sono il male, gli altri ci invadono, ci rubano, ci sottraggono le risorse e dunque se ne devono andare, con le buone o con le cattive.

Nessuno è immune da comportamenti e automatismi del genere. Magari esprimiamo il nostro razzismo dirigendolo verso qualcun altro, non esponenti di etnie e nazionalità diverse ma semplicemente persone che hanno abitudini, trascorsi e attitudini diverse dalle nostre. Io devo ammettere di nutrire pregiudizi verso chi non ha un livello di istruzione decente e non se ne preoccupa, il mio è un razzismo intellettuale ma l’aggettivo non lo rende certo più carino. E altri pregiudizi li nutro ancora verso persone cresciute in determinate zone della mia città che ritengo degradate e che do per scontato abbiano un influsso negativo sul livello di civiltà di chi le abita e nelle sue strade impara i primi rudimenti della socialità (un razzismo classista e topografico, in questo caso, e anche qui gli aggettivi non attenuano e non migliorano). Provo pure intolleranza, sospetto e fastidio verso chi professa con dedizione assoluta (che io ritengo eccessiva) il proprio credo confessionale (razzismo religioso).

E forse in fondo sono razzista anch’io in senso classico, perché ogni tanto il dubbio mi striscia dentro, anche se non lo pronuncio ad alta voce: non è che con tutti questi immigrati poi va a finire che le mie condizioni di vita e quelle della mia famiglia peggioreranno? Non è che hanno ragione i pentaleghisti? Magari è vero che se continuiamo ad accoglierli gli altri paesi europei continueranno a fregarsene e noi rimarremo col cerino in mano. Allora può essere una buona cosa che ci siano questi quattro pupazzi razzisti al governo, così gli sbarchi diminuiscono e io sto più tranquillo, continuando a parole a far finta di essere un pacato e aperto cosmopolita di sinistra. Quasi quasi…

Chiunque si guardi dentro con un grano di onestà penso possa riuscire a individuare il proprio razzismo personale. Nessuno è immune dalle approssimazioni e dai comportamenti miopi ed egoistici cui ci induce l’istinto di sopravvivenza, ma nessun istinto e nessuna pseudo razionalizzazione di quell’istinto dovrebbe distoglierci dal ricordare che siamo esseri umani e che questo comporta un dovere morale verso tutti gli altri esseri umani, un dovere che, soprattutto davanti alla tragedia delle migliaia di uomini donne e bambini in balia del mare perché in fuga da violenza, miseria e orrore, dovrebbe imporci di scegliere ciò che è giusto e non ciò che è (o può sembrare) utile a noi e ai nostri vicini.

Per tornare alla storiella dell’inizio, cibarci dei nostri figli, darli in pasto ai loro fratelli, trasformandoli in cannibali, quand’anche ci facesse vivere qualche giorno in più, ci lascerebbe sopravvissuti in un mondo che non vorremmo abitare, mutati in esseri che non saremmo mai voluti diventare.

Con questa moraletta finale un po’ pelosa che a rileggerla, mi rendo conto, fa venire il latte alle ginocchia, non vorrei dare l’impressione di formulare un appello altruistico, ma piuttosto esprimere una preoccupazione concreta, egoistica e personalistica. Quando si rinuncia alla propria umanità, si finiscono con l’accettare cose inaccettabili. Quando si apre il vaso di Pandora degli istinti più bassi e li si fa passare per legittime istanze di un popolo stremato, si mette in moto un meccanismo pericoloso, un meccanismo che non si può poi arrestare a piacimento. Quando la crisi di un’economia (intendo l’economia mondiale) si trascina ormai da più di dieci anni e non pare avere alcuna soluzione che non sia quella di cambiare del tutto sistema economico, ma in un panorama in cui non si vedono all’orizzonte sistemi economici alternativi, l’unica soluzione per riavviare forzatamente il ciclo è la guerra. Qualunque guerra. Se l’economia non funziona e non puoi sostituirla con un’altra, radi tutto al suolo e ricostruisci. Le guerre non mancano mai, ma quelle in corso evidentemente non bastano e sono troppo lontane. È proprio il presagio di questa distruzione che mi spinge a parlare, perché l’unico modo per evitarla ritengo sia mantenere alta la sensibilità. Non è altruismo, il mio, è paura condita da un pizzico di riflessione.

Siamo razzisti e forse questa cosa non si può cambiare. Però attenti, perché come dice quel buon vecchio saggio di Marilyn Manson: “Ognuno è il negro di qualcun altro.”

Guglielmo Pispisa (Kai Zen g)