Gens Italica

A grande richiesta, pubblichiamo anche qui il racconto di Natale di Kaizen g uscito sul blog Resistenze in Cirenaica. Buon 2017.

matrimoni-misti-italia-coloGens Italica

Il tenente Lorusso fissava lo sguardo spiritato nello specchio del bagno. Il rado ciuffo, che nei momenti di forma migliore gli rendeva meno avvilente la calvizie e in quelli di più ardito ottimismo fascista lo convinceva di avere ancora i capelli, stavolta si ergeva arruffato e triste sulla sommità del cranio. Si asciugò entrambe le mani con cura sul cotone rigato della canottiera tesa sul ventre gonfio, poi avvicinò il volto alla propria immagine riflessa. Uno schiocco risuonò come una scudisciata rimbalzando sull’intonaco delle quattro pareti raccolte della stanza. La florida guancia destra gli si tinse dell’impronta scarlatta delle dita.

“Buon Natale minchione.” Continua a leggere

Scampoli dal nostro romanzo perduto

shiva-19Nel buddismo, che lui praticava in modo personale e sincretico con altre confessioni, non è importante chi sei o cosa vuoi, perché il fine è il distacco, il non essere, il non volere. Secondo Sai Swami, però, prima di potersi allontanare dal fardello di ciò che si è e si vuole, bisogna prima capirlo, esserlo, volerlo, ottenerlo. E solo dopo allontanarsene, buttarlo via, anzi, lasciarlo indietro. Durante il nostro primo incontro mi aveva parlato di Shiva, la divinità indù, e non lo aveva fatto per caso. La sua convinzione, che poi diventò anche la mia, è che la mia natura sia quella di distruttore. Distruggere è il mio talento innato. Il mestiere che mi sono scelto ne costituisce una prova evidente. A differenza di Shiva, che distrugge per alimentare il ciclo dell’esistenza, il ruolo di distruttore che esercitavo era sterile, perché finalizzato a scopi meschini, alla mera indulgenza verso le debolezze umane. Distruggevo per il denaro, per il potere, per fini politici, per sottrarmi a ricatti. Probabilmente anche il semplice fatto di avercelo, un fine, bastava a corrompere la pura essenza del mio ruolo. Fosse anche stato un fine meritorio come la pace nel mondo (e certo non lo era) non avrebbe mutato la sostanza del mio errore. Io ero un distruttore e dovevo esserlo nel senso più completo e indipendente. Distruggere per distruggere, essere parte integrante e consapevole del divenire dell’universo. Portare la morte perché da essa potesse tornare a generarsi la vita. Il che, in termini più prosaici e concreti, stava a significare che da quel momento avrei distrutto tutto e tutti e non solo in un senso, non in favore di qualcuno e a discapito di qualcun altro. Avrei distrutto il distruggibile, fino a bruciarmi dietro i ponti, fino anche a segare il ramo sul quale stavo seduto. Perché no, in fondo? Perché non bruciare tutto e stare a godere lo spettacolo delle fiamme?
Da quando ho compreso tutto questo, sono diventato quello che già ero, ma non sapevo di essere. Il Cardinale oggi ha un nuovo spirito e un nuovo nome. Chi mi conosce davvero, oggi mi chiama Prem Satien.

Di nuovo sul Delta

Kai Zen live @ VAG 61

INCONTRO CON GUGLIELMO PISPISA (“Voi non siete qui” e oltre)

INCONTRO CON GUGLIELMO PISPISA (“Voi non siete qui” e oltre).

Il lato B del cinema (articolo scritto da J per ICON nell’ottobre del 2014)

La piccola bottega degli orrori

La piccola bottega degli orrori

Il traffico su Slauson Avenue scorre pigro. Una Ford Sedan del ’48 nuova di zecca è in panne a ridosso del marciapiede. L’aria di mezzogiorno è rovente, l’autista si ripara sotto una palma e si tampona la fronte con un fazzoletto. Si guarda attorno in cerca di un telefono. Per qualche istante l’ingegnere alla finestra dell’ufficio della U.S. Electrical Motors incrocia il suo sguardo smarrito. In fondo è semplice perdersi a Los Angeles.

Il ventilatore ruota sul suo asse e fa uno scatto, la cadenza gli ricorda il pendolo del racconto di Poe che ha letto prima di arruolarsi in marina: inesorabile, sul punto di squarciare il petto di un prigioniero legato. Le schiene dei colleghi sono chine sulle scrivanie, le camicie striate di sudore. Il ventilatore ronza e scatta. È giovedì, l’ingegnere ha cominciato a lavorare lunedì. L’uomo della Sedan è ancora là. Fa davvero caldo. Un altro scatto. Uno sguardo alle carte impilate che lo attendono. Alla fine il prigioniero del racconto si libera e, anche se la cella comincia a restringersi e a spingerlo verso un pozzo senza fondo, si salva all’ultimo istante. L’ingegnere, prima di passare due anni sotto le armi e finire in quell’ufficio, ha studiato a Stanford e per passione si è occupato di cinema per il giornale universitario. Lancia un’ultima occhiata oltre il vetro: l’uomo si è deciso, attraversa le sei corsie che lo separano dall’altro lato della strada e va verso una casa bassa. Anche l’ingegnere si è deciso, attraversa il corridoio e va verso l’ufficio del capo. “Ho commesso un terribile errore.”

Quando esce dall’edificio non ha più un lavoro, eppure l’aria torrida di L.A. non gli è mai sembrata così dolce. Passa accanto alla Ford, si specchia nel lunotto, il sorriso sulle labbra. Roger Corman ha ventidue anni, ancora non lo sa, ma è destinato a scrivere una pagina sorprendente della storia del cinema.

Mezz’ora di auto più a nord, la commissione McCarthy è a caccia di spie sovietiche. Il Senatore è convinto che Hollywood sia un covo di rossi. Le indagini si fanno serrate tra liste nere ed epurazioni. Quando Roger trova lavoro alla 20th Century Fox come addetto alla posta, registi, attori e sceneggiatori sono al centro del mirino. È un impiego come un altro, ma è un impiego nel mondo del cinema. E mentre le liste crescono tra il silenzio degli studios e le delazioni tra colleghi, l’ingegnere comincia a fare carriera. In fondo è semplice ritrovarsi a Los Angeles. Continua a leggere

Voi non siete qui

copertina Voi

Comincia con la messa on line del blog www.voinonsietequi.it il “conto alla rovescia” per la pubblicazione del mio nuovo romanzo, “Voi non siete qui” (Il Saggiatore) in tutte le librerie d’Italia dal 4 settembre. Qui la quarta di copertina. Nel blog, che va in costante aggiornamento, citazioni da “Voi non siete qui”, carrellate fotografiche dei luoghi citati, una “playlist” di musiche, recensioni, commenti e varie altre amenità.

Ecco qui sotto come introduco il libro per i visitatori del blog.

Grazie per l’attenzione

Guglielmo Pispisa (Kzg)

Walter è una contraddizione. Un avvocato quasi benestante che passa metà del tempo a compiangersi e il resto a massaggiarsi l’ego, secondo l’abitudine acquisita durante una riparata, passiva esistenza borghese.

Desidera sopra ogni cosa essere considerato un signore. Ma non per educazione, è solo che gli manca il coraggio di mandare a quel paese la gente. Preferisce il compromesso all’impegno. Si considera uno scettico, e poi va nel panico se il suo nome non è in lista a un ricevimento. Si dice disgustato di sé, ma la debolezza di carattere per cui si biasima è solo il sintomo di un più vasto cedimento morale. Afferma di non piacersi, eppure non fa altro che guardarsi.

Walter è meschino, è misogino, è un vanesio con la sindrome di inferiorità, è sessista, razzista, classista, insensibile, tutto con molta naturalezza, nemmeno se ne accorge. È postmoderno: scambia l’autoindulgenza per consapevolezza. Disprezza i suoi concittadini con le Hogan ai piedi e le borse Vuitton, ma si deprime a comprare vestiti ai grandi magazzini. È come me, come te, come tutti. Come tutti si crede speciale, come tutti crede che non toccherà a lui pagare. Fino a che gli sarà concesso di crederlo.

In questo romanzo ho fatto tutto quello che, secondo le regoline della scrittura creativa, non si dovrebbe, quello che fin qui ho sempre evitato. Ho raccontato una storia ordinaria, banale, dal punto di vista di un protagonista verboso e digressivo. Ambientata a Messina, un luogo antinarrativo per eccellenza. Ho finto di attingere a dati materiali della mia vita, prendendo un po’ in giro la moda dell’autofiction (che poi c’è sempre stata, anche quando nessuno la chiamava autofiction). Me ne sono infischiato di preferire il mostrare al dire, anzi più volte ho detto quando avrei potuto mostrare. Ho espresso pareri, giudizi, sentenze per bocca del narratore, invece di lasciare che il lettore si facesse un suo parere. Ho usato uno dei due finali che mai si dovrebbero usare. Perché ho fatto tutto questo? Sulle prime pensavo di fare semplicemente uno sberleffo, quasi fregandomene che fosse un testo destinato ai lettori e a un mercato. Ho fatto quello che lì per lì mi andava di fare.

Poi mi sono accorto che non era così, che era anzi vero il contrario. Al lettore ho dato fiducia, per una volta non l’ho trattato come un bambino scemo a cui porgere col cucchiaino. Ho creduto in lui, nella sua capacità di arrangiarsi, nella sua intelligenza, nella furbizia che, spero, lo inducano a non dare per buono quel che gli racconta il narratore, a guardare un poco oltre, fino a vedere quello che il narratore non dice, perché nemmeno lo sa.

Guglielmo Pispisa

 

Here’s a transcript of a letter by Ray Bradbury, courtesy of Letters of Note.

 

June 10, 1974

Dear Brian Sibley:

This will have to be short. Sorry. But I am deep into my screenplay on SOMETHING WICKED THIS WAY COMES and have no secretary, never have had one..so must write all my own letters..200 a weekl!!!

Disney was a dreamer and a doer..while the rest of us were talking ab out the future, he built it. The things he taught us at Disneyland about street planning, crowd movement, comfort, humanity, etc, will influence builders architects, urban planners for the next century. Because of him we will humanize our cities, plan small towns again where we can get in touch with one another again and make democracy work creatively because we will KNOW the people we vote for. He was so far ahead of his time it will take is the next 50 years to catch up. You MUST come to Disneyland and eat your words, swallow your doubts. Most of the other architects of the modern world were asses and fools who talked against Big Brother and then built prisons to put us all up in..our modern environments which stifle and destroy us. Disney the so-called conservative turns out to be Disney the great man of foresight and construction. Continua a leggere

Esse est percipi (Borges y Bioy Casares)

Jorge Luis Borges

Jorge Luis Borges

“Viejo turista de la zona de Nuñez y aledaños, no dejé de notar que venía faltando en su lugar de siempre el monumental estadio de River. Consternado, consulté al respecto al amigo y doctor Gervasio Montenegro, miembro de número de la Academia Argentina de Letras. En él hallé el motor que me puso sobre la pista. Su pluma compilaba por aquel entonces una a modo de Historia panorámica del periodismo nacional, obra llena de méritos, en la que se afanaba su secretaria. Las documentaciones de práctica lo habían llevado casualmente a husmear el busilis. Poco antes de adormecerse del todo, me remitió a un amigo común, Tulio Savastano, presidente del club Abasto Juniors, de cuya sede, sita en el Edificio Amianto, de avenida Corrientes y Pasteur, me di traslado. Este directivo, pese al régimen doble dieta a que lo tiene sometido su médico y vecino doctor Narbondo, mostrábase aún movedizo y ágil. Un tanto enfarolado por el último triunfo de su equipo sobre el combinado canario, se despachó a sus anchas y me confió, mate va, mate viene, pormenores de bulto que aludían a la cuestión sobre el tapete. Aunque yo me repitiese que Savastano había sido otrora el compinche de mis mocedades de Agüero esquina Humahuaca, la majestad del cargo me imponía y, cosa de romper la tirantez, congratulélo sobre la tramitación del último goal que, a despecho de la intervención de Zarlenga y Parodi, conviertiera el centro-half Renovales, tras aquel pase histórico de Musante. Sensible a mi adhesión al once de Abasto, el prohombre dio una chupada postrimera a la bombilla exhausta, diciendo filosóficamente, como aquel que sueña en voz alta:
-Y pensar que fui yo el que les inventé esos nombres.
-¿Alias? -pregunté, gemebundo-. ¿Musante no se llama Musante? ¿Renovales no es Renovales? ¿Limardo no es el genuino patronímico del ídolo que aclama la afición?
La respuesta me aflojó todos los miembros.

-¿Cómo? ¿Usted cree todavía en la afición y en los ídolos? ¿Dónde ha vivido, don Domecq?

En eso entró un ordenanza que parecía un bombero y musitó que Ferrabás quería hablarle al señor.

-¿Ferrabás, el locutor de la voz pastosa? -exclamé- ¿El animador de la sobremesa cordial de las 13 y 15 y del jabón Profumo? ¿Estos, mis ojos, le verán tal cual es? ¿De verás que se llama Ferrabás?

-Que espere -ordenó el señor Savastano.

-¿Que espere? ¿No será más prudente que yo me sacrifique y me retire? -aduje con sincera abnegación.

-Ni se le ocurra -contestó Savastano-. Arturo, dígale a Ferrabás que pase. Tanto da…

Ferrabás hizo con naturalidad su entrada. Yo iba a ofrecerle mi butaca, pero Arturo, el bombero, me disuadió con una de esas miraditas que son como una masa de aire polar. La voz presidencial dictaminó:

-Ferrabás, ya hablé con De Filipo y con Camargo. En la fecha próxima pierde Abasto, por dos a uno. Hay juego recio, pero no vaya a recaer, acuérdese bien, en el pase de Musante a Renovales, que la gente sabe de memoria. Yo quiero imaginación, imaginación. ¿Comprendido? Ya puede retirarse.

Junté fuerzas para aventurar la pregunta:

-¿Debo deducir que el score se digita?

Savastano, literalmente, me revolcó en el polvo.

-No hay score ni cuadros ni partidos. Los estadios ya son demoliciones que se caen a pedazos. Hoy todo pasa en la televisión y en la radio. La falsa excitación de los locutores, ¿nunca lo llevó a maliciar que todo es patraña? El último partido de fútbol se jugó en esta capital el día 24 de junio del 37. Desde aquel preciso momento, el fútbol, al igual que la vasta gama de los deportes, es un género dramático, a cargo de un solo hombre en una cabina o de actores con camiseta ante el cameraman.

-Señor, ¿quién inventó las cosas? -atiné a preguntar.

-Nadie lo sabe. Tanto valdría pesquisar a quién se le ocurrieron primero las inauguraciones de escuelas y las visitas fastuosas de testas coronadas. Son cosas que no existen fuera de los estudios de grabación y de las redacciones. Convénzase, Domecq, la publicidad masiva es la contramarca de los tiempos modernos.

-¿Y la conquista del espacio? -gemí.

-Es un programa foráneo, una coproducción yanqui-soviética. Un laudable adelanto, no lo neguemos, del espectáculo cientifista.

-Presidente, usted me mete miedo -mascullé, sin respetar la vía jerárquica-. ¿Entonces en el mundo no pasa nada?

-Muy poco -contestó con su flema inglesa-. Lo que yo no capto es su miedo. El género humano está en casa, repatingado, atento a la pantalla o al locutor, cuando no a la prensa amarilla. ¿Qué mas quiere, Domecq? Es la marcha gigante de los siglos, el ritmo del progreso que se impone.

-¿Y si se rompe la ilusión? -dije con un hilo de voz.

-Qué se va a romper -me tarnquilizó. -Por si acaso, seré una tumba -le prometí-. Lo juro por mi adhesión personal, por mi lealtad al equipo, por usted, por Limardo, por Renovales.

-Diga lo que se le dé la gana, nadie le va a creer.

Sonó el teléfono. El presidente portó el tubo al oído y aprovechó la mano libre para indicarme la puerta de salida.”
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Esse est percipi (Jorge Luis Borges & Adolfo Bioy Casares)

Jorge Luis Borges

Jorge Luis Borges

“Esse Est Percipi” is a short story on football and the perception of reality by Jorge Luis Borges and Adolfo Bioy Casares (from the anthology Perfect Pitch: Dirt. edited by Marcela Mora Y Araujo & Simon Kuper)

A football fan is amazed to find that the games he listens to on the radio are a figment of someone’s imagination.

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As an old roamer of the neighbourhood of Nunez and thereabouts, I could not help noticing that the monumental River Plate Stadium no longer stood in its customary place.

In consternation, I spoke about this to my friend Dr Gervasio Montenegro, the full-fledged member of the Argentine Academy of Letters, and in him I found the motor that put me on the track. At the time, his pen was compiling a sort of Historical Survey of Argentine Journalism, a truly noteworthy work at which his secretary was quite busy, and the routine research had accidentally led Montenegro to sniff out the crux of the matter. Shortly before nodding off, he sent me to a mutual friend, Tulio Savastano, president of the Abasto Juniors Soccer Club, to whose headquarters, situated in the Adamant Building on Corrientes Avenue near Pasteur Street, I hied. Continua a leggere