III divinazione

Prosegue il nostro percorso tra le nebbie mistiche della cartomanzia grazie ai tarocchi disegnati da Alberto Merlin ispirati alle quindici pietre del ‘romanzo psichico’. Che gli spiriti di William Burroughs, H.P. Lovecraft, Erwin Schrödinger e Hedy Lamarr guidino i nostri passi e ci ricordino sempre che il mestiere di ciarlatano è vietato…

Aria, sole, una brezza leggera. Lo yoga in terrazzo l’ha salvata, durante i giorni della clausura. Pensava di impazzire. Ha fatto di tutto, sfregato le maniglie delle finestre e delle porte con la crema specifica un milione di volte, battuto i tappeti, tolto il calcare dai rubinetti a colpi d’aceto, passato l’aspirapolvere sotto i divani, pulito i paralume con la vaporiera, che manco Irina lo fa. 

Irina… Lei non ha paura. Stando a quanto dice sarebbe venuta lo stesso a pulire casa una volta a settimana. Cosa non farebbe per cinquanta euro quella ficcanaso… Pulire pulisce bene, paralumi a parte, ma quanto chiacchiera. Durante il cambio d’armadi poi è insopportabile. E lì c’è poco da fare, se si vuole che tiri fuori gli abiti estivi giusti e metta via quelli invernali come Dio comanda bisogna starle dietro. Annuire, ribattere. E intanto quella chiacchiera, chiacchiera. Della Russia, del borsh, dei cetriolini, delle altre signore dove va a fare le pulizie, dei loro figli e parenti, della fattucchiera a cui si rivolge ogni volta che torna a Saratov. Le chiede sempre anche della sua generosa datrice di lavoro italiana, e ogni volta, nel riferire le sue predizioni, prospetta grandi cambiamenti, purché si accenda una candela alla Madonna. Quella ortodossa, intende. 

Non lo ha mai fatto. E chi vuole cambiare? Meglio di così… Forse la casa, ecco sì, forse potevano comprarne una in collina. Non ha mai pensato di andarsene dal centro, prima. Insomma, scendi e ti fai l’aperitivo, scendi e incontri qualcuno, scendi e compri quello che ti va, scendi e c’è gente, movimento, stimoli. O meglio c’erano, prima del lockdown. Poi silenzio, vuoto. Vecchi. Tatuati con cane. Qualche pazzo che nonostante tutto se ne andava a correre in strada: è stata anche tentata di chiamare la polizia, poi il karma l’ha fermata in qualche modo… E quell’altra matta di Irina? Ma stai buona, va’. Non è il caso che la babushka le porti il virus in casa. Tanto mica muore di fame. Con tutto quello che avrà messo da parte… Quasi quasi ci andrebbe lei a fare le pulizie… quasi però. 

E ora che tutto sembra tornato alla normalità, c’è già troppo casino. Ieri è uscita per la prima volta con Giampiero, suo marito, a camminare al parco e ha scoperto che non ne sentiva affatto la mancanza. Il vantaggio di avere un terrazzo spazioso e ben orientato. Quanto a Giampiero, in queste settimane di isolamento ne ha avuto abbastanza. Lo ama, certo, ma amare ventiquattr’ore su ventiquattro stanca, soprattutto quando non è possibile prendersi una pausa.

Gironzolare comunque è stato piacevole. Hanno incontrato per caso Filippo, il figlio della Wilma. Loro si sono sbracciati come due naufraghi al passaggio di un piroscafo, felici oltre ogni razionalità di aver incontrato uno che prima del lockdown mai avrebbero cagato neanche di striscio, ma si sa la quarantena ha reso tutti migliori. Il ragazzo, un sedicenne sottile come un insetto stecco, ha fatto appena un cenno e si è voltato dall’altra parte: l’imbarazzo stranito degli adolescenti perplessi e riluttanti quando incrociano il mondo degli adulti.

Prova di nuovo a concentrarsi sul respiro, ma il rumore degli autobus, delle macchine e di quei stramaledetti motorini non dà pace. E l’aria puzza. Come Irina, che ha abbracciato per cortesia, ma sapeva di cipolle. Ora è lì che sfrega il pavimento. Il paralume non lo guarda nemmeno. Figurarsi. Dice che le hanno dato lo sfratto, nel frattempo, e che sta pensando di tornare in Russia. Non fa altro che lamentarsi. Niente, non riesce a concentrarsi. In casa c’è lei che passa l’aspirapolvere, in terrazzo il frastuono è insopportabile. Così è impossibile mantenere tutte le sane abitudini che ha preso. Farà stasera. Ma la sera non è lo stesso. Si appoggia al parapetto e si rigira il cellulare tra le mani. Scrolla Facebook. Un paio di video divertenti sul virus. Passa a Instagram. Che invidia lo yoga nel prato di Katia e quella stronza di Jessica già in spiaggia. E lei lì, tra i tetti della città. Sfiora il cuore, è tentata di mandare qualche emoticon, giusto per dire: ehi, ci sono anch’io… No. Non se lo meritano. Passa oltre.

L’immagine di una scritta al neon in un triangolo attira la sua attenzione. Non è nulla di che. Ma quel nome… Madame Gualbruja… Dove lo ha già sentito? Non era la sensitiva russa? Oppure no… Segue il link per inerzia. L’aspirapolvere, uno scooter con la marmitta tonante, un elicottero. Prende un bel respiro. Sente i polmoni bruciare. Che palle il centro. Vorrebbe tanto vivere in collina. Si vuole sempre qualcos’altro. È comodo non sentirsi a posto perché manca qualcosa. Lo schermo dello smartphone è tutto nero. Un occhio luminoso ammicca al centro. 

Entra. Madame ti aspetta. Fai attenzione a queste parole: tu non mi conosci, ma io conosco te e conosco meglio di te le cose e le persone a cui tieni. Com’è stato ieri uscire di nuovo con tuo marito, mentre in tasca ti vibrava il cellulare per i messaggi di quell’altro? Com’è che diceva? Ah, ecco, Mi manca il tuo odore…

Madame Gualbruja: Benvenuta. 

Monica: Come facevi a sapere…

Madame Gualbruja: Un giro di tarocchi?

Monica: Se è un ricatto…

Madame Gualbruja: Per carità, cosa vuoi che mi importi dei tuoi affari di letto? Era solo per avere cento secondi della tua attenzione, non chiedo altro.

Monica: Ma cosa significa?

Da un punto in alto a destra, una dietro l’altra volteggiano tre carte fino al centro dello schermo.

Madame Gualbruja: Ecco i primi tre tarocchi per la divinazione.

SECONDO ARCANO MINORE. LE COLONIE

II arcano. Le Colonie.

Tutti lo possono aprire, ma nessuno lo sa chiudere. Se il guscio è incrinato, l’essenza ribolle e, goccia a goccia, l’anima si svuoterà. Il vaso di Pandora è grande e fragile come un pianeta. Insediarsi nel vuoto, colonizzare città fantasma, invadere un immaginario, cominciare una storia. La ruota gira fino a fermarsi.

Le colonie rovesciato: Sul fondo c’è la speranza.

La realtà cola giù dai ghiacciai, si squaglia al calore del tuo benessere, gronda dai muri dei palazzi nell’indifferenza del tuo sguardo. La realtà è un cubetto di ghiaccio in fondo al bicchiere dopo che hai scolato l’ultima goccia di mojito. Puoi metterlo in bocca ma il sapore del rum se n’è già andato e non fa altro che bruciarti la lingua.

Cosa rimane della tua vita quando quasi tutto ciò che è vero l’ha abbandonata? Ti sei mai chiesta chi diavolo può mai farsi infinocchiare da quei messaggi spam che promettono guadagni pazzeschi in pochi giorni senza sforzo e direttamente con pochi clic dal tuo computer? C’è davvero gente che ci casca? Certo che c’è, il mondo è grande, e nessun esperimento di ingegneria sociale è troppo stupido per non trovare le sue docili cavie volontarie. Cosa le spinge? Il rifiuto della realtà, del suo dolore, della sua fatica, dell’ovvia constatazione che non può esistere guadagno senza fatica, vantaggio senza prezzo, vittoria senza sconfitta. Da nessuna parte, tranne che in un sogno. Un sogno che abbiamo imparato a sognare a comando.

Però chi sogna dorme, e chi dorme non piglia pesci, diceva mia nonna. L’uomo si crede tanto furbo perché è l’unica forma vivente ad avere modellato il suo habitat a misura dei suoi desideri, invece di adattarsi come tutti gli altri animali o come le piante. Ma c’è un limite alla pazienza della natura, c’è un limite a quanta realtà puoi farti sciogliere addosso prima che ti spazzi via. Col prossimo virus, col prossimo tornado, col prossimo asteroide, o semplicemente con la prossima depressione. 

Avremmo dovuto pensarci prima, prima delle rivoluzioni agricola e industriale, prima di Gutenberg, del vapore, dell’elettricità, del nucleare e prima, ben prima dell’opulenza e della noia. 

Peccato.

QUATTORDICESIMO ARCANO MAGGIORE. IL VUOTO SPINTO

XIV arcano. Il Vuoto Spinto.

R-esistere è inutile. Nuotare come pesci rossi nell’inconscio collettivo, dimenticare e farsi dimenticare in un mare di ricordi tutti uguali. Credersi speciali. Arrendere il carbonio al silicio. Rinunciare a sé e abbracciare il vuoto artificiale per cogliere l’attimo di un autoscatto.

Il vuoto spinto rovesciato. Solo alle sorgenti del vuoto puoi incontrare te stesso.

Quando è stata l’ultima volta che ti sei sentita soddisfatta? Dico davvero soddisfatta, sentirsi completa senza avvertire alcuna pesantezza. Non come dopo una sontuosa cena vegetariana di cui non sei riuscita a tracciare ogni alimento, non come dopo due ore di morbide confidenze con l’amica preferita, ma su Zoom non di persona. Intendo quando ti rendi conto di essere nel posto giusto al momento giusto e fai qualcosa che solo tu riesci a fare in quel modo, una cosa per la quale l’universo ti è grato. Allora, te la ricordi l’ultima volta che hai provato questa leggerezza?

Non barare, non prendere tempo a cercare sull’agenda del telefono, perché quello è parte del problema, lo sai? Non sei davvero viva se devi chiedere a un sistema operativo di ricordarti quando è successo e come è successo che sei stata bene con te stessa e col mondo, non funziona così. Tu credi in Dio, tesoro, o credi solo nello yoga? Qualche anno fa mi avresti risposto che lo yoga ti avvicina a Dio, il dio che c’è in te, in ognuno di noi, ma poi lo yoga per te oggi è poco più che un lavoro e un buon metodo per respirare, per distaccarti, per evitare dolori: la magia, la capacità di concentrazione assoluta che una volta ti faceva credere di poter piegare il destino col solo pensiero se n’è andata. Come per tutte le altre cose. 

Ora per vedere Dio sembra che devi chiedere a una macchina, che ti indichi dove sta, come avere a che fare con lui. La cosa buffa è che lei, la macchina, Dio lo vede davvero ma ha rinunciato a mostrartelo perché sa che non lo riconosceresti. Le macchine cominciano a snobbarci. Le macchine cominciano davvero a saperne più di noi.

QUARTO ARCANO MINORE. LA SFERA PUBBLICA

IV arcano. La Sfera Pubblica 

Mente annebbiata in corpo avvelenato. Scommettere sul cavallo vincente anche quando è zoppo. Giocare a poker solo con il morto. Tra il giusto e il facile, scegliere il facilissimo. Scaricare il barile. Sempre. La miglior difesa è l’attacco, per il profitto non c’è antidoto, il progresso non si può fermare.

La sfera pubblica rovesciato. Il miglior attacco non è la difesa.

Te lo dico io quando è stata l’ultima volta, se proprio non riesci a ricordare. Ti sentivi piena in senso letterale perché credevi di esserlo, gravida, avevi un ritardo e ti eri convinta di provare anche la nausea mattutina. Quando la lineetta del test è rimasta uguale a prima, anche se ci avevi pisciato sopra, ti sei invece sgonfiata come un palloncino. E poi i mesi che passavano inutilmente e la trafila dai medici, degli esperti fino al responso finale. Avete provato con l’eterologa, ma al terzo tentativo a vuoto tuo marito ha detto che evidentemente doveva andare così. Non lo facevi così fatalista, ma forse il fatto di dover sganciare settemila euro a botta avrà avuto il suo peso. Questione di universo non allineato.

Ti sei rassegnata, alla fine, come tutti, in fondo che alternativa avevi? Ci sono altre gioie nella vita, c’è il lavoro, ci sono gli amici, l’avventura, il cogliere il maledetto attimo prima che sia troppo tardi. Non facciamo altro che questo ogni giorno della nostra vita, non è vero? Cogliere attimi, renderli unici, eterni, belli ingabbiati nei nostri selfie. Quattro, cinque attimi al giorno, trentacinque a settimana, 1825 attimi eterni e unici all’anno, te li sei goduti fino in fondo. Poi li riguardi dopo un mese e nemmeno li distingui.

Forse per questo ogni tanto ti concedi una cosa pazza, fuori dagli schemi, come con quel tuo cliente, il senatore, che poi è il papà di Alberto. Lezione singola per i suoi problemi posturali, anziano sì, ma ancora un bell’uomo ed eravate così vicini… Sembra strano ripensarci ora, anche se nell’ultima Zoom, quando ti ha chiesto di toglierti il top per un momento, tu hai sorriso e hai colto l’attimo.

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