Archivio per la categoria 'Ispirarsi alla storia'

Ispirarsi alla storia….

Un moto d’istinto mi spinge a tralasciare per una volta fatti che sono già storia per altri accadimenti che  faranno la storia un giorno, domani. Ed è proprio a qualcuno nel futuro che ho intenzione di lasciare due brevi videoclip come testimonianza dell’attuale situazione italiana con la speranza che un giorno lontano in qualche archivio mediatico, questo signor Qualcuno li possa ripescare. E se dopo averli visti la sua reazione sarà una grassa e piena risata allora forse questo nuovo Medio Evo che tutto avvolge e tutto sopisce sarà finito una volta per tutte, se invece un leggera lacrima gli solcherà il viso allorà vorrà dire che avrò trovato il modo di vivere per sempre…

Un’orda di italiani oltre frontiera…

emigranti2Il bellisimo sito Italiani di frontiera che viene curato, fra gli altri, dal nostro amico e giornalista Roberto Bonzio ha fra i suoi argomenti centrali la vita e le opere di brillanti connazionali di ieri e di oggi che, per un motivo o per l’altro, sono stati costretti a emigrare e in terre lontane si sono poi distinti per merito e spirito d’iniziativa. Ogni tanto però, a Roberto e colleghi, piace anche sfatare alcuni luoghi comuni che negli anni sono andati via via consolidandosi sugli usi e costumi degli italiani all’estero. L’ultima occasione per debellare uno di questi falsi miti l’ha data il leader della Lega Nord Umberto Bossi. “Noi andavamo a lavorare, non ad ammazzare” avrebbe detto il senatur a proposito del fenomeno migratorio dei primi del Novecento che vide parecchi italiani attraversare l’oceano Atlantico per cercare fortuna negli Stati Uniti d’America. Il ministro Bossi, si sa, non è nuovo ad esternazioni di questo tipo, qualunquiste e velate di populismo propagandistico. Gli amici di Italiani di frontiera, però, ci fanno notare (a noi navigatori della rete perché credo che Bossi non lo noterà mai purtroppo) che con un’affermazione del genere non solo si cade in un luogo comune tutto da verificare, ma addirittura si rischia di dire una vera e propria falsità. E a sostegno di questa tesi, citando l’interessantissimo libro di Gian Antonio Stella “L’Orda, quando gli albanesi eravamo noi”,  Bonzio e soci prendono in esame l’attività criminale svolta negli States dagli stranieri nei primi anni del XX secolo evidenziando che, per esempio, fra gli immigrati in cella per reati gravi negli U.S.A. nel 1910 il numero degli italiani (2.077) superava di gran lunga quello degli altri stranieri (al secondo posto c’erano gli inglesi con 679 detenuti, al terzo gli irlandesi con 395!). Basterebbe questa semplice ma incontrovertibile analisi per dare all’affermazione del senatore Bossi la consistenza di uno iato ma purtroppo per lui non è l’unica che il sito ci mette a disposizione. Nel 1904 per esempio, sempre negli Stati Uniti, gli italiani (che erano il 4,7% della popolazione) arrestati per omicidio furono 96 (siamo sempre al primo posto!) contro i 33 tedeschi e i 26 austriaci (compresi gli slavi). E se paragoniamo questi dati con quelli raccolta dal Viminale sui reati commessi da immigrati in Italia nel 2006 diventa quasi grottesco far notare che quando gli stranieri in Italia erano il 5% della popolazione (praticamente la stessa percentuale degli italiani in America nel 1910) , fra i denunciati per omicidio in tutto il paese, il 32% apparteneva ad essi (contro il 41,5% di italiani sul totale di stranieri denunciati per lo stesso reato negli U.S.A. sempre nel 1910). Ma il colpo di grazia alle teorie pseudo-patriottiche del leader leghista lo da il confronto fra la percentuale di albanesi sugli stranieri nelle carceri in Italia nel 2001 e la percentuale di italiani sugli stranieri nelle carceri di New York nel 1920; se nel primo caso si parla di un 29% di reclusi nel caso degli italiani la percentuale sale al 40%! Quindi non solo noi italiani non dovremmo essere citati come esempio positivo quando si parla di emigrazione, ma non dovremmo neppure permetterci di giudicare le popolazioni che, come quella albanese, fuggono dalla miseria per cercare LAMERICA nel nostro paese. E se Bossi la prossima volta che vuole dire la sua sull’argomento riciclasse la frase incriminata invertendo i verbi si avvicinerebbe di sicuro un po’ di più alla verità. Anche se, a onor del vero, anch’io conservo un’idea romantica dell’italiano che emigra all’estero: timido, impacciato, bruttarello ma simpatico, un tipo alla Pasquale Ametrano per intenderci…

Settanta

More about SettantaQuesta sera da Modo Infoshop a Bologna, il vostro affezionato Kai Zen di quartiere J incontra Simone Sarasso per una furibonda chiacchierata sulla sua ultima fatica (quasi 700 pagine mica pizza e fichi).

Settanta un libro di Simone Sarasso (Marsilio): Una furibonda cavalcata attraverso gli anni di piombo. Dopo Confine di Stato, il secondo volume della “Trilogia sporca dell’Italia” Italia, anni settanta: il decennio più buio e violento della storia repubblicana raccontato attraverso le voci di uno stragista, di un ladro, di un magistrato e di un attore di successo. Andrea Sterling, il fiore all’occhiello dei servizi deviati, ha un piano. Ettore Brivido, l’enfant prodige della mala milanese, è pronto a fare il salto di qualità. Domenico Incatenato, giovane giudice del Sud, sgobba per fare carriera tra Roma e Milano. Nando Gatti è l’astro nascente del poliziottesco all’italiana e prende sul serio il proprio lavoro. Le loro vite s’intrecciano mentre il paese va a fuoco: nelle piazze e nelle fabbriche ribolle la rivolta, le Brigate Rosse sfidano il potere costituito e la strategia della tensione continua a mietere vittime civili. «Un noir sorprendente, messo in pagina con una prosa incalzante e martellata… raccontato con la potenza di una realtà più forte dell’invenzione» Irene Bignardi, La Repubblica «Imperdibile. La prima parte di una trilogia scatenata, complottistica e dichiaratamente ispirata alle strategie di scrittura di James Ellroy» Giancarlo De Cataldo, Hot «Con un abile congegno narrativo Sarasso conduce il lettore in un viaggio irato e tempestoso, illuminato da squarci improvvisi, attraverso gli anni più difficili della nostra storia recente» Giorgio Boatti, Il Manifesto «Un affresco potente del nostro paese a partire dal dopoguerra… Un lavoro ambizioso che ha alcuni modelli espliciti (uno su tutti American Tabloid di James Ellroy) e un’originalità che conforta scoprire in un quasi trentenne» Pietro Cheli, Diario «Piazza Fontana, 1969. Simone Sarasso sarebbe nato undici anni dopo. Eppure questo libro sembra scritto da chi c’era. Anzi, forse ha in più il vantaggio del distacco» Dario Olivero, Repubblica.it Simone Sarasso, classe ’78, scrive storie nere per la narrativa, i fumetti, il cinema e la TV. Vive a Novara, e nel (poco) tempo libero fa l’educatore in una scuola elementare. Ha pubblicato racconti in diverse antologie e collabora con alcune riviste («Carmilla», «Milano Nera Web Press», «Satisfiction», «Hot»). Settanta è il secondo capitolo di una trilogia noir sui misteri e le trame della Storia d’Italia dal dopoguerra a Tangentopoli. Il primo volume, Confine di Stato (2007, finalista al Premio Scerbanenco-La Stampa 2007), è edito da Marsilio. Nell’autunno 2009, sempre per Marsilio, uscirà la graphic novel United We Stand, realizzata con Daniele Rudoni. Il suo blog  è confinedistato.blogspot

::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

MODO infoshop, – via Mascarella 24/b e 26/a – Bologna

View Larger Map

Ispirarsi alla storia 12

vicky Non drammatizziamo, è solo questione di corna…

Ma chi l’ha detto che i vichinghi portavano l’elmo con le corna? Sembrava un dato acquisito nella cultura media europea e nell’iconografia corrente: dal cartone animato Vicky il Vichingo al logo della birra Viking, dai Peplum anni ‘70 tipo “I Vichinghi” con attori del calibro di Kirk Douglas e Tony Curtis all’elmo di plastica colorata che ogni Carnevale, da vent’anni a questa parte, troviamo sui banchi dei centri commerciali a corredo di un esilarante quanto improbabile vestito da “guerriero del nord”, in tutti questi casi gli antichi scandinavi vengono raffigurati con in testa un enorme elmo coadiuvato da due belle corna ai lati. Niente di più falso, purtroppo. È stato appurato, da qualche decennio ormai, che i barbari venuti dal nord non solo non portavano questo tipo di copricapo, ma molto spesso non ne portavano alcuno. Nel primo periodo della loro storia (IX secolo) infatti, erano dei feroci razziatori che abbandonati per vari motivi i loro paesi d’origine (Norvegia, Danimarca e Svezia) assalivano monasteri e villaggi sulle coste del nord Europa (Francia, Inghilterra, Irlanda e Islanda principalmente)  e dovendo portare sulle loro agili e veloci navi (Drakkar)1 il minor carico possibile di armi e indumenti per essere più rapidi e silenziosi nei loro attacchi, spesso combattevano senza elmo e quando ne avevano uno questo era semplice, conico e spesso di cuoio. A riprova di ciò sculture con abbigliamento militare di questo tipo sono state trovate a Sigtuna (Svezia) e elmi originali sono esposti al Nationalmuseet di Copenaghen (Danimarca). I vichinghi però facevano veramente uso di corni bovini, ma solo per ricavarne bicchieri per le loro generose bevute. Forse è per questo motivo che sono sempre descritti come inguaribili ubriaconi; i corni ricolmi di birra o idromele infatti, non avendo una base su cui poggiare, dovevano essere svuotati in un solo colpo. L’utilizzo di corni animali come bicchieri è all’origine di un’altra errata credenza, quella secondo cui i guerrieri normanni bevevano dai teschi dei loro nemici uccisi. L’equivoco nacque nel XVII secolo, quando un danese, Ole Worm, tradusse malamente in latino il Kràkumàl, un testo islandese di sei secoli prima, che parlava di bevute “dai curvi rami dei teschi” (appunto i corni). Nella traduzione i “curvi rami” sparirono e restarono solo i “teschi”.

NOTE:

1. Il Drakkar era la nave da guerra dei vichinghi. Letteralmente significa “Drago” e infatti la prua di queste imbarcazioni era spesso rappresentata da una testa di drago con il collo sporgente. Erano comunque navi piccole e agili, spinte dalla forza di 30 rematori superavano i 20 chilometri orari e manovravano facilmente nelle baie più anguste.

FONTI

- Focus Storia n°31 – Maggio 2009

Johannes Bronsdsted: I VICHINGHI – Einaudi Tascabili

Rudolf Portner : L’EPOPEA DEI VICHINGHI – Garzanti Editore

I. Heath e A. McBride: THE VIKINGS – Osprey Publishing

Ispirarsi alla storia 11

arab-soldier-greeceIl nero della pelle e il  nero dell’anima..

“Allah mit uns”, si potrebbe sintetizzare. Le accuse di nazismo mosse a Israele da parte di alcune associazioioni islamiche italiane, a cui fanno cassa di risonanza certe frange no global che difendono ciecamente Hezbollah e, Hamas, ritornano ai mittenti. Che devono aver rimosso quei quattro anni di storia in cui i Partiti nazionalisti arabi andavano talmente a braccetto con il nazismo da spingere le masse Palestinesi, irachene e magrebine a indossare la divisa delle SS. Il Gran Muftì di Gerusalemme, Hajii Amin Al Husseini dal 1921 in avanti fu la figura di riferimento per tutti i nazionalisti arabi e palestinesi. Da giovane militò nell’esercito ottomano (durante la Prima guerra mondiale) e accumulò un certo bagaglio di conoscenze militari. Negli anni Venti, già leader indiscusso dei musulmani palestinesi, preoccupato che l’immigrazione israeliana potesse mettere in discussione la supremazia araba in Medioriente, iniziò a gettare le basi per un stretta collaborazione con i regimi assolutistici europei. Il Gran Muftì non solo cercò la collaborazione di Adolf Hitler per perseguire i suoi progetti pan-arabi, ma non smise mai di dichiarare un’affinità di fondo con il nazismo di cui apprezzava particolarmente la “soluzione finale”. Tanto che tentò di convincere Hitler ad estendere lo sterminio ebraico nell’Africa del Nord e in Palestina. Suggerì alla Luftwaffe di bombardare Tel-Aviv. E nel febbraio del 1941 chiese alla Germania e all’Italia di Mussolini «di accordare alla Palestina e agli altri stati arabi il diritto di risolvere il problema degli elementi ebraici in Palestina in conformità con gli interessi degli arabi usando lo stesso metodo per risolvere la questione di quello usato nei Paesi dell’Asse». Non ci fu mai una risposta precisa da parte del Führer, che però assecondò sempre il nazionalismo arabo.
Ma il contributo concreto di Husseini alla guerra non si fermò alla propaganda. Reclutò palestinesi e musulmani dell’intero medioriente perché fossero addestrati in Germania e inquadrati in un’apposita divisione di SS conosciuta come “Handzar”, la sciabola dell’Islam, diventata poi tremendamente famosa nel 1943 in Bosnia.
Il 10 febbraio del 43 Hitler diede l’ok alla creazione della brigata con il compito specifico di combattere i partigiani di Tito. Il 13 febbraio Himmler in persona chiamò l’SS Gruppenführer Arthur Phelps per dargli incarico di iniziare l’addestramento. Il 2 marzo il Gran Muftì si recò a Sarajevo per passare in rassegna le unità musulmane che come segno caratteristico indossavano un fez (rosso per le parate e grigio d’ordinanza) per non tradire le tradizioni del califfato.

Allah mit uns”, si potrebbe sintetizzare. Pensando ai quattro anni, dal 1941 al ‘45, in cui i Partiti nazionalisti arabi andavano talmente a braccetto con il nazismo da spingere le masse Palestinesi, irachene e magrebine a indossare la divisa delle SS. Il Gran Muftì di Gerusalemme, Hajii Amin Al Husseini dal 1921 in avanti fu la figura di riferimento per tutti i nazionalisti arabi e palestinesi. Da giovane militò nell’esercito ottomano (durante la Prima guerra mondiale) e accumulò un certo bagaglio di conoscenze militari. Negli anni Venti, già leader indiscusso dei musulmani palestinesi, preoccupato che l’immigrazione israeliana potesse mettere in discussione la supremazia araba in Medioriente, iniziò a gettare le basi per un stretta collaborazione con i regimi assolutistici europei. Il Gran Muftì non solo cercò la collaborazione di Adolf Hitler per perseguire i suoi progetti pan-arabi, ma non smise mai di dichiarare un’affinità di fondo con il nazismo di cui apprezzava particolarmente la “soluzione finale”. Tanto che tentò di convincere Hitler ad estendere lo sterminio ebraico nell’Africa del Nord e in Palestina. Suggerì alla Luftwaffe di bombardare Tel-Aviv. E nel febbraio del 1941 chiese alla Germania e all’Italia di Mussolini «di accordare alla Palestina e agli altri stati arabi il diritto di risolvere il problema degli elementi ebraici in Palestina in conformità con gli interessi degli arabi usando lo stesso metodo per risolvere la questione di quello usato nei Paesi dell’Asse». Non ci fu mai una risposta precisa da parte del Führer, che però assecondò sempre il nazionalismo arabo. Ma il contributo concreto di Husseini alla guerra non si fermò alla propaganda. Reclutò palestinesi e musulmani dell’intero medioriente perché fossero addestrati in Germania e inquadrati in un’apposita divisione di SS conosciuta come “Handzar”, la sciabola dell’Islam, diventata poi tremendamente famosa nel 1943 in Bosnia. Il 10 febbraio del 43 Hitler diede l’ok alla creazione della brigata con il compito specifico di combattere i partigiani di Tito. Il 13 febbraio Himmler in persona chiamò l’SS Gruppenführer Arthur Phelps per dargli incarico di iniziare l’addestramento. Il 2 marzo il Gran Muftì si recò a Sarajevo per passare in rassegna le unità musulmane che come segno caratteristico indossavano un fez (rosso per le parate e grigio d’ordinanza) per non tradire le tradizioni del califfato. Husseini in persona benedisse l’aquila con la svastica e le ossa incrociate sul teschio, logo delle SS. La divisione che raggiunse il numero di ottomila combattenti nel 1944, svolse il periodo di addestramento in Bosnia, in Germania e nell’Alta Loira. Ritornò in Bosnia e fu impiegata nella regione di Tuzla. Di fronte alla crescente affluenza di musulmani nella divisione Handzar, i tedeschi progettarono una seconda unità, la “SS Division Kama”, la cui nascita fu impedita soltanto dalla fine della guerra. Al termine del 1945 Husseini fu arrestato in Francia, scappò nel 1946 e chiese asilo politico in Egitto. Le autorità jugoslave emisero contro di lui un mandato di cattura internazionale per crimini contro l’umanità. Sarebbe dovuto andare a giudizio a Norimberga assieme ai gerarchi nazisti, ma la Lega Araba lo protesse fino alla morte, nel 1974. Anche altri leader spinsero per la creazione di truppe musulmane da inserire nell’Afrikakorps. Ad esempio, Fawzi Al Qawuqji, capo dei feddayn, e Rashid Alì Kailani, golpista iracheno. L’incapacità di trovare una politica comune pan-araba e i dissidi tra leader «ebbero ripercussioni anche nella formazione dei reparti combattenti arabi» – scrive Carlo Panella nel suo “Libro nero dei regimi islamici” – associati alla Wehrmacht». Nell’agosto del 1942 i reparti arabi furono inviati a Doberitz per l’addestramento. Qui confluirono iracheni, palestinesi, algerini, marocchini e tunisini, che nel settembre 1942 furono tutti e 6mila inglobati nel “Kommando motorizzato 68” per le operazioni speciali” e impiegati nel Caucaso. All’inizio del gennaio 1943 a Tunisi nasce poi la divisione Commando Truppe Tedesco-Arabe. A metà febbraio, il “Kodat”, come era chiamata in gergo l’unità, contava già 4 battaglioni per un totale di 3000 uomini. Diverse nazionalità, stessa religione: tutti musulmani. Solo gli ufficiali e i sottufficiali erano di origine tedesca. E si distinguevano anche dalle divise: questi ultimi indossavano quella regolamentare tedesca con lo stemma al braccio destro utilizzato dalle divisioni Sonderverband 287 e Sonderverband 288, un sole giallo con palma e svastica. La truppa musulmana, invece, vestiva un’uniforme continentale modello 1935 color kaki senza insegne: portava solo una fascia al braccio destro con la significativa scritta “Im Dienst der Deutschen Wehrmacht” (Al servizio dell’esercito tedesco). Tutte queste unità furono poi incorporate nella Legione Araba, la Freies Arabien o Kommando Deutsche-Arabischer «che rispondeva alle richieste più volte avanzate dal Gran Muftì – si legge sempre nel libro di Panella – e che sia nel distintivo, sia nella divisa riproduceva la bandiera della rivolta araba». Una bella bandiera palestinese. Quando l’Afrikakorps fu sconfitto, i soldati arabi che si salvarono e riuscirono a rifugiarsi in Italia, furono raccolti nell’845° battaglione di fanteria arabo-tedesco e dirottati in Grecia contro i partigiani, dove, come i colleghi delle SS croate ed Herzeg-Bosniache, si dedicarono ai rastrellamenti. Supportati dalle puntuali fatwa del Gran Muftì, i tedeschi affidarono loro i ”lavori” più sporchi.

Tratto da: CLAUDIO ANTONELLI – Libero 31 agosto 2006″

Ispirarsi alla storia 10

a1945d

25 APRILE 1945: la memoria condivisa e il passato che non passa…

Sulla liberazione è stato detto tutto e il contrario di tutto. Si sono raccolte testimonianze, scritto libri, enciclopedie, controenciclopedie, si è visionato e revisionato, analizzato e criticato. Forse troppo. Negli ultimi anni si è confusa la pacificazione con la riabilitazione storica, certi ambienti politici hanno portato avanti la teoria degli opposti totalitarismi, nazifascismo e comunismo, che avrebbero prodotto simili mostri storici: lager e gulag, stragi e purghe, confini e campi di lavoro. E la sinistra italiana è caduta nel tranello, con i suoi sensi di colpa provocati ad arte dalla destra che giocando sul loro essere superiori al passato e sull’esprimere la volontà di superare i vecchi rancori, ha portato la controparte ad autoprocessarsi e autocondannarsi per volontà di espiazione e rinascita. E invece la sinistra italiana non solo non è rinata, ma forse è morta definitivamente, in senso storico almeno. Tornando alla Liberazione, molti si chiedono che senso abbia voler raccogliere a tutti i costi una memoria condivisa, desiderare una storia sulla Resistenza e sugli anni della guerra in Italia che ottenga il beneplacito di tutto il parlamento, da un schieramento all’altro (anche se, a dire la verità, la sinistra cosiddetta estrema non è più rappresentata alle camere). Che senso ha volere tutto questo, quando ognuno di noi, che abbia o meno vissuto quegli anni, conserva oppure si è costruito una propria personalissima memoria, un proprio modo di assorbire e metabolizzare quegli anni, ognuno a modo suo? E in molti casi le differenze di analisi e le distanze dei punti di osservazione personali sono così nette da restare inconciliabili quando non addirittura potenzialmente gravide di nuovi conflitti. Per cui che ognuno si tenga la sua di memoria, verrebbe da dire. Che ognuno custodisca gelosamente la propria analisi del passato storico di questo paese, che i fronti rimangano opposti, benché dormienti. Ma forse c’è qualcosa che si può provare a condividere come popolo italiano: il futuro. Provare a non ricreare quel terreno che fu fertile per la rinascita del fascismo, quei contrasti politici duri, quel silenzio-assenso delle istituzioni e dell’informazione che portò al governo un dittatore in questo paese; e, parlando di un passato più recente, provare a isolare sul nascere quegli episodi violenti che crearono i precedenti da cui scaturì la quasi guerra civile degli anni settanta. Certo, guardando il comportamento dei politici e delle istituzioni di oggi pare tutto il contrario. Sembra proprio che la storia sia destinata a ripetersi: la destra estrema che avanza in tutto il paese, sia in percentuale di consensi che di azioni cosiddette politiche (vedi pestaggi di extracomunitari e accoltellamenti di ragazzi all’esterno di centri sociali e concerti di solidarietà), una destra estrema che mantiene ben saldi i rapporti con la destra istituzionale (vedi il sindaco della capitale Alemanno che non si perde un incontro o un “convegno” con i ragazzi di Forza Nuova). Addirittura in alcuni casi questa destra estrema ha fatto suoi princìpi e azioni politiche che sono sempre appartenuti alla sinistra antagonista (vedi Casa Pound che occupa le case e distribuisce gli appartamenti a famiglie italiane oppure apre centri sociali ad uso e consumo del popolo romano). La grande differenza, però, con il periodo che precedette e introdusse il ventennio fascista è che questa volta dall’altra parte c’è il vuoto cosmico, c’è una sinistra istituzionale che assomiglia sempre di più alla vecchia DC e i suoi tesserati sempre di più a dei rapanelli, fuori rossi e dentro bianchi (come cantavano dalle parti di Napoli qualche anno fa). Il panorama politico di oggi si esaurisce nei due giurassici partiti PD e PDL che negli ultimi anni annaspano nell’alternanza dando concretezza definitiva al progetto piduista di Licio Gelli (Di ciò abbiamo già ampiamente discusso su questo blog intervistando la giornalista Antonella Beccaria e sul numero 4 di questa rubrica). E infine c’è una sinistra antagonista che non smette di frazionarsi in tante microparticelle praticamente identiche ma divise fra loro che provano inutilmente a ricongiungersi, come gocce di mercurio fuoriuscite da un termometro frantumato in mille pezzi e sparpagliate sul pavimento, l’una accanto all’altra, simili ma distanti. Proprio in questi giorni è uscito un libro di memorie e racconti sulla Resistenza, fra le cui pagine si trova anche un nostro contributo (Morale Della Favola – Purple Press) e sfogliandolo sono stato catturato dai racconti degli ex-partigiani che descrivono il loro modo di fare resistenza, ieri come oggi. Quello che più mi ha colpito è che quasi tutti questi ex-combattenti per la libertà, quando si soffermano ad analizzare il presente manifestano la loro preoccupazione per l’attuale crescita esponenziale delle azioni violente e intimidatorie di gruppi di neofascisti ai danni di giovani attivisti di sinistra. Dalle loro parole traspare un senso di ansia mista a rassegnazione. Ansia perché probabilmente gli sembra di rivivere situazioni già vissute con il carico di dolore che si portano appresso e rassegnazione perché non vedono nelle componenti politiche che al neofascismo dovrebbero opporsi, niente di solido e costruttivo. E purtroppo fra qualche anno, speriamo il più tardi possibile ma prima o poi purtroppo accadrà, fra qualche anno, dicevo, non ci saranno più ex-partigiani a ricordarci cosa successe 60 anni fa nel nostro paese. Certo, avremo i libri, i documentari, le interviste, i racconti, ma non più la loro vivida voce e i loro profondi occhi che parlano e trasmettono il passato così come lo hanno vissuto, nudo e crudo e  soprattutto ti mettono in guardia dall’incerto futuro che ci aspetta. Sperando di non dover sentire ancora il ritornello History repeats its self.

Ispirarsi alla storia 9

seppuku1  Il Seppuku.

Così nel linguaggio colto viene chiamato il suicidio ottenuto aprendosi l’addome. È un rito che ha origini antichissime, eseguito con la daga o col pugnale dai guerrieri sconfitti (che preferivano la morte all’umiliazione di cadere vivi nelle mani dei nemici) risale alla seconda metà del secolo XII quando scoppiò una lunga e sanguinosa faida fra due clan feudali. L’odio fra le due parti era tale che indubbiamente conveniva non sopravvivere alla sconfitta. Il primo caso documentato di seppuku sul campo risale al 1156, e ne fu protagonista il guerriero ventottenne Minamoto-no-Tametomo che, circondato dai nemici, si sbudellò contro un pilastro del suo palazzo; poiché la morte per emorragia tardava a venire e gli avversari incalzavano, egli si colpì ancora all’addome con tale violenza da recidersi la colonna vertebrale. Fin dall’infanzia i gentiluomini giapponesi della casta militare erano educati a considerare questa forma di suicidio un privilegio. Da questo episodio derivò il seppuku giudiziario, (o punitivo, espiatorio) che entrò in uso nel secolo XVI, quando il Giappone era straziato dalle guerre civili e la parte vittoriosa imponeva ai perdenti di suicidarsi. La pace fu ristabilita solo agli inizi del secolo XVII, quando al potere salì il clan di Tokugawa che soffocò il paese in una dittatura militare durata fino al 1868 e con una pedanteria minuziosa ed ossessiva regolamentò ogni aspetto dell’esistenza, compreso l’ultimo atto dei samurai macchiatisi di un qualche delitto. Il seppuku giudiziario era insomma una forma onorevole di esecuzione capitale, permessa unicamente alla casta privilegiata dei samurai. In qualche modo si potrebbe paragonare al suicidio mediante revolverata alla tempia cui venivano costretti in Europa gli ufficiali colpevoli di delitti disonorevoli se resi pubblici in un processo. Non soltanto il seppuku non ledeva l’onore della famiglia dello scomparso, ma, se eseguito spontaneamente prima della condanna, evitava ogni ritorsione verso i familiari, compresa la confisca del patrimonio. In altre parole questa arrogante aristocrazia guerriera padrona del Giappone, non tollerava che un proprio membro colpevole fosse consegnato nelle mani dei carnefici (che per di più erano dei fuori-casta all’infima estremità della piramide sociale) che venisse legato e torturato e la sua testa decapitata esposta in pubblico, come si faceva per i delinquenti comuni. I samurai, insomma, lavavano i propri panni sporchi in famiglia. Nel periodo cosiddetto Tokugawa o Edo (1615-1868) il Giappone conseguì l’invidiabile primato di due secoli e mezzo di pace ininterrotta e anche il meno invidiabile primato di un isolamento pressoché assoluto dal resto del mondo. Padrone dell’Arcipelago era il capo del clan samurai dei Tokugawa, col titolo di Shogun (generalissimo) con sede a Edo (attuale Tokyo); da lui dipendevano, secondo i tempi, da 295 a 245 daimyo o feudatari a capo di altrettante province. La Corte Imperiale, circoscritta ad un ruolo religioso, risiedeva a Kyoto ed era esclusa dal potere. All’inizio del XVI secolo, con la nazione dissanguata dalle guerre civili, la popolazione nipponica era ridotta a venti milioni, ma era già salita a trenta nel censimento del 1721 e raggiunse la punta massima di trentadue milioni verso la metà del secolo XIX. I samurai erano il 5-7% della popolazione, circa due milioni di individui. In quella società feudale a sviluppo verticale (Corte Imperiale, samurai, religiosi, agricoltori, artigiani, mercanti, fuori-casta) i diritti e i doveri di ciascuna casta erano regolati da un codice distinto per ogni categoria sociale. Il codice dei samurai era l’unico che prevedeva il seppuku come forma di esecuzione capitale, e descriveva minuziosamente il rituale per l’esecuzione. Il coltello cerimoniale, per esempio, non doveva essere lungo per evitare al condannato la tentazione di aprirsi con esso la strada verso la libertà. Si ricorda almeno un caso in cui il condannato accoltellò il kaishaku (l’incaricato di vibrare il colpo di grazia al condannato), s’impadronì della sua spada e con essa fuggì facendo perdere le sue tracce. La cerimonia prevedeva inoltre che il pugnale venisse presentato al morituro col taglio rivolto verso di lui, avvolto in carta candida, da cui sporgevano 2 centimetri di punta; se il crimine commesso era grave i centimetri che venivano fatti sporgere diventavano 4. Sempre per motivi di sicurezza veniva rifiutato al condannato l’uso del proprio pugnale, ma se egli era di alto rango o se moriva per una causa popolare e non gli si poteva negare l’accoglimento di quest’ultimo desiderio, il filetto della lama veniva deliberatamente smussato.

Ma perché in Giappone prese piede questo modo rituale di togliersi la vita aprendosi il ventre? Nell’antica Roma, per esempio, dove le virtù militari e il disprezzo del dolore erano tenuti in somma considerazione e dove si praticava la filosofia stoica che tante analogie presenta col Bushido (“La via dei cavalieri” il codice morale del samurai), in caso di necessità ci si dava la morte col ferro, ma i capitani sconfitti si gettavano col petto sulla punta della spada, mentre i letterati (Lucano, Seneca e altri) si tagliavano i polsi stando immersi in un bagno caldo. Né a Roma né in altre società dominate dalla casta militare si è mai pensato di suicidarsi aprendosi il ventre, allora perché i samurai lo facevano? Per rispondere  occorre risalire ai principi esoterici del Giappone, non soltanto di quello antico, ma anche in quello attuale. Per i nipponici l’addome al di sotto dell’ombelico (hara) è il centro psicosomatico da cui derivano l’equilibrio, la forza e la scioltezza dei loro movimenti ed è anche la sede dell’anima, della volontà, del coraggio, della generosità, della collera e dell’odio: in poche parole è il centro delle emozioni, come per noi lo è il cuore. Infatti in Giappone il modo di dire “avere il ventre pulito” significa non avere secondi fini, essere leali e la lealtà era il primo dovere dei samurai.

FONTI:

-n°214 Settembre 1975 di STORIA ILLUSTRATA – Mondadori editore

Ispirarsi alla storia 8

a-saltnerIl Saltner dell’Alto Adige

Qualche anno fa, era il 2005, collaborammo con la provincia di Bolzano per dare vita ad un Romanzo Totale che avesse un’ambientazione altoatesina. Era la quarta volta che si realizzava un Romanzo Totale in rete, la seconda in cui noi Kai Zen partecipavamo alla stesura come promotori e coordinatori; per di più la metà di Kai Zen ha avuto i natali in Sud Tirolo e quindi ci premeva fare le cose per bene, come quel caro amico di catodica memoria, il signor Locatelli. Io, in quanto “storico” dell’ensemble narrativo, mi preoccupai di raccogliere le informazioni e i dettagli storici che potevano risultare utili allo scopo. Mi imbattei, fra gli altri, in una figura che aveva avuto il ruolo di poliziotto privato nel passato della regione, il Saltaro o Saltner in tedesco, un personaggio che, vestito come Toro Seduto, si aggirava per le grandi proprietà fondiarie armato di pistola e alabarda cercando di tenere lontani da queste terre ladri e estranei. Mi incuriosì molto scoprire l’esistenza di un così particolare personaggio nella mia terra natia. Approfondendo il discorso scoprii anche che l’origine del nome è longobarda, infatti la zona del Triveneto era parte integrante del regno longobardo che si estendeva a macchia di leopardo in Italia fra il 500 e il 780  d.c. e il suo ruolo era inizialmente quello di guardiaboschi. Col tempo le sue funzioni si allargarono divenendo custode del territorio comunale prima e guardia delle strade, degli acquedotti e dei canali poi. I suoi compiti cambiavano da provincia a provincia anche se il nome restava lo stesso. Col tempo in alcune zone del Trentino alto Adige sparì questa figura di controllore delle terre, oppure venne sostituito da poliziotti provinciali o servi del proprietario terriero armati. Ricomparve nella valle dell’Adige, in special modo nella conca di Merano, col nome di Saltner intorno al 1285 d.c. e indicava generalmente le guardie campestri e i guardiani dei vigneti durante il periodo di maturazione dell’uva. Nel libro “Le pietre del giudizio” Marius De Biasi ne fa una dettagliata descrizione: “…Il costume indossato abitualmente era quello tipico dell’agricoltore, con pantaloni di pelle corti, le ginocchia libere, particolari calzettoni che ricoprivano solo i polpacci, con calzini corti ai piedi e con scarpe nella cui suola erano state infilate delle borchie per prolungarne la durata. Di domenica era vestito meglio: portava un cappello con piume di uccello e code di volpi e scoiattoli; al collo indossava una o più collane di denti di maiale ed ossa di animali, disposti in maniera tale da provocare u n continuo tintinnio durante il movimento. In mano stringeva un’alabarda e alla cintura portava una pistola a due canne. Il Saltner la usava in due occasioni: il sabato sera, quando dopo il suono delle campane, sparava per due volte nell’aria per segnalare la sua presenza, oppure in caso di necessità per richiamare l’attenzione dei vicini.Di domenica o nei giorni festivi si recava a messa,ma con quell’abbigliamento gli era proibito entrare all’interno della chiesa e al termine delle cerimonie religiose dopo la benedizione del prete doveva allontanarsi dal luogo prima di venir avvicinato dai fedeli. Durante il lavoro segnalava la propria presenza con particolari segnali ben visibili che avvertivano gli intrusi di non oltrepassare il confine o di non percorrere il sentiero; se qualcuno veniva sorpreso nel campo, doveva pagare al proprietario del terreno una multa,altrimenti, in caso di rifiuto,veniva portato davanti alle autorità giudiziarie e condannato.” Fra i simboli usati per tenere alla larga i male intenzionati c’era anche una mano di legno infilata in cima a un palo recante scritte del tipo “state alla larga” oppure “qui ci sono io che controllo”. Qualcuno sostiene anche che in certi periodi particolari della storia gli fosse concessa licenza di uccidere. Con queste prerogative mi venne naturale pensare che un tale personaggio fosse perfetto per dar vita a un racconto oppure a un romanzo. E in effetti non mi sbagliavo, alla fine dell’anno l’esperienza del Romanzo Totale ambientato in alto Adige era conclusa e aveva dato vita a un bel racconto uscito in forma cartacea col nome di “Spauracchi”, edito dalla Bacchilega editrice. L’indiano che parla tedesco ci aveva portato fortuna, augh!  

Ispirarsi alla storia 7

 messina08La terra trema…

28 dicembre 1908: per 84 interminabili secondi la terra trema fra Sicilia e Calabria, all’altezza dello stretto di Messina. Non si saprà mai l’esatto numero dei morti, si pensa dai 60 agli 80.000, per la stima delle vittime nel capoluogo siciliano risulterà più facile contare i sopravvissuti, 3197 persone che diverranno poi fondamentali per la ricostruzione della città. Messina agli inizi del ventesimo secolo è una città piena di vita e di attività, un centro di cultura che attira a sé cittadini e studenti da tutta Europa e non solo. Questo terremoto la ridurrà a un cumulo di macerie, non si riprenderà mai del tutto da questa catastrofe. Il numero dei morti fu altissimo anche perché la natura attuò un gioco di squadra per decimare la popolazione: dopo la scossa violentissima di terremoto i sopravvissuti si riversarono lungo il litorale lontano dalle case e dagli edifici ancora in piedi per cercare scampo. Di lì a poco un maremoto, oggi lo chiameremmo tsunami, investì la costa siciliana spazzando via tutti quelli che vi si erano rifugiati. Come già detto non fu facile per i messinesi riprendersi dalla distruzione, i soccorsi partirono con ritardo anche perché al tempo non esisteva il telefono e i pochi uffici telegrafici della zona erano andati distrutti. Fu una torpediniera, la “Spica”, comandata dal tenente di vascello Belleni a dare l’allarme al resto d’Italia. Belleni raccontò che ci mise parecchie ora a raggiungere un telegrafo funzionante perché, costeggiando il litorale in direzione nord, non trovò altro che distruzione e morte per diversi chilometri, cominciò a pensare che tutta l’Italia era stata spazzata via dal sisma. Finalmente a Marina di Nicotera alle 17.25 riuscì a trasmettere un telegramma per richiedere i soccorsi precisando che “ogni aiuto dato risulterà comunque inadeguato alla portata del disastro.”  Quando questo messaggio fu letto dai telegrafi del resto d’Europa e del mondo, la macchina dei soccorsi benché con lentezza si mise finalmente in moto e sopraggiunsero aiuti da ogni luogo vicino e lontano, navi russe e inglesi fecero a gara per soccorrere i messinesi e i calabresi ancora vivi, si istituirono fondi speciali per la ricostruzione, parte dell’esercito fu dirottato in Sicilia in pianta stabile per svolgere tutte le mansioni necessarie, insomma si mise in moto un meccanismo di coordinamento e iniziative che servì poi da modello per i disastri naturali di natura sismica che purtroppo seguirono quello di Messina del 1908. Ad Avezzano nel 1915, di nuovo in Sicilia nella zona del Belice nel 1968, in Friuli nel 1976, in Irpinia nel 1980 e infine in Abruzzo in questi giorni un’enorme macchina organizzativa struttura gli aiuti: vigili, protezione civile, croce rossa, esercito e volontari si coordinano per portare i primi soccorsi e per sviluppare poi la rinascita delle zone colpite. Tutto è iniziato quel lontano 1908 a Messina una notte di dicembre. Bisogna anche precisare però che tutto questo è stato sempre fatto alla maniera italiana con finanziamenti elargiti che spariscono nel nulla, con edifici ricostruiti che sono peggiori di quelli crollati per qualità di materiali e di progetto, con poveri terremotati costretti a vivere per anni in baracche che dovevano servire “solo” come dimora momentanea. Pare addirittura che a Messina tutt’oggi vi siano terremotati, anzi credo più verosimilmente discendenti di terremotati visto che è passato più di un secolo, che vivono in baracche fornite dal governo italiano subito dopo l’accaduto! Anche in Irpinia ci sono famiglie che abitano ancora nei container costruiti dopo il movimento tellurico del 1980, ma in questo caso bisogna ammettere che sono passati “solo” trent’anni. In Sicilia dopo l’accaduto furono molte le iniziative a livello governativo per ricostruire la regione colpita ma poi arrivò la guerra, la “grande” guerra, e i soldi servirono ad acquistare armi che procurarono altri morti e altre distruzioni. Ci riprovò il Duce che nel 1925, pochi anni dopo aver preso il potere con la marcia su Roma (1922) visitò la città di Messina e si disse pronto a varare leggi speciali per aiutare i siciliani e i calabresi dello stretto. Ma poi di nuovo arrivò la guerra, la seconda guerra mondiale, e di nuovo i soldi servirono per acquistare aerei e carri armati che di nuovo portarono altri morti e altre distruzioni. I progetti per la ricostruzione della zona dello stretto di Messina finirono in qualche cassetto di qualche ministero troppo preso a pensare ad altri interessi e ad altri finanziamenti. In fondo pensiamo che l’unico grande progetto oggi in piedi per quella provincia è il ponte che dovrebbe collegare la Sicilia con la terra ferma; tutto ciò assume un carattere grottesco e a dir poco ironico perché a distanza di un secolo dalla tragedia non solo non si è fatto tutto quello che si doveva fare per mettere in sicurezza gli edifici, le strade e tutte le strutture immobili della regione ma si è pensato bene di portare avanti un progetto che, se realizzato, rischierebbe di rendere insicura tutta l’area dello stretto. Sotto il lembo di mare che separa l’isola con la Calabria, infatti, persiste una situazione di instabilità delle faglie che formano la fossa tettonica e recenti studi (1) hanno evidenziato che la costruzione di un ponte in quella zona garantirebbe un livello di sicurezza prossimo allo zero. Tuttavia in questi giorni in Abruzzo, dopo più di cento anni dalla prima vera esperienza di catastrofe procurata da un importante movimento tellurico, pare che le cose vadano in modo differente, sembra che finalmente ci sia la voglia e la forza di fare le cose “per bene”. Speriamo non sia un’illusione, speriamo che gli edifici costruiti pochi anni fa all’Aquila e crollati a seguito del sisma dei giorni scorsi siano episodi isolati di mal governo locale. Speriamo che non ci si dimentichi di questa provincia disastrata già dalle prossime elezioni, come si è fatto per gli altri luoghi colpiti in passato dal sisma. Non ci sono guerre all’orizzonte, o meglio, ce ne sono e neanche poche, ma sembrano non interessare direttamente il nostro governo per cui speriamo che i nostri figli non debbano scrivere un giorno sdegnati che “ancora oggi nel 2034, a distanza di venticinque anni dal terremoto che colpì la città, ci sono intere famiglie che vivono in container alla periferia dell’Aquila.” 

Note:

(1) Come dimostra lo studio intitolato “Aspetti geologici e di stabilità per il Ponte sullo Stretto di Messina” del professor Alessandro Guerricchio, ordinario di geologia applicata all’Università della Calabria e dell’Assegnista di ricerca Maurizio Ponte della stessa università, in caso di sisma di particolare energia, la struttura potrebbe essere coinvolta in fenomeni gravitativi di importanti dimensioni. È ben chiaro, com’è noto, il limite che un approccio alle verifiche di stabilità bidimensionale presenta. I metodi che affrontano il problema in piano, infatti, non consentono di tenere conto degli effetti tridimensionali, per cui non è da escludersi che verifiche condotte con riferimento ad un modello 3D, che necessiterebbero di una grande mole di dati di elevata qualità per tarare gli stessi, potrebbero condurre a risultati differenti. Tuttavia, il gran numero di sezioni analizzate in condizioni pseudostatiche che forniscono coefficienti di sicurezza prossimi od inferiori all’unità deve indurre a considerare seriamente l’aspetto relativo alla stabilità delle scarpate, sia subaeree che subacquee, eventualmente ripensando l’impianto fondazionale dell’opera stessa. Anche spostando di qualche centinaio di metri l’impronta a terra sul versante calabrese, infatti, non produrrebbe significativi effetti positivi per la stabilità, in quanto è praticamente tutta l’area in esame ad essere interessata dai succitati fenomeni, come, peraltro, evidenziato dalle numerose rotture ivi presenti, riconducibili ad episodi sismici relativamente recenti. Inoltre, sebbene la struttura sia stata calcolata nel rispetto di tutte le prescrizioni vigenti e nell’ipotesi di sismi caratterizzati da accelerazioni al suolo particolarmente severe, un eventuale, anzi probabile, meccanismo di instabilità che dovesse coinvolgere il versante su cui insiste la “torre” lato Calabria produrrebbe una sollecitazione di tipo impulsivo sulla struttura con serissime conseguenze sulla stabilità strutturale.

Ispirarsi alla storia 6

ratzingermilSi fa presto a dire Santo!

Da qualche tempo abbiamo un nuovo papa e diciamocelo chiaramente: piace a pochi. Vuoi perché ha un po’ l’aspetto da Nosferatu in cerca di vittime innocenti da dissanguare, vuoi perché la sua parlata in italiano con accento tedesco fa molto nazista (anche se lui nazista non lo è mai stato, ha “solo” fatto parte degli ausiliari della FLAK, l’artiglieria contraerea della Wehrmacht), vuoi perché chi c’era prima di lui ha lasciato un buon ricordo di sé, talmente buono che già si parla di farlo santo. Insomma papa Ratzinger non piace a nessuno, invece quell’altro no, quello piaceva a tutti. Anche a mia mamma. “Papa Wojtyla è stato uno dei papi più buoni della storia”, buono d’animo e d’intenzioni s’intende, questo pensava la mia mamma il giorno del funerale di papa Giovanni Paolo II. E come lei erano in tanti a beatificare le sue azioni e parole. Invece io, che per natura diffido di chi si veste di bianco e ti da buoni consigli, sia esso un infermiere, un gelataio oppure il monarca assoluto di uno staterello grande come Milano2, cerco sempre di andare oltre le apparenze. E in effetti Ratzinger non è poi così peggio di Wojtyla. Infondo lui non è andato fino in Cile nell’aprile del 1987 a trovare il generale Augusto Pinochet, il sanguinario dittatore cileno responsabile di uccisioni e torture di massa, non è andato a stringergli la mano, a condividere con lui il piacere di farsi osannare da una folla festante. “Due grandi leader anticomunisti s’incontrano” titola ancora oggi un sito della destra cilena a corollario di una serie di fotografie dei due in affettuosa complicità sul balcone della Moneda a Santiago del Cile (i vecchi Litfiba dedicheranno all’evento alcuni versi di una canzone). Ratzinger non ha neanche pensato qualche anno più tardi, nel 1999, come invece ha fatto Giovanni Paolo II, di spendere fiumi di parole per tentare di salvare lo stesso Pinochet da una imputazione di tortura e omicidio di cittadini spagnoli, imputazione per cui era stata chiesta dal giudice iberico Baltasàr Garzon l’estradizione dall’Inghilterra, paese in cui si trovava il Generale cileno in quel momento. Tutto questo Ratzinger non lo ha fatto, in una cosa però i due hanno trovato lo stesso stimolo e la stessa convinzione: ripetere a migliaia di poveri africani, molti dei quali malati, che l’AIDS è una tragedia che non può essere vinta attraverso la distribuzione gratuita di condom, che possono anche aumentare il problema. A molti questo concetto può apparire come una bestemmia, per me e per  l’Assemblea Mondiale della Sanità (WHA) lo è in effetti, ma questo non è importante, l’importante è capire che non bisogna prendersela con Ratzinger, lui amministra un paese e i suoi cittadini nel migliore dei modi e soprattutto non è peggio di Wojtyla. Anche il papa polacco lo ha detto, gridato più volte: non usate il preservativo, ma praticate l’astinenza. E in fondo non era neanche colpa sua se la maggior parte di quelle persone, cittadini dell’Africa sub-sahariana, non erano andate mai a scuola e quindi non conoscevano il significato della parola “astinenza” (senza contare che molti concetti come “pratica sessuale sicura” o “prevenzione del rischio” sono intraducibili in certi linguaggi locali). E quindi l’eminenza tedesca non ha fatto altro che seguire il suo predecessore, che fra l’altro per quelle parole venne accusato dal quotidiano inglese THE GUARDIAN di avere le mani sporche di sangue (The Pope has blood in his hand). Vogliamo condannarlo per questo? Io credo di no, piuttosto se proprio vogliamo trovare una giustificazione lombrosiana al suo mefistofelico aspetto cerchiamola nel suo rapporto sulla pedofilia negli USA, rapporto redatto dall’allora cardinale Ratzinger nel 1996 che tendeva a minimizzare la portata del fenomeno stimandola attorno all’1% dei preti in carica. Si scoprirà che in realtà ben il 4% di preti statunitensi erano dediti a pratiche sessuali con minori di 18 anni e addirittura nel 1991 il 66% dei preti in servizio a Los Angeles era pedofilo, compresi due vescovi. Questa una delle sue poche colpe, avere taciuto. Certo ha avuto i suoi effetti negativi sul mondo cattolico e sulle sue istituzioni: si calcola che in totale siano 11.093 le vittime di oltre 5.000 preti, compresi 16 vescovi. Il costo in termini di processi e risarcimenti si aggira attorno a un miliardo e mezzo di dollari. Se fossimo in Italia si potrebbe dire “un otto per mille ben speso”. Per cui cattolici, credenti e praticanti, state sereni: questo papa non è migliore nè peggiore dei precedenti, è solo un papa, solo un capo di stato che detiene il potere esecutivo, legislativo e giudiziario nelle sue mani, è solo un capo di governo che si interessa dei governi altrui, un’anima peccatrice che si preoccupa dei peccati altrui. È solo questo, nient’altro. E poco importa se nel frattempo la mia mamma è diventata atea.

ALCUNE DELLE FONTI:

www.ildialogo.org/Ratzinger/pedofiliachiese.htm

Il Generale E Il Giudice - L.Sepulveda – Guanda edizioni

http://taggatore.com/articoli/benedetto+xvi

Pagina Successiva »


Add to Technorati Favorites

 

Novembre: 2009
L M M G V S D
« Ott    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
30  

Archivi

Libreria

Immagine di La strategia dell'Ariete Immagine di La potenza di Eymerich Immagine di Spauracchi Immagine di La terza metà Immagine di Città perfetta Immagine di Multiplo Immagine di Bologna Operaia Immagine di Sputi Immagine di Tutti giù all'inferno Immagine di Ti chiamerò Russel Immagine di Sangue corsaro nelle vene

Ovunque e da nessuna parte

free counters