Quei milanesi col pedigree tarocco, ovvero quando il revisionismo diventa “attivo”…

n1_1C’era una volta il revisionismo storico, il caro, approssimativo, fuorviante, patetico e autoassolutorio revisionismo storico. E così attraverso le sue lenti distorte, i Lager nazisti apparivano come luoghi di villeggiatura per ebrei annoiati o non apparivano affatto e i partigiani non potevano essere altro che bande di ladri e assassini che si davano alla macchia. Ma per quanto potesse sembrare pericoloso e abominevole, il revisionismo storico esauriva la sua carica deviante quasi nell’immediato, perché incapace di collocarsi con costanza nel presente per modificarne gli aspetti e la prospettiva di chi ne subiva il fascino. Al contrario, a noi “giovani” generazioni del terzo millennio è toccato avere a che fare con suo fratello minore, molto più perfido e incalzante: il “revisionismo attivo”. È inutile che cerchiate la definizione in qualche dizionario storico o filosofico, è un termine, o meglio, un concetto che il sottoscritto si è permesso di coniare in piena autonomia. Per “revisionismo attivo” intendo ogni pratica storico-politica di pubblicità e propaganda attraverso la quale un gruppo di persone (siano esse riunite in un ente, un partito, un club o addirittura una squadra di calcio) attribuisce alla propria forma aggregativa delle origini storiche che non siano oggettivamente riscontrabili quando non del tutto fantastiche e l’operazione avvenga per dare spessore e autorità all’aggregazione stessa e di conseguenza aumentarne la popolarità e il potere mediatico. Per esempio, quando un partito che si ritiene espressione di un popolo oppure di parte di esso e attribuisce al popolo stesso delle origini storiche di stampo eroico, quasi mitiche senza che queste corrispondano alla realtà oppure possano essere documentate in modo esaustivo allora si può parlare di “revisionismo attivo”. Il movimento politico della Lega Nord mi pare l’esempio più calzante: inizialmente si autodefinivano gli eredi dei partigiani che combatterono nell’Italia del Nord contro l’invasore nazifascista, poi spostarono l’accento sulle loro fiere origini medievali, quando cioè, attraverso la Lega Lombarda, formatasi il 7 Aprile 1167 i comuni di Milano, Lodi, Ferrara, Piacenza e Parma (poi si aggiunsero altre città della zona) siglarono un accordo di  reciproco sostegno per contrastare l’avanzata dell’esercito imperiale di Federico di Hohenstaufen detto “Il Barbarossa”. L’onorevole Bossi e i suoi presero addirittura spunto dalla battaglia di Legnano del 1176, vinta dall’esercito del Carroccio contro le forze del Barbarossa, per erigere a simbolo di partito quell’ipotetico Alberto da Giussano (sembra ormai certa l’origine fantastica di questo personaggio) che a capo della Compagnia della Morte proprio in quello scontro, aveva guidato l’esercito comunale alla vittoria. Il fiero uomo d’arme che con una mano tiene sollevata la spada e con l’altra sostiene lo scudo, rappresentato sulle bandiere di partito altri non è che il vittorioso Alberto così com’è rappresentato sul monumento a lui dedicato nella città di Legnano. E partirei proprio da questo simbolo d’eroismo padano per edificare il mio j’accuse, per additare cioè i lombardi in camicia verde di “revisionismo attivo”. Fa un po’ sorridere, infatti, pensare che l’ispirazione per erigere un monumento all’eroe della battaglia di Legnano l’abbia data niente meno che Giuseppe Garibaldi, uno dei fondatori e degli artefici dell’Italia unita e un patriotta convinto, il quale mentre era di passaggio nella cittadina (1862) nel ricordare la battaglia dichiarò che bisognava erigere un monumento “per ricordare uno dei fasti più gloriosi della nostra storia, in cui ebbe parte tutta Italia”. Tutta Italia, appunto, e non solo quelle regioni che sorgono sulle rive del fiume Po. Infatti, se è vero che la Lega Lombarda era formata da comuni della pianura padana e anche vero che il suo alleato più importante si dimostrò Papa Alessandro III a cui La Lega dedicò, per ricordarne il prezioso sostegno, la fondazione di una città piemontese (Alessandria); ed è altrettanto vero che gli eserciti alleati del Barbarossa in Italia altri non erano che le agguerrite fanterie pavesi e monferrine. Insomma agli occhi dei leghisti medievali si dimostrò più amica Roma Ladrona delle città padane di Pavia e Monferrato. Per quel che concerne Alberto da Giussano, come ho accennato prima è ormai fuor di dubbio che l’eroe di Legnano non sia mai esistito; è il frutto della fantasia di un frate domenicano, tal Galvano Fiamma, autore a metà del XV secolo di una cronaca sullo scontro di Legnano, pare scritta per ingraziarsi l’allora signore di Milano, Galeazzo Visconti. E a proposito dei Visconti torna utile al mio ragionamento ricordare come anche la presunta fratellanza e il reciproco rispetto fra i popoli padani sia in realtà un’invenzione politica di questi ultimi anni. Una volta esaurito il pericolo d’invasione germanica le città della pianura padana che avevano stretto il patto di Pontida tornarono a combattersi tramutandosi col tempo in Signorie chiuse e divise dalla reciproca diffidenza. Non a caso proprio quella dei Visconti divenne una delle Signorie più agguerrite: dopo aver eliminato la fazione cittadina avversa dei Della Torre sottomise i comuni limitrofi e lo fece con tale ferocia che alcuni membri della famiglia, soprattutto Bernabò e Gian Galeazzo, vengono ricordati negli annali storici come veri e propri tiranni.

Riepilogando: cosa resta ai seguaci di Bossi per avvalorare le loro tesi secondo cui il popolo padano è da secoli unito e solidale e lotta contro gli invasori ovunque essi provengano, sia dagli Appennini a sud che dalle Alpi a nord? E quale eroe o avvenimento della storia resta a loro da venerare per dare spessore e solidità alle finte armature medievali che a ogni raduno di partito sfoggiano con orgoglio e fierezza? Alberto da Giussano a questo punto è fuori gioco, sospeso a metà fra l’ispanico di Ridley Scott  e il Don Chisciotte di Cervantes. Anche il giuramento di Pontida traballa non poco nella sua solennità, visto e considerato che era tornato in auge durante il Risorgimento per essere da esempio ai patriotti italiani tutti, da Marsala a Cantù, contro l’arroganza dell’invasore tedesco o austriaco che dir si voglia. E anche come patto di fedeltà e amicizia dei popoli padani non regge il confronto, visto e considerato che i comuni lombardi che ne presero parte si erano osteggiati e combattuti fino al giorno prima e tornarono a farlo non appena il giuramento cessò la sua ragion d’essere. Neanche contro l’odiata Roma possono poi i giovani leghisti scagliare la loro rabbia, che se non era per Papa Alessandro III e il suo oro  forse Milano e le altre città alleate  non si sarebbero mai liberate degli Hohenstaufen. Forse allora la battaglia di Legnano, al di là della presenza o meno del da Giussano e della sua Compagnia della Morte, può essere presa ad esempio come avvenimento storico al limite dell’epico, in cui dei cittadini padani male armati e ancora peggio addestrati sconfiggono i feroci cavalieri teutonici al grido di “Libertà!” e liberano, appunto, tutta la pianura del Po dal giogo dell’imperatore Federico I detto il “Barbarossa”? A pensarci bene neanche questo è del tutto vero. Con la pace di Costanza del 1183 che fece seguito agli scontri fra Lega e Impero, infatti, i comuni lombardi si sottomisero all’Imperatore germanico riconoscendone l’autorità; in cambio ottennero una larga autonomia politica e finanziaria. Che è comunque cosa ben diversa della libertà.

FONTI:

LA VERA STORIA DELLA LEGA LOMBARDA – di Cardini Franco – Mondadori Editore

I LONGOBARDI – Neil Christie – ECIG editrice

DIZIONARIO DELLE GUERRE – George C.Kohn – Armenia Editore

DIZIONARIO DELLE BATTAGLIE – Elio Rosati, Anna Maria Carassiti – Rusconi Libri

ALEA IACTA EST – Periodico di Storia Militare e Wargame N°4 – Esperia s.r.l.

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