QUEL GIORNO CHE A NEWTON NON CADDE LA MELA IN TESTA

E alla fine la verità è venuta a galla: la mela più famosa della storia (dopo quella di Paride ovvio) è realmente caduta dall’albero mentre Isaac Newton era nei paraggi però, sorpresa delle sorprese, non gli è mai finita sulla testa ma si schiantò al suolo poco distante da lui. A darne conferma è niente popo di meno che la Royal Society (di cui Newton fu presidente dal 1703 al 1727 anno della sua morte) che con una interessante iniziativa ha messo a disposizione della collettività un manoscritto del 1752 scritto dal fisico William Stukeley, grande amico di Newton, intitolato appunto Memoirs of Sir Isaac Newton (Memorie sulla vita di Isaac Newton) che fra le sue pagine riporta il suddetto episodio. A sentire i britannici la biografia sarebbe anche liberamente consultabile all’indirizzo www.royalsociety.org; purtroppo io ho provato a navigare sul sito della royal in cerca del manoscritto e l’ho anche trovato. Il problema è che per il momento (e non so quale sia il motivo) non si può accedere al testo (sigh! Speriamo che ciò diventi possibile in un futuro prossimo non troppo venturo, non vorrei dover dare dei bugiardi ai discendenti di Isacco). Comunque i letterati d’oltre Manica ci assicurano che sfogliando il libercolo tra i vari aneddoti di vita del matematico e alchimista inglese, riportati dall’amico Stukeley, c’è anche l’episodio del pomo cadente. Si narra infatti che, seduto in contemplazione nel giardino della sua casa di Woolsthorpe Manor, Newton osservò il frutto cadere a terra e si domandò “… perché cade sempre perpendicolarmente a terra? Perché non va mai verso l’alto o trasversalmente ma finisce costantemente al centro della Terra? La ragione potrebbe essere questa: perché è la Terra che la attrae.” Questa preziosa biografia, che fa parte dei 250.000 manoscritti conservati dalla Royal Society, contiene anche altri curiosi aneddoti di vita di Newton, come quella volta in cui, da bambino, riuscì a costruire un mulino a vento funzionante, sul modello di quello della sua casa di Grantham. Stukeley racconta che “Isaac non era soddisfatto del funzionamento del prototipo, così ci mise dentro un topo per far girare la ruota al posto del vento. Poi per scherzo si lamentò che il piccolo roditore era un ladro perché si era mangiato tutto il grano che c’era nel mulino”. Umorismo d’altri tempi, senza dubbio. Comunque se siete interessati alle teorie e alla vita del fisico britannico vi suggerisco di fare una visita virtuale al sito della Royal Society e ai più intraprendenti consiglio di fare una capatina al 6-9 di Carlton House Terrace a Londra, è la sede della reale società dove sorseggiando del the potrete consultare manoscritti e giornali di scienza pubblicati dal 1660 a oggi.

FONTI:

Giorgia Scaturro in Storia della Scienza – STORICA N°13 Marzo 2010.

Luciano di Samosata, Tutti gli scritti, traduzione di Luigi Settembrini. Milano, Bompiani, 2007 (testo greco a fronte).

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