ORA E SEMPRE TRAGEDIA…

DOVE E QUANDO NASCE IL TEATRO UNIVERSALE?

Domanda retorica? Forse, ma non troppo. Perché se è vero che in molti risponderebbero rivolgendo le loro attenzioni al teatro greco è altresì vero che in pochi saprebbero dire quali fossero i temi delle grandi tragedie e commedie che il teatro ellenico rappresentava, temi che a tutt’oggi risultano ancora vivi e di grande attualità. Ma andiamo con ordine. Per la città di Atene, che era al centro dell’universo ellenico, il V secolo a.C. fu un periodo splendido e cruciale. La minaccia persiana era stata sconfitta, la città aveva consolidato la democrazia con Pericle e il benessere economico consentiva di devolvere grandi ricchezze in splendide opere pubbliche e nelle celebrazioni degli dei, Atena e Dioniso su tutti. È in questo periodo che prende forma la rappresentazione della tragedia all’interno delle manifestazioni teatrali. Era una tragedia che esaltava i rapporti tra l’individuo e la comunità, il mondo e il trascendente. Proprio in onore di Dioniso, dio della vite e dell’ebbrezza, della fertilità e della vegetazione, venivano celebrate all’inizio della primavera le Grandi Dionisie. L’intera Atene era in festa, un corteo sfilava per le vie portando ceste dorate stracolme di offerte; enormi falli portati in processione rappresentavano la fecondità, un toro e altri animali venivano portati fino al recinto del teatro cittadino, la Casa di Dioniso situato ai piedi dell’Acropoli, per essere sacrificati. All’interno del teatro accorreva una moltitudine di genti, provenienti anche dalle regioni limitrofe, per assistere alla competizione fra i tre poeti prescelti dall’arconte della città. Ciascuno di loro doveva presentare una trilogia, tre tragedie e un dramma satiresco. Di tutte le centinaia di tragedie rappresentate nel V secolo in Grecia, sono giunte sino ai giorni nostri soltanto trentadue: sette di Eschilo, sette di Sofocle, diciotto di Euripide (di cui una di origine incerta). Ma quali erano i temi affrontati da questi e dagli altri autori greci del V secolo a.C. nelle loro tragedie e commedie? E quali fra questi temi, hanno attraversato i secoli, restando sempre d’attualità e diventando quindi a buon diritto dei “temi eterni”?

Direi che sono quattro gli archetipi teatrali affrontati dagli autori greci del periodo che rispondono a queste caratteristiche: la libertà, la vendetta, il destino e lo spirito democratico. Andando con ordine, fra le tragedie che ci sono pervenute, la più antica è senz’altro I Persiani, di Eschilo, rappresentata nel 472 a.C. È un inno alla libertà che ebbe come corego (produttore diremmo oggi) Pericle. È l’unica tragedia di tema strettamente storico e celebra la vittoria ateniese a Salamina sull’esercito del re persiano Serse nel 480 a.C. In questa scena attraverso il dolore dei vinti, si ricorda la giusta vittoria dei Greci, difensori della loro terra e della libertà. La Medea di Euripide, invece, venne messa in scena durante le Grandi Dionisie del 431. L’opera racconta dell’amore tradito e della vendetta atroce di Medea, moglie di Giasone e madre di due figli, che viene ripudiata dal marito perché questi era stato già prescelto da Creonte, re di Corinto, per dare un marito alla figlia Creusa e farlo succedere al trono. Medea divenuta disperata in seguito all’indifferenza del marito, invia a Creusa un mantello avvelenato che la uccide in modo straziante; muore anche Creonte accorso in suo aiuto. Affinché poi Giasone non abbia discendenza uccide anche i suoi stessi figli condannandolo alla disperazione eterna. La forza del destino viene invece rappresentata nell’Edipo Re di Sofocle. Il protagonista è Edipo che, divenuto re di Tebe dopo aver risolto l’enigma della Sfinge, cerca di salvare la città dalla pestilenza che la affligge. Per fare ciò deve scoprire chi ha ucciso suo padre, re Laio, e poi esiliarlo. Viene chiamato a corte l’indovino Tiresia il quale annuncia a Edipo che è stato lui stesso a uccidere suo padre Laio senza saperlo e poi, sempre ignaro di tutto, ha sposato sua madre Giocasta. Sofocle evoca il momento in cui Edipo scopre il parricidio e l’incesto che ha commesso inconsapevole di tutto. Alla fine, quando Edipo trova la madre Giocasta morta suicida, si trafigge gli occhi con le fibbie della sua veste accecandosi. Partirà, ormai cieco, per l’esilio forzato con la figlia Antigone. Per finire, il quarto archetipo teatrale cioé la libertà di spirito dell’Atene democratica, viene rappresentata invece dalla Lisistrata di Aristofane. In questa commedia del 411 a.C. (due anni dopo la catastrofica spedizione ateniese in Sicilia) l’autore trova un’insolita soluzione alla guerra del Peloponneso. La protagonista è l’ateniese Lisistrata che incarna l’intelligenza femminile alla ricerca di una soluzione che ponga fine al conflitto in modo pacifico. Assecondata dalla spartana Lampito, si coalizza con le donne e occupa l’Acropoli di Atene indicendo uno sciopero a oltranza dell’amore; gli uomini saranno così messi davanti a un dilemma, o la rinuncia al sesso o la fine della guerra. Alla fine gli uomini si piegheranno al ricatto. Attraverso espedienti come quello dei due cori, uno di anziani l’altro di anziane, posti l’uno di fronte all’altro e con un linguaggio irriverente, Aristofane evidenzia sia la stanchezza per la guerra sia la libertà di spirito dell’Atene democratica, dove la Lisistrata fu messa in scena quando il conflitto del Peloponneso era ancora in pieno svolgimento.

P.S.: Questo post è un condensato dello “speciale sul teatro greco” apparso sul n° 12 della rivista “STORICA” di febbraio 2010. L’articolo originale è stato scritto da Antonio Guzman Guerra, professore di filologia greca all’Università Complutense di Madrid.

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