Voi non siete qui

copertina Voi

Comincia con la messa on line del blog www.voinonsietequi.it il “conto alla rovescia” per la pubblicazione del mio nuovo romanzo, “Voi non siete qui” (Il Saggiatore) in tutte le librerie d’Italia dal 4 settembre. Qui la quarta di copertina. Nel blog, che va in costante aggiornamento, citazioni da “Voi non siete qui”, carrellate fotografiche dei luoghi citati, una “playlist” di musiche, recensioni, commenti e varie altre amenità.

Ecco qui sotto come introduco il libro per i visitatori del blog.

Grazie per l’attenzione

Guglielmo Pispisa (Kzg)

Walter è una contraddizione. Un avvocato quasi benestante che passa metà del tempo a compiangersi e il resto a massaggiarsi l’ego, secondo l’abitudine acquisita durante una riparata, passiva esistenza borghese.

Desidera sopra ogni cosa essere considerato un signore. Ma non per educazione, è solo che gli manca il coraggio di mandare a quel paese la gente. Preferisce il compromesso all’impegno. Si considera uno scettico, e poi va nel panico se il suo nome non è in lista a un ricevimento. Si dice disgustato di sé, ma la debolezza di carattere per cui si biasima è solo il sintomo di un più vasto cedimento morale. Afferma di non piacersi, eppure non fa altro che guardarsi.

Walter è meschino, è misogino, è un vanesio con la sindrome di inferiorità, è sessista, razzista, classista, insensibile, tutto con molta naturalezza, nemmeno se ne accorge. È postmoderno: scambia l’autoindulgenza per consapevolezza. Disprezza i suoi concittadini con le Hogan ai piedi e le borse Vuitton, ma si deprime a comprare vestiti ai grandi magazzini. È come me, come te, come tutti. Come tutti si crede speciale, come tutti crede che non toccherà a lui pagare. Fino a che gli sarà concesso di crederlo.

In questo romanzo ho fatto tutto quello che, secondo le regoline della scrittura creativa, non si dovrebbe, quello che fin qui ho sempre evitato. Ho raccontato una storia ordinaria, banale, dal punto di vista di un protagonista verboso e digressivo. Ambientata a Messina, un luogo antinarrativo per eccellenza. Ho finto di attingere a dati materiali della mia vita, prendendo un po’ in giro la moda dell’autofiction (che poi c’è sempre stata, anche quando nessuno la chiamava autofiction). Me ne sono infischiato di preferire il mostrare al dire, anzi più volte ho detto quando avrei potuto mostrare. Ho espresso pareri, giudizi, sentenze per bocca del narratore, invece di lasciare che il lettore si facesse un suo parere. Ho usato uno dei due finali che mai si dovrebbero usare. Perché ho fatto tutto questo? Sulle prime pensavo di fare semplicemente uno sberleffo, quasi fregandomene che fosse un testo destinato ai lettori e a un mercato. Ho fatto quello che lì per lì mi andava di fare.

Poi mi sono accorto che non era così, che era anzi vero il contrario. Al lettore ho dato fiducia, per una volta non l’ho trattato come un bambino scemo a cui porgere col cucchiaino. Ho creduto in lui, nella sua capacità di arrangiarsi, nella sua intelligenza, nella furbizia che, spero, lo inducano a non dare per buono quel che gli racconta il narratore, a guardare un poco oltre, fino a vedere quello che il narratore non dice, perché nemmeno lo sa.

Guglielmo Pispisa

 

 

  • malocchio_ga quelli che si piangono addosso, che si dicono poveri e disperati: per nove su dieci sono tutte stronzate, o meglio interpretazioni da Oscar; hanno come minimo un paio di case di villeggiatura di famiglia, auto da ventimila euro e passa, occhiali da sole di marca e la faccia talmente di tolla da lamentarsi e lamentarsi e lamentarsi ancora. Che vadano a Khartoum per verificare di persona chi dovrebbe lamentarsi. Quindi, quando lo fanno, tu mandali affanculo col sorriso sulle labbra. Capiranno
  • a quelli che ti consigliano una cazzo di medicina per ogni cosa che ti accade. Le medicine costano, amico, non permettono al tuo corpo di difendersi da solo e fanno pure male. Oltre ad alimentare quell’assurda egemonia che hanno le farmacie nel nostro paese. Piuttosto fatti una spremuta di agrumi o una canna
  • a quelli che commentano sempre tutto, dicono la loro su tutto – seppur non richiesta – e si ritengono depositari della verità assoluta. La verità assoluta non esiste, siamo tutti brave persone e ridicoli buffoni allo stesso tempo: dipende dal momento in cui ci stai osservando. Chi dice di saperne sempre di più e meglio è probabilmente colui che deve imparare più di tutti
  • a quelli che per strada provocano, ti fanno i fari da 200 metri per superarti, ti si incollano al culo, occupano strisce e marciapiedi, si intrufolano dappertutto. Tu manda giù, conta fino a dieci e pensa a cosa ti preparerai per cena (questa è difficile, sono il primo ad ammetterlo…)
  • ai tuoi coetanei vecchiacci che dicono che oggi la musica fa cagare, la moda fa cagare, le relazioni fanno cagare, il vino fa cagare, le bici sono fragili, le case fatte col culo (okay, questo puà essere vero) e così via. È semplicmente la famigerata sindrome dei fossi per il lungo. Tu non farti tirare dentro, pensa a una cosa sola: prima di noi, i nostri genitori dicevano le stesse stronzate su di noi, e prima ancora i nonni, i bisnonni, i trisavoli
  • a quelli che diffidano degli stranieri, dei meridionali, degli immigrati ecc. Provincialotti che al massimo si meritano il Salvini di turno. Cazzo c’entra la nazionalità con la validità di una persona? Se è stronza, è stronza, non serve controllare passaporto e permesso di soggiorno. Stessa cosa se invece è una brava persona
  • a chi dà la colpa di tutto ai politici. Certo, ‘sti stronzi ce l’hanno messa tutta per farsi odiare, ma il vero problema a mio giudizio è a monte: chi vota chi. Il vero problema non sono i politici, sono gli italiani
  • a quelli che dicono che la scuola fa cagare in tutto e per tutto, che si immischiano e rompono le palle a docenti, personale, preside, rappresentanti. E i bambini escono poco all’aria aperta, e fanno poche gite, e studiano male la matematica,  e hanno troppi compiti, o pochi compiti, e via dicendo. In realtà a ‘sta gente non sta veramente a cuore che le cose funzionino bene: è semplicemente entrata nel loop dei punti uno e tre qui sopra. Statene alla larga
  • a quelli che sbandierano ideologie, credo, proclama, presunte battaglie civili giusto per avere uno slogan buono per i social network, la nuova ‘piazza’. Una bella manciata di decenni dovrebbero averci insegnato che i cambiamenti non avvengono in questo modo, spostandosi di carro in carro e cantando a squarciagola la canzone dell’ultima tendenza politica o sociale. I cambiamenti dipendono dal comportamento di ogni singolo individuo, giorno per giorno. Dimmi cosa fai, cosa mangi, come ti muovi, come gestisci i rifiuti, come ti comporti per strada, nei negozi, al lavoro, a casa con coniuge e figli, e ti dirò se sei un bravo cittadino o meno. Non m’interessa quanto è figa la bandiera che sventoli giulivo
  • a quelli che dicono che presto sarà tutto digitale, o a quelli che dicono che presto il digitale sparirà del tutto. Stronzate, barcolleremo per sempre – come razza umana – tra elettronica futurista e cornetti d’avorio contro il malocchio. Senza speranza di redenzione. Parola di Truck Driver 

Here’s a transcript of a letter by Ray Bradbury, courtesy of Letters of Note.

 

June 10, 1974

Dear Brian Sibley:

This will have to be short. Sorry. But I am deep into my screenplay on SOMETHING WICKED THIS WAY COMES and have no secretary, never have had one..so must write all my own letters..200 a weekl!!!

Disney was a dreamer and a doer..while the rest of us were talking ab out the future, he built it. The things he taught us at Disneyland about street planning, crowd movement, comfort, humanity, etc, will influence builders architects, urban planners for the next century. Because of him we will humanize our cities, plan small towns again where we can get in touch with one another again and make democracy work creatively because we will KNOW the people we vote for. He was so far ahead of his time it will take is the next 50 years to catch up. You MUST come to Disneyland and eat your words, swallow your doubts. Most of the other architects of the modern world were asses and fools who talked against Big Brother and then built prisons to put us all up in..our modern environments which stifle and destroy us. Disney the so-called conservative turns out to be Disney the great man of foresight and construction. Continua a leggere

Esse est percipi (Borges y Bioy Casares)

Jorge Luis Borges

Jorge Luis Borges

“Viejo turista de la zona de Nuñez y aledaños, no dejé de notar que venía faltando en su lugar de siempre el monumental estadio de River. Consternado, consulté al respecto al amigo y doctor Gervasio Montenegro, miembro de número de la Academia Argentina de Letras. En él hallé el motor que me puso sobre la pista. Su pluma compilaba por aquel entonces una a modo de Historia panorámica del periodismo nacional, obra llena de méritos, en la que se afanaba su secretaria. Las documentaciones de práctica lo habían llevado casualmente a husmear el busilis. Poco antes de adormecerse del todo, me remitió a un amigo común, Tulio Savastano, presidente del club Abasto Juniors, de cuya sede, sita en el Edificio Amianto, de avenida Corrientes y Pasteur, me di traslado. Este directivo, pese al régimen doble dieta a que lo tiene sometido su médico y vecino doctor Narbondo, mostrábase aún movedizo y ágil. Un tanto enfarolado por el último triunfo de su equipo sobre el combinado canario, se despachó a sus anchas y me confió, mate va, mate viene, pormenores de bulto que aludían a la cuestión sobre el tapete. Aunque yo me repitiese que Savastano había sido otrora el compinche de mis mocedades de Agüero esquina Humahuaca, la majestad del cargo me imponía y, cosa de romper la tirantez, congratulélo sobre la tramitación del último goal que, a despecho de la intervención de Zarlenga y Parodi, conviertiera el centro-half Renovales, tras aquel pase histórico de Musante. Sensible a mi adhesión al once de Abasto, el prohombre dio una chupada postrimera a la bombilla exhausta, diciendo filosóficamente, como aquel que sueña en voz alta:
-Y pensar que fui yo el que les inventé esos nombres.
-¿Alias? -pregunté, gemebundo-. ¿Musante no se llama Musante? ¿Renovales no es Renovales? ¿Limardo no es el genuino patronímico del ídolo que aclama la afición?
La respuesta me aflojó todos los miembros.

-¿Cómo? ¿Usted cree todavía en la afición y en los ídolos? ¿Dónde ha vivido, don Domecq?

En eso entró un ordenanza que parecía un bombero y musitó que Ferrabás quería hablarle al señor.

-¿Ferrabás, el locutor de la voz pastosa? -exclamé- ¿El animador de la sobremesa cordial de las 13 y 15 y del jabón Profumo? ¿Estos, mis ojos, le verán tal cual es? ¿De verás que se llama Ferrabás?

-Que espere -ordenó el señor Savastano.

-¿Que espere? ¿No será más prudente que yo me sacrifique y me retire? -aduje con sincera abnegación.

-Ni se le ocurra -contestó Savastano-. Arturo, dígale a Ferrabás que pase. Tanto da…

Ferrabás hizo con naturalidad su entrada. Yo iba a ofrecerle mi butaca, pero Arturo, el bombero, me disuadió con una de esas miraditas que son como una masa de aire polar. La voz presidencial dictaminó:

-Ferrabás, ya hablé con De Filipo y con Camargo. En la fecha próxima pierde Abasto, por dos a uno. Hay juego recio, pero no vaya a recaer, acuérdese bien, en el pase de Musante a Renovales, que la gente sabe de memoria. Yo quiero imaginación, imaginación. ¿Comprendido? Ya puede retirarse.

Junté fuerzas para aventurar la pregunta:

-¿Debo deducir que el score se digita?

Savastano, literalmente, me revolcó en el polvo.

-No hay score ni cuadros ni partidos. Los estadios ya son demoliciones que se caen a pedazos. Hoy todo pasa en la televisión y en la radio. La falsa excitación de los locutores, ¿nunca lo llevó a maliciar que todo es patraña? El último partido de fútbol se jugó en esta capital el día 24 de junio del 37. Desde aquel preciso momento, el fútbol, al igual que la vasta gama de los deportes, es un género dramático, a cargo de un solo hombre en una cabina o de actores con camiseta ante el cameraman.

-Señor, ¿quién inventó las cosas? -atiné a preguntar.

-Nadie lo sabe. Tanto valdría pesquisar a quién se le ocurrieron primero las inauguraciones de escuelas y las visitas fastuosas de testas coronadas. Son cosas que no existen fuera de los estudios de grabación y de las redacciones. Convénzase, Domecq, la publicidad masiva es la contramarca de los tiempos modernos.

-¿Y la conquista del espacio? -gemí.

-Es un programa foráneo, una coproducción yanqui-soviética. Un laudable adelanto, no lo neguemos, del espectáculo cientifista.

-Presidente, usted me mete miedo -mascullé, sin respetar la vía jerárquica-. ¿Entonces en el mundo no pasa nada?

-Muy poco -contestó con su flema inglesa-. Lo que yo no capto es su miedo. El género humano está en casa, repatingado, atento a la pantalla o al locutor, cuando no a la prensa amarilla. ¿Qué mas quiere, Domecq? Es la marcha gigante de los siglos, el ritmo del progreso que se impone.

-¿Y si se rompe la ilusión? -dije con un hilo de voz.

-Qué se va a romper -me tarnquilizó. -Por si acaso, seré una tumba -le prometí-. Lo juro por mi adhesión personal, por mi lealtad al equipo, por usted, por Limardo, por Renovales.

-Diga lo que se le dé la gana, nadie le va a creer.

Sonó el teléfono. El presidente portó el tubo al oído y aprovechó la mano libre para indicarme la puerta de salida.”
Continua a leggere

La Strategia dell’Ariete in scena

E dopo averlo scaricato aggratis da http://www.kaizenlab.it/senzablackjack.html potete anche guardarvi lo spettacolo della spettacolare Compagnia Fantasma

Esse est percipi (Jorge Luis Borges & Adolfo Bioy Casares)

Jorge Luis Borges

Jorge Luis Borges

“Esse Est Percipi” is a short story on football and the perception of reality by Jorge Luis Borges and Adolfo Bioy Casares (from the anthology Perfect Pitch: Dirt. edited by Marcela Mora Y Araujo & Simon Kuper)

A football fan is amazed to find that the games he listens to on the radio are a figment of someone’s imagination.

—-

As an old roamer of the neighbourhood of Nunez and thereabouts, I could not help noticing that the monumental River Plate Stadium no longer stood in its customary place.

In consternation, I spoke about this to my friend Dr Gervasio Montenegro, the full-fledged member of the Argentine Academy of Letters, and in him I found the motor that put me on the track. At the time, his pen was compiling a sort of Historical Survey of Argentine Journalism, a truly noteworthy work at which his secretary was quite busy, and the routine research had accidentally led Montenegro to sniff out the crux of the matter. Shortly before nodding off, he sent me to a mutual friend, Tulio Savastano, president of the Abasto Juniors Soccer Club, to whose headquarters, situated in the Adamant Building on Corrientes Avenue near Pasteur Street, I hied. Continua a leggere

True Detective. Form and Void

J:

Ogni tanto, soprattutto d’estate, Kaizenology prende una pausa dai Kai Zen. Il pulsante ripubblica ci piace più del ci piace! Lasciate che siano gli altri a lavorare per noi ogni tanto…

Originally posted on constant shallowness leads to evil:

 luce

per me, conversione un cazzo, happy ending un cazzo. stiamo parlando ancora di a dream about being a person. è questione di scomparire, desiderare di svanire, non poterlo desiderare compiutamente finchè non è proprio il momento. Sta descrivendo ancora, accuratamente l’oscurità totale e cosa più importante, il fatto incontrovertibile che la desideriamo con disperazione, almeno quanto la possibilità della luce che accuratamente neghiamo. Perchè abbandonarsi è un lusso infinito quanto il silenzio assoluto, che non riusciamo a praticare, fino alla fine. Ma poi ci svegliamo, in un’altra illusione – un’altra storia non più edificante della prima, non più vera della seconda. Ma poi ti svegliano, e vieni al mondo. E riparti pieno di nuove certezze che tutte crolleranno. Un’altra volta ancora e ancora e ancora. (e si riformeranno ancora. Vi piacerebbe che non fosse così… forse anche eternamente. speriamo di no.) La luce che cavalca inutile…

View original 312 altre parole

Emil Cioran (8 aprile 1911 – 20 giugno 1995)

Appena adolescente, la prospettiva della morte mi gettava nell’angoscia; per sfuggirvi mi precipitavo al bordello o invocavo gli angeli. Ma con l’età ci si abitua ai propri terrori, non si fa più niente per liberarsene, ci si imborghesisce nell’Abisso. E se ci fu un tempo in cui invidiavo quei monaci egiziani che scavavano le loro tombe per versarvi lacrime, oggi scaverei la mia per non lasciarvi cadere altro che cicche.

 

Emil Cioran (8 aprile 1911 – 20 giungo 1995)

 

<p><a href=”http://vimeo.com/43349096″>Emil Cioran (sub ita)</a> from <a href=”http://vimeo.com/user3501833″>Luca Minetti</a> on <a href=”https://vimeo.com”>Vimeo</a&gt;.</p>

Cirenaica for dummies: Una cacata di gesso nell’acqua

L’occhio che tutto vede

Sono l’arabo che si spara da solo sulla spiaggia. Sono Lo straniero di me stesso. Ogni mattina è lo stesso. Il mio socio G lo definisce “nichilismo alla cazzo di cane”. Dice che dovremmo farne definitivamente il nostro motto o forse addirittura un manifesto. Guardo fuori dalla finestra, lasciando che gli occhi spazino verso l’inutilità della pianura. Abito all’ultimo piano, non ci sono ostacoli tra me e l’orizzonte. Laggiù da qualche parte c’è il porto di Ravenna con le navi che salpano per la Grecia e il fantomatico traghetto per Catania. Tra le tante cose futili che il mio disco rigido cerebrale ha registrato nello scontare la sua condanna karmica c’è una scena dello sceneggiato a puntante di Lars von Trier, The Kingdom, in cui il dottor Helmer, costretto a lavorare in Danimarca perché cacciato da ogni sanatorio di Svezia, sale sul tetto dell’ospedale e osserva con il binocolo la costa svedese e il profilo delle centrali nucleari: “grazie o nere torri svedesi, col plutonio abbiamo messo in ginocchio i danesi, qui la Danimarca una cacata di gesso nell’acqua e lì la Svezia scolpita nel granito, danesi maledetti, danesi canaglia pezzenti.” Continua a leggere