La Sottile Linea Rosa 6

William Russell

Capitolo 6 (Alberto Noseda)

12 novembre 1854, Comando britannico di Simferopoli

I due uomini si guardano in faccia per l’ennesima volta. “Strani tempi fanno strani amici, vero?” dice il più alto.
“Si, non avrei mai pensato ci saremmo trovati a lottare insieme.” replica l’altro con una punta di acido
Il vento freddo penetra attraverso le uniformi e l’umidità lo mantiene attaccato alle ossa. Una maledetta domenica sera come tutte le altre, tanti bravi ragazzi che vorrebbero essere altrove, a casa la maggior parte, ma comunque in qualsiasi altro posto tranne che questo. Poca voglia di scherzare attorno ai fuochi, una fiaschetta fa un giro tra le mani congelate, le risate sono forzate; dentro qualche tenda si affogano i problemi tra le gambe di una paesanotta locale, che i sottufficiali hanno fatto finta di non vedere scivolare tra le ombre del campo. Tutti hanno il diritto di sopravvivere come credono.
“È ora di muoversi: speriamo solo che l’irlandese non si faccia prendere dal panico.”
“Speriamo solo che l’irlandese non si faccia ammazzare…”
Le due guardie della cavalleria di Sua Maestà, che le mostrine identificano come soldati scelti, si avviano verso la costruzione centrale del comando portando il rancio serale ai commilitoni di guardia.
10 novembre 1854, una taverna affollata di Simferopoli

L’odore di sudore, tabacco scadente e paura latente riempiva densamente il locale. I due uomini al tavolino fissavano la bottiglia di vodka a buon mercato e i bicchieri che avevano una parvenza di trasparenza.
“Fed..” “Nessun nome. I nomi possono essere pericolosi anche in un posto come questo.”
“Scusa, sono solo nervoso… ma sei sicuro che Car… ehm… lui verrà?”
“Certo, è l’unico modo per lui per poterla rivedere.” Michajlovic non era per niente sicuro di questo, ma non poteva rendere Russell ancora più nervoso; tanto dipendeva da Lord Carrigan, e lui non aveva altre idee al momento. Anche Russell poteva alla fine dimostrarsi utile. Il giornalista dal canto suo non aveva mai visto il russo così attivo e determinato, gli eventi degli ultimi due giorni lo avevano galvanizzato: non dormivano dalla precipitosa fuga da Capo Saryc e Russell non vedeva l’ora di un buon sonno, l’ultimo incontro con il generale Halifax l’aveva portato molto vicino ai suoi limiti fisici. Continua a leggere

La Sottile Linea Rosa 5

Capitolo 5 (di Vanes Ferlini)

8 novembre 1854, villetta di Capo Saryc

 

Irrompono di notte, annunciati solo dal rumore dei tacchi sul marmo, con le uniformi inamidate che non hanno mai conosciuto il campo di battaglia.
La Duchessa Seminova è ancora sveglia, seduta al secretaire. Sta scrivendo una lettera.
La cadenza dei passi sulle scale risuona come la marcia del destino incombente.
Brucia il foglio sulla fiamma della candela. Giusto in tempo: tre tocchi alla porta. Lei non risponde. La porta si apre e la faccia di marmo dell’ufficiale inglese pronuncia la frase di rito. Sorpresa, sgomento, indignazione. La vestaglia di organza si agita nella camera, urla tutto il suo disprezzo. Un gelido invito a vestirsi, la porta si richiude. Marina Seminova rimane a contemplarsi allo specchio. Sorride: qualcuno pagherà, per questo.

9 novembre 1854, Comando britannico di Simferopoli

“Strappata da casa mia nel cuore della notte, deportata come un volgare delinquente… Quando la notizia giungerà a San Pietroburgo…” la Duchessa lascia la frase in sospeso, una mannaia a mezz’aria.
Seduta di tre quarti sul bordo della poltrona, indossa un impeccabile completo da matinée, assai indicato per le passeggiate a corte ma poco intonato con gli uffici austeri del Servizio Informazioni.
L’ufficiale, al lato opposto della scrivania, non è in grado di sostenere lo sguardo tagliente della donna. Preferirebbe trovarsi all’assedio di Sebastopoli piuttosto che interrogarla. Troppo enigmatica, troppe amicizie altolocate (da entrambe le parti).
“Madame, non dovete considerarvi prigioniera ma piuttosto…”
“Signor Colonnello” lo interrompe lei in tono spregiativo (quanto veleno sa mettere una donna in sole due parole) “come dovrei considerarmi allora?”
“Madame, vi prego…”
La porta dell’ufficio si apre con violenza, entra un Generale anziano. Corporatura robusta, barba e baffi bianchi, fronte alta incorniciata di radi capelli. La pelle olivastra, somigliante a quella degli indù. Continua a leggere

La Sottile Linea Rosa 4

L’appello

Capitolo 4 (Francesco Casanova)

4 novembre Balaklava

L’orrore avvelena la memoria.

Nella sua mente il ricordo di sé viene cancellato dai corpi mozzati e dalle urla disperate di uomini che tentano invano di rialzarsi sulle gambe ormai perdute mentre, con stupore moribondo, guardano le proprie braccia mozzate.
Lord Cardigan non riesce a rispondere alle domande di Beria ed il calore di quel magnifico corpo non riesce a riscaldare il gelo che da quel giorno si è impossessato della sua anima. Beria gli chiede di ricordare la carica, lui non può. Non ricorda. Ha solo immagini davanti agli occhi; immagini sconnesse e allucinanti che gli rinnovano l’orrore e gli impediscono di far riaffiorare i suoi pensieri e la sua volontà durante quei momenti tragici. “Non ricordo mia adorata.” La voce è un soffio lugubre.
Beria è sorpresa dal cambiamento repentino. Fino a pochi istanti prima il volto del Lord era rilassato e sorridente mentre giocava con i suoi capezzoli e sussurrava al suo orecchio.
Beria conosce bene quei momenti e sa quanto si possa approfittare del potere della propria femminilità per far parlare anche il più riservato degli uomini. Tecniche antiche quanto il mondo. Aveva pensato fosse giunto il momento ideale per chiedergli le ragioni di quella inspiegabile carica nella valle. La valle della morte l’avevano presto ribattezzata. Continua a leggere

Cirenaica for dummies: Abbattete le torri, carpentieri

CYLa vita di uno scrittore non è fuoco, fiamme e tette al vento come diceva quel tale. I tempi di Jack London sono andati e così gli uomini come lui. Anche i tempi di Hemingway sono andati e così i cialtroni come lui. Le giornate scorrono apatiche, le sedie prendono la forma del tuo culo, e quando  il sole sembra sul punto di tramontare ti ritrovi ancora lì a fissare uno schermo che ti sta rendendo sempre più miope. Ripensando alle ultime otto ore ti accorgi di non aver scritto una frase che valga qualcosa. Hai navigato svogliatamente tra le notizie del giorno, hai consultato qualche sito che spaccia letteratura come fosse erba a controllata dose di thc, hai scorso con sufficienza i due, tre social network del cazzo a cui ti se iscritto con una certa riluttanza, eppure in qualche modo finisci sempre da quelle parti e ti senti meschino. Non trovi più la forza di alzarti andare verso la libreria e aprire una pagina qualsiasi di Moby Dick, de Il grande Gastby, dei Sillogismi dell’amarezza, di Martin Eden, di Alzate l’architrave, carpentieri, di Altre inquisizioni o di qualsiasi altra cosa che ti faccia sentire piccolo e grande allo stesso tempo. Che ti costringa a fare i conti con la scrittura, con la signora scrittura, quella inarrivabile, quella che ti fa venire voglia di scalare le vette tra le righe, di adagiarti tra le metafore, di dormire appeso a una similitudine, di riprendere l’ascesa a forza di braccia tra iperboli e figure retoriche. Ecco, quella che non ti farebbe mai scrivere una banalità come quella che hai appena buttato giù. La vita di uno scrittore potrebbe essere – anche – fuoco, fiamme e tette al vento, se solo avesse il coraggio di fare i conti con se stesso, staccare la spina e mettersi a scrivere. Ma non basterebbe, dovrebbe rimettersi a leggere con accanimento, a sondare acque melmose e malmostose e forse tra un caffè nero e l’altro a farsi un giro allontanandosi da sedia e schermo. Tanto lì non farà molto se non perdere tempo in rete o arrovellarsi su un romanzo storico che dovrebbe fargli guadagnare una fortuna, ma che tanto non scriverà mai o sul romanzo mondo degno di 2666 di Bolaño che a sua volta non solo non porterà a termine, ma che nemmeno comincerà, anche se lo sogna ogni fottuta – per usare un termine caro agli scribacchini di oggi – notte. Andare a fare un giro… e dove? Bologna… Quando ci arrivi, sono i primi anni Novanta e tu di anni ne hai venti. Bologna quando ci arrivi è fuoco, fiamme e tette al vento, poi qualcosa poco alla volta sfuma. Tu invecchi, cambi, perdi rabbia e colpi, mastichi amaro e invecchi ancora e ti accorgi che è solo una misera città di salumieri con qualche metro quadrato di bottega da difendere in centro, una città che ti mastica e ti sputa, che ti sfrutta e non ti dà nulla in cambio. E tutto si riduce a quattro strade all’ombra di quelle fottute torri. Già, le torri. Per i bolognesi, come molti altri simboli della loro cara Bologna, sembrano essere più importanti della salute dei loro figli. All’ombra di quei due cazzetti,  i salumieri trafficano e brigano, orgogliosi e spavaldi con quel loro accento fastidioso, quell’inflessione che ti tira fuori i pungi dalle mani mentre i tuoi figli pedalano rischiando la vita sotto le ruote di un furgone e respirando effluvi catramosi. Pur di mantenere il centro “il centro” lo trasformano in una camera a gas, in un manicomio di automobili e motorini mentre i quartieri a ridosso delle mura sono dormitoi tristi pieni di vecchi dal socmel facile, di mosche da bar fradice e disgustose, di fruttivendoli e panettieri che si credono gioiellieri e ti danno del pane di merda al prezzo di una corona tempestata di pietre preziose. Quartieri che in altre parti del mondo, per la loro posizione, per la loro dinamicità e vivacità hanno radicalmente trasformato il loro volto. La Cirenaica, al quale questo miserabile blog è dedicato, in cui vorrei andarmene in giro per dare modo alla mia testa malandata di sfiatare come una teiera somiglia più a Williamsburg, a Palermo Soho, a Shoreditch, a Haight-Ashbury al Pigneto (per citare i più scontati, banali, hipster o quello che volete, ma questa è casa mia e qui comando io) che a questo triste paesaggio marcescente color ocra in cui mi trovo bloccato da anni, non so nemmeno io più perché. Ecco quello che queste pagine virtuali vedranno a cadenza casuale sarà qualche becera provocazione, rivolta in primis a me stesso, che possa anche solo con l’immaginazione trasformare ‘sto cazzo di rione in qualcosa di diverso, di lontano dalla Bologna ammuffita, stantia, tristemente spaccona, con le strade punteggiate di merda di cane, le mura sempre dello stesso colore e legata a tradizioni bolse a cui sono devoti i padroni della città, quelli ricchi e quelli poveri, salumieri con le botteghe e salumieri nell’anima. Cirenaica for Dummies è la cronaca di uno scrittore che vive in un rione dal nome esotico, gli appunti di un uomo che si ritrova in un luogo che non è, ma che potrebbe essere, anzi che è in quanto finzione, dove ogni incontro è un appuntamento.  Così è, se vi pare e se no andatevene pure a fare in culo.

La Sottile Linea Rosa 3

CAPITOLO 3 (di Alberto Noseda)

3 novembre 1854, piano terra della villetta di Capo Saryc

La duchessa accarezzava i tasti del pianoforte come stesse sfiorando seta pura. Era stato difficile scovare un Bsendorfer in quel luogo dimenticato dai piaceri della civiltà, dei ranghi sociali e ormai anche da Dio, ma suonare era il suo modo per distaccarsi dal freddo controllo che aveva sul suo mondo e tutti quanti la circondassero: poteva lasciar vagare libero il pensiero senza preoccuparsi del presente. Il sole al tramonto era ormai scomparso dietro le colline, ma il riflesso della luce era ancora sul lembo di mare visibile dalla vetrata. Non c’era un alito di vento e il mare giocava a essere un’unica distesa di piccole onde ambra e blu scuro.
Lo “studio” che stava suonando le riportava a galla un passato piacevole, in un mondo più semplice. Aveva avuto il piacere di conoscere Ferenc Liszt una decina di anni prima, a un gran ballo a Kiev; era un’estate torrida, con fiori che appassivano a vista d’occhio, e il vino mai del tutto fresco nonostante l’impegno dei servi a mantenerlo nel ghiaccio. Eppure tutto questo caldo non sembrava toccare Ferenc: lontano, freddo, impassibile di fronte al turbinio di aristocrazia russa e non. Si limitava a salutare tutti con un gesto del capo e a scambiare pochi convenevoli, finche’ i loro sguardi non si erano incrociati. Il resto dell’estate era passato in un modo tale che la duchessa non avrebbe mai più pensato a Ferenc come a un uomo freddo e distaccato, tutta la passione della sua musica era lì sempre con lui, pronta a esplodere: violenta ma gentile, forte ma dolce, impetuosa eppure semplice.
Come sua figlia, Beria. sua figlia non figlia. L’andante dello studio ora risuonava più malinconico, mentre lei ricordava quando l’aveva salvata da quel rogo a Istanbul, la notte maledetta, il paziente lavoro di mesi andato ormai in fumo, la casa in fiamme che cadeva a pezzi, il pianto disperato e lei che correva fuori, con questa minuscola creatura tra le braccia; e l’aveva tenuta come sua, sua, SUA. Niente al mondo avrebbe potuto toglierle questa figlia, a lei, duchessa Seminova, che non avrebbe mai potuto concepirne un’altra. Se avesse saputo piangere forse una lacrima sarebbe scesa, il suo carattere e il suo controllo glielo impedirono, ma smise di suonare. Continua a leggere

Ficata pazzesca (2)

  • runavvicinare il banchetto di un fruttivendolo al mercato con la faccia più babbiona di questo mondo, che già da uomo solo non anziano rappresento di certo in pieno il tipico pollo da spennare, ai suoi occhi, chiedere prezzi di questo e di quello, fingere eterna indecisione, dito indice sulle labbra e sguardo perso in alto, fingere conteggi con le dita, poi ordinare merce particolare in quantità non indifferente e, al momento del terribile totale a pagare che lo stronzo fruttivendolo vorrebbe spillarmi con quella faccia di cazzo, cominciare a questionare con estrema flemma: ma scusi quanto viene al kilo? Ma non c’è scritto un altro prezzo sul cartello? Faccia vedere sullo scontrino… Io avevo chiesto di meno, non due kili… E queste fragole andate a male? Saranno mica scivolate dentro per sbaglio… E lui: esatto! Per sbaglio. E io: mò scivolo io per sbaglio al supermercato qui accanto. Adieu
  • andare a concerti death metal con la maglietta dei Maroon 5, a vernissage in centro con la tuta della Kappa, a rave party con il frac di pailletes bianco, a teatro con il K-way e al canile municipale per il turno da volontario spalamerda con il Moncler e le Timberland
  • dormire fino a quando non ti fa male la schiena, lì sdraiato su quel materasso
  • arrivare bello lungo e in velocità accanto alla macchina che ti ha rotto il cazzo due o tre volte mentre sei in bici - senza motivo apparente, solo per sbruffoneria - ora ferma al semaforo, e con un colpo di gamba di classe, grande slancio e piede dritto a martello, schiocco inconfondibile, staccargli di netto lo specchietto di destra (peccato- quello di sinistra sarebbe stato più soddisfacente) e poi sparire tra il dedalo di viuzze come un fulmine
  • ordinare una pizza tonno e cipolla in due, alle tre di notte, dopo aver detto per tutta la strada di ritorno dal bar che ha accolto stanche membra di quarantenni somministrando loro tanto alcol che non sarebbe mai successo, che nessuno avrebbe preso un kebab. E infatti
  • avere la tv solo per essere diverso da chi dice di non avere la tv
  • leggere 2666 di Bolaño, che per la cronaca pesa svariati cazzo di kili, appoggiando il tomo stesso sullo zaino dell’adolescente brufoloso con apparecchio e felpa Abercrombie che sosta immobile davanti a me in metrò, e scoprire fermata dopo fermata che il genio deve vivere proprio dalle mie parti, perchè non sembra scendere più… Okay, poi ovviamente a un certo punto, quando il vagone è mezzo vuoto, non ho più scuse per starmene appiccicato alle sue spalle
  • arrivare al casello autostradale devastato dal viaggio e trovare file interminabili ai caselli dei contanti e il deserto in quelli blu, quelli delle carte. Tirare dunque fuori il bancomat, quello che per inciso hanno tutti nel loro portafoglio, e sentire ancora una volta quella voce adorabile elettronica ‘Arrivederci’
  • (in verità la reale figata pazzesca sarebbe fare trento-reggio calabria in autostrada e ricordarsi a pochi minuti dall’arrivo del mitico sciopero dei casellanti: caselli aperti, non si paga… ma mi sa che ‘sta cosa nel tempo è stata in qualche modo tamponata da quei simpaticoni dei Benetton o chi diavolo altro sta dietro ai nostri amici di Autostrade Italiane)
  • pucciare croste di vecchio pane toscano in generosi bicchieri di rosso da tavola, come se non ci fosse un domani
  • puntare un culetto interessante tra i runner del parco e farle fare (alla proprietaria) da lepre per il proprio allenamento. Ciumbia se funziona, amici! Cronometro alla mano, dico. Bisogna solo stare attenti a inventarsi al volo una pausa immediata in caso la faccia lei

 

La Sottile Linea Rosa 2

L’11° Ussari attacca la batteria russa con il 17° Lancieri

Capitolo 2 (Vanes Ferlini)

30 ottobre 1854, Capo Saryc (a sud di Balaklava)

Il battito ostinato delle onde è un amante perverso. Accarezza la scogliera e la sbriciola poco a poco, la distrugge per disperderla dentro di sé.
Fedor Michajlovic ascolta l’eco della battigia salire lieve, frammisto all’umore salso e fragrante della schiuma. Sotto di sé, il mare è una pozza oscura e tutta la notte, intorno, nasconde una quiete densa di pericoli.
Non più scoppi, né grida strazianti, né il puzzo di carne bruciata.
Questa notte la guerra tace e la morte si concede un riposo meritato.
Ripulire i cannoni, contare le vittime, affilare le baionette per riprendere l’indomani, ancora più accaniti a spazzare vite alla cieca senza curarsi del nome, degli affetti.
E nel cielo, questa notte, lo spicchio esile della luna nuova è un presagio infausto per tutti i contendenti.
Fedor alza gli occhi alla collina. I contorni vaghi di una villetta, due finestre illuminate. Giusto un tiro di fucile. Un buon tiratore potrebbe sorprendere il bersaglio ignaro.
Fedor distoglie lo sguardo e i pensieri.
Pochi istanti e la mente ritorna al volto pallido, alle mani candide e traditrici che ora si nascondono dietro le finestre illuminate, al riparo dai dolori del mondo.
L’ha rivista sul bastimento che lo ha sbarcato a Balaklava. Lei lo ha trattato come un’antica conoscenza senza troppa importanza, uno di quegli incontri casuali che servono più che altro a rompere la  monotonia di un viaggio.
Lo ha poi invitato al tavolo da gioco per fare il quarto e lui si è seduto con la consapevolezza di essere già sconfitto. E non solo a carte.
La Duchessa Marina Seminova è una giocatrice imbattibile. Della vita stessa ha fatto un azzardo, riuscendo con abilità a glorificare le proprie vittorie e nascondere le sconfitte. Continua a leggere

La Sottile Linea Rosa 1

Venti di guerra e puzza d’affari in Crimea…  Da oggi riproponiamo su queste pagine la follia che nel 2008 ci ha visto alle prese, assieme a un manipolo di lettori / scrittori con un esperimento bizzarro quanto – strano a dirsi – entusiasmante. Kai Zen goes romantic… with a lil’ bit of blood, hell, war and darkness of course (come direbbe Altieri)

Cavalleggero del 13° Dragoni Leggeri

Capitolo I (Kai Zen)

20 Ottobre 1854, nei pressi del porto di Balaklava.

La vodka diluisce la densità del té. William prende un breve sorso, passa la lingua sui denti, esita con lo sguardo e poi aggiunge un altro goccio d’alcol. La mano di carte a biritch è sfortunata. Cerca gli occhi della duchessa Seminova che brillano al ritmo della brace di sigaretta. “Trova il nostro té troppo aromatico signor Russell?”
“In tutta sincerità, e con il rischio di reiterare un cliché, preferisco l’earl gray. Con un goccio di rum si capisce.”
Beria, sorniona, cala le carte sul tavolo. l’uomo seduto al suo fianco impallidisce.
L’inglese osserva semi e colori, versa della vodka al compagno di squadra e fischia tra i denti. “Mio caro Fëdor Michajlovic, sembra che abbiamo perso anche questa volta. Le signore ci spenneranno.”
Il viso affilato della duchessa non tradisce emozione. “Non c’è fretta Mister Russell, non c’è fretta.”
William sente l’effetto rilassante della vodka fluire nelle membra. “Non devo andare da nessuna parte Madame e poi non so nemmeno quale sia la posta.”
Oltre l’oblò un serie di luci illumina la costa, seguita, come il lampo dal tuono, da boati sordi. I quattro si alzano e si dirigono sul ponte.
I bagliori all’orizzonte rischiarano la notte, le colline alle spalle del porto sono illuminate a giorno. Le bombe cadono lontane, ma il vuoto d’aria provocato dalle deflagrazioni solleva una leggero vento fino alla nave.
Beria sente il soffio di morte, tiepido, accarezzarle il viso e d’istinto si aggrappa al braccio di William, socchiudendo gli occhi profondi dal taglio orientale. La duchessa, impassibile si aggiusta la chioma fluente smossa dalla brezza.
“Sono quasi due mesi che vanno avanti, ma le mura di Sebastopoli non cedono…” Il tono di Fëdor Michajlovic è rassegnato. “E allo stesso tempo i russi non riescono a contrattaccare, come topi che corrono avanti e indietro nella tana, dimenando la coda, senza via d’uscita.”
“E prima o poi l’aria finirà…” Gli fa eco Russell. Continua a leggere

Uno scandalo in Fenicia (1 di 3)

Joshua ben Pandera

Dopo Dante, Machiavelli, Kant, Newton, Aristotele e tutta un’altra serie di illustri personaggi che si sono ritrovati a indagare, abbiamo deciso che era ora di darci al giallo storico a nostra volta e siccome siamo noti per la nostra modestia abbiamo deciso che fosse il momento di sbattere una bella fascetta metaforica sui nostri racconti online: “Gesù indaga”…

***

1.

Per Joshua ben Pandera ella è sempre la donna. Raramente l’ho sentito accennare a lei in altro modo. Ai suoi occhi, supera e annulla tutte le altre esponenti del suo sesso. Non che egli provasse un’emozione simile all’amore nei confronti di Myriam di Magdala. Tutte le emozioni, e quella in particolare, erano respinte con orrore dalla sua mente fredda, precisa, mirabilmente equilibrata. A mio parere, era la più perfetta macchina pensante e ponderante che esista al mondo ma il sentimento amoroso lo avrebbe messo in una posizione falsa. Non parlava mai delle passioni più dolci se non con un sorriso ironico e beffardo. Erano utili all’osservazione uno strumento eccellente per sollevare il velo che ricopre motivi e azioni dell’umanità. Ma, per un professionista del ragionamento, ammettere questi elementi estranei nel delicato macchinario di precisione del proprio temperamento equivaleva a introdurre in esso un fattore di distrazione che avrebbe potuto pregiudicarne tutti i risultati mentali. Per un carattere come il suo, un granello di sabbia in uno strumento particolarmente delicato o un’incrinatura in una delle sue potenti lenti non gli avrebbero arrecato maggior disturbo di un’emozione profonda. Pure, non esisteva per lui che un’unica donna, e quella donna era Myriam di Magdala, di dubbia e discutibile memoria. Continua a leggere

E quindi?

mojitoAdoro cominciare un discorso o una mail o una chat con ‘E quindi?’.

Di tutte le nuove espressioni in voga, dagli inglesismi geek alla ‘whatsappamelo’ al cosiddetto linguaggio sms o da tastiera tipo ‘nn’ per ‘non’ (ma che cazzo di risparmio di tempo sarebbe, digitare una semplice lettera in meno? Il risparmio a mio avviso è, per dire, da ‘fumante e odoroso escremento’ a ‘merda’, ecco), dai termini più fighi del pianeta come ‘cool’ o ‘nerd’ o ‘celeb’ alle nuove, interessanti espressioni gergali come ‘anche no’ (leggi qui), la mia preferita è senza dubbio quella in oggetto.

Cominciare a parlare con qualcuno buttando lì subito un ‘e quindi?’ è semplicemente fantastico. Mi dà una soddisfazione immensa. Provate a pensarci, è molto più profondo e intriso di significato di quanto siate disposti a credere. C’è tutto un mondo, dietro. Bisogna capirlo, l”e quindi?’, viverlo, respirarlo piano, accettarlo in ogni sua sfaccettatura. Continua a leggere