87 romanzi e 120 racconti

Ai miei editori: A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che io vi ho dato pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna. (Emilio Salgari)


Il sartiame geme. Da lì sotto può sentire i passi sul ponte farsi sempre più concitati. La tempesta è in arrivo, non avranno tempo per ricordarsi di portagli da mangiare. Deve farlo ora, prima che la nave rolli troppo. Il taglio deve essere eseguito da sinistra verso destra e poi verso l’alto. In fondo gli dispiace per lei, sono diventati in qualche modo amici, ma non ha scelta. Gira leggermente le anche in senso orario e posa a terra il ginocchio sinistro, poi quello destro. Le punte dei piedi rivolte all’indietro e i talloni a formare un appoggio su cui si siede con la schiena e la testa erette. Mani sulle cosce, spalle rilassate, ginocchia aperte: respira in silenzio. Il corpo non deve cadere all’indietro, ma sa che i marosi forse non gli daranno questa soddisfazione, togliendoli anche l’ultimo onore.
La nave comincia a ondeggiare, la lama dovrebbe splendere nella penombra della cabina ma non è così. Nulla di importante è mai come ci si aspetta che sia, anche un seppuku su una nave pirata che va incontro a una tempesta ha il colore banale di un pezzo di metallo inerte.
Una luce fioca si perde lungo il corridoio, giù fino al bagno.
È inginocchiato di fronte allo specchio, il sudore sulla fronte, la testa ciondola come scossa da un moto perpetuo. La lama è ferma nell’aria; l’asciugamano, la mensola, il rasoio, tutto vacilla nervoso.
Si va verso la fine come a un ballo senza invitati, soli e danzanti. Vorrebbe darle l’ultimo saluto, ma Jolanda non entra. Ha i lunghi capelli corvini sul volto, appare e scompare dietro il fascio di luce tenue. E soprattutto tace.
Il puzzo della stiva è insopportabile. Il timoniere deve essere impazzito, va dritto verso l’uragano, e di sicuro con il sorriso in volto. Così li ammazzerà tutti.
Ma in fondo non importa, lui sarà già morto e forse nessuno capirà, quando troveranno il relitto, che la sua fine è stata diversa dalle altre. Lo ha scelto, in qualche modo. Gli altri sono stati scelti, scelti dall’oceano. Che sa sempre dove cercarti e dove trovarti. La campana in coperta suona l’emergenza. Gli ultimi momenti.
Il campanello suona inascoltato da alcuni minuti. Gli scuri alle finestre sono semichiusi, il silenzio nel cortile interno è quasi irreale. Qualcuno bussa coi pugni alla porta, “Dottore, dottore è in casa?”
C’è foschia nella stiva. Penetra dalle travi fradice della chiglia, presto uno dei lati potrebbe cedere. Il rischio è di finire spazzati via dall’acqua e dal legname prima di aver terminato il lavoro. Un lavoro che richiede impegno, precisione, serietà. Nulla deve essere lasciato al caso se si vuole che il messaggio arrivi a quei porci lassù, ovunque essi siano.
Per sé ha scelto una lama di alluminio, per la loro coscienza un coltello di parole. Almeno lo spera. Il rumore sordo di battiti violenti sopra la stiva lo risveglia per un attimo. Forse è lei, gli vuole dire qualcosa. Anche solo con quei suoi occhi azzurri. Impenetrabili. È sua figlia, dopotutto.
Respirare profondo, pancia in dentro e petto in fuori. Lasciare che tutta l’angoscia soffi via con l’aria dei polmoni, e sentirsi leggeri. Pronti. Nessuno bussa più in coperta. Un falso allarme forse, un barile che si frantuma sull’albero, forse.
O forse è Testa di Pietra che cerca di salvare il suo prezioso vino bretone, o un capitano, uno dei tanti, che lo vuole salvare. Ma ormai ha deciso. Respirare profondo.
Un uomo in mezzo al cortile si arrampica sul piccolo albero tra le aiuole, allunga il collo per riuscire a vedere qualcosa. “Sembra deserto in cucina. Forse è nella stanza da letto.” Si dondola sul ramo una, due volte e poi si lascia cadere sul prato all’inglese. Arriva una signora anziana con la spesa, l’uomo la ferma. “Il dottore è in casa? È forse malato?” La donna alza le spalle e insieme si mettono a fissare le finestre al primo piano.
Dov’è la sua bambina? Nata da un quarto di calamaio di inchiostro nero e uscita corvina dalle pagine. Non poteva essere altrimenti, sussurra inginocchiato al primo piano di un palazzo anonimo, nella stiva di una nave che sta per affondare. La porta della cambusa cigola, un miagolio insopportabile. Sente un calore al corpo, un dolce tepore. Vogliono farlo desistere… Ma tu bambina dove sei? Una sagoma nera fluttua sinuosa da una parte all’altra della camera, da una parte all’altra della stiva. “Dimmi qualcosa. Giusto per far passare il tempo, per trovare l’attimo propizio.”
La lama si libra nell’aria, taglia le ombre. Non è ancora il momento. La sagoma scura si avvicina. I capelli sono lisci, morbidi. Le sfiora appena la fronte e poi il naso. “Ora ti devo lasciare, figlia mia.”
Accanto all’uomo a alla vecchietta con la spesa si sono affiancati due ragazzini, uno ha un pallone sottobraccio. Tutti guardano verso le finestre al primo piano.
E la gatta?” Chiede uno dei bambini all’uomo. “Perché, il dottore aveva una gatta?”
La signora si volta di scatto verso l’uomo. “Perché parla al passato?”
La lama entra nella pelle, nella carne appena, poi si ferma. Così non va. Più deciso, più coerente. Allontana la lama dallo stomaco come per prendere la rincorsa. Questa volta il taglio è deciso. Penetra in orizzontale e poi in verticale con un gesto automatico. La vista si offusca, il respiro accelera, l’aria non scende più ai polmoni.
Quando arriva il carro ambulanza nel cortile si è già formata una piccola folla. Un uomo si avvicina ai due barellieri intenti a uscire dal portone con la lettiga. “È il dottor Salgari?”
Uno dei due portantini, con indifferenza, alza un lembo del lenzuolo, i più vicini sbiancano in volto.
La gatta gira per la casa vuota. Passa dal divano al tavolino di bambù, in cerca di qualcosa. La notte è fresca, ariosa. Le luci della strada si riflettono sulle mura del corridoio, ripetono un percorso preciso: parete, armadio, porta del bagno e ritorno. L’animale le insegue come per gioco poi infila l’ultima porta in fondo al corridoio.
La luce dello specchio è ancora accesa, nessuno l’ha spenta. Anche le macchie di sangue sul pavimento sono ancora lì, compatte come una lastra di marmo scuro. La gatta salta sulla mensola e rimane, come ipnotizzata, allo specchio. Pare quasi si riconosca, il pelo corvino, gli occhi azzurri, impenetrabili.

Don’t believe the hype

C’è un meccanismo perverso, direi più legato al nostro modo di vivere, al mondo di oggi, che non solo ai mass media, per il quale con puntualità svizzera qualsiasi cosa piccola e genuina che suscita interesse finisce poi col crescere in modo fulmineo ed esponenziale, fino a rompere l’idillio e diventare un (più o meno fastidioso) cliché. Ed è un peccato, a volte. Una crescita ‘naturale’ del fenomeno, di qualsiasi fenomeno, forse scongiurerebbe questo rischio, ma si sa: dalla globalizzazione in poi le crescite naturali non sono più abbastanza redditizie. A parte il business del cibo biologico, forse.

Parlo dell’esplosione di attenzione e interesse registrata qui in Italia per il rugby, sport davvero molto bello e avvincente. Io stesso mi sono avvicinato alla palla ovale qualche anno fa, in modo quasi distratto, e ne ho apprezzato subito il dinamismo e la carica senza dubbio molto genuina, forse legata al fatto che bisogna lottare, correre, afferrare, bloccare, buttare giù chi ha la palla in mano. Contatto fisico, puro e primordiale, e conseguente sfogo psicologico, il tutto in chiave sportiva. Affascinante. Qualche giorno fa sono anche stato a San Siro per l’appuntamento rugbistico imperdibile dell’autunno, cioè la sfida tra Italia e Nuova Zelanda, e mi sono goduto molto sia la vigilia che l’atmosfera e il contorno del match stesso. Ho curiosato come sempre sulle cose da un punto di vista il più possibile esterno, non per fare l’intellettuale o lo ’strano’ per definizione, ma perchè adoro sviscerare gli accadimenti. È ciò che amo di più, insieme a guardare sconosciuti film horror e fare dispetti a individui di sesso femminile. Forse avrei dovuto diventare un chirurgo dei comportamenti. Una sorta di Alberoni dotato di bisturi, sanguinario e – si spera – meno stucchevole.

Poi ho la fortuna di avere un collega esperto di sport in generale, un patito genuino, di quelli che conoscono risultati e personaggi di qualsiasi disciplina, che seguono le manifestazioni, che amano davvero lo sport e non tollerano le distorsioni mediatiche (queste sì) del calcio e dei fenomeni del momento. Tipo la vela, quando Azzurra e Cino Ricci facevano notizia: a chi è mai interessato sul serio? Una vera miniera di informazioni, il mio collega. E un ottimo interlocutore per cercare di capire le cose in modo rapido, diretto al punto.

Insomma sul rugby abbiamo parlato e riso parecchio. Del fatto che pochi/nessuno conoscono davvero le regole, ma che tutti sembrano degli esperti. Che in sostanza la nazionale italiana maschile non ha quasi mai registrato buoni risultati, eppure è quotatissima tra gli sportivi e tra giornali e televisioni. Che ormai siamo arrivati di sicuro al cliché, se invitano rugbisti in programmi tv del tipo ‘Una sera in cucina con Mirco Bergamasco’, se i giornali sono pieni di pagine pubblicitarie di marche di ogni tipo ‘fornitori ufficiali della nazionale di rugby’, e se le celebrità italiche fanno a cazzotti per mostrarsi agli happening e si affannano a ripetere che sono grandi fan del rugby. Che gli all blacks hanno contribuito all’hype, che sono famosi più per l’haka e le divise nere senza dubbio molto sexy che non per il gioco, che sono forti sì ma in fin dei conti da più di vent’anni non vincono i mondiali, ad esempio.

E poi mi confidava alcune osservazioni da conoscitore, che ho apprezzato molto. Tipo che il rugby è uno sport corretto, è vero, ma sempre figlio di questo mondo: infortuni simulati, botte rifilate di nascosto, scorrettezze varie sul campo e fuori, anche durante l’affascinante terzo tempo. Ci sono molti esempi a riguardo. E questo suo marcato profilo anglosassone, a cominciare dagli arbitri che parlano inglese, che si rivela a volte sinonimo di due pesi e due misure nell’arbitraggio, a seconda delle squadre in campo. Ne sa qualcosa l’Italia proprio negli ultimi minuti della sfida di San Siro, quando la meta tecnica a suo favore era forse opportuna.

Allora, a questo punto farei un distinguo:

-se qui da noi si ammira il rugby perchè è avvincente, e in minor misura perchè il calcio implicitamente ha rotto i coglioni, concordo in pieno. Forse non è politically correct al 100% ma in effetti Serie A, calciatori italiani, diritti televisivi, sponsor, talk show e amenità varie hanno colmato la misura. Troppi fighetti in giro e troppo arroganti, troppi soldi e poca intelligenza nello spenderli, poca sicurezza, violenza gratuita ecc… Quindi, anche se non del tutto genuina, l’attenzione per il rugby di oggi va comunque bene e può far bene anche al resto del mondo sportivo.

-se invece si salta sul carro dei vincitori solo perchè c’è bisogno di qualcosa di fresco e nuovo da spremere alla stregua proprio del calcio stesso, di nuovi personaggi mediatici, perchè i rugbisti sono in fondo anche più muscolosi e più fighi dei calciatori, allora il fenomeno non mi interessa. Rientra solo nel perverso meccanismo di cui all’inizio. Come fare per evitarlo? Non saprei, forse è solo il prezzo da pagare per la popolarità. Una storia già sentita molte volte prima. Nel dubbio mi tengo apposta lontano dalle luci della ribalta: vita semplice, lavoro e umiltà. Fino alla prima chiamata per una comparsata tv, ovvio.

Ah, la coerenza…

Air – Moon safari (Astralwerks, 1998)

Fate scendere l’acqua calda nella vasca, metteteci mezzo litro di schiuma e appoggiate il vostro corpo fino a immergervi quasi completamente. Scostate le tendine della finestra e guardate la pioggia battere sul vetro. Schiacciate Play.
Moon Safari è un autentico Voyage caleidoscopico nello spazio (il paragone con il viaggio allucinato di 2001 Odissea nello Spazio regge…). Elettronica morbida pervasa da un senso nostalgico che attanaglia ogni volta dopo l’ascolto. È proprio la nostalgia il primo sentimento che mi ha preso ascoltando l’album di debutto dei due parigini che si miscela perfettamente con l’immaginario di una splendida notte d’estate illuminata da tante piccole stelle luminose.
Si è perchè fin dal primo brano, Le Femme d’Argent, che mi sono innamorato di questo album. Notte fonda, un sentiero sonoro illuminato da mille lampadine. Tu in mezzo, cammini e ti lasci sfiorare dalle onde sonore che escono dalle casse. Tastiere in crescendo, vocoder trascinante e una testiera spettacolare che, come aghi, ti infilza continuamente. Il finale è un vortice in crescendo; prima il basso per finire con un vocoder splendido che ti prende allo stomaco facendolo contrarre.
Sexy Boy, primo singolo, non è certo questo pezzo a farsì che Moon Safari sia entrato tra i miei dischi preferiti. Elettronica retrò, nouvelle vague, Francese al 1000 x 1000. Riff accattivante e ritornello “cercato” e trovato. Non di più.
Poi All i Need, è qui che scende la neve, è qui che ci si culla , è qui che il basso e la chitarra emergono , è qui che la voce di Beth Hirsch fà venire i brividi anche quando, senza il sonoro, lascia traccia in maniera indelebile.
Un viaggio incantato nel “fantastico mondo Air” si apre con Talisman. Bolle di sapone, colorate, profumate ti pervadono sul suono della MS20 suonata da Dunckel e poi gli archi che fanno da cornice ad un pezzo strumentale di assoluta bellezza. Le Voyage continua con You Make it Easy, quasi una favola e ancora Beth Hirsch a “coccolarmi”.
“You make it easy to watch the world with love…”
La Principessa incontra finalmente il suo principe in Ce Matin La, dove sembra quasi di udire il rumore delle onde del mare rompersi sulla sabbia ( romanticismo? E va be’, lasciam spazio alle emozioni ogni tanto…). Nostalgica.
New Star in the Sky. Per ascoltar rilassati questo brano è consigliabile aver la mente sgombra da qualsiasi problema, soprattutto d’amore. Non aiuta. Nel caso contrario, sdraiatevi e fissate il cielo con il sorriso stampato. Semplicemente fantastico il finale.
Chiude Le Voyage de Penèlope. Vocoder da brivido. State roteando piano dentro a un enorme caleidoscopio pieno di colori frizzanti. Seguitelo, abbracciatelo e fatevi prender per mano senza paura. Sarà il viaggio più bello della vostra vita.
Prima la testa e poi lo stomaco. Favol-oso.
Merci. (Luca Fusaro)

La Potenza di Eymerich 9: Menti Semplici

More about La Potenza di EymerichAnno del Signore 1365, nella città di Potenza.

Albeggiava appena nelle campagne attorno al monastero. La pioggia batteva così forte da impedire quasi la vista, e il rombo dei tuoni pareva giungere dal cuore della terra invece che dal cielo. Un folto gruppo di uomini si dirigeva compatto, con gli arnesi da lavoro in spalla, verso una piccola ansa dove il fiume, prima di tuffarsi sottoterra, veniva quasi coperto da una formazione rocciosa; le acque si insinuavano all’ombra del costone e poi venivano inghiottite dal suolo. Nicolas Eymerich aveva guidato il gruppo fino al punto in cui l’ansa del fiume diventava visibile. Quindi, con poche dure parole aveva indicato a Fernando il da farsi, non mancando di minacciare la punizione per un eventuale fallimento o ritardo. Il lavoro doveva essere fatto entro Compieta, ordinò, prima di andarsene nella pioggia con passo deciso. Il frate guardiano si fermò a pochi metri dalla sponda, resa scivolosa dall’acqua. “Dovete salire sopra il costone e farlo franare,” disse ai braccianti che lo avevano seguito sotto la pioggia sferzante. Gli uomini, in piedi dall’alba senza saperne ancora il perché, parvero non comprendere il significato di quello strano ordine.
“Ma… crollerà tutto!” si lamentò uno, interpretando il sentimento dei suoi compagni.
“Non discutete e fate come vi dico. Iniziate a lavorare. Per questa notte tutto deve essere compiuto.”
Come avrebbe potuto padre Fernando spiegare qualcosa che non aveva compreso neppure lui? Bestemmiando a denti stretti per il freddo e la pioggia, gli uomini si misero al lavoro. Fernando restò a guardare, in una nicchia rocciosa, tremando di freddo e paura. Masticava di nascosto una pagnotta ancora calda di forno.

Novembre 2054, Scanzano Ionico, Repubblica di Lucania, Federazione degli stati d’Europa. Inaugurazione dell’Impianto di smaltimento della AA G.m.b.H.

Al centro della grande tensostruttura, un piccolo gruppo di eleganti signore, intente a sorseggiare costoso e raro champagne GMO-free, ammirava l’abito argento e oro di Sua Eminenza cardinal Luchini, intento a discutere con un’altra personalità religiosa: l’Imam di Matera. “Credo davvero che lei stia esagerando,” disse il prelato.
Nonostante i due rappresentassero i vertici locali delle religioni con maggior numero di fedeli nella Repubblica di Lucania, l’argomento della loro discussione poco aveva a che fare con il divino.
“Questo impianto, cara signora, darà lavoro a centinaia di persone, e porterà ricchezza. La vostra religione non vede di buon occhio il progresso scientifico, lo so bene. Fosse per voi, vivremmo tutti nelle caverne, come i vostri santoni in New Texas, vero?” Karima contò fino a dieci. Non poteva dire lì quello che pensava del New Texas e delle sue leggi. Si calmò al pensiero di dover resistere in quella situazione ancora per poco, fino al messaggio di Peter. Aveva pensato che insinuare il dubbio in un discreto numero di menti, chiacchierando, fosse una buona idea, ma si era scontrata subito con il cardinal Luchini – uno dei più retrogradi cristiani che avesse mai conosciuto in vita sua. Il religioso da anni combatteva un’anacronistica guerra privata contro l’Islam in generale, e contro di lei nello specifico.
“La pensi come vuole, Eminenza,” disse, “solo, rifletta sulle mie parole. Questa mostruosità non è progresso, non è vita per le nostre terre. Porterà invece la morte.”
Non rimase ad attendere la risposta di Luchini. Si fece largo tra le signore ingioiellate e sparì verso il buffet.

Anno del Signore 1365, Potenza. Palazzo del Giustiziere.

Nella sala deserta, il Giustiziere di Basilicata sedeva pensieroso sullo scranno dal quale ogni giorno decideva sulle colpe o sui meriti degli individui. Ma stavolta ciò che lo tormentava non riguardava fatti e persone comuni. La prospettiva di far trascinare davanti a sé in catene l’Inquisitore Nicolas Eymerich non era cosa da prendere alla leggera; lui e le persone che lo proteggevano erano pericolose come serpi. Sospirò e scosse la testa, rileggendo per l’ennesima volta la missiva pontificia. Era tutto inutile. Il volere di Urbano V era inequivocabile. Il domenicano doveva cadere, in un modo o nell’altro. Il suono dei passi nel corridoio lo distolse dai suoi pensieri. Come alzò lo sguardo, vide avvicinarsi la sagoma massiccia e inconfondibile del capitano della guardia. “Mi avete fatto chiamare, signore?”
“Sì, Giovanni, entra pure. Ho delle istruzioni da darti.”

Anno del Signore 1365, Convento dei Frati Francescani, Potenza.

Eymerich aveva fatto appena in tempo a rientrare nella sua cella e a liberarsi del mantello grondante di pioggia, quando Modesto bussò alla sua porta. Eymerich aprì e rimase sulla soglia, fissandolo seccato: “Ah, siete voi, Modesto.”
“P-perdonate il disturbo…” balbettò il francescano.
“Che volete? Convincermi della bontà vostra e dei vostri compari? Perdete tempo. Ho già visto abbastanza. Domani stesso ripartirò per la mia sede, e informerò chi di dovere. Mi spiace solo che non potrò vedervi ardere come meritate.” Eymerich fece per chiudere la porta.
“No, padre, vi prego… ascoltatemi,” lo implorò Modesto, afferrandolo per la veste.
“Come osate toccarmi!”
Modesto ritirò le mani terrorizzato, poi continuò a parlare: “Capisco la vostra diffidenza, ma vi prego, non giudicate in modo frettoloso. Quello che è accaduto l’altra notte può avervi lasciato sgomento, ma è normale, la prima volta. Vi prego, tornate stanotte, sapendo che cosa aspettarvi. Tornate e vi renderete conto di dove sia il Male da sconfiggere. Poi, potrete fare ciò che volete.”
Eymerich rimase in silenzio, guardando a terra. Il suo piano procedeva a gonfie vele. “E sia,” disse infine, “sappiate comunque che manderò oggi stesso una missiva al Santo Padre, con alcune mie osservazioni sui fatti di queste demoniache terre. Se dovesse accadermi qualcosa, voi e i vostri compari sarete ritenuti colpevoli.”
Modesto si inginocchiò davanti a Eymerich. “Sapevo che avreste capito, padre. Grazie. Passerò a chiamarvi questa notte.”

Novembre 2054, Scanzano Ionico, Repubblica di Lucania, Federazione degli stati d’Europa. Impianto di smaltimento della AA G.m.b.H.

“Peter, perché me l’hai detto solo adesso?” Mentre spiegava a Mordechai Wurtz cosa aveva in mente, Peter Stanton non poteva evitare di darsi dello stupido. Conosceva Wurtz dai tempi dell’università, e negli anni, seppure di rado, si erano sempre tenuti in contatto. L’ultima volta che si erano parlati, quasi un anno prima, l’amico gli aveva anche raccontato del suo nuovo lavoro nel Sud Italia. Avrebbe dovuto pensare a lui subito, dopo aver parlato con Karima. E invece pareva rendersi conto soltanto adesso, guardandolo armeggiare con la consolle dei comandi del reattore.
“È una storia lunga… So che sei molto in gamba, Mordechai… Puoi aiutarmi?”
“Mein Gott, Peter, è pazzesco… Avevo capito che c’era qualche distorsione nel bilanciamento energetico dell’impianto, ma questo… è peggio di quanto potessi immaginare. Come hanno potuto arrivare a tanto?”
“Bisogna riuscire a fermarli…”
“Sehr Gut.” Gli occhi di Mordechai brillavano di entusiasmo. “Finora mi hai solo spaventato, ma adesso… Mi sembra di vivere in uno di quei romanzi d’avventura che leggevo da ragazzo!”
“Magari lo fosse, almeno saremmo sicuri del lieto fine. Ma la mia domanda è: puoi farlo?”
“Sì, Peter. Sono responsabile tecnico di uno dei reattori psitronici. Potremo eseguire e controllare tutte le operazioni direttamente dalla mia postazione.”
“Splendido!”
“Ma ci vorrà un po’ di tempo: tutti i parametri del flusso psitronico vanno riconfigurati secondo le tue specifiche, e di certo la modifica non passerà inosservata ai controlli automatici 86 di sicurezza dell’impianto. Ci toccherà entrare anche nel sistema centrale di gestione dei controlli, e ridefinire tutte le impostazioni di tollerabilità. E se risulterà impossibile, dovremo disattivare il controllo, o almeno il dispositivo di segnalazione. Insomma, potrebbe essere un lavoro lungo. Quanto tempo abbiamo?”
“Poco: una ventina di minuti.”
“Stai scherzando? Dobbiamo raggiungere subito la postazione. Ti mostrerò il pannello di monitoraggio del raffreddamento, così mentre io sarò impegnato nelle modifiche, tu potrai tenerlo d’occhio. Come sai bene, alcuni componenti devono essere portati a incandescenza per provocare il flusso.”
“Certo. Muoviamoci.”

Anno del Signore 1365, nella città di Potenza, Convento dei frati francescani.

La lettera al Papa era scritta: concisa, puntuale, permeata di corrosiva lucidità. Prima di apporre il sigillo, l’Inquisitore si era assicurato che tra le varie considerazioni spiccassero per asprezza quelle indirizzate proprio a Urbano V. Non aveva certo intenzione di consegnare ad alcun messo quella lettera: l’avrebbe recapitata lui stesso al Vicario di Cristo. Eymerich era immerso nei pensieri, mentre esaminava gli affreschi del chiostro. Immaginava che Severo stesse vagando per il convento, cercandolo con quella sua aria da ragazzino 87 mansueto; dunque dove attenderlo se non lì, al riparo dalla pioggia battente? Dopo pochi minuti, lo vide camminargli incontro. Giovane e prevedibile sciocco, pensò, mentre gli faceva cenno di fermarsi.
Per completare la farsa, Eymerich si avvicinò al frate e gli parlò quasi sussurrando. “Frate Severo, non può che essere la Divina Provvidenza a farci incontrare in un momento tanto propizio.”
Severo annuì enfatico, compiaciuto in segreto per la sua scaltrezza. “Sappiate che stanotte Modesto e Michele intendono celebrare un rito molto significativo, nei pressi del lago ipogeo. Io stesso sarò presente…”
Lo sguardo puntuto di Eymerich non faceva trapelare alcuna emozione o sottinteso di sorta. “…E fareste bene a trovare il modo di partecipare anche voi, se volete essere tenuto in maggior considerazione dai vostri confratelli.”
Severo annuì in silenzio. Entrambi si allontanarono soddisfatti.

Novembre 2054, Scanzano Ionico, Repubblica di Lucania, Federazione degli stati d’Europa. Inaugurazione dell’Impianto di smaltimento della AA G.m.b.H.

Dopo il breve e acuminato scambio di battute con quel megalite di arroganza e pregiudizio che era il cardinal Luchini, l’Imam si sentiva alquanto alterata. Per fortuna, nulla trapelava dai suoi gesti misurati e armoniosi, frutto di lunghi anni di ferrea disciplina interiore. Le molte battaglie affrontate le avevano insegnato l’importanza di mantenere la concentrazione focalizzata solo sull’obiettivo. “Respira, prendi la mira, crea il vuoto e quando è il momento scocca la tua freccia. Nient’altro che il bersaglio deve starti a cuore,” si ripeté con l’abbozzo di un sorriso, mentre allungava il braccio per versarsi del succo di pregiato lampango.

Il rappresentante della AA G.m.b.H. le si avvicinò, annunciato dall’aroma plasticato che lo avvolgeva e dalla sua risatina sincopata. “Quale onore illustrissima Signora! Siamo lusingati di avere anche Lei tra i nostri pregiati ospiti in questa grande, grandissima occasione.”
Un’asciutta stretta di mano, permeata di falso calore, andò a completare la recita. La guida spirituale ribatté con un elegante attacco frontale, moderato nei termini ma feroce nella sostanza.
“Il piacere è tutto mio. Sono davvero colpita dal vedere come la raffinatezza del progresso ci conduca per mano verso orizzonti sempre più vasti, degni dei deserti più aridi e inospitali. Una cinquantina d’anni fa intendevano seppellire le scorie radioattive a centinaia di metri di profondità, nelle stesse miniere da cui proviene il prezioso elemento che sempre mi accompagna” la donna estrasse dalle pieghe della veste un piccolo amuleto opalescente in forma di mezzaluna “ci volevano far credere che in quel modo la loro carica distruttiva sarebbe stata neutralizzata. Che idea grossolana.”
Il risolino al vetriolo del rappresentante della AA G.m.b.H. non si era fatto attendere. Polemiche e invettive non lo scalfivano affatto, aveva affrontato ben di peggio negli ultimi anni che una meticcia religiosa in vena di moralismo. Lui era la faccia dell’azienda. Sorridente, gentile, inattaccabile. Aveva giustificato azioni anche peggiori dell’installazione di un impianto di smaltimento di scorie radioattive basato su una tecnologia sperimentale non del tutto chiara; e davanti a un pubblico infinite volte più ampio. In caso di malfunzionamento, la Ailleurs – Anderwohin avrebbe fatto causa al progettista e si sarebbe dichiarata parte civile. Ne sarebbero usciti puliti e, se possibile, ancora più ricchi. L’Imam lo incalzò, ormai sempre più proiettata verso il discorso che avrebbe fatto sul palco, di lì a poco. “Oggi volete addirittura convincerci di aver trovato la formula che farà scomparire le scorie in modo definitivo, senza lasciare traccia alcuna nell’intero Creato. Ma i miracoli non fanno parte della scienza, e la vostra è blasfemia allo stato puro.” Stava per aggiungere dell’altro, i pensieri le affioravano a fiotti: falde acquifere contaminate, malformazioni nei neonati, aumento dei casi di tumore, mutazioni incontrollate, povertà, morte, malattia e desolazione, il suolo violentato, l’aria appestata, l’acqua avvelenata… Ma in quel momento i suoi occhi incrociarono quelli del governatore, che – data un’occhiata furtiva al pneumorologio – le lanciava sguardi carichi di apprensione e fretta, pur mantenendo intatto lo smagliante sorriso che tanta fama gli aveva dato. Si congedò rapida dal manager. “Voglia scusarmi egregio, ma credo sia ora che mi avvicini al palco.”
Lui cercò di trattenerla per un baciamano, ma la donna si stava già avviando spedita verso la struttura argentata, circondata dagli occhi elettronici di decine di olocamere.

Anno del Signore 1365, Potenza. Palazzo del Giustiziere.

“Chiedo permesso, signore.”
“Ah, siete voi. Venite avanti.” Dallo scranno, il Giustiziere fece cenno di entrare al frate che stava sulla porta. “Ebbene, frate Severo?”
Il francescano, fradicio di pioggia per il gran temporale, si avvicinò ansimando. Doveva essere arrivato di corsa, e la fretta non è mai di buon auspicio. “È per stanotte,” sussurrò, “dopo Compieta, nel luogo di cui vi ho parlato.” “Capisco. È prima di quanto pensassi, e non vorrei commettere qualche imprudenza. Siete certo di quello che dite?” “Più che certo. Lo stesso Eymerich mi ha confermato la sua presenza. Quanti uomini potrete avere a disposizione?” Quest’ultima singolare notizia non tranquillizzò affatto il Giustiziere, che tuttavia rispose alla domanda senza tradire i propri dubbi. “Venti uomini, comandati dal capitano della mia guardia. In due ore saranno pronti.”
Severo, sollevato, si lasciò sfuggire un sorriso. “Bene. Se mi permettete, penso che sia giunto il momento di decidere i dettagli.”

Illustrazione di Nicola Picchi

Un’altra giornata di merda

È buio qui sotto. E freddo anche. Ma che ne sanno loro? Niente. Nessuno sa niente di me. Nessuno può capire. Lo stanco ripetersi dei giorni, opachi come i muri di questo sotterraneo, criptici come le scritte dipinte sulle pareti che intravedo con la coda dell’occhio ogni volta che sfreccio verso l’uscita. Verso una nuova razione di violenza. Il motivo per cui sono qui, solo come un cane, quello per cui tutti mi accettano.

E devo pure dire grazie, anche se adesso non riesco proprio a farlo uscire dalle mie labbra, perché non è stato sempre così. Quando sono arrivato mi hanno messo in un centro di accoglienza. Tre mesi senza dirmi una parola sul futuro, insieme a molti altri come me. Chiusi in tre container di lamiera, freddi d’inverno e bollenti da scoppiare d’estate, notte e giorno, in centinaia stretti come sardine. L’odore dei corpi non lavati venne presto sostituito da quello più pungente degli escrementi e della disperazione. Infine tanti furono rimandati da dov’erano venuti, sempre senza una parola. Non meritavamo nemmeno una spiegazione, per loro.

Nel mio paese nessuno si sarebbe mai permesso di trattare così uno straniero, un ospite. Il mio era un paese caldo, di clima e di carattere, accogliente. Questo prima della guerra, naturalmente. Poi tutto è cambiato, anche le persone, e adesso non so, forse si comportano da schifo anche loro con gli stranieri, i diversi. Vivevo vicino al mare, una graziosa casetta imbiancata a calce in un piccolo gruppo di cinque o sei, appena prima di entrare in paese. Era un villaggio a pochi chilometri dalla capitale. Ci vivevo bene. Mia sorella Maria faceva da mangiare, io pescavo perlopiù, o mi arrangiavo con lavoretti saltuari. I nostri genitori erano morti da tempo, ma non ce la passavamo male: eravamo imparentati con la famiglia reale e la gente ci rispettava. Ricchi no, ma sereni.

Poi l’invasione, inaspettata e devastante. Dicevano che avevamo cominciato noi, che non avevamo rispettato le leggi sul disarmo e la normativa sui diritti dell’uomo. Dicevano che eravamo terroristi, ma non era vero niente. Tutte scuse infami. Le città che una volta profumavano di fiori e di salmastro si impregnarono del metallo caldo, del fumo acre e del sangue. L’odore della battaglia, quello a cui sono ormai assuefatto oggi. Sarei rimasto a combattere con i resistenti, ma ormai era troppo tardi e poi c’era mia sorella, dovevo pensare a lei. Così sono partito e sono venuto qui. Dopo i primi mesi nel centro di accoglienza, sono andato a lavorare nella fattoria di un buffo ometto basso e senza capelli. Molto irascibile e razzista. Mi trattava senza garbo, come se fossi un sottosviluppato. Le cose peggiorarono quando si accorse delle attenzioni che sua figlia aveva per me. Simpatica, la ragazza, secca e lunga ma carina. Niente a che vedere con le donne del mio paese, chiaro, ma un buon deterrente per la solitudine e la nostalgia. La vedo ancora, e adesso credo proprio che si faccia sul serio. Il giorno che suo padre ci trovò avvinghiati nel magazzino del grano, quasi gli prese un colpo. Sarebbe stata dura per me, se non fosse arrivato questo nuovo lavoro, se non avessero notato il mio talento, l’unico che gli serviva davvero.

So picchiare, uso bene le armi, so uccidere se serve, e di questi tempi sono tutte doti preziose. È come un circo: arriva un nuovo avversario, fa un po’ di casino, mette paura, si fa conoscere, e poi chiamano me. Ci scommettono sopra, ne sono sicuro; fanno lievitare le quote del mio nemico e poi chiamano me, a mettere le cose a posto. Io vado fuori e lo faccio a pezzi. All’inizio devo sempre far finta di essere in difficoltà, se no la gente non si diverte. Benvenuti al grande spettacolo. Sono bravo anche in questo, incasso per qualche minuto e tutti pensano: ma che, si è rincoglionito? Invece no, mi riprendo, ho uno scatto d’orgoglio e alla fine lo massacro. I miei pugni volano letali sul suo corpo, lo sconquassano, e se non bastano ci sono sempre tutte quelle altre belle dotazioni, le armi da taglio che tutti adorano, i boomerang, quell’altra trovata ridicola, i tuoni. Brandelli fumanti tutt’intorno, quando lascio l’arena. Il cuore sempre più pesante, le mani sporche di sangue. Il mio onesto lavoro.

Quello che faccio per vivere e per restare qui, per essere amato. Quello che farò anche tra un attimo, all’uscita da questi sotterranei umidi e malsani. Aspetto solo l’okay. Fasciato in un ridicolo costume attillato, scomodissimo, che però, dicono, tutti i bambini vorrebbero avere. Che se lo prendano, maledetti!

Qui, solo, al freddo e al buio. E nessuno sa quello che provo. Ripenso alla mia casa bianca, a come diventava rossa e poi azzurra al tramonto mentre la guardavo, pescando. E poi il cielo del mio paese… Quello che c’è qui, in confronto, è una padella sporca, rovesciata sulle nostre teste. Non ci sono le stesse stelle, e nemmeno gli stessi destini.

Questa maglina rossa e nera mi dà un prurito maledetto all’inguine, più ci penso e meno resisto… Vorrei grattarmi ma non posso, perché è arrivato il segnale: devo partire.

La prima accelerazione è quella che toglie sempre il respiro. Leva in avanti e via, sparato a tutta velocità attraverso il tunnel, poi leva indietro. Sempre le stesse cose. Oggi passerò dall’uscita cinque, la mia preferita, quella sotto le cascate. Gli ecologisti l’anno scorso hanno protestato contro il comune che ha permesso questo scempio di bellezze naturali, mi facevano ridere… Tanto la concessione era a posto, figurarsi, e i lavori sono proseguiti fino alla fine. Fanculo anche a loro.

Massima velocità, schiena premuta contro il sedile. 50… 30…10…

Un’altra giornata di merda, Actarus. Trapasso il muro d’acqua a tutta velocità, poi l’immensità del cielo.

GOLDRAKE FUORI!

Consigli per una vita migliore 2

Dettagli. Cura maniacale dei dettagli. Certosinità (neologismo in licenza Creative Commons, utilizzate pure). Come rifare il letto alla perfezione, stirare i calzini, piegare il tovagliolo di carta a triangolo per la cenetta veloce del lunedì sera a casa. Roba italiana. Il mondo ce la invidia - dicono - ma forse perchè non ci convive ogni giorno. Vorrei vederlo, uno di quegli amanti della Toscana inglesi, uomo pacato, istruito, di una certa caratura, ripreso da un gruppo di scatenate mamme italiane: ‘Ma ti sei messo la maglia di lana?’, ‘Hai mangiato abbastanza?’, ‘Non è che così sudi?’, ecc… Tornerebbe nel Kent di filata, Chianti o non Chianti. Cura del dettaglio e attenzione, perizia e metodo sono senza dubbio buone cose, se dosate nella maniera giusta. Qui da noi spesso si esagera. Ecco alcuni consigli per una vita meno controllata e probabilmente più felice, di certo più spensierata. Se è vero che la verità sta sempre nel mezzo e che il buon senso esiste. Ve li elenco a vostro specifico benificio, perchè per me ormai è troppo tardi: la mia battaglia quotidiana contro il pragmatismo nordeuropeo incuneatosi in famiglia ha estremizzato le italianità, sia volontarie che istintive. Ora piego vestitini per bambole in continuazione e controllo la chiusura della porta 3/4 volte a sera, quando va bene. E non ridete. Potrebbe succedere anche a voi, un domani. Italiani che non siete altro.

-non siate così ordinati e precisi nelle file davanti a uno sportello, e così distanti dal bancone quando tocca a quello prima di voi.

Ah no, scusate. Ho preso la lista di consigli sbagliata, evidentemente… per un’altra nazionalità… Ecco sotto quella giusta:

-le equazioni sono uno strumento prettamente matematico, che non si può applicare tout court alle questioni legate al tempo atmosferico e relativo abbigliamento necessario. Cioè: canottiera + polo a  maniche lunghe + giubbotto imbottito non è detto che sia uguale a canottiera + maglioncino di frescolana + giacca di velluto. Ditelo a chi vi rimprovera la scelta del vestiario di oggi, sottolinendo che ieri (o stamattina) eravate più coperti. E in ogni caso questi tentativi di ‘equazione tessile’ non aiuta a evitare i malanni di stagione. Smettiamola di stabilire a priori, fino alla pazzia, che combinazioni di capi indossare per un tipo di microclima. Di preoccuparci se un orecchio rimane scoperto per 15 secondi netti. Il corpo umano è in grado di reggere situazioni di vario tipo, sopravvivere a qualche grado di troppo o in meno rispetto alla tabella della buona mamma italiana. Altrimenti come farebbero le rosse ventenni irlandesi ad andare in discoteca a Dublino in febbraio con vestiti sexy e senza collant, senza morire in coda davanti all’ingresso? Non voglio prenderle a modello (gli anglosassoni sono anglosassoni), ma forse si può essere un pò più rilassati nella scelta del vestiario qui da noi. Un pensiero in meno, un pizzico di avventura in più.

-si possono anche indossare occhiali da sole, o altri accessori, e parlare con telefoni cellulari che non siano il meglio in assoluto sul mercato e l’articolo più costoso del negozio. Funzionano lo stesso, se si perdono in spiaggia o si rompono calpestati da noi stessi non ci si rode il fegato per mesi come invece accade di norma, e inoltre ci si dà un tocco di elegante disinteresse materiale che in questi anni di Yoga, agricoltura biologica e fonti di energia rinnovabile funziona. Provateci. Cheap is the new posh. E vedrete che tra poco ci penserà un brand famoso a rifilarvi ’sto concetto, a prezzi appena più bassi, ovviamente.

-si è ciò che si mangia, siamo d’accordo. Bisogna mangiare bene, in modo bilanciato, senza esagerazioni, riducendo anzi certi tipi di cibo che fino a ieri – in verità – ci hanno quasi obbligato a mangiare con bombardamenti mediatici e sociali di ogni tipo, come la carne e le proteine e i grassi di origine animale. Ma il vento è cambiato, dicevamo, e un buon italiano sa TUTTO di cibi e cucina. Pure troppo. Solo che anche qui ci vuole misura e buon senso: così come la marijuana, poveretta, da sempre demonizzata e vietata, ha attirato, attira e attirerà milioni di… sorridenti e pacifici consumatori, anche l’hamburger o la schifezza confezionata rischiano di fare questa fine da martiri. E badate bene, non sto difendendo l’hamburger o la merendina. Bisogna educare, convincere. Ma vietare provoca di solito l’effetto contrario. Al massimo bisogna suggerire in modo robusto. Anche perchè noi stessi abbiamo speso pomeriggi interi della nostra personale era dei brufoli e della voce strana seduti in qualche Burghy, con acconciature improponibili e vestiti che per la verità adesso li trovi nelle vetrine a prezzi da non credere. Ad averlo saputo li avrei tenuti tutti… Quindi, corretta alimentazione, cura del dettaglio a tavola, tabelle nutrizionali, diete, apporti, quello che volete, ma senza superare il limite che determina la schiavitù.

E adesso scusatemi, ma devo rivedere il post una cinquantina di volte ancora prima di pubblicarlo: aggiustare bene le virgole, provare diversi font, capire come meglio spezzarlo in paragrafi… Chi l’ha detto che il blog è un medium diretto e spontaneo?

AA.VV. – Cowabunga! The Surf Box (Rhino 1996)

Una raccolta imprescindibile per addentrarsi in uno di quei meandri musicali che viaggiano sui binari paralleli a quelli del grande carrozzone del rock. Il surf è da sempre un genere di culto, con le sue regole e le sue eccezioni. In questo cofanetto incredibilmente curato ci si può perdere tra le grezze scale cariche di fuzz delle chitarre che anticiparono in qualche modo le sonorità del garage e del punk. In Cowabunga! si trova tutto quello che c’è da sapere per partire a esplorare le rotte di questi suoni che hanno del miracoloso. Un viaggio che dal 1960 arriva, attraverso quattro dischi, al 1995, in 82 canzoni (!) e 66 pagine di booklet.
Si parte con i Fireballs e si chiude, giustamente con Dick Dale. L’interesse del box si concentra principalmente sul versante strumentale tranne che per qualche doverosa incursione in casa Beach Boys e Jan & Dean. Accanto alle più famose Miserlou, Pipeline e Surfin’ Bird si possono finalmente ascoltare perle dimenticate come Jezebel o Moment of Truth. I primi tre dischi sono quelli di maggior interesse anche se nell’ultimo fanno bella mostra i soliti Man or astro-man? e i favolosi Aqua Velvet (di cui in Italia non si trova nulla ma che ogni surfista dovrebbe fare carte false per avere) con le loro sinuose trame estive, notturne, tra surf, western e mood latino.
La Rhino ci ha regalato un’opera immensa dal valore unico che potrebbe aprire porte uditive sorprendenti. Dopo aver incontrato questa musica potreste buttare tutti gli altri dischi, comprarvi una tavola e aspettare l’onda in ci scomparire per sempre.

When the music’s over

More about Rock e altre contaminazioniQualche anno fa Blow Up diede alle stampe un libro con 600 recensioni. I 600 dischi più importanti della storia del rock (e affini) … Come era prevedibile la redazione di Blow Up venne inondata di lettere in cui i lettori si complimentavano per il libro ma allo stesso tempo chiedevano ragione degli album, che per motivi di spazio o scelta editoriale, vennero  esclusi… Partendo da ciò pensammo, in collaborazione con il magazine, di aprire una sezione di www.kaizenlab.it dedicata alle recensioni dei dischi mancanti… Il criterio era lo stesso e cioè:  un disco per essere fondamentale non deve per forza essere il migliore della discografia di quel determinato gruppo ma deve in qualche modo avere cambiato le carte in tavola al rock.

Nel giro di qualche mese ristruttureremo il laboratorio. Non sappiamo bene ancora come, ma a questo punto abbiamo pensato che quel materiale fosse prezioso, per cui abbiamo deciso di usare lo spazio del blog per riportare, a cadenza regolare, le recensioni (nostre e di chi ha aderito all’iniziativa) e di radunarle sotto la categoria Noise. Naturalmente se qualcuno vuole aggiungere altre recensioni, il blog è aperto. Basta scriverci (info[at]kaizenlab.it). Si parte domani, buon divertimento.

-I 600 di Blow Up li trovate, e li troverete ancora per un po’, qui

Nella lista di kaizenlab indicavamo oltre al nome dell’autore, dell’album e l’anno di pubblicazione anche il nome della casa discografica. Qui vi diamo qualche indicazione in più su chi sia veramente la casa discografica. Ricordate: scaricare e copiare musica è reato, produrre armi, mine antiuomo e missili no.

AOL TIME WARNER (Atlantic, Rhino, Elektra, Sire, Asylum, Reprise, Waener Bros., American, Maverick, E.M.I….) = DIRECTV (cooventure) Hughes Electronics Corporation (Genral Motors) + RAYTHEON = RAYTHEON INDUSTRIES: GENERAL DYNAMICS MISSILE SYSTEMS – STANDARD MISSILE COMPANY (TOMAHAWK CRUISE MISSILES, etc.)

BMG (Arista, RCA, BMG…) = Power Corporation of Canada / Pargesa Group / Groupe Bruxelles Lambert = TOTAL FINA ELF / A TOFINA = Hutchinson Worldwide + Barry Controls: RING MOUNTS, SHOCK / VIBRATION ISOLATORS FOR FIGHTER JETS, MILITARY TYRES…

SONY (Sony Music, Columbia, Epic…) (cooventure) US ARMY + University of California = FUTURE COMBAT TECHNOLOGIES INC.: HEAD MOUNTED DISPLAY SYSTEMS, COMBAT SYMULATORS

VIVENDI UNIVERSAL (MCA, Polygram, Motown, Geffen, DGC, Interscope, Universal…) = VIVENDI ENVIRONMENT = FCC (Fomento de construciones y contratas) = ESPLESA: MISSION PLANNING SYSTEM FOR P-3 ORION PATROL AIRCRAFT (LOCKHEED MARTIN) + MISSION PLANNING / BREEFING SYSTEM FOR EFA 2000 TYPHOON FIGHTER JET Eurofighter (BAE, British Aerospace Engineering) = ALENTA, EADS

Bhutan

E alla fine arriva il Bhutan. Poche settimane fa aggiungevo il flag counter al blog e scrivevo [...] Perciò se qualcuno di voi si trovasse per caso dalle parti di Thimphu, e sempre per caso si imbattesse in una connessione internet e ci venisse a trovare, mi farebbe felice. Alle volte basta poco…

La rete mi sorprende sempre… non mi resta che ringraziare il “visitatore bhutanese”.

Consigli per una vita migliore (io ve l’ho detto, poi fate come vi pare)

afwasCosì come mi occuperò la settimana prossima di dispensare consigli di pragmaticità alla figura dell’italico medio (ok, non me l’ha ordinato nessuno ma questo è quello che avete; mi spiace), adesso vorrei rasserenarvi - o compatrioti - con una serie di suggerimenti di cura del dettaglio rivolti alle popolazioni nord europee. Così, tanto per sorridere e pensare che, in fondo, non è poi tutto sempre e solo sbagliato. Sì, certo, a ’sbagliato’ siamo messi alla grande, meglio che nel rugby per esempio, o nei lavori pubblici, ma ci sono anche cose belle che costellano le nostre esistenze sparse lungo lo stivale. E’ che bisogna trovarle… Piccoli gioielli dalla luce cristallina sepolti da strati di polvere.

Dunque, cari amici europei dalla carnagione pallida e dai troppi centimetri di altezza. Scandinavi, anglosassoni, mitteleuropei, francofoni, fiamminghi. Siete fantastici quanto a progettazione e senso civico. Siete equilibrati, pragmatici e fondamentalmente onesti. Curate la ‘cosa comune’ tanto quanto quella privata, filtrate l’emotività con l’oggettivo buon senso e sapete FARE le cose. Vi farei un applauso da solo, adesso, qui, in piedi, forte fino a farmi dolere i palmi delle mani. Però che ne dite di un pò più di stile? Di cura del dettaglio in apparenza significante? A volte invece può esserci tutto un mondo dietro, e la vita può diventare migliore, cambiando. Anche se non si tratta di un brevetto anglosassone o tedesco. O di una storia antica o favola sottratta dalla Disney a qualche tradizione popolare e registrata come propria (tipo, non so… Pinocchio?). Per esempio:

-in casa mettete le ciabatte. Non ci vuole molto, le tenete accanto all’ingresso, quando entrate togliete le scarpe (sì, come in India durante il viaggio dopo la laurea, esatto) e infilate qualcosa che stia tra la pianta del piede e il pavimento. Non è indispensabile ma nemmeno difficoltoso. D’inverno si sta più caldi, e in più non si consumano paia di calze come fossero fazzoletti di carta. Certo, forse non è il massimo per il vostro ideale di uomo nordico duro e puro, ma con un bel paio di infradito mininali o ciabatte sportive tipo nuoto ve la caverete senza che i vostri ex compagni di corso di laurea e di inenarrabili sbronze vi prendano in giro a vita. Smetteranno di farlo dopo qualche giorno, secondo una recente stima attendibile. E magari si prenderanno le ciabatte anche loro. (mi rendo conto adesso che sembra sia stato pagato dall’Arena o dall’Hawaianas per scrivere questo… ma non è così. In ogni caso contattatemi, signori Direttori Marketing: si trova sempre un accordo)

-abbinate qualche colore nel vestiario. Non dico di fare come Lele Mora, per carità, ma preferite sempre calzini neri e comunque, anche vagamente, cercate di richiamare il colore del pantalone – per esempio – con quello della giacca o del giubbotto. Non è difficile, basta fare l’esercizio contrario in verità: NON mettete insieme combinazioni cromatiche impossibili. Semplicemente non lo fate. Optate invece per il capo accanto a quello che avete afferrato. Sì lo so, a Oxford vi dicevano di sbattervene. E lo so, è più importante la costruzione di orbitali molecolari, ma la vita è una sola e la vostra compagna ne ha abbastanza di quella cozzaglia indegna di tessuto che vi buttate addosso ogni mattina. Datevi una riassettata. Basta passare davanti allo specchio qualche volta, e non solo per provare le smorfie durante il discorso di ringraziamento per il premio di biologia o elettronica.

-lasciate stare la cravatta, se non sapete sceglierla o fare il nodo. Altrimenti è controproducente. Io per esempio ho fatto così: saprei sceglierla in quanto stiloso figlio dell’hinterland milanese cresciuto a pane e glamour ma, oltre a odiarla, non so fare il nodo, per cui ci rinuncio. Nello stile personale – che attenzione: non è moda, ma l’esatto opposto – è sempre meglio meno che troppo. In verità per quasi ogni cosa della vita è così, ma non vorrei sembrare troppo Paulo Coelho con queste parole. O quei file di musica e immagini fatti in powerpoint con fiori che sbocciano e massime da latte alle ginocchia che girano sempre nelle email. Ma la semplicità è comunque una virtù che va ricordata, di tanto in tanto. Ed evitate per favore colori come il lilla o il verde chiaro, per le cravatte. Per favore. Dico, vi vedete come siete conciati quando andate al lavoro, ad Amburgo o all’Aia?

-create una grande lobby nelle vostre rispettive nazioni per rendere obbligatorio l’utilizzo del bidet. Ora, non voglio entrare in particolari nella spiegazione dei motivi, e ammetto di pensare forse più a me nelle permanenze all’estero che al vostro bene di nordeuropei. Ma mi chiedo e vi chiedo: se lo usano persino gli italiani, e obiettivamente è più comodo di una doccia completa dopo una sessione alla toilette, perchè non inserirlo di default nei sanitari di bagni privati e pubblici? Tanto più che ha un nome francese. Non ho capito, scusate: ça va sans dire sì, e bidet no? Se permettete, me la cavo per i fatti miei con le citazioni, ma datemi il maledetto vaso bianco di ceramica!

-mi sento un pò mia madre, ma dopo aver assaggiato a casa di amici in Olanda una deliziosa pietanza al retrogusto di Svelto (o meglio del corrispondente olandese) ho giurato di sposare anche questa causa: dopo aver insaponato le stoviglie con la simpatica spazzolina da cucina - per noi italici così inusuale e simile a qualcos’altro da far scattare pensieri terribili - per favore, sciacquatele. Cioè passate le medesime stoviglie sotto l’acqua corrente prima di scolarle. Non ci vuole molto tempo, volendo potete evitare di farlo con attrezzi da cucina secondari se proprio non vi sentite a vostro agio, ma perlomeno per piatti, bicchieri e posate credo sia ora, nel 2010, di ridurre le differenze tra nord e sud del nostro bel continente. Pigro, ma bello. Vecchio, ma bello. Tagliato fuori dai giochi della nuova economia mondiale, ma bello.

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