Il troppo stroppia

fun runner dressed as a smurf during the virgin london marathon 2011

  • va bene essere salutisti, ma broccoli e curcuma non sono un abbinata particolarmente allettante, soprattutto se senza ombra alcuna di sale… quanto cazzo volete vivere, fino a 200 anni? Va’ che siete già insopportabili adesso, pensate tra 145 anni… fatevi un hamburger ogni tanto, qualcosa di unto, di fritto… giusto per morire prima, intendo
  • va bene fregarsene dell’alimentazione e fare pernacchie agli esagerati (vedi sopra), ma qualche volta mangiatevi qualcosa di fresco, non processato, non imputtanato di coloranti, conservanti e minchie fritte varie. Si può fare, sapete? anche se avete poco tempo, poca voglia, poca roba in casa. Esempio del camionista: aprite una latta di fagioli cannellini, del filetto di tonno un pò bellino (quelli in vetro), mettete il tutto così, alla brutto dio in una scodella con un filo d’olio (motore :D), tagliate della verdura cruda senza criterio, del pane fresco e.. bon apetit
  • sono d’accordo che lo stile è importante, che l’abito si fa a Monaco (e comunque non capisco… non era nel comasco e nel fiorentino che ci sono i migliori artigiani del tessile?), che è bello e giusto curarsi, sentirsi a posto, trasmettere freschezza, indossare capi di qualità, intelligenti, abbinati, ma appunto il troppo stroppia per cui evitiamo per cortesia scarpe, cinture, borse e fiocchetti dello stesso colore sempre e comunque, tutti i giorni; evitiamo camicie quando basta una cazzo di t-shirt (o al massimo una polo), evitiamo cinture di pitone e scarpe da evasore altezzoso (tipo quelle con l’acca)
  • vero che trasandato è figo, che perfettino è odioso, che ormai teschi, chiodi, borchie e roba punk sono sdoganati per chiunque – e dunque non valgono più niente in termini di anticonformismo, ma non esageriamo nel non curare il nostro aspetto appositamente, per una serie di motivi: -così puzzate; -così sembrate trasandati apposta; -così il vostro collega fighettino insopportabile si farà la nuova segretaria sciampista prima di voi. Lo so, quest’ultima, tremenda, non dovevo dirvela, però è davvero così, amici. Prendetevi un vestito Armani in super saldo, una volta, e ricordatevi: le sciampiste saranno sciocchine ma spaccano
  • giusto stare al passo coi tempi, ma quando la tecnologia supera la vita reale è un problema. Quando whatsappate alle amichette foto della grigliata mista invece che limonare a perdifiato col fidanza è un problema. Quando guardate gli highlights di Borussia Dortmund-Schalke 04 invece che bervi una birra coi soci è un problema. Quando siete tutta una fascia di muscoli tesi e materia grigia elettrica per aver scoperto un Ted Talk su quanto l’international shipping sia cruciale nelle dinamiche economiche e sociali del mondo d’oggi e non vi fate più la passeggiata dopo il pasto, è un problema
  • concordo nell’essere alternativi fino in fondo, nel continuare a dichiarare che lo smart phone è inutile, che il tablet è una rottura di cazzo, che i social network sono sopravvalutati, che la politica se ne sta andando a male davvero a causa di Twitter, dei troll, dei commenti, dei grillini eccetera eccetera. È vero. Ma non potete pretendere di essere fuori dal tempo senza apparire come appositamente così tanto fuori dal tempo, quasi il tempo lo aveste ben presente eccome ma voleste solo farvi notare. Whatsapp c’è e lo usano tutti per comunicare, mandare foto e altro perchè è comodissimo e veloce. Punto. Cazzo contestate il valore di Whatsapp? Sfruttatelo invece, spremetelo come un pompelmo salvo poi buttarlo via senza sentimento alcuno non appena arriverà qualcosa di migliore e pià economico. E via. Così dovrebbe essere, no? Siamo o non siamo esportatori di democrazia?
  • lo sport è importante, ma diventare fanatici è sempre una cazzata e sempre se ne pagano i conti, alla fine. Ti piace correre? Benissimo, fallo, anche tanto, ma non mi diventare un invasato della corsa, per cortesia. Un odioso runner con maglietta radio deejay e scarpe catalinfrangenti da 300 euro. Anche perchè corri da schifo, onestamente. Fai ridere, amico. E lo stesso vale per il nuoto, il calcetto, il fitwalking, lo yoga, la biclicletta e il curling. Sì, il curling, e allora? Avete visto che fighe le canadesi del curling, prima di ridere?
  • lo sport è una rottura di cazzo, sono d’accordo. Ma sappiate che prima ancora dell’alimentazione è importante muoversi. Schiodare il culo, avete presente? Anche per una camminata veloce, per scale a piedi, in giro in bici invece che in macchina. È inutile che vi strafacciate di farro, tofu e peperoncino bio se poi non utilizzate il corpo nel modo in cui è stato pensato dagli architetti di Madre Natura (o Dio onnipotente o Cthulhu, come preferite): per muoversi. Per camminare, per ossigenarsi, per reagire, per spostarsi in autonomia sul terrotorio

Dritte

Oggi mi sento generoso. Voglio condividere parte della mia saggezza camionistica con tutti voi, poveri internauti smarriti nella complessità delle cose. Vi conviene prendere nota per benino. Sono come Paganini, non ripeto. E un giorno mi ringrazierete, eccome, anzi lo vedo già quel momento:

“Grazie, Truck Driver. Mi hai aperto gli occhi.”

È per sputarci dentro meglio, cretino.” E vai di scatarro.

Ecco sotto, e adesso silenzio: sto ascoltando l’ultimo di Paolo Meneguzzi.

***

  • non ascoltate MAI l’ultimo di Paolo Meneguzzi. Mai
  • va bene mangiare sano, ma un cazzo di panzerotto a mezzanotte dopo un concerto reggae ve lo potete permettere, che diamine… altrimenti poi la correttezza alimentare diventa una schiavitù, starete sul cazzo a tutti, non vi inviteranno più a cena, i vostri figli saranno isolati e derisi, e additeranno voi come i colpevoli delle loro disgrazie. Tutte. Compresi i 4 in italiano, i brufoli e l’apparecchio
  • se l’Italia vi fa così tanto cagare, che ci restate a fare? A fare quelli che si lamentano in eterno? Un pò di coraggio e fuori dai coglioni, sù… un asilo, un account ASL e una pensione in meno da pagare. Da parte di tutti, grazie
  • sono gli anziani i nemici pubblici numero uno, che immigrati, zingari, miliziani dell’ISIS o testimoni di geova che siano… diffidati dei vecchi: hanno avuto tutto, spesso arraffando, e oggi ancora rompono i coglioni. Che schiattassero
  • andate in giro da soli- al cinema, al bar, ai concerti, al museo, in vacanza! Solo chi fa le cose da solo riesce a godersi a fondo tutto quello che accade, gli altri spendono il loro poco tempo libero nello stare dietro alle paturnie del socio di uscita di turno. Bello chiacchierare, eh? Per i primi 15 minuti, poi diventa una rottura di cazzo. E non ti fa vedere quanto è bella la gente in giro, quanto è bello il mondo. Molto più bello di quanto i commentatori di internet cattivoni – e il vostro amico con paturnie – siano disposti ad ammettere
  • rompete sempre il cazzo in ogni modo a quelli che guidano una bmw nuova fiammante, mentre siete in auto. È sempre giusto, e loro sanno perchè :D
  • non pagate le multe prese in Svizzera. Perchè? Perchè è uno stato di merda. Ma non è pericoloso? Non per molto ancora. Presto il Lichtenstein la invaderà, e credetemi, sono parecchio fricchettoni in quello staterello crucco del cazzo. Li metteranno allora a ferro e fuoco, mica avranno tempo di tracciare la vostra multa non saldata
  • più importante ancora dell’alimentazione è il movimento di quel derelitto di corpo che vi ritrovate, la lotta alla sedentarietà assoluta. E soprattutto nelle piccole cose, intendo, mica le gare Iron Man o il Bungee Jumping: intendo scale da fare rigorosamente a piedi, commissioni da sbrigare sempre a piedi o in bici, intendo camminare in campagna invece che rimpinzarsi dell’ennessima, sopravvalutata serie tv, nuotare invece che abbrustolirsi sul materassino ecc. ecc.
  • (per le femmine) lasciate che i capelli diventino grigi col passare degli anni, non li tingete, tenete duro, semmai accorciateli un pò. Difficilissimo, lo so, ma se riuscirete sarete poi libere da una delle schiavitù femminili più ingombranti e costose del nostro tempo. E alla fine potete benissimo essere belle, attraenti, serie, professionali – o qualsiasi altro attributo vi interessi – anche così. Ed eviterete quell’obbrobbio della ricrescita. E con i soldi di tutte le tinture risparmiate ci fate un viaggio. Del mondo 
  • (per i maschi) le magliette stile polo con tutti quei cazzo di numeri giganti, quei nomi a cazzo di nazioni, paesi, squadre, con tutti quei ridicoli colori, le forme geometriche, gli incastri, i rombi, le sfumature, fanno davvero CACARE (con la c e non la g). Sapevatelo
  • (per le femmine) attualmente sono pieno di flirt, pregasi di non offrirsi al sottoscritto manzo camionistico per i prossimi 12/24 mesi. Questo perchè mi spiace poi ignorare qualcuna. Ma se proprio proprio, scrivetemi di nascosto e parlatemi di voi in un più di 10 righe (amici, se non faccio così queste scrivono cartelle e cartelle di riflessioni ombelicali e non si arriva più al sodo)

Voi non siete qui

copertina Voi

Comincia con la messa on line del blog www.voinonsietequi.it il “conto alla rovescia” per la pubblicazione del mio nuovo romanzo, “Voi non siete qui” (Il Saggiatore) in tutte le librerie d’Italia dal 4 settembre. Qui la quarta di copertina. Nel blog, che va in costante aggiornamento, citazioni da “Voi non siete qui”, carrellate fotografiche dei luoghi citati, una “playlist” di musiche, recensioni, commenti e varie altre amenità.

Ecco qui sotto come introduco il libro per i visitatori del blog.

Grazie per l’attenzione

Guglielmo Pispisa (Kzg)

Walter è una contraddizione. Un avvocato quasi benestante che passa metà del tempo a compiangersi e il resto a massaggiarsi l’ego, secondo l’abitudine acquisita durante una riparata, passiva esistenza borghese.

Desidera sopra ogni cosa essere considerato un signore. Ma non per educazione, è solo che gli manca il coraggio di mandare a quel paese la gente. Preferisce il compromesso all’impegno. Si considera uno scettico, e poi va nel panico se il suo nome non è in lista a un ricevimento. Si dice disgustato di sé, ma la debolezza di carattere per cui si biasima è solo il sintomo di un più vasto cedimento morale. Afferma di non piacersi, eppure non fa altro che guardarsi.

Walter è meschino, è misogino, è un vanesio con la sindrome di inferiorità, è sessista, razzista, classista, insensibile, tutto con molta naturalezza, nemmeno se ne accorge. È postmoderno: scambia l’autoindulgenza per consapevolezza. Disprezza i suoi concittadini con le Hogan ai piedi e le borse Vuitton, ma si deprime a comprare vestiti ai grandi magazzini. È come me, come te, come tutti. Come tutti si crede speciale, come tutti crede che non toccherà a lui pagare. Fino a che gli sarà concesso di crederlo.

In questo romanzo ho fatto tutto quello che, secondo le regoline della scrittura creativa, non si dovrebbe, quello che fin qui ho sempre evitato. Ho raccontato una storia ordinaria, banale, dal punto di vista di un protagonista verboso e digressivo. Ambientata a Messina, un luogo antinarrativo per eccellenza. Ho finto di attingere a dati materiali della mia vita, prendendo un po’ in giro la moda dell’autofiction (che poi c’è sempre stata, anche quando nessuno la chiamava autofiction). Me ne sono infischiato di preferire il mostrare al dire, anzi più volte ho detto quando avrei potuto mostrare. Ho espresso pareri, giudizi, sentenze per bocca del narratore, invece di lasciare che il lettore si facesse un suo parere. Ho usato uno dei due finali che mai si dovrebbero usare. Perché ho fatto tutto questo? Sulle prime pensavo di fare semplicemente uno sberleffo, quasi fregandomene che fosse un testo destinato ai lettori e a un mercato. Ho fatto quello che lì per lì mi andava di fare.

Poi mi sono accorto che non era così, che era anzi vero il contrario. Al lettore ho dato fiducia, per una volta non l’ho trattato come un bambino scemo a cui porgere col cucchiaino. Ho creduto in lui, nella sua capacità di arrangiarsi, nella sua intelligenza, nella furbizia che, spero, lo inducano a non dare per buono quel che gli racconta il narratore, a guardare un poco oltre, fino a vedere quello che il narratore non dice, perché nemmeno lo sa.

Guglielmo Pispisa

 

 

  • malocchio_ga quelli che si piangono addosso, che si dicono poveri e disperati: per nove su dieci sono tutte stronzate, o meglio interpretazioni da Oscar; hanno come minimo un paio di case di villeggiatura di famiglia, auto da ventimila euro e passa, occhiali da sole di marca e la faccia talmente di tolla da lamentarsi e lamentarsi e lamentarsi ancora. Che vadano a Khartoum per verificare di persona chi dovrebbe lamentarsi. Quindi, quando lo fanno, tu mandali affanculo col sorriso sulle labbra. Capiranno
  • a quelli che ti consigliano una cazzo di medicina per ogni cosa che ti accade. Le medicine costano, amico, non permettono al tuo corpo di difendersi da solo e fanno pure male. Oltre ad alimentare quell’assurda egemonia che hanno le farmacie nel nostro paese. Piuttosto fatti una spremuta di agrumi o una canna
  • a quelli che commentano sempre tutto, dicono la loro su tutto – seppur non richiesta – e si ritengono depositari della verità assoluta. La verità assoluta non esiste, siamo tutti brave persone e ridicoli buffoni allo stesso tempo: dipende dal momento in cui ci stai osservando. Chi dice di saperne sempre di più e meglio è probabilmente colui che deve imparare più di tutti
  • a quelli che per strada provocano, ti fanno i fari da 200 metri per superarti, ti si incollano al culo, occupano strisce e marciapiedi, si intrufolano dappertutto. Tu manda giù, conta fino a dieci e pensa a cosa ti preparerai per cena (questa è difficile, sono il primo ad ammetterlo…)
  • ai tuoi coetanei vecchiacci che dicono che oggi la musica fa cagare, la moda fa cagare, le relazioni fanno cagare, il vino fa cagare, le bici sono fragili, le case fatte col culo (okay, questo puà essere vero) e così via. È semplicmente la famigerata sindrome dei fossi per il lungo. Tu non farti tirare dentro, pensa a una cosa sola: prima di noi, i nostri genitori dicevano le stesse stronzate su di noi, e prima ancora i nonni, i bisnonni, i trisavoli
  • a quelli che diffidano degli stranieri, dei meridionali, degli immigrati ecc. Provincialotti che al massimo si meritano il Salvini di turno. Cazzo c’entra la nazionalità con la validità di una persona? Se è stronza, è stronza, non serve controllare passaporto e permesso di soggiorno. Stessa cosa se invece è una brava persona
  • a chi dà la colpa di tutto ai politici. Certo, ‘sti stronzi ce l’hanno messa tutta per farsi odiare, ma il vero problema a mio giudizio è a monte: chi vota chi. Il vero problema non sono i politici, sono gli italiani
  • a quelli che dicono che la scuola fa cagare in tutto e per tutto, che si immischiano e rompono le palle a docenti, personale, preside, rappresentanti. E i bambini escono poco all’aria aperta, e fanno poche gite, e studiano male la matematica,  e hanno troppi compiti, o pochi compiti, e via dicendo. In realtà a ‘sta gente non sta veramente a cuore che le cose funzionino bene: è semplicemente entrata nel loop dei punti uno e tre qui sopra. Statene alla larga
  • a quelli che sbandierano ideologie, credo, proclama, presunte battaglie civili giusto per avere uno slogan buono per i social network, la nuova ‘piazza’. Una bella manciata di decenni dovrebbero averci insegnato che i cambiamenti non avvengono in questo modo, spostandosi di carro in carro e cantando a squarciagola la canzone dell’ultima tendenza politica o sociale. I cambiamenti dipendono dal comportamento di ogni singolo individuo, giorno per giorno. Dimmi cosa fai, cosa mangi, come ti muovi, come gestisci i rifiuti, come ti comporti per strada, nei negozi, al lavoro, a casa con coniuge e figli, e ti dirò se sei un bravo cittadino o meno. Non m’interessa quanto è figa la bandiera che sventoli giulivo
  • a quelli che dicono che presto sarà tutto digitale, o a quelli che dicono che presto il digitale sparirà del tutto. Stronzate, barcolleremo per sempre – come razza umana – tra elettronica futurista e cornetti d’avorio contro il malocchio. Senza speranza di redenzione. Parola di Truck Driver 

Here’s a transcript of a letter by Ray Bradbury, courtesy of Letters of Note.

 

June 10, 1974

Dear Brian Sibley:

This will have to be short. Sorry. But I am deep into my screenplay on SOMETHING WICKED THIS WAY COMES and have no secretary, never have had one..so must write all my own letters..200 a weekl!!!

Disney was a dreamer and a doer..while the rest of us were talking ab out the future, he built it. The things he taught us at Disneyland about street planning, crowd movement, comfort, humanity, etc, will influence builders architects, urban planners for the next century. Because of him we will humanize our cities, plan small towns again where we can get in touch with one another again and make democracy work creatively because we will KNOW the people we vote for. He was so far ahead of his time it will take is the next 50 years to catch up. You MUST come to Disneyland and eat your words, swallow your doubts. Most of the other architects of the modern world were asses and fools who talked against Big Brother and then built prisons to put us all up in..our modern environments which stifle and destroy us. Disney the so-called conservative turns out to be Disney the great man of foresight and construction. Continua a leggere

Esse est percipi (Borges y Bioy Casares)

Jorge Luis Borges

Jorge Luis Borges

“Viejo turista de la zona de Nuñez y aledaños, no dejé de notar que venía faltando en su lugar de siempre el monumental estadio de River. Consternado, consulté al respecto al amigo y doctor Gervasio Montenegro, miembro de número de la Academia Argentina de Letras. En él hallé el motor que me puso sobre la pista. Su pluma compilaba por aquel entonces una a modo de Historia panorámica del periodismo nacional, obra llena de méritos, en la que se afanaba su secretaria. Las documentaciones de práctica lo habían llevado casualmente a husmear el busilis. Poco antes de adormecerse del todo, me remitió a un amigo común, Tulio Savastano, presidente del club Abasto Juniors, de cuya sede, sita en el Edificio Amianto, de avenida Corrientes y Pasteur, me di traslado. Este directivo, pese al régimen doble dieta a que lo tiene sometido su médico y vecino doctor Narbondo, mostrábase aún movedizo y ágil. Un tanto enfarolado por el último triunfo de su equipo sobre el combinado canario, se despachó a sus anchas y me confió, mate va, mate viene, pormenores de bulto que aludían a la cuestión sobre el tapete. Aunque yo me repitiese que Savastano había sido otrora el compinche de mis mocedades de Agüero esquina Humahuaca, la majestad del cargo me imponía y, cosa de romper la tirantez, congratulélo sobre la tramitación del último goal que, a despecho de la intervención de Zarlenga y Parodi, conviertiera el centro-half Renovales, tras aquel pase histórico de Musante. Sensible a mi adhesión al once de Abasto, el prohombre dio una chupada postrimera a la bombilla exhausta, diciendo filosóficamente, como aquel que sueña en voz alta:
-Y pensar que fui yo el que les inventé esos nombres.
-¿Alias? -pregunté, gemebundo-. ¿Musante no se llama Musante? ¿Renovales no es Renovales? ¿Limardo no es el genuino patronímico del ídolo que aclama la afición?
La respuesta me aflojó todos los miembros.

-¿Cómo? ¿Usted cree todavía en la afición y en los ídolos? ¿Dónde ha vivido, don Domecq?

En eso entró un ordenanza que parecía un bombero y musitó que Ferrabás quería hablarle al señor.

-¿Ferrabás, el locutor de la voz pastosa? -exclamé- ¿El animador de la sobremesa cordial de las 13 y 15 y del jabón Profumo? ¿Estos, mis ojos, le verán tal cual es? ¿De verás que se llama Ferrabás?

-Que espere -ordenó el señor Savastano.

-¿Que espere? ¿No será más prudente que yo me sacrifique y me retire? -aduje con sincera abnegación.

-Ni se le ocurra -contestó Savastano-. Arturo, dígale a Ferrabás que pase. Tanto da…

Ferrabás hizo con naturalidad su entrada. Yo iba a ofrecerle mi butaca, pero Arturo, el bombero, me disuadió con una de esas miraditas que son como una masa de aire polar. La voz presidencial dictaminó:

-Ferrabás, ya hablé con De Filipo y con Camargo. En la fecha próxima pierde Abasto, por dos a uno. Hay juego recio, pero no vaya a recaer, acuérdese bien, en el pase de Musante a Renovales, que la gente sabe de memoria. Yo quiero imaginación, imaginación. ¿Comprendido? Ya puede retirarse.

Junté fuerzas para aventurar la pregunta:

-¿Debo deducir que el score se digita?

Savastano, literalmente, me revolcó en el polvo.

-No hay score ni cuadros ni partidos. Los estadios ya son demoliciones que se caen a pedazos. Hoy todo pasa en la televisión y en la radio. La falsa excitación de los locutores, ¿nunca lo llevó a maliciar que todo es patraña? El último partido de fútbol se jugó en esta capital el día 24 de junio del 37. Desde aquel preciso momento, el fútbol, al igual que la vasta gama de los deportes, es un género dramático, a cargo de un solo hombre en una cabina o de actores con camiseta ante el cameraman.

-Señor, ¿quién inventó las cosas? -atiné a preguntar.

-Nadie lo sabe. Tanto valdría pesquisar a quién se le ocurrieron primero las inauguraciones de escuelas y las visitas fastuosas de testas coronadas. Son cosas que no existen fuera de los estudios de grabación y de las redacciones. Convénzase, Domecq, la publicidad masiva es la contramarca de los tiempos modernos.

-¿Y la conquista del espacio? -gemí.

-Es un programa foráneo, una coproducción yanqui-soviética. Un laudable adelanto, no lo neguemos, del espectáculo cientifista.

-Presidente, usted me mete miedo -mascullé, sin respetar la vía jerárquica-. ¿Entonces en el mundo no pasa nada?

-Muy poco -contestó con su flema inglesa-. Lo que yo no capto es su miedo. El género humano está en casa, repatingado, atento a la pantalla o al locutor, cuando no a la prensa amarilla. ¿Qué mas quiere, Domecq? Es la marcha gigante de los siglos, el ritmo del progreso que se impone.

-¿Y si se rompe la ilusión? -dije con un hilo de voz.

-Qué se va a romper -me tarnquilizó. -Por si acaso, seré una tumba -le prometí-. Lo juro por mi adhesión personal, por mi lealtad al equipo, por usted, por Limardo, por Renovales.

-Diga lo que se le dé la gana, nadie le va a creer.

Sonó el teléfono. El presidente portó el tubo al oído y aprovechó la mano libre para indicarme la puerta de salida.”
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La Strategia dell’Ariete in scena

E dopo averlo scaricato aggratis da http://www.kaizenlab.it/senzablackjack.html potete anche guardarvi lo spettacolo della spettacolare Compagnia Fantasma

Esse est percipi (Jorge Luis Borges & Adolfo Bioy Casares)

Jorge Luis Borges

Jorge Luis Borges

“Esse Est Percipi” is a short story on football and the perception of reality by Jorge Luis Borges and Adolfo Bioy Casares (from the anthology Perfect Pitch: Dirt. edited by Marcela Mora Y Araujo & Simon Kuper)

A football fan is amazed to find that the games he listens to on the radio are a figment of someone’s imagination.

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As an old roamer of the neighbourhood of Nunez and thereabouts, I could not help noticing that the monumental River Plate Stadium no longer stood in its customary place.

In consternation, I spoke about this to my friend Dr Gervasio Montenegro, the full-fledged member of the Argentine Academy of Letters, and in him I found the motor that put me on the track. At the time, his pen was compiling a sort of Historical Survey of Argentine Journalism, a truly noteworthy work at which his secretary was quite busy, and the routine research had accidentally led Montenegro to sniff out the crux of the matter. Shortly before nodding off, he sent me to a mutual friend, Tulio Savastano, president of the Abasto Juniors Soccer Club, to whose headquarters, situated in the Adamant Building on Corrientes Avenue near Pasteur Street, I hied. Continua a leggere