Ipnagogico, esoterico ma semplice e potente come un gancio al mento. Alan Moore è un genio. Su questo tutti gli amanti di fumetti e graphic novel sembrano concordare, ma ora che la BD pubblica Un disturbo del linguaggio anche i fan più accaniti dell’autore inglese potrebbero trasalire. Un disturbo del linguaggio non è un fumetto, non è un racconto e non è nemmeno il resoconto disegnato da Eddie Campbell di una performance teatrale di Moore. O meglio è tutte è tre le cose ma è anche, olisticamente, qualcosa di più.
Il volume raccoglie due storie illustrate, Sacco amniotico e Serpenti e scale e una lunga intervista – chiacchierata delirante tra disegnatore e autore.
La narrazione ha una prosa lirica, che dalla penna di chiunque altro risulterebbe stucchevole, eccessiva, forzata.E con un gioco di scatole cinesi mette in scena una scena. Si tratta di un monologo mistico, magico, scientifico che Moore ha portato sul palco dell’Old County Court di Newcastle Upon Tyne dopo la morte della madre, e che Campbell ha tratteggiato per immagini, rielaborazioni e patchwork di Hokusai, Lichtenstein, Bosch, van Gogh, Tjapaltjarri ed Escher. Un viaggio a ritroso attraverso e oltre la nascita, superando la barriera del linguaggio mondano alla ricerca dell’elica del DNA, il verbo primordiale, l’essere dell’esserci avrebbe detto Heidegger, il nulla. Una ricerca del sé originario, non contaminato dalle convenzioni illusorie che fin dalla più tenera infanzia vengono filtrate e assorbite attraverso le parole. Il disturbo di cui parla Moore è quella sensazione perturbante di straniamento che ci coglie a tratti, quando per caso osserviamo il reale senza darlo per scontato, intravedendo l’essenza delle regole sociali: finzioni. Perché andiamo a lavorare? Perché ci comportiamo in questo o quel modo? Perché scegliamo di passare la nostra vita con quel partner? Perché votiamo? Cosa stiamo facendo?
In V for Vendetta e From Hell la narrazione mooriana era intrisa di critica di stampo sociopolico, in Watchmen si aggiungeva l’elemento eticomorale, in Un disturbo del linguaggio il tratto e il testo hanno un’essenza prettamente evocativa. Si opera magicamente (Moore ha deciso di diventare un “mago” all’età di quarant’anni, come spiega, assieme alla sua bislacca teoria sull’Ideaspazio, nell’intervista al termine del volume) si sovverte l’ordine, si sobilla il subconscio. L’oggetto e la tipologia della critica non sono definiti eppure sono, quasi a livello preconcettuale, limpidi. Per questo si tratta di un’opera esoterica ma chiara. Moore e Campbell agiscono a livello inconscio. Il loro è un incantesimo (per questo evoca), come lo era l’opera di Austin Osman Spare, a cui Moore fa più volte riferimento sia come modello artistico e umano sia come iniziato di un sapere anarchicamente occulto. Serpenti e Scale universalizza Sacco amniotico. Il secondo infatti prende le mosse da presupposti personali, dal vissuto dell’autore, va dal particolare all’universale, dal presente al passato, mentre il primo parte da una riflessione cosmogonica, che equipara l’elica del DNA al serpente creatore di molte mitologie; dal punto zero, dal big bang in avanti attraverso alcuni personaggi, anzi i loro cadaveri, attraverso la storia e l’arte porta a compimento il rituale del linguaggio. La trasmissione di un intero mondo caotico e in fibrillazione attraverso immagini e segni.
Parafrasando l’esergo dello Zarathustra di Nietzsche, un fumetto per tutti e per nessuno.
Fossimo una nazionalità come un’altra – chessò, danesi o portoghesi o colombiani – non mi agiterei più di tanto a riguardo. Le solite cose di sempre: tratti fisici e comportamentali caratteristici, luoghi comuni, abitudini, stili di vita, sfottò e barzellette. Un mucchio di stronzate, ma con un fondo di verità e pronunciate con il sorriso in volto. D’altronde, fino a quando si incontrano in giro tedeschi di pessimo umore, francesci che stanno sulle loro, olandesi che aspettano di cenare in cinque attorno al fornellino da campeggio per caffè – dai, dai che prima o poi vi bolle l’acqua per le patate da lessare, e italiani con occhiali da sole che si urlano in faccia, è giusto che ci si diverta tutti con un pò di folklore su scala globale. Un passatempo gradito da sempre, che lo sviluppo tecnologico e la globalizzazione degli ultimi decenni hanno ampliato quanto a potenzialità. Inoltre l’introduzione dell’Euro, la nascita dei viaggi low cost e la lingua inglese sempre più ‘masticata’ in giro (con le dovute eccezioni) dovrebbero aiutare nel lungo termine a far svanire ogni possibile incomprensione in una una gigantesca ‘tarallucci e vino’ planetaria. Forse. Tanto in fondo siamo così numerosi e così diversi, bombardati in continuazione da miriadi di informazioni e cose da fare… chi si ricorderà più di come abbordano una ragazza gli ungheresi, tra un attimo? O di quale sia la combinazione di insetti fritti che va per la maggiore negli spiedini in vendita nei baracchini Thailandesi?
Oh! Quanto vorremmo l’oblìo internazionale, noi italici…
E invece la dinamica è la seguente:
* per qualche strano motivo che forse mette le radici nei fasti dell’Impero Romano e nella sua visione edonistica, da moderna ‘Spa’ dell’esistenza, si irrobustisce nella squisita produzione artistica del Rinascimento, si protrae tra alti e bassi fino alla nostra epoca, alla stagione d’oro del cinema italiano del dopoguerra e alla conquista del mondo da parte degli stilisti nostrani (qualcuno menziona anche Rocco Siffredi; io non saprei), la fama e la reputazione italiane sono incredibilmente elevate. Se avete viaggiato un pò, forse potete confermare e come me non capacitarvi del perchè. Siamo simpatici a scandinavi e musulmani, a russi e sudamericani – che farebbero carte false per mostrare di avere sangue italiano nelle vene. In un posto remoto come Sumatra in Indonesia, ho conosciuto gente locale entusiasta della mia italianità (?? immaginate il mio divertito sgomento) e Tuk Tuk dipinti dei colori delle squadre italiane di calcio. Perchè? Forse perchè non siamo troppo seri, siamo poco inquadrati e inquadrabili, un po’ ‘paesani’ e modernissimi per altri versi. Attenzione però:
* non è l’Italia vera e gli italiani veri che riscuotono questo successo planetario. E’ l’immagine dell’Italia, una sorta di sua elevazione a quadretto idilliaco: spaghetti, tarantella, mare, colli in lontananza, palazzi rinascimentali e sontuose sculture. Con sopra una sapiente spruzzata di coolness (perdonatemi il termine, d’altronde non ho studiato allo IULM per niente – intendo oltre che per pagare con le mie rette da pioniere la nuova sede e il marketing da ganassa che sfoggiano oggi) che secondo me è ancora figlia dell’immaginario creato dai vari ‘Il padrino’, ‘Quei bravi ragazzi’ e via dicendo. Il potere incredibile di Hollywood. Dovremmo ringraziare gli Studios per questo, non ci hanno nemmeno chiesto le royalties. Non ce n’è: fa figo – per certi versi – essere italiano, all’estero. Certo, per gioco. Queste persone non hanno idea di cosa sia vivere nello smog di Milano o in mezzo ai clacson e agli scooter impazziti a Roma. Quando poi ci arrivano da turisti, con i fazzoletti fradici di sudore e le vesciche ai piedi, terrorizzati al semaforo in attesa del verde, coscienti di rischiare la vita, scatta spesso quello che segue.
* si rompe l’incantesimo. ‘Ah, ma è questa l’Italia? SCHEISS, e dov’è il mio portafoglio?! E perchè il museo è chiuso?’ Oppure: ‘Ma mio zio mi aveva detto che in Italia c’erano ancora carretti variopinti trainati da asini, conserve di pelati col sapore del paradiso e tanti tanti cumpari…’ E invece da tre giorni si trova a Milano e non ha scambiato una parola con nessuno. E nemmeno un sorriso. A malapena gli hanno detto dov’è il Duomo.
Perchè questa dinamica? E quanto ci vorrà perchè tutta la gente del mondo si accorga che l’Italia dell’immaginario NON E’ l’Italia vera? Più tardi che mai, grida il ministro al turismo (dite voi, io non ci riesco) e gli fa eco il proprietario del baracchino delle cartoline dal triplice prezzo, a seconda della giapponesità del cliente. Con un rapido calcolo demografico direi alcune centinaia di anni, il che vuol dire che abbiamo ancora del credito, e parecchio. Com’è possibile? Non saprei, ma chiederselo troppo porta sfiga.
Erano le 21 e cominciava a fare freddo. Omar si strinse nella giacca, doveva aspettare ancora mezz’ora. Alle 21.30 il portone dello stabile giallo si aprì e ne uscì un uomo con giubbotto in pelle e pantaloni militari. In mano stringeva un torcia elettrica, nell’altra un basco nero. Si infilò il beretto in stile parà e poi tirò fuori un modernissimo telefonino. “Camerata max al posto di comabattimento” disse con un sorriso rumoroso. “Allora stasera dove si va a randellare negri?” continuò. “Ok, in piazza Bologna, tra venti minuti sono lì”. Chiusa la conversazione l’uomo tirò fuori le chiavi della macchina, le freccie di un jeeppone parcheggiato dall’altro lato della strada si accesero”. Per non farsui vedere Omar si rannicchò ancor di più dietro il cassonetto. L’uomo salì in macchina e partì sgommando. Omar rimase nel suo nascondiglio ancora una decina di minuti, temeva sempre che l’uomo tornasse indietro per aver dimenticato qualcosa. Chissà magari il manganello o il pugno di ferro. Piano piano Omar uscì dal suo nascondiglio e si stiracchiò le membra indolenzite, piano piano si incamminò verso il portone da cui era uscito l’uomo. In quella notta di ronda per lui l’unico posto sicuro era il letto di Katia, la moglie del vigilante. Mentre lui era di ronda Omar trovava rifugio tra le calde cosce della signora… almeno fino alle 2 di notte. Driin. ” Chi è?” “Omar” “Amore sali, Max è appena uscito”
Questa sera da Modo Infoshop a Bologna, il vostro affezionato Kai Zen di quartiere J incontra Simone Sarasso per una furibonda chiacchierata sulla sua ultima fatica (quasi 700 pagine mica pizza e fichi).
Settanta un libro di Simone Sarasso (Marsilio): Una furibonda cavalcata attraverso gli anni di piombo. Dopo Confine di Stato, il secondo volume della “Trilogia sporca dell’Italia” Italia, anni settanta: il decennio più buio e violento della storia repubblicana raccontato attraverso le voci di uno stragista, di un ladro, di un magistrato e di un attore di successo. Andrea Sterling, il fiore all’occhiello dei servizi deviati, ha un piano. Ettore Brivido, l’enfant prodige della mala milanese, è pronto a fare il salto di qualità. Domenico Incatenato, giovane giudice del Sud, sgobba per fare carriera tra Roma e Milano. Nando Gatti è l’astro nascente del poliziottesco all’italiana e prende sul serio il proprio lavoro. Le loro vite s’intrecciano mentre il paese va a fuoco: nelle piazze e nelle fabbriche ribolle la rivolta, le Brigate Rosse sfidano il potere costituito e la strategia della tensione continua a mietere vittime civili. «Un noir sorprendente, messo in pagina con una prosa incalzante e martellata… raccontato con la potenza di una realtà più forte dell’invenzione» Irene Bignardi, La Repubblica «Imperdibile. La prima parte di una trilogia scatenata, complottistica e dichiaratamente ispirata alle strategie di scrittura di James Ellroy» Giancarlo De Cataldo, Hot «Con un abile congegno narrativo Sarasso conduce il lettore in un viaggio irato e tempestoso, illuminato da squarci improvvisi, attraverso gli anni più difficili della nostra storia recente» Giorgio Boatti, Il Manifesto «Un affresco potente del nostro paese a partire dal dopoguerra… Un lavoro ambizioso che ha alcuni modelli espliciti (uno su tutti American Tabloid di James Ellroy) e un’originalità che conforta scoprire in un quasi trentenne» Pietro Cheli, Diario «Piazza Fontana, 1969. Simone Sarasso sarebbe nato undici anni dopo. Eppure questo libro sembra scritto da chi c’era. Anzi, forse ha in più il vantaggio del distacco» Dario Olivero, Repubblica.it Simone Sarasso, classe ’78, scrive storie nere per la narrativa, i fumetti, il cinema e la TV. Vive a Novara, e nel (poco) tempo libero fa l’educatore in una scuola elementare. Ha pubblicato racconti in diverse antologie e collabora con alcune riviste («Carmilla», «Milano Nera Web Press», «Satisfiction», «Hot»). Settanta è il secondo capitolo di una trilogia noir sui misteri e le trame della Storia d’Italia dal dopoguerra a Tangentopoli. Il primo volume, Confine di Stato (2007, finalista al Premio Scerbanenco-La Stampa 2007), è edito da Marsilio. Nell’autunno 2009, sempre per Marsilio, uscirà la graphic novel United We Stand, realizzata con Daniele Rudoni. Il suo blog è confinedistato.blogspot
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MODO infoshop, – via Mascarella 24/b e 26/a – Bologna
Eventi, chiaramente, gratuiti e grande attenzione a coniugare qualità dei prodotti e prezzi bassi.
In questa manifestazione si parlerà, oltre che di Copyleftcome già detto, anche di Bookcrossing, di decrescita, di territorio e di tutto quella cultura che solitamente viene messa da parte solo perché chi ne fruisce non ha un grande potere d’acquisto.
Location: Rolo (RE) – Piazza Righetta [tutte le info nella sezione "Dove"]
Quando: 3, 4 e 5 luglio 2009
Orari: eventi sul palco dalle 21:00 alla 1:00. Da lle 15:00 di sabato mostre nel centro Jolly.
Ebbene si, alla fine abbiamo condiviso palco, platea e tramezzini ai gamberetti con Bruce Sterling, Peter Saville, Elio e gli altri ospiti dell’evento torinese I REALIZE: the art of desruption. Resoconti, impressioni, video e immagini sull’omonimo sito. Menzione particolare per Roberto Bonzio e il suo interessantissimo progetto Italiani Di Frontiera. Stay tuned…
Sono tornato da poco da una breve ma intensa vacanza in Provenza. Nonostante avessimo scelto il posto proprio per prenderci un break dalle quotidiane croci e delizie italiche, mi sono scoperto ancora una volta sorpreso e felice come un bambino per ogni banale accadimento. Ogni singola cosa che – se paragonata alla nostra realtà nazionale – mostra che un altro modo è possibile. Forse è l’età che avanza, o forse semplicemente il fatto che là fuori c’è un mondo che si evolve, che va avanti ogni giorno. Là fuori, appunto. Però, ci pensavo proprio mentre sudavo pedalando per le stradine sterrate di Porquerolles, con due figlie sedute sui rispettivi seggiolini, appiccicatemi (si dice così?) a fronte e a tergo: la scelta italiana di non far cambiare mai niente sul proprio suolo è strategica, eccome. Tutte queste novità e questi curiosi modi di fare… questa modernità… Perchè mai? Un domani, a situazione globale del tutto degenerata, noi saremo invece gli unici a salvarci, già pronti per una nuova era medievale. Pensateci bene: potere temporale della chiesa, organizzazione territoriale a città-stato (cioè zero senso nazionale e interesse solo per il proprio orticello), vassalli e valvassori, giullari e imperatori, servizi postali e bancari. Tutto è medievale da noi! Ma non incazzatevi, è una scelta studiata, programmata per il lungo termine. Serve solo menare rogna e aspettare. Strategia, non noccioline.
Ma torniamo agli accadimenti francesi che mi hanno fatto emozionare:
- ci sono posti di mare dove non esistono code perenni di veicoli e sciami di scooter selvaggi in ogni dove. Ci sono tratti autostradali in direzione mare senza rallentamenti, code in uscita, lavori in corso a scacchiera, ecc… E’ bello ogni tanto poter smentire le sacre verità romagnole o liguri, avere un pò meno quella sensazione di essere l’ennesimo coglione con l’ennesimo mezzo inquinante e la stessa pessima idea di infilarsi per strada a quell’ora. Per un poco di buono suburbano, imbevuto di stress e cattive maniere come me, non è roba da niente. Anzi, è già un buon inizio, metà dell’opera. Il mondo sembra subito un posto migliore. Persino i caselli dell’autostrada francese ogni 10 kilometri massimo diventano simpatici punti-ombra colorati, con quei grossi cestini dove buttare alla rinfusa la moneta per il pedaggio tanto carini…
- ci sono spiagge con parcheggio gratuito, poco affollato, a due passi dall’inizio della sabbia. Come dite? Ok, mi rendo conto, ripeto subito: parcheggio NON a pagamento. NON affollato. Comodissimo. Vi giuro, è così. A due metri dalla spiaggia. Nessun parcheggiatore. Niente strisce blu. Niente scugnizzi accanto a cartelli maldisegnati e chissà quanto poco legali. Nessuno approfitta di nulla, tutti hanno accesso alle cose comuni. Nessun privilegio. Insomma, la normalità. Un concetto che spesso si afferra solo uscendo dai nostri confini…
- spiaggia libera ovunque, con bagni pubblici e docce gratuite a ogni accesso principale. Non che te li devi andare a trovare zitto zitto, a ciabatta strisciante, fingendo di essere colui che ha appena acquistato un Solero o fatto una mezz’ora al ping pong. Sono lì. A disposizione di tutti, e senza pagare. Perchè dovrebbe essere altrimenti? Il mare è di tutti, e così la spiaggia. Anche a Porquerolles, isola magnifica dall’aura vagamente chic, la prima cosa a cui si va addosso uscendo dal porticciolo dove si è sbarcati è un grande e pulito bagno pubblico gratuito. E’ così anche a Portofino o Amalfi? Chiedo senza malizia.
- non c’entra niente, ma non posso evitare di scriverlo: il pain au chocolat caldo, la mattina. Oh la la… E qui possiamo comunque consolarci: ce l’abbiamo anche noi la brioche! Che poi, perchè Zuzzurro diceva sempre di averla nella tasca del suo impermeabile da esibizionista, e tutti ridevano? Mi è sempre sfuggito qualcosa? Ho cercato di capirlo per anni, poi ho mollato il colpo. Magari qualcuno di voi, edotti lettori di kaizenology…
Se il noir ha rotto i maroni, i vampiri hanno proprio stracciato le palle. Eppure il vostro affezionato Kai Zen di quartiere, J, ha scovato un testo interessante e lo presenta in ottima compagnia questa sera alle 21:30 in quel di Bologna.
Il 18° vampiro un libro di Claudio Vergnani (Gargoyle Books)
Incontro con Claudio Vergnani, Jadel Andreetto, Antonella Beccarla, Sergio Rotino
A Modena uno squinternato gruppo di individui dai vissuti più diversi – body builder, operai, profughi, presunti agronomi, attori porno, giocatori di scacchi – viene assoldato da un’enigmatica donna, denominata “l’amica”, per uccidere vampiri. Se di giorno la situazione è sotto controllo perché i succhiasangue restano immobili, nascosti in ambienti degradati designati a covi – case abbandonate, cisterne, chiuse di fiume, palazzi fatiscenti –, di notte, le orrende e feroci creature escono allo scoperto attaccando soprattutto soggetti indifesi come vagabondi, immigrati e persone sole. È allora che bisogna vigilare e agire.
Tra sinistri sopralluoghi, massacranti turni di guardia, visite a un’antica e misteriosa Rocca dove si compiono sconvolgenti rituali, suggestive visioni tra le acque di Venezia, la squadra di moderni Van Helsing fa la conoscenza di Grimjank, il 18° vampiro…
Claudio Vergnani è nato a Modena nel 1962. Svogliato studente di Liceo Classico e ancor più svogliato studente di Giurisprudenza, preferisce passare il tempo leggendo, giocando a scacchi e tirando di boxe. Dopo una parentesi militare, sbarca il lunario alla meno peggio, passando da un mestiere all’altro. Dalle palestre di body building alle ditte di trasporti, alle agenzie di pubblicità, alle cooperative sociali, è sempre perennemente fuori parte e costantemente in fuga. Il 18° vampiro è il suo primo romanzo.
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