Un’altra giornata di merda

È buio qui sotto. E freddo anche. Ma che ne sanno loro? Niente. Nessuno sa niente di me. Nessuno può capire. Lo stanco ripetersi dei giorni, opachi come i muri di questo sotterraneo, criptici come le scritte dipinte sulle pareti che intravedo con la coda dell’occhio ogni volta che sfreccio verso l’uscita. Verso una nuova razione di violenza. Il motivo per cui sono qui, solo come un cane, quello per cui tutti mi accettano.

E devo pure dire grazie, anche se adesso non riesco proprio a farlo uscire dalle mie labbra, perché non è stato sempre così. Quando sono arrivato mi hanno messo in un centro di accoglienza. Tre mesi senza dirmi una parola sul futuro, insieme a molti altri come me. Chiusi in tre container di lamiera, freddi d’inverno e bollenti da scoppiare d’estate, notte e giorno, in centinaia stretti come sardine. L’odore dei corpi non lavati venne presto sostituito da quello più pungente degli escrementi e della disperazione. Infine tanti furono rimandati da dov’erano venuti, sempre senza una parola. Non meritavamo nemmeno una spiegazione, per loro.

Nel mio paese nessuno si sarebbe mai permesso di trattare così uno straniero, un ospite. Il mio era un paese caldo, di clima e di carattere, accogliente. Questo prima della guerra, naturalmente. Poi tutto è cambiato, anche le persone, e adesso non so, forse si comportano da schifo anche loro con gli stranieri, i diversi. Vivevo vicino al mare, una graziosa casetta imbiancata a calce in un piccolo gruppo di cinque o sei, appena prima di entrare in paese. Era un villaggio a pochi chilometri dalla capitale. Ci vivevo bene. Mia sorella Maria faceva da mangiare, io pescavo perlopiù, o mi arrangiavo con lavoretti saltuari. I nostri genitori erano morti da tempo, ma non ce la passavamo male: eravamo imparentati con la famiglia reale e la gente ci rispettava. Ricchi no, ma sereni.

Poi l’invasione, inaspettata e devastante. Dicevano che avevamo cominciato noi, che non avevamo rispettato le leggi sul disarmo e la normativa sui diritti dell’uomo. Dicevano che eravamo terroristi, ma non era vero niente. Tutte scuse infami. Le città che una volta profumavano di fiori e di salmastro si impregnarono del metallo caldo, del fumo acre e del sangue. L’odore della battaglia, quello a cui sono ormai assuefatto oggi. Sarei rimasto a combattere con i resistenti, ma ormai era troppo tardi e poi c’era mia sorella, dovevo pensare a lei. Così sono partito e sono venuto qui. Dopo i primi mesi nel centro di accoglienza, sono andato a lavorare nella fattoria di un buffo ometto basso e senza capelli. Molto irascibile e razzista. Mi trattava senza garbo, come se fossi un sottosviluppato. Le cose peggiorarono quando si accorse delle attenzioni che sua figlia aveva per me. Simpatica, la ragazza, secca e lunga ma carina. Niente a che vedere con le donne del mio paese, chiaro, ma un buon deterrente per la solitudine e la nostalgia. La vedo ancora, e adesso credo proprio che si faccia sul serio. Il giorno che suo padre ci trovò avvinghiati nel magazzino del grano, quasi gli prese un colpo. Sarebbe stata dura per me, se non fosse arrivato questo nuovo lavoro, se non avessero notato il mio talento, l’unico che gli serviva davvero.

So picchiare, uso bene le armi, so uccidere se serve, e di questi tempi sono tutte doti preziose. È come un circo: arriva un nuovo avversario, fa un po’ di casino, mette paura, si fa conoscere, e poi chiamano me. Ci scommettono sopra, ne sono sicuro; fanno lievitare le quote del mio nemico e poi chiamano me, a mettere le cose a posto. Io vado fuori e lo faccio a pezzi. All’inizio devo sempre far finta di essere in difficoltà, se no la gente non si diverte. Benvenuti al grande spettacolo. Sono bravo anche in questo, incasso per qualche minuto e tutti pensano: ma che, si è rincoglionito? Invece no, mi riprendo, ho uno scatto d’orgoglio e alla fine lo massacro. I miei pugni volano letali sul suo corpo, lo sconquassano, e se non bastano ci sono sempre tutte quelle altre belle dotazioni, le armi da taglio che tutti adorano, i boomerang, quell’altra trovata ridicola, i tuoni. Brandelli fumanti tutt’intorno, quando lascio l’arena. Il cuore sempre più pesante, le mani sporche di sangue. Il mio onesto lavoro.

Quello che faccio per vivere e per restare qui, per essere amato. Quello che farò anche tra un attimo, all’uscita da questi sotterranei umidi e malsani. Aspetto solo l’okay. Fasciato in un ridicolo costume attillato, scomodissimo, che però, dicono, tutti i bambini vorrebbero avere. Che se lo prendano, maledetti!

Qui, solo, al freddo e al buio. E nessuno sa quello che provo. Ripenso alla mia casa bianca, a come diventava rossa e poi azzurra al tramonto mentre la guardavo, pescando. E poi il cielo del mio paese… Quello che c’è qui, in confronto, è una padella sporca, rovesciata sulle nostre teste. Non ci sono le stesse stelle, e nemmeno gli stessi destini.

Questa maglina rossa e nera mi dà un prurito maledetto all’inguine, più ci penso e meno resisto… Vorrei grattarmi ma non posso, perché è arrivato il segnale: devo partire.

La prima accelerazione è quella che toglie sempre il respiro. Leva in avanti e via, sparato a tutta velocità attraverso il tunnel, poi leva indietro. Sempre le stesse cose. Oggi passerò dall’uscita cinque, la mia preferita, quella sotto le cascate. Gli ecologisti l’anno scorso hanno protestato contro il comune che ha permesso questo scempio di bellezze naturali, mi facevano ridere… Tanto la concessione era a posto, figurarsi, e i lavori sono proseguiti fino alla fine. Fanculo anche a loro.

Massima velocità, schiena premuta contro il sedile. 50… 30…10…

Un’altra giornata di merda, Actarus. Trapasso il muro d’acqua a tutta velocità, poi l’immensità del cielo.

GOLDRAKE FUORI!

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