Dieci anni di Strategia

Correva l’anno 2007 quando svelammo (e sventammo, almeno per un po’) i piani dell’Antica Segreta Società dell’Ariete: un granello di polvere nelle placide sabbie del tempo. Un decennio dopo riapriamo i vasi canopi, restituendovi accesso al sito rizomatico che si era perduto nei meandri misteriosi della rete e naturalmente al nostro allegorico romanzo. – Di cos’era poi l’allegoria? – Che Khnumm possa vegliare su di voi. Anzi siamo sicuri che lo stia già facendo… E ricordatevi sempre che «chi incontra il Demone muore, chi non muore diventa schiavo, chi non diventa schiavo diffonderà il demone.»

Qui il pdf: sda e qui anche in epub e mobi: http://www.kaizenlab.it/senzablackjack.html

e qui una guida alla scoperta della Strategia di Wu Ming 2

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LA MARCIA VIRTUALE SU ROMA…

La scorsa settimana il Senato ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (D.d..L. 733) tra gli altri con un emendamento del senatore Gianpiero D’Alia (UDC) identificato dall’articolo 50-bis: “Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet”; la prossima settimana Il testo approderà alla Camera come articolo nr. 60. Questo senatore non fa neanche parte della maggioranza al Governo… il che la dice lunga sulle alleanze trasversali del disegno liberticida della Casta. In pratica in base a questo emendamento se un qualunque cittadino dovesse invitare attraverso un blog (o un profilo su facebook, o altro sulla rete) a disobbedire o a istigare contro una legge che ritiene ingiusta, i providers dovranno bloccarne il blog o il sito. Questo provvedimento può far oscurare la visibilità di un sito in Italia ovunque si trovi, anche se è all’estero; basta che il Ministro dell’Interno disponga con proprio decreto l’interruzione dell’attività del blogger, ordinandone il blocco ai fornitori di connettività alla rete internet. L’attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro 24 ore; pena, per i provider, sanzioni da 50.000 a 250.000 euro. Per i blogger è invece previsto il carcere da 1 a 5 anni oltre ad una pena ulteriore da 6 mesi a 5 anni perl’istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all’odio (!) fra le classi sociali. In pratica questa legge può ripulire immediatamente tutti i motori di ricerca da tutti i link “scomodi”. In pratica sarà possibile bloccare in Italia (come in Iran, in Birmania e in Cina) Facebook, Youtube e la rete da tutti i blog che al momento rappresentano in Italia l’unica informazione non condizionata e/o censurata. Non a caso siamo l’unico paese al mondo in cui una media company (Mediaset) ha citato YouTube per danni chiedendo 500 milioni euro di risarcimento. Con questa legge non sarà più necessario, nulla sarà più di ostacolo anche in termini preventivi. Dopo la proposta di legge Cassinelli e l’istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra meno di 60 giorni presenterà al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al “pacchetto sicurezza” di fatto rende esplicito il progetto del Governo di “normalizzare” con leggi di repressione internet e tutto il sistema di relazioni e informazioni che finora non riusciva a dominare. Mentre negli USA Obama ha vinto le elezioni anche grazie ad un uso intelligente di internet, l’Italia prende a modello la Cina, la Birmania e l’Iran. In Italia gli unici media che hanno riportato la notizia sono stati la rivista specializzata “Punto Informatico” e il blog di Beppe Grillo.

PRIMA CHE SIA NOTTE…

Essere uno scrittore gay di talento a Cuba negli anni settanta. Molti cari “compagni” o ex-compagni europei (fra questi ultimi mi ci metto anch’io visto che almeno fino 1990 conservavo un’idea romantica di Cuba) molti di noi, dicevo, non sapevano quanto pericoloso poteva essere, a Cuba, manifestare la propria omosessualità o anche solo le proprie idee, quando queste non erano in sintonia con la linea di pensiero ufficiale. Ripudiato, messo ai margini e soprattutto vittima impotente di una pratica umiliante oltre ogni limite che in quegli anni era un’abitudine consolidata nella piccola isola comunista: rinchiudere le “menti contro” in campi di rieducazione e a suon di sprangate e torture farle tornare sulla luminosa strada del sol dell’avvenire. Tutto questo e molto altro dovette subire Reinaldo Arenas nei suoi primi anni di vita sull’isola rivoluzionaria e decise di raccontarlo in un bellissimo libro: “Before Night Falls”. Prima che sia notte. Un libro scritto con lo stomaco, pagine vomitate dall’anima controversa e romanticamente depressa di Reinaldo. Uno stile asciutto, a tratti ingenuo ma appunto per questo autentico. E Julian Schnabel che di mestiere di solito fa il pittore d’avanguardia, nel 2000 dopo averlo letto  ha deciso di girarci un film. Non è la prima volta per Schnabel, già con “Basquiat” si era cimentato nel cinema autobiografico riuscendo in parte nell’impresa (purtroppo in quella pellicola si notano una sceneggiatura di maniera e delle inquadrature scolastiche che ci fanno capire che il mestiere di Schnabel è un altro). Con “Prima Che Sia Notte” invece, si respira il vero cinema a cominciare dal ruolo di Reinaldo, affidato al grande Javier Bardem,calato perfettamente nella parte del ragazzone gay tormentato e talentuoso. Il film, come il romanzo da cui è tratto d’altronde, narra le vicende sfortunate e drammaticamente grottesche della vita di Arenas. Nato poverissimo nel 1943 Reinaldo viene subito educato alla “rivoluzione” dalle istituzioni del suo paese. A venti anni vince un premio letterario nazionale con il suo primo libro, “Celestino antes del Alba”. Purtroppo a causa della propria omosessualità, per altro dichiarata con orgoglio e spregiudicatezza, viene  arrestato nel 1973 e rinchiuso nella prigione di El Morro. Nel 1980 Fidel Castro (svegliatosi una mattina di buon umore!) decide di lasciar partire e quindi liberare dall’isola ex-carcerati, omosessuali e malati di mente (il fatto che si accostino i gay ai malati mentali e agli ex- galeotti ci da’ la misura della considerazione che il regime aveva e ha dell’omosessualità). Lascia partire questo piccolo esercito di circa duecentomila persone, dicevo, e Arenas non si lascia scappare l’occasione. Purtroppo come molti altri emigranti centro e sud-americani emigrerà negli USA che all’inizio lo accoglieranno a braccia aperte in quanto cubano anticastrista. Purtroppo però Reinaldo non troverà l’America che si aspettava e che gli avevano prefigurato. Andrà ad alloggiare in un modesto appartamento di New York e vivrà i suoi giorni intessendo rapporti amorosi fugaci ma autentici con ragazzi incontrati per strada o in locali di ultima categoria e scrivendo racconti, romanzi e soprattutto poesie. Scoprirà alla fine, come tanti altri in quegli anni in America, di essere malato di Aids e purtroppo essendo privo di un’assistenza sanitaria (non c’era ancora Obama negli anni ottanta in USA!!) si renderà presto conto della sorte che lo attende. Morirà isolato da tutti e consumato dalla malattia nel 1990. Nel film, a differenza del libro, la sua morte viene attribuita a una eutanasia perpetrata nei suoi confronti dal compagno Lázaro Gómez Carriles (interpretato da Olivier Martinez), l’unico rimastogli accanto fino alla fine, che lo soffocò nel sonno con un sacchetto di plastica.

“Before Night Falls” non è l’unico romanzo scritto da Reinaldo Arenas; ne ha scritti in tutto più o meno una quindicina di cui la maggior parte mai tradotta in italiano. Se vi interessa, oltre al già citato “Prima che sia notte. Autobiografia” (Guanda) in libreria si possono trovare anche “Arturo. La stella più brillante” (Cargo), “Adiós a Mamá. Dall’Avana a New York” (Socrates) e “Lo sposo del mare” (Croce Libreria). Piccola curiosità: alla stesura della sceneggiatura del film ha partecipato anche Lázaro Gómez Carriles, il compagno e amico di Arenas, l’unico che gli è restato accanto fino al momento della sua dipartita.

L’Italia dei magoni…

afghanistan“Oggi a circa 50 chilometri dalla città di Farah, fra i Monti Seyah, alcuni automezzi condotti da paracadutisti della Folgore, appartenenti al contingente italiano in istanza in Afghanistan , sono stati investiti dall’esplosione di una bomba mentre pattugliavano la zona. Un soldato è morto e altri tre sono rimasti feriti.” Questo più o meno il comunicato ANSA che due settimane fa è stato ripreso da tutti i maggiori giornali e telegiornali nazionali. La notizia, un po’ scarna a dire il vero, è stata rimpolpata a dovere dai TG di mezzogiorno con frasi del tipo: “Il vile attentato è stato perpetrato da una cellula di terroristi Talebani” (TG 5) oppure “il contingente è stato sorpreso dai terroristi mentre si aggirava nella zona per un pattugliamento” (TG 2) o ancora “i terroristi Talebani nella zona dei Monti Seyah sono tornati a farsi sentire con azioni sempre più violente” (Studio Aperto). Addirittura il presidente della repubblica Giorgio Napolitano, comparso in tutte le maggiori emittenti nazionali, non ha esitato a dire che: “Siamo costernati per la terribile perdita del giovane connazionale morto tragicamente in Afghanistan. La lotta al terrorismo però deve continuare”. Show must go on, insomma. C’è qualcosa però che non mi torna. Innanzitutto: perché i Talebani vengono identificati come terroristi? Fino a qualche anno fa erano al governo di un Paese le cui istituzioni nazionali erano presiedute da ministri e “attendenti” anch’essi Talebani. Si trattava di una dittatura, ovvio, che la guerra di invasione americana appoggiata da alcuni stati europei, fra i quali l’Italia, ha spazzato via in pochi mesi, anche se non in modo definitivo. E infatti ora i Taleban sono tornati a combattere per riottenere il potere perduto. I combattenti Talebani si possono considerare degli integralisti religiosi musulmani e forse anche dei pazzi sanguinari, ma di fatto sono un esercito irregolare e di sicuro non possono essere considerati dei terroristi, almeno non nel senso storico del termine. Sarebbe come dire che Napoleone, quando tornò dal suo primo esilio all’isola d’Elba (novembre 1814-febbraio 1815)  per tentare di riprendere il potere in Francia reclutando un nuovo esercito, agì come un terrorista e i soldati che lo seguirono nell’impresa cercando di ricomporre quella che un tempo fu la Grande Armée ( l’armata invincibile che guidata dal Bonaparte  tra il 1805 e il 1814 conquistò quasi tutto l’Europa) non furono altro che pericolosi terroristi al suo servizio. Certo, il termine “terrorista” venne coniato negli anni settanta del secolo scorso per cui, anche volendo, nessun biografo o storico coevo all’imperatore corso avrebbe potuto affibbiare alla ricostituita fanteria napoleonica quell’infamante sostantivo. Resta il fatto che ogni azione di tipo militare, sia essa di guerriglia o di guerra vera e propria, in un contesto di assenza o precaria esistenza di un governo nazionale istituito per di più da forze straniere, ogni azione di questo tipo, dicevo, non si può considerare un atto terroristico. Ne consegue che l’esplosione di due settimane fa che ha ucciso un soldato italiano e ne ha feriti altri tre  non è un atto terroristico bensì un atto di guerra. Per cui cominciamo col dare alle cose il proprio nome e riscriviamo nel modo più oggettivo e chiarificatore possibile ciò che è avvenuto la mattina del 14 luglio a 50 km dalla città di Farah: “In Afghanistan è iniziata da qualche settimana un’offensiva delle forze militari della coalizione Usa-Europa contro le roccaforti dell’esercito irregolare Talebano. Tale offensiva ha lo scopo di spazzare via in modo definitivo i reparti Talebani attestati attorno alle grandi città e nelle valli occidentali e del sud. In questo contesto le azioni di guerriglia dei Talebani si traducono anche in assalti ai contingenti in pattugliamento nella zona e alle basi dell’esercito della coalizione Usa-Europa. Fra questi contingenti non mancano quelli italiani e soprattutto quelli della brigata paracadutisti della Folgore. Durante uno di questi pattugliamenti un veicolo delle forze italiane è saltato su un ordigno fatto esplodere dalle forze irregolari Talebane. Un soldato italiano è morto e altri tre sono rimasti feriti.” Così delineata questa notizia si avvicina abbastanza alla realtà dei fatti, perché la verità nuda e cruda, per chi vuole  fare informazione, spesso è la scelta migliore. Quasi sempre è l’unica possibile.

Ispirarsi alla storia 6

ratzingermilSi fa presto a dire Santo!

Da qualche tempo abbiamo un nuovo papa e diciamocelo chiaramente: piace a pochi. Vuoi perché ha un po’ l’aspetto da Nosferatu in cerca di vittime innocenti da dissanguare, vuoi perché la sua parlata in italiano con accento tedesco fa molto nazista (anche se lui nazista non lo è mai stato, ha “solo” fatto parte degli ausiliari della FLAK, l’artiglieria contraerea della Wehrmacht), vuoi perché chi c’era prima di lui ha lasciato un buon ricordo di sé, talmente buono che già si parla di farlo santo. Insomma papa Ratzinger non piace a nessuno, invece quell’altro no, quello piaceva a tutti. Anche a mia mamma. “Papa Wojtyla è stato uno dei papi più buoni della storia”, buono d’animo e d’intenzioni s’intende, questo pensava la mia mamma il giorno del funerale di papa Giovanni Paolo II. E come lei erano in tanti a beatificare le sue azioni e parole. Invece io, che per natura diffido di chi si veste di bianco e ti da buoni consigli, sia esso un infermiere, un gelataio oppure il monarca assoluto di uno staterello grande come Milano2, cerco sempre di andare oltre le apparenze. E in effetti Ratzinger non è poi così peggio di Wojtyla. Infondo lui non è andato fino in Cile nell’aprile del 1987 a trovare il generale Augusto Pinochet, il sanguinario dittatore cileno responsabile di uccisioni e torture di massa, non è andato a stringergli la mano, a condividere con lui il piacere di farsi osannare da una folla festante. “Due grandi leader anticomunisti s’incontrano” titola ancora oggi un sito della destra cilena a corollario di una serie di fotografie dei due in affettuosa complicità sul balcone della Moneda a Santiago del Cile (i vecchi Litfiba dedicheranno all’evento alcuni versi di una canzone). Ratzinger non ha neanche pensato qualche anno più tardi, nel 1999, come invece ha fatto Giovanni Paolo II, di spendere fiumi di parole per tentare di salvare lo stesso Pinochet da una imputazione di tortura e omicidio di cittadini spagnoli, imputazione per cui era stata chiesta dal giudice iberico Baltasàr Garzon l’estradizione dall’Inghilterra, paese in cui si trovava il Generale cileno in quel momento. Tutto questo Ratzinger non lo ha fatto, in una cosa però i due hanno trovato lo stesso stimolo e la stessa convinzione: ripetere a migliaia di poveri africani, molti dei quali malati, che l’AIDS è una tragedia che non può essere vinta attraverso la distribuzione gratuita di condom, che possono anche aumentare il problema. A molti questo concetto può apparire come una bestemmia, per me e per  l’Assemblea Mondiale della Sanità (WHA) lo è in effetti, ma questo non è importante, l’importante è capire che non bisogna prendersela con Ratzinger, lui amministra un paese e i suoi cittadini nel migliore dei modi e soprattutto non è peggio di Wojtyla. Anche il papa polacco lo ha detto, gridato più volte: non usate il preservativo, ma praticate l’astinenza. E in fondo non era neanche colpa sua se la maggior parte di quelle persone, cittadini dell’Africa sub-sahariana, non erano andate mai a scuola e quindi non conoscevano il significato della parola “astinenza” (senza contare che molti concetti come “pratica sessuale sicura” o “prevenzione del rischio” sono intraducibili in certi linguaggi locali). E quindi l’eminenza tedesca non ha fatto altro che seguire il suo predecessore, che fra l’altro per quelle parole venne accusato dal quotidiano inglese THE GUARDIAN di avere le mani sporche di sangue (The Pope has blood in his hand). Vogliamo condannarlo per questo? Io credo di no, piuttosto se proprio vogliamo trovare una giustificazione lombrosiana al suo mefistofelico aspetto cerchiamola nel suo rapporto sulla pedofilia negli USA, rapporto redatto dall’allora cardinale Ratzinger nel 1996 che tendeva a minimizzare la portata del fenomeno stimandola attorno all’1% dei preti in carica. Si scoprirà che in realtà ben il 4% di preti statunitensi erano dediti a pratiche sessuali con minori di 18 anni e addirittura nel 1991 il 66% dei preti in servizio a Los Angeles era pedofilo, compresi due vescovi. Questa una delle sue poche colpe, avere taciuto. Certo ha avuto i suoi effetti negativi sul mondo cattolico e sulle sue istituzioni: si calcola che in totale siano 11.093 le vittime di oltre 5.000 preti, compresi 16 vescovi. Il costo in termini di processi e risarcimenti si aggira attorno a un miliardo e mezzo di dollari. Se fossimo in Italia si potrebbe dire “un otto per mille ben speso”. Per cui cattolici, credenti e praticanti, state sereni: questo papa non è migliore nè peggiore dei precedenti, è solo un papa, solo un capo di stato che detiene il potere esecutivo, legislativo e giudiziario nelle sue mani, è solo un capo di governo che si interessa dei governi altrui, un’anima peccatrice che si preoccupa dei peccati altrui. È solo questo, nient’altro. E poco importa se nel frattempo la mia mamma è diventata atea.

ALCUNE DELLE FONTI:

www.ildialogo.org/Ratzinger/pedofiliachiese.htm

Il Generale E Il Giudice – L.Sepulveda – Guanda edizioni

http://taggatore.com/articoli/benedetto+xvi