Dieci anni di Strategia

Correva l’anno 2007 quando svelammo (e sventammo, almeno per un po’) i piani dell’Antica Segreta Società dell’Ariete: un granello di polvere nelle placide sabbie del tempo. Un decennio dopo riapriamo i vasi canopi, restituendovi accesso al sito rizomatico che si era perduto nei meandri misteriosi della rete e naturalmente al nostro allegorico romanzo. – Di cos’era poi l’allegoria? – Che Khnumm possa vegliare su di voi. Anzi siamo sicuri che lo stia già facendo… E ricordatevi sempre che «chi incontra il Demone muore, chi non muore diventa schiavo, chi non diventa schiavo diffonderà il demone.»

Qui il pdf: sda e qui anche in epub e mobi: http://www.kaizenlab.it/senzablackjack.html

e qui una guida alla scoperta della Strategia di Wu Ming 2

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Per dirla tutta

Eccomi di nuovo tra voi. Truck Driver tra i suoi fedeli. Contenti? Vi sono mancato? E chi se ne frega (in entrambi i casi).

Sento sempre gente parlare male. Male del vicino, male dello straniero. Male di quello che succede in ogni parte del mondo. Tutti parlano male del Medio Oriente, e la Siria di qui, e l’Iran di là, e l’Egitto che potrebbe islamizzarsi troppo dopo la rivolta, e la Libia che è in preda a svariate tribù di fanatici. Sento parlare solo male della Cina e dell’India, che sì, sono enormi potenze economiche ma non rispettano i diritti umani, l’ambiente, i lavoratori, i poveri ecc. ecc. C’è gente che parla male anche del Sudamerica, ovviamente: troppo violento, troppo instabile, troppo ‘Repubblica delle Banane’. L’Africa al solito non conta un cazzo, se non per quel minimo di groppone in gola a Natale nel vedere i bambini denutriti o i danni da estrazione selvaggia del petrolio o le montagne di rifiuti tecnologici che scarichiamo puntualmente da quelle parti. Afghanistan, Pakistan, Kazakhstan e compagnia bella poi manco si possono definire paesi civili, e via dicendo per il resto del globo.

Insomma di buono parrebbe rimanga solo l’occidente, e in particolare: Continua a leggere

Vuelvo al Sur 5. Reportage dal centro del mondo

Villa 21, Buenos Aires

Il cielo è ormai viola scuro e la croce al neon azzurro è un bagliore alieno tra la luce aranciata dei lampioni. Per un momento restiamo in silenzio ad ascoltare il respiro della villa. Come in ogni romanzo che si rispetti c’è un cane che abbaia in lontananza, serve a dare il senso di realtà alla storia, eppure sono così frastornato da quel luogo che il cane non basta, non lo percepisco ancora come reale, non del tutto. Non è la mia realtà quotidiana, non lo sarà mai, quei fori di proiettile sul muro sono al contempo terribili e metafisici. Continua a leggere

Vuelvo al Sur 4. Reportage dal centro del mondo.

Villa 21, Buenos AiresÈ cronaca degli ultimi mesi. A Villa Soldati, un barrio popolare, che un tempo faceva parte dell’area di Villa Lugano, sorge un parco dedicato alla memoria degli studenti desaparecidos. Nei pressi del parco si trova una teoria di monoblocks, complessi edilizi popolari che ospitano il 40% della popolazione del quartiere. Il parco è stato occupato da centinaia di famiglie provenienti da Perù, Bolivia e Paraguay che nel giro di poche settimane hanno cominciato a costruire un insediamento di fortuna. La questione politica argentina è molto delicata ma per quanto riguarda gli avvenimenti che per due settimane hanno trasformato Villa Soldati nello scenario di una guerra civile metropolitana sono riconducibili, a grandi linee, a interessi di partito e manovre politiche in vista delle elezioni. Continua a leggere

Vuelvo al Sur 3. Reportage dal centro del mondo.

Villa 21, Buenos Aires

I muri senza intonaco spengono, tolgono luminosità, e la casa di Rey è spoglia. Non è né sporca, né disordinata, forse è solo triste. Prendiamo tre sedie e le mettiamo fuori dalla porta, in strada. Il mio contatto si infila nella casa accanto, lo seguo, al piano terra, in un garage raffazzonato, c’è una specie di emporio. Poche cose: pannolini, biscotti, scatolame e birra. Prendiamo un paio di bottiglie da 66. Ci sediamo con Mariana, beviamo la birra e aspettiamo che torni Rey ed è così, da seduto, che mi accorgo di una cosa. Nei muri della casa di Rey, di quella di fronte, di quella accanto, di tutte, ad altezza uomo ci sono dei buchi. Sono fori di proiettile. Ce n’è uno, circondato da un anello di ruggine, anche accanto a me, sulla porta di ferro. Continua a leggere

Vuelvo al Sur 2. Reportage dal centro del mondo.

Villa 21, Buenos Aires


Abbandoniamo la strada principale e cominciamo a inoltrarci nel dedalo di strade e vicoli che formano la griglia della villa. Passiamo da una via a due corsie lunga meno di cinquanta metri, voltiamo a destra poi a sinistra. Tutto si restringe, le baracche e le case di mattoni grezzi e lamiere delimitano il nostro percorso, il cielo è solcato da fili, le finestre sono protette da inferriate, il bagliore del televisore e il suo ronzio sono un motivo ricorrente. Tutti hanno la tv accesa, tutti hanno la tv. Via cavo. Il “tizio del cavo” mi viene spiegato si fa pagare per i collegamenti e per gli amplificatori di segnale che fanno da prolunga e da connessione tra i vari fili, è il “tizio del cavo” ufficiale ma qui lo fa illegalmente. Ho una strana sensazione, indosso un paio di jeans vecchi e una maglietta nera semplice, un po’ scolorita, non porto occhiali da sole, non ho il portafogli con me e ai piedi ho delle anonime scarpe da ginnastica, sono alto poco più di un metro e settantacinque ma sono il più alto di tutti quelli che incontro e puzzo di primo mondo lontano un chilometro. Sono un’eccezione, una distorsione spaziotemporale, non dovrei essere lì, lo so, lo sanno, sono leggermente turbato.
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Vuelvo al Sur 1. Reportage dal centro del mondo.

Villa 21, Buenos Aires

Maria Ester es una piba / que nacio para cojer / ella es loca por los burros / no hay pija que le venga bien. (Los Pibes Chorros)

Aspetto il mio contatto tra Cordoba e Pringles. Il sole brucia e mi rintano in una stazione di servizio con l’aria condizionata al massimo. Mi concedo una bottiglia d’acqua gelata poi torno all’incrocio rovente e aspetto. Aspetto. Con tre quarti d’ora di ritardo lo vedo attraversare la strada e venirmi incontro sorridente. È alto meno di un metro e sessanta, la maglietta si tende sul ventre a mappamondo e sotto il capello con la visiera ha uno sguardo da eterno ragazzino. Prendiamo un autobus verso Retiro e la stazione dei treni. Assistiamo a una lite tra l’autista e un tizio particolarmente su di giri a cui partecipa mezzo autobus con commenti, suggerimenti e parolacce. La guida mi fa notare che più andiamo a sud più ci si imbarbarisce, a ogni fermata i volti, gli abiti e i comportamenti cambiano. Non prendermi per razzista dice, è una questione genetica, se per generazioni soffri la fame il tuo cervello, come il tuo fisico, non può crescere. Buenos Aires è uno specchio del mondo. Il Sud è sempre il Sud, anche su scala ridotta, i quartieri bene sono a nord le villa miseria a sud. È così. Liquida la questione con estrema facilità, è molto pratico e sa di cosa parla. Io sono portato alla complessità o forse all’ingenuità della complessità, ma io vengo da nord.

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Nemo profeta in patria (leggi wikileaks ci fa una pippa)

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Image via Wikipedia

La notiziola sull’ENI tratta da Wikileaks:
Eni e la politica energetica del governo. In un documento a firma dell’incaricata d’affari americana a Roma, Elizabeth Dibble, si parla dell’Eni, che, secondo la Dibble, “spesso appare dettare la politica energetica del governo italiano”, e usa la propria influenza “per bloccare i piani del’Unione europea sulla liberalizzazione del mercato dell’energia”. Il documento risale al gennaio 2010, in vista della visita del ministro Franco Frattini a Washington. La politica energetica italiana riflette priorità russe più che quelle europee, continua Dibble. Ad esempio, “il governo italiano è ambivalente su sostegno al progetto Nabucco, mentre Eni aiuta Gazprom a costruire gasdotti nel Mar Nero e nel Baltico, che creeranno solo maggiore dipendenza verso la Russia da parte dell’Unione europea”.

La trama di Delta Blues tratta da Wikipedia:
Il romanzo è una cover di Cuore di tenebra di Joseph Conrad. Martin Klein è un geologo che lavora per l’Ente, multinazionale del petrolio, per anni ha tracciato transetti in Africa, Sudamerica e Nordamerica per individuare nuovi giacimenti, ma oggi è persuaso che il futuro sia nelle fonti rinnovabili. I vertici dell’Ente sono invece convinti che la conversione alle energie pulite farebbe crollare i profitti. Per questo inviano Klein nel Delta del Niger. In apparenza appoggiano il suo progetto, ma in realtà tramano per eliminarlo facendo ricadere la colpa sui ribelli del MEND. Il geologo viene rapito in seguito a in intrigo manovrato dai vertici della compagnia in accordo con il Servizio R dello Sluzba Vnesnej Razvedki, l’intelligence russa. Sulle tracce di Klein per calmare la stampa, i parenti del geologo e alcuni parlamentari europei vicini a Klein, viene inviato Ivo Andriç,nome in codice Tamerlano un agente dei servizi segreti, il cui scopo sembra essere più quello di accertarsi della morte di Klein che quello di salvarlo. Arrivato in Africa si scontra con la dura realtà del luogo e con gli scempi ambientali perpetrati dall’Ente e dopo aver risalito il fiume devastato dall’avidità e dall’inquinamento, riuscirà ad arrivare nel cuore della giungla, dove troverà Klein e capirà che l’orrore è il vero volto del progresso.

Café Tacuba – Reves/Yosoy (Warner Bros 1999)

Nel ritratto che Cioran traccia di Borges in Esercizi di Ammirazione, a proposito della periferia del globo, quale spazio culturale minore, anonimo, simile ai Balcani della sua giovinezza, scrive che esso non ha nulla da offrire. Dramma e vantaggio di esserci nati. Tutto ciò che è straniero si illumina di una luce diversa che conferisce una sete quasi malsana di peregrinazione attraverso le filosofie e le letterature di tutto il mondo. Come nell’Europa dell’est, in Latinoamericana, il livello di curiosità e informazione è molto più elevato di quello provinciale degli occidentali. È il nulla di questi luoghi marginali, a rendere gli scrittori, i filosofi, i pensatori più aperti e vivi degli europei, immobili, imprigionati dalle loro tradizioni e incapaci di sfuggire alla «loro prestigiosa sclerosi.»
Il caso dei Café Tacuba, in un ambito più leggero come il rock, è emblematico in proposito. Un vero e proprio paradigma di come l’essere periferia di un impero renda vitali e oltremodo originali.
Mentre dalle nostre parti non si fa altro che riciclare e riciclarsi, qualcosa di inaudito sboccia là dove non ci degniamo nemmeno di guardare. Peggio per noi perché in Reves/Yosoy c’è tutto quello di cui il rock (e non solo) ha bisogno per darsi una scrollata dalla polvere. L’album è un doppio speculare: il primo disco venato di suoni tradizionali e di echi mariachi rivisti e reinventati con meraviglia e naturalezza e il secondo più sperimentale e ardito, con puntate nell’elettronica e nella musica da camera (Kronos Quartet in collaborazione), nell’elletroacustica e nell’ambient. Il tutto reso coerente e per nulla lezioso dal talento incredibile di questi insospettabili messicani.
Noi comunque continuiamo ad accontentarci degli insopportabili Wilco.

Credito

DSC00135Fossimo una nazionalità come un’altra – chessò, danesi o portoghesi o colombiani – non mi agiterei più di tanto a riguardo. Le solite cose di sempre: tratti fisici e comportamentali caratteristici, luoghi comuni, abitudini, stili di vita, sfottò e barzellette. Un mucchio di stronzate, ma con un fondo di verità e pronunciate con il sorriso in volto. D’altronde, fino a quando si incontrano in giro tedeschi di pessimo umore, francesci che stanno sulle loro, olandesi che aspettano di cenare in cinque attorno al fornellino da campeggio per caffè – dai, dai che prima o poi vi bolle l’acqua per le patate da lessare, e italiani con occhiali da sole che si urlano in faccia, è giusto che ci si diverta tutti con un pò di folklore su scala globale. Un passatempo gradito da sempre, che lo sviluppo tecnologico e la globalizzazione degli ultimi decenni hanno ampliato quanto a potenzialità. Inoltre l’introduzione dell’Euro, la nascita dei viaggi low cost e la lingua inglese sempre più ‘masticata’ in giro (con le dovute eccezioni) dovrebbero aiutare nel lungo termine a far svanire ogni possibile incomprensione in una una gigantesca ‘tarallucci e vino’ planetaria. Forse. Tanto in fondo siamo così numerosi e così diversi, bombardati in continuazione da miriadi di informazioni e cose da fare… chi si ricorderà più di come abbordano una ragazza gli ungheresi, tra un attimo? O di quale sia la combinazione di insetti fritti che va per la maggiore negli spiedini in vendita nei baracchini Thailandesi?

Oh! Quanto vorremmo l’oblìo internazionale, noi italici…

E invece la dinamica è la seguente:

* per qualche strano motivo che forse mette le radici nei fasti dell’Impero Romano e nella sua visione edonistica, da moderna ‘Spa’ dell’esistenza, si irrobustisce nella squisita produzione artistica del Rinascimento, si protrae tra alti e bassi fino alla nostra epoca, alla stagione d’oro del cinema italiano del dopoguerra e alla conquista del mondo da parte degli stilisti nostrani (qualcuno menziona anche Rocco Siffredi; io non saprei), la fama e la reputazione italiane sono incredibilmente elevate. Se avete viaggiato un pò, forse potete confermare e come me non capacitarvi del perchè. Siamo simpatici a scandinavi e musulmani, a russi e sudamericani – che farebbero carte false per mostrare di avere sangue italiano nelle vene. In un posto remoto come Sumatra in Indonesia, ho conosciuto gente locale entusiasta della mia italianità (?? immaginate il mio divertito sgomento) e Tuk Tuk dipinti dei colori delle squadre italiane di calcio. Perchè? Forse perchè non siamo troppo seri, siamo poco inquadrati e inquadrabili, un po’ ‘paesani’ e modernissimi per altri versi. Attenzione però:

* non è l’Italia vera e gli italiani veri che riscuotono questo successo planetario. E’ l’immagine dell’Italia, una sorta di sua elevazione a quadretto idilliaco: spaghetti, tarantella, mare, colli in lontananza, palazzi rinascimentali e sontuose sculture. Con sopra una sapiente spruzzata di coolness (perdonatemi il termine, d’altronde non ho studiato allo IULM per niente – intendo oltre che per pagare con le mie rette da pioniere la nuova sede e il marketing da ganassa che sfoggiano oggi) che secondo me è ancora figlia dell’immaginario creato dai vari ‘Il padrino’, ‘Quei bravi ragazzi’ e via dicendo. Il potere incredibile di Hollywood. Dovremmo ringraziare gli Studios per questo, non ci hanno nemmeno chiesto le royalties. Non ce n’è: fa figo – per certi versi – essere italiano, all’estero. Certo, per gioco. Queste persone non hanno idea di cosa sia vivere nello smog di Milano o in mezzo ai clacson e agli scooter impazziti a Roma. Quando poi ci arrivano da turisti, con i fazzoletti fradici di sudore e le vesciche ai piedi, terrorizzati al semaforo in attesa del verde, coscienti di rischiare la vita, scatta spesso quello che segue.

* si rompe l’incantesimo. ‘Ah, ma è questa l’Italia? SCHEISS, e dov’è il mio portafoglio?! E perchè il museo è chiuso?’ Oppure: ‘Ma mio zio mi aveva detto che in Italia c’erano ancora carretti variopinti trainati da asini, conserve di pelati col sapore del paradiso e tanti tanti cumpari…’ E invece da tre giorni si trova a Milano e non ha scambiato una parola con nessuno. E nemmeno un sorriso. A malapena gli hanno detto dov’è il Duomo.

Perchè questa dinamica? E quanto ci vorrà perchè tutta la gente del mondo si accorga che l’Italia dell’immaginario NON E’ l’Italia vera? Più tardi che mai, grida il ministro al turismo (dite voi, io non ci riesco) e gli fa eco il proprietario del baracchino delle cartoline dal triplice prezzo, a seconda della giapponesità del cliente. Con un rapido calcolo demografico direi alcune centinaia di anni, il che vuol dire che abbiamo ancora del credito, e parecchio. Com’è possibile? Non saprei, ma chiederselo troppo porta sfiga.

Che te lo dico a fare…