Chissà come si divertivano!

Nel 1951 un amico di Isaac Asimov gli chiese di scrivere un racconto breve per un giornale scolastico… 137 anni prima di quanto lo scrittore non avesse previsto ci siamo precipitati dentro.

Margie lo scrisse perfino nel suo diario, quella sera. Sulla pagina che portava la data 17 maggio 2157, scrisse: «Oggi Tommy ha trovato un vero libro!»

Era un libro antichissimo. Il nonno di Margie aveva detto una volta che, quand’era bambino lui, suo nonno gli aveva detto che c’era stata un’epoca in cui tutte le storie e i racconti erano stampati su carta.

Si voltavano le pagine, che erano gialle e fruscianti, ed era buffissimo leggere parole che se ne stavano ferme invece di muoversi, com’era previsto che facessero: su uno schermo, è logico. E poi, quando si tornava alla pagina precedente, sopra c’erano le stesse parole che loro avevano già letto la prima volta.

«Mamma mia, che spreco» disse Tommy. «Quand’uno è arrivato in fondo al libro, che cosa fa? Lo butta via, immagino. Il nostro schermo televisivo deve avere avuto un milione di libri, sopra, ed è ancora buono per chissà quanti altri. Chi si sognerebbe di buttarlo via?»

«Lo stesso vale per il mio» disse Margie. Aveva undici anni, lei, e non aveva visto tanti telelibri quanti ne aveva visti Tommy. Lui di anni ne aveva tredici.

«Dove l’hai trovato?» gli domandò.

«In casa.» Indicò senza guardare, perché era occupatissimo a leggere. «In solaio.»

«Di che cosa parla?»

«Di scuola.»

«Di scuola?» Il tono di Margie era sprezzante. «Cosa c’è da scrivere, sulla scuola? Io, la scuola, la odio.»

Margie aveva sempre odiato la scuola, ma ora la odiava più che mai. L’insegnante meccanico le aveva assegnato un test dopo l’altro di geografia, e lei aveva risposto sempre peggio, finché la madre aveva scosso la testa, avvilita, e aveva mandato a chiamare l’Ispettore della Contea.

Era un omino tondo tondo, l’Ispettore, con una faccia rossa e uno scatolone di arnesi con fili e con quadranti. Aveva sorriso a Margie e le aveva offerto una mela, poi aveva smontato l’insegnante in tanti pezzi. Margie aveva sperato che poi non sapesse più come rimetterli insieme, ma lui lo sapeva e, in poco più di un’ora, l’insegnante era di nuovo tutto intero, largo, nero e brutto, con un grosso schermo sul quale erano illustrate tutte le lezioni e venivano scritte tutte le domande. Ma non era quello, il peggio. La cosa che Margie odiava soprattutto era la fessura dove lei doveva infilare i compiti e i testi compilati. Le toccava scriverli in un codice perforato che le avevano fatto imparare quando aveva sei anni, e il maestro meccanico calcolava i voti a una velocità spaventosa.

L’ispettore aveva sorriso, una volta finito il lavoro, e aveva accarezzato la testa di Margie. Alla mamma aveva detto: «Non è colpa della bambina, signora Jones. Secondo me, il settore geografia era regolato male. Sa, sono inconvenienti che capitano, a volte. L’ho rallentato. Ora è su un livello medio per alunni di dieci anni. Anzi, direi che l’andamento generale dei progressi della scolara sia piuttosto soddisfacente.» E aveva fatto un’altra carezza sulla testa a Margie.

Margie era delusa. Aveva sperato che si portassero via l’insegnante, per ripararlo in officina. Una volta s’erano tenuti quello di Tommy per circa un mese, perché il settore storia era andato completamente a pallino.

Così, disse a Tommy: «Ma come gli viene in mente, a uno, di scrivere un libro sulla scuola?»

Tommy la squadrò con aria di superiorità. «Ma non è una scuola come la nostra, stupida! Questo è un tipo di scuola molto antico, come l’avevano centinaia e centinaia di anni fa.» Poi aggiunse altezzosamente, pronunciando la parola con cura. «Secoli fa.»

Margie era offesa. «Be’, io non so che specie di scuola avessero, tutto quel tempo fa.» Per un po’ continuò a sbirciare il libro, china sopra la spalla di lui, poi disse: «In ogni modo, avevano un maestro.»

«Certo che avevano un maestro, ma non era un maestro regolare. Era un uomo.»

«Un uomo? Come faceva un uomo a fare il maestro?»

«Be’, spiegava le cose ai ragazzi e alle ragazze, dava da fare dei compiti a casa e faceva delle domande.»

«Un uomo non è abbastanza in gamba.»

«Sì che lo è. Mio papà ne sa quanto il mio maestro.»

«Ma va’! Un uomo non può saperne quanto un maestro.»

«Ne sa quasi quanto il maestro, ci scommetto.»

Margie non era preparata a mettere in dubbio quell’affermazione. Disse:

«Io non ce lo vorrei un estraneo in casa mia, a insegnarmi.»

Tommy rise a più non posso. «Non sai proprio niente, Margie. Gli insegnanti non vivevano in casa. Avevano un edificio speciale e tutti i ragazzi andavano là.»

«E imparavano tutti la stessa cosa?»

«Certo, se avevano la stessa età.»

«Ma la mia mamma dice che un insegnante dev’essere regolato perché si adatti alla mente di uno scolaro o di una scolara, e che ogni bambino deve essere istruito in modo diverso.»

«Sì, però loro a quei tempi non facevano così. Se non ti va, fai a meno di leggere il libro.»

«Non ho detto che non mi va, io» si affrettò a precisare Margie. Certo che voleva leggere di quelle buffe scuole.

Non erano nemmeno a metà del libro quando la signora Jones chiamò:

«Margie! A scuola!»

Margie guardò in su. «Non ancora, mamma.»

«Subito!» disse la signora Jones. «E sarà ora di scuola anche per Tommy, probabilmente.»

Margie disse a Tommy: «Posso leggere ancora un po’ il libro con te, dopo la scuola?»

«Vedremo» rispose lui, con noncuranza. Si allontanò fischiettando, il vecchio libro polveroso stretto sotto il braccio.

Margie se ne andò in classe. L’aula era proprio accanto alla sua cameretta, e l’insegnante meccanico, già in funzione, la stava aspettando. Era in funzione sempre alla stessa ora, tutti i giorni tranne il sabato e la domenica, perché la mamma diceva che le bambine imparavano meglio se imparavano a orari regolari.

Lo schermo era illuminato e diceva: «Oggi la lezione di aritmetica è sull’addizione delle frazioni proprie. Prego inserire il compito di ieri nell’apposita fessura.»

Margie obbedì, con un sospiro. Stava pensando alle vecchie scuole che c’erano quando il nonno di suo nonno era bambino. Ci andavano i ragazzi di tutto il vicinato, ridevano e vociavano nel cortile, sedevano insieme in classe, tornavano a casa insieme alla fine della giornata. Imparavano le stesse cose, così potevano darsi una mano a fare i compiti e parlare di quello che avevano da studiare.

E i maestri erano persone…

L’insegnante meccanico faceva lampeggiare sullo schermo: «Quando addizioniamo le frazioni 1/2 + 1/4 …»

Margie stava pensando ai bambini di quei tempi, e a come dovevano amare la scuola. Chissà, stava pensando, come si divertivano!

Cose che voi italiani…

ITALIAN QUEUE

  • Impresa di pulizie per un condominio? Ma che cazzo, ognuno si spazza il suo piano due volte a settimana (a turno) e ogni tot (a turno) se dà una lavata più vigorosa. Punto. Questione finita. Risparmio di tempo, soldi e rotture di cazzo alle riunioni condominiali. E chi non pulisce, o pulisce male, si prende a calci direttamente, door-to-door. Ma è tanto difficile? Boh.
  • Discussioni infinite sulla mensa scolastica? È cara, non è cara, è bio, non è bio, è vegan, non è vegan. Ma la pasta è scotta, ma il prosciutto è grasso, eh no ma io a mio figlio ‘sta roba non la dò, eh no ma io a mia figlia ci dò almeno due piatti, e senza pane, e senza glutine, e senza sale… Follia. Pura follia italiana. La didattica fa ca’are, gli insegnanti annaspano, le scuole cadono a pezzi, e questi (i genitori) che fanno? Proteste colossali per IL SERVIZIO MENSA, cazzo. Ma facciamo come tutti gli altri no? Ognuno porta il suo cazzo di lunch box e dentro ci mettete quello che volete voi, genitori. Costo bassissimo e finita di rotture di palle. E magari se proprio vogliamo mettere becco nella scuola ci si occupa un pò della didattica, che dite? È tanto difficile? Boh.
  • Furbastri che continuano a usare gli autobus pubblici senza biglietto? Basta aprire a ogni fermata solo la porta davanti e far passare il singolo utente davanti al conducente, che funge anche da controllore. Lo fanno già da qualche parte. Così, tra l’altro, i furbi e i perditempo vengono direttamente cazziati dalla folla, dagli stessi cittadini, che così imparano anche ad autogestirsi magari, ogni tanto. Si mettono poi una manciata di corse in più, intendo più frequenti, per evitare il troppo casino, e dopo un paio di mesi di aggiustamento ecco che il fenomeno si sgonfia. È tanto difficile? Boh.
  • Breaking news: in autostrada esiste anche la CORSIA DI MARCIA REGOLARE, quella a destra per intendersi, o meglio quella più a destra… avete mai notato? Domanda ridicola, ovvio che vi sia sfuggito, siete tutti schiacciati uno dietro l’altro in corsia di sorpasso! So very Italian…
  • Un attore, un’attrice, hanno una voce. Un’intonazione, una cadenza, un modo di parlare ben preciso, di recitare, di interpretare, che varia film per film, in aggiunta. Non proprio una cosa secondaria, diciamo. La voce. Ebbene, noi, amici, non abbiamo in realtà praticamente MAI sentito la voce di un attore non italiano, non abbiamo storicamente mai valutato la loro interpretazione sonora. Certo, abbiamo i migliori doppiatori del mondo, dei veri artisti bla bla bla. Ma la voce vera di Scarlett Johanson, di Michael Fassbender… Pensateci, perlomeno.
  • La fila, o coda, è un allineamento di persone in attesa di essere servite in qualcuna delle specialità della società umana. Può essere per acquistare qualcosa, per richiedere un servizio, per accedere a un’opportunità. Si fa fila, o coda, per tutto, se ci pensate, sin da quando si è piccoli a scuola e poi per tutta la vita. È uno dei meccanismi più impotanti di convivenza pacifica: c’è un ordine di evasione delle richieste, basato semplicemente sul concetto che si soddisfa una persona alla volta. Bene, la fila, o coda, si caratterizza di norma per il suo senso indiscutibilmente verticale, uno dietro l’altro, uno dopo l’altro, rispetto al punto di elaborazione delle richieste (il bancone, il cancello, lo sportello, ecc.). In Italia no, in Italia la fila, o coda, si fa in orizzontale rispetto a detto punto di elaborazione: tutti prima, tutti primi. Al singolo cittadino poi l’incombenza di combattere a furia di sgomitate, calci e ingiurie per garantirsi la sopravvivenza. Sorprendentemente darwiniano, tra l’altro.

Cani e padroni di cani

dogOgni giorno accompagno mia figlia a scuola, prima di salire sul bisonte e consegnare robiole e primosali (? primisale? primisali? primosale’s?) su e giù per lo Stivale.

Ogni giorno mi incazzo.

Lasciamo perdere le maledette macchine in sosta davanti alla scuola: ne ho già scritto e ancora ne scriverò, ma soprattutto invece che scrivere andrò di martellate sui loro cofani sino alla vittoria, vale a dire via del tutto sgombra da auto. Parlo invece della tanta, troppa merda di cane di cui sono pieni i marciapiedi delle nostre città, e in particolare il pur brevissimo tragitto tra il mio attico di lusso in piena casbah e la scuola elementare più brutta (ma simpatica) che abbia mai visto. Davvero TROPPA merda, amici. Troppa e troppo frequente. Quotidiana. Insostenibile. E infatti non la voglio più sostenere. Questo post segna la mia definitiva, inappellabile rottura di coglioni. Domanda: ma come cazzo fai, tu padrone di cane che abiti in zona, che scendi il cane che lo pisci, che non raccogli MAI la cacca del tuo migliore amico, come fai a non sentirti mai in colpa per tempestare in modo così indegno ogni mattina i marciapiedi solcati da decine di bambini, che puntalmente poi pestano il tuo escremento?

Sì, perchè quell’escremento è TUO, tuo soltanto, brutto pezzo di merda. Tanto per restare in tema.

Ma leggetevi come se l’è sbrigata il vostro idolo Truck Driver l’altra sera, durante l’uscita notturna in incognito tra i marciapiedi coinvolti, studiata apposta per sgamare un colpevole in flagrante e punirlo con intransigente, somma giustizia. Leggete, leggete.

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Martellate sul cofano a chi sosta davanti alle scuole

donna_colpisce_autoOggi impartisco una lezione. Una di quelle cose alla Truck Driver.

Sì, è vero, sto cominciando un corso di yoga, ma ancora non mi fa effetto. Dunque per il momento ho ancora voglia di martellare, di far capire chiaramente, senza possibilità di equivoco. Nella top 10 di quello che odio – pardon, ciò con cui mi sento meno in sintonia 🙂 – svetta da settimane, che dico, mesi, anni, la pessima abitudine italiana riassunta nel titolo stesso di questo articolo.
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Test

Tutti danno addosso (giustamente) alla classe politica, io da bastian contrario do addosso al singolo cittadino. Gli sto alle calcagna, gli fiato sul collo. Lo interrogo. Vediamo un pò:

  • aspetti lo scontrino quando acquisti qualcosa? Rompi il cazzo se non ti viene dato?
  • eviti di parcheggiare o anche solo sostare come un porco impunito su strisce pedonali, in doppia fila, di traverso davanti ai portoni, sui marciapiedi eccetera?
  • porti il tuo cane sfigato a cagare nelle aree verdi preposte, o perlomeno eviti che pisci e defechi ovunque sugli spazi comuni, dove passa la gente? E comunque ti porti dietro paletta e sacchetto di plastica per raccogliere la sua produzione? No? Ti spalmerò quella merda in faccia un giorno o l’altro, puoi starne certo

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Sguattero o centro del mondo?

Dal basso della mia saggezza sporca di olio motore, ho imparato invecchiando che un individuo a un certo punto della sua esistenza si trova davanti a un bivio (senza indicazioni cazzo! Come succede nel 90% delle strade di questo stramaledetto paese): o procreare, lasciarsi andare al dolce pensiero di un cucciolo da allevare, delizioso frutto dell’amore di coppia, magica combinazione di pregi e difetti di mamma e papà, ingordo e divino catalizzatore di affetto e attenzione – senza avere idea della stronzata che si sta facendo – o decidere di non voler diventare genitore e concentrarsi invece sulle altre cose della vita (la propria persona, il lavoro, la relazione, le creme anti-aging, i bambini poveri del Ghana, i disadattati, la pesca d’altura, il giardinaggio). Anche qui, senza capire con chiarezza da subito che è una minchiata galattica.
Ora, voi mi direte: ma come, critichi entrambe le vie, amico Truck Driver? Continua a leggere

Bancarotta

vaticanoBreve comunicazione di servizio… parentesi aperta e chiusa.

Oggi mi telefona mia madre. “Sono preoccupata…”
“Che succede?”
“Mi mancano soldi sul conto postale. Dovevo avere X e invece ho X – 350. Oggi è giorno di pensione. È davvero strano.”
“Uhm…”
“La cosa si complica perché devo pagare l’affitto…”
Un giro di telefonate tra ex colleghe. Poi richiama: “Strano davvero. Anche a … e a … mancano 350 euro”
Sento G all’altro capo d’Italia per questioni Kai Zen e poi racconto en passant la storia di mia madre e colleghe, tutte pensionate in Provincia di Bolzano. G da Messina mi dice: “Cazzo, anche delle colleghe di mia madre hanno preso 3-400 euro in meno di pensione…”

Io, da tempo faccio repubblica per conto mio. Ho avvisato per cortesia anche il presidente della repubblica italiana di questa mia secessione personale, una gentilezza tra capi di stato… In fin dei conti l’Italia non perde nulla: guadagno miserie come precario e le tasse che pago sono più alte di quello che guadagno ma comunque sono cifre che non spostano nulla.
In un paese in cui la scuola, la ricerca, la formazione e l’istruzione sono in bancarotta e in cui a nessuna di esse si può destinare l’8 per mille, in un paese in cui il Vaticano, uno stato estero, come me, incassa tra contributi e bonus fiscali 4 miliardi di euro l’anno (si pensa al futuro, ma a quello dopo la morte) e in un paese in cui si tutela la vita di chi è in coma vegetativo da vent’anni (la politica scriveva Camus, è un affare da massaie, serve a tenere in ordine la cucina, ad amministrare, quando parla di etica cessa di essere politica…) ma non di chi lavora e in cui si produce la maggior quantità di mine antiuomo al mondo, ora si tagliano le pensioni. Forse, chi come mia madre, dopo 45 anni di lavoro, ha preso i 40 euro di bonus governativo non sapeva che si trattava solo di un prestito a breve durata e che avrebbe dovuto pagarlo con gli interessi.

O forse no. È tutta colpa dei rumeni.