Scrittura cuneiforme (un virus dallo spazio profondo)

Signore, signori, purtroppo non posso essere con voi in questa occasione e così mi affido, ancora una volta, alla parola scritta. In fondo è questo il mestiere che mi sono scelto, che molti hanno scelto, quello di affidare alla scrittura le proprie parole il cui valore risiede sempre e solo negli occhi di chi legge e le interpreta, perché la scrittura non è che un esercizio di alterità, un dialogo, un confronto con l’altro da sé. Comunicare parlando, o teleparlando, non ha la stessa capacità di dialogare che hanno le parole scritte. È tra le righe, tra le figure retoriche, tra lo scarto e l’iperbole che si mostra in tutta la sua complessa semplicità quello che William Burroughs definiva un virus dallo spazio profondo: il linguaggio.

La parola scritta dà modo e tempo di interpretare, di comprendere, riflettere, scegliere, mediare; la parola scritta è il punto di incontro tra chi scrive e chi legge, si allontana da chi scrive e si avvicina a chi legge, ma non è né un punto di partenza né un punto di arrivo, è il viaggio. Ed è il viaggio quello che, come si suol lambiccare, conta davvero.

La parola scritta non è di chi la scrive mentre la parola detta è di chi la dice, ha un volto, un’espressione, una mimica, uno “sponsor”, è una parola che si vende senza apparentemente pagare il contenitore, la parola scritta è una parola gratuita di cui, a volte, si paga il contenitore (il giornale, il libro, la rete), ma è una parola pura che trova nella sua impurità la sua stessa essenza: splende in tutto il suo significato etimologico, ma si adombra, cambia pelle, si trasforma per poi risplendere su altre frequenze dello spettro, nel momento stesso in cui chi la legge ha il tempo di trasformarla, di cogliere le connessioni, di inserirla in un contesto, di confrontarla con la sua esperienza e la sua conoscenza.
Questioni ontologiche… Sesso angelico insomma, ma cosa vuol dire lavorare con le parole? Scriverle? Cosa fa chi lo fa? È un mestiere? Davvero? Un hobby dalle sfumature vagamente dandy? Un modo di guadagnarsi il pane senza sgobbare?
Spesso lavorare con le parole scritte viene considerato qualcosa del genere e chi lo fa per vivere, alle volte, viene sottostimato, guardato con malcelata e malevola invidia, visto con sospetto e con acrimonia, apertamente disprezzato, sottilmente deriso, e spesso, molto spesso, quasi sempre, viene sfruttato e gettato in pasto alla precarietà. I suoi diritti di lavoratore vengono calpestati perché non viene percepito come lavoratore, ma come sfaccendato fortunato che non sa cosa sia spaccarsi la schiena davvero… Spaccarsi la schiena… Insomma in questo paese sembra strano retribuire il lavoro intellettuale creativo.
La “Mit Technology Review”, l’autorevole rivista che si occupa di tecnologia e futuro del Massachusetts Institute of Technology, in una recente analisi riporta che nei prossimi vent’anni verrà automatizzato il 45% dei lavori oggi esistenti negli Stati Uniti (il resto del mondo occidentale seguirà a ruota) cominciando da trasporti, logistica e amministrazione.
I lavori nuovi saranno, secondo gli studi della Review, quelli che “richiedono empatia, creatività, capacità di negoziazione. Tutti campi che un’intelligenza artificiale non riesce a padroneggiare. I computer svolgono bene compiti anche complessi ma ripetitivi e dunque si salveranno i lavori manuali, dall’infermiere all’idraulico, che prevedono alti livelli di imprevedibilità e di variabilità ambientale, invece, per esempio, le case, le auto e in pratica qualsiasi altro oggetto potrebbero essere stampati in 3d in meno di un giorno da una macchina invece che costruite e da esseri umani. In questo scenario dovrebbe riuscire a cavarsela un po’ meglio chi ha un titolo di studio superiore, ma anche i mestieri intellettuali “non creativi”, sono a rischio, per lo meno quelli basati su routine ricorrenti che i computer possono replicare facilmente. Eppure, ripeto, in questo paese sembra strano retribuire il lavoro intellettuale creativo: cioè l’unico non automatizzabile.

Sapete tutti cos’è il plus valore? Sì, vero. No? Forse allora potreste sperimentare l’alchimia operata dal linguaggio nella trasmutazione  delle parole scritte in parole lette dando un’occhiata a certi passaggi di un certo filosofo, economista, storico, sociologo e giornalista tedesco perché il concetto di plus valore si può, e si deve, applicare anche al lavoro intellettuale perché chi scrive per lavoro è come ogni altro lavoratore, ha la sua dignità e i suoi diritti.

Per capire cosa faccia chi scrive per mestiere forse potremmo semplicemente parafrasare uno scrittore che se non si perdesse in cazzate sarebbe davvero un grande scrittore: Chuck Palahniuk e il suo più celebre romanzo, Fight Club: Continua a leggere

La crisi non esiste 4: Un dialogo

panorama“Capo? È permesso?”
“Vieni, vieni pure… che succede?”
“Be’ c’è stato un po’ di, ehm, di fermento, ecco.”
“Che stai a dì? di che parli?”
“La questione online…”
“Mbe’? Che c’ha la questione online?”
“Ecco i collaboratori non l’hanno presa bene…”
“E va be’, che sarà mai. Sono abituati quelli, oggi lavorano qui, domani lì…”
“Sì, certo è quello che ho detto anch’io, ma hanno fatto un po’ di casino.”
“E che palle. Chi se ne frega.”
“La cosa è circolata in rete, una testa di cazzo – un comunista – ha alzato i toni e messo sul suo blog la mail con cui li liquidavamo e sono cominciati ad arrivare i commenti degli altri, e poi un altro sito ha ripreso la cosa e insomma, ha fatto il giro della rete…”
“E che cazz… tutto io ti devo dire. Tu ironizza, minimizza. Un po’ di sano sarcasmo. Mettili al posto loro ‘sti dilettanti. Sei o non sei un vero giornalista? Usa le parole e mandameli a fare in culo. E pensare che gli abbiamo pure dato qualche centinaio di euro ogni mese… Ma che cazz… l’ho sempre detto io, siamo in un covo di brigatisti qui.”
“Vado, li sistemo e torno.”
”Bravo e non scassarmi più la minchia con ‘ste stronzate. Qui dobbiamo tagliare. Tagliare capito. Giù al marketing sono intoccabili, i giornalisti con contratto, non ne parliamo che ci scassano il cazzo con i sindacati, ah ma quando c’era Lui… Tagliare.”

***

“Capo? È permesso?”
“Che vuoi, non ci siamo visti ieri?”
“Era tre giorni fa.”
“Ah. E per cosa era?”
“La faccenda dell’online.”
“Online? Ah certo, quella decina di collaboratori da mandare a cagare che avevano alzato la cresta…”
“Veramente sono una trentina.”
“Va be’, dieci, venti, cento… allora, hai fatto come ho detto? Hai minimizzato, hai ironizzato, li hai umiliati a suon di retorica?”
“Non mollano.”
“Cosa vuol dire non mollano? Ti sei fatto prendere per il naso? Eh dillo al capo tuo, dei pischelli ti hanno preso per il naso? Dillo perché se è così ti prendo a calci nel culo.”
“No, ecco, io ho fatto… insomma minimizzato, ironizzato ma…”
“Ma?”
“Sembra non abbocchino. Non minimizzano e non ironizzano di rimando.”
“Come sarebbe a dire? E che fanno?”
“Argomentano. E sono incazzati.”
“Ohibò argomentano. Anvedi ‘sti pischelli. Ora chiamo giù al marketing e mando a casa loro…”
“Sul serio?”
“Ma sei scemo? Fa’ qualcosa, se no mando a casa te.”

***

Camilla Jacobsen“Capo? È permesso?”
“Che c’è? Chi sei?”
“È per la faccenda dell’online.”
“Quale faccenda?”
“La trentina di collaboratori da mandare a casa…”
“E?”
“Abbiamo avuto un’idea.”
“Incredibile.”
“Ehm… Ecco abbiamo chiesto di smentire le voci secondo cui chiudevamo l’online.”
”Ma che cazzo dici?”
“Aspetti. Aspetti. Funziona così. C’è l’estate di mezzo, la cosa andrà spegnendosi, e già ora la maretta si è placata. I commenti sono scemati…”
“Va’ avanti.”
“C’è l’estate di mezzo dicevo, i redattori sindacallizzati con contratto ce li dobbiamo comunque tenere…”
“Mannaggia a loro, quando c’era Lui…”
“Facciamo fare l’online a loro, affianchiamo qualcun altro da qualche altro sito o rubrica, carichiamo qualche ansa, riempiamo i buchi con qualche articolo breve breve… nessun approfondimento o menate varie… come stiamo facendo ad esempio nel canale libri…”
“Canale libri?”
“Canale libri.”
“C’è un canale libri?”
“Be’ sì.”
“Ecco perché va tutto a puttane… Chi cazzo se ne frega dei libri… Non c’è un canale tette e culi?”
Sì certo… non si chiama così ma c’è.”
“Ah ecco…”
“Dicevo nel canale libri possiamo anche parlare di altro senza appallare la gente con la cultura…”
”Tipo?”
“Che so, gossip o roba così, con leggerezza… come la faccenda del libro del ministro lanciato da quel giornalista in tv e il ministro che si indigna…”
“Praticamente mi stai a dì che l’online non è morto ma è comunque sepolto…”
”Be’ sì, poi ci toccherà riciclare i soliti a contratto ma intanto li usiamo e ci leviamo dalle palle i collaboratori che spaccavano i maroni con la chiusura…”
“Sì ma loro vanno a casa lo stesso…”
”Certo, ma li teniamo in un limbo. Agli occhi di chi ha seguito la questione sono dei coglioni perché si sono scagliati contro la chiusura e invece il sito è aperto e funzionante…”
“Seee funzionante…”
“Sì be’ ci siamo capiti… e poi non dicendo loro nulla, aspettano magari che li richiamiamo…”
“Bravo così mi piace, tienili per le palle. Se vuoi scrivere ancora per noi meglio che stai tranquillo…”
“Già.”
“Già.”
“Ah, aspetta.”
“Si capo?”
“Canale libri, canale libri… Mettici…”
“Già fatto. Sta già scrivendo…”
“Gossip?”
“Non solo, ironizza e minimizza.”

La crisi non esiste 3 ovvero Panorama off/on line

panoramaPanorama.it è al suo posto, sembra che la barca non sia ancora affondata, i giornalisti precari non hanno chiaro quando sarà il caso di cominciare a trattenere il fiato. Sembra che per qualche mese si possa continuare a scrivere. I giornalisti non precari, pochi, con il sindacato alle spalle invece hanno ottenuto qualcosa.

Il barbiere della sera, che ha seguito la vicenda, riporta il comunicato sindacale dei giornalisti… eccolo:


Il futuro di Panorama.it: comunicato sindacale dei giornalisti

Il CdR della Mondadori e i Fiduciari di Panorama prendono atto delle dichiarazioni aziendali secondo cui «Mondadori investirà attenzione, energie e risorse per la presenza di Panorama nel web». Ribadiscono che rispondere correttamente alla crisi dell’editoria significa valorizzare la qualità giornalistica, cartacea e digitale, garantendo una presenza autorevole su Internet.
Osservano che non ci sono evidenze concrete della volontà aziendale di perseguire questo obiettivo, ma che questo preciso obiettivo è e sarà questione centrale.
In relazione alle tematiche più propriamente organizzative sollevate dal comunicato sindacale e dalla mozione assembleare, si considera che:
1) Deve venire onorato l’impegno dell’azienda di presentare entro giugno un piano editoriale e di sviluppo che chiarisca la reale fisionomia del “futuro portale”. Prendiamo atto dell’esplicitazione delle mansioni giornalistiche dei tre colleghi chiamati a prestarvi opera e il delinearsi di una struttura prettamente giornalistica in cui inserirli. In particolare è emerso che dovranno garantire la continuità del sito oggi esistente e sviluppare altri e nuovi contenuti giornalistici, obiettivo che a giudizio dell’azienda rende necessario il loro trasferimento fin da ora. Si prende atto anche della disponibilità aziendale a non ricollocare i colleghi nell’online se questa fosse la loro espressa intenzione.
2) Per quanto riguarda le espansioni e le evoluzioni che trasformeranno il sito in un portale, la Rappresentanza Sindacale segnala all’azienda che, norme contrattuali alla mano, non consentirà l’utilizzo del lavoro giornalistico – dei tre, come tutti gli altri – in attività improprie dal punto di vista metodologico. E, alla luce delle norme deontologiche, trasmetterà direttamente all’Ordine Regionale.
3) Il netto rifiuto aziendale di riconoscere le mansioni di caposervizio ai due redattori ordinari perché «inquadrati correttamente rispetto al ruolo esercitato» attiverà le classiche procedure sindacali di documentazione e formalizzazione.
4) È invece apprezzabile la dichiarazione aziendale di possibile continuità delle collaborazioni.
5) Contiamo, come dichiarato, sulla disponibilità aziendale a un confronto (anche supportato da tecnici di ambo le parti) sui flussi di traffico di Panorama.it.
6) Si prende atto che Panorama cartaceo continuerà ad avere un sito di riferimento e, attraverso il direttore di testata, un coordinamento con il futuro portale per quanto riguarda i contenuti informativi del newsmagazine e dei suoi giornalisti.
7) Si trasmette l’intera documentazione fin qui elaborata, compreso il presente comunicato, al segretario generale della Fnsi, Franco Siddi, per le opportune valutazioni contrattuali e sindacali.
8) Il presente comunicato è sottoposto al gradimento dell’assemblea. Sarà diffuso a tutti i fiduciari e a tutte le redazioni Mondadori, oltre che alle agenzie di stampa. Se ne chiede infine la pubblicazione su Panorama e sul sito.

Fiduciari di Panorama – CdR Mondadori Segrate-Roma, 28 maggio 2009

L’assemblea di Panorama approva il comunicato sindacale con 45 voti a favore e 1 astenuto.

La crisi non esiste 2

panorama… E io intanto non riesco a fare nulla. Oltre alle questioni legate al quotidiano, avvelenate da una rabbia insolita, che mi porta a litigare con tutti, a essere rissoso, scontroso e volgare. Oltre alla stanchezza simile a depressione che questo paese di vigliacchi, ipocriti e disperati mi inietta nelle vene ogni mattina ho anche rallentato se non bloccato del tutto una delle cose che più amo. Scrivere. Ho la mia parte del nuovo romanzo targato Kai Zen da concludere, gli articoli per il Corriere da redigere, un’antologia da curare, una raccolta di racconti, ormai impolverata, un lungo articolo su Borges e la dittatura argentina da iniziare, un workshop da preparare per iRealize a Torino. Tutte cose che non solo vorrei poter portare avanti, ma che implicano responsabilità. Responsabilità e rispetto verso gli altri che in qualche modo sono implicati in questi miei progetti, verso chi mi sta aspettando. Non riesco a fare nulla. La faccenda Panorama.it mi ha assorbito, emotivamente, ogni goccia di energia. Volete sapere come sta andando avanti? Chiuderà, non chiuderà, si trasformerà nel concorrente diretto di Men’s Health, davvero il 1° giugno la redazione intera sarà a spasso? La redazione che con dieci giorni di anticipo veniva liquidata senza troppe spiegazioni non è stata proprio tranquilla e in disparte a guardare. D’altro canto si tratta di arrivare a fine mese, non di bullarsi con gli amici “ué io scrivo per panorama.it mica pizza e fichi”, si tratta di vita, di bollette, di affitti, di figli e soprattutto si tratta di dignità professionale. Una redazione giovane e dinamica, in grado di coprire l’intero scibile giornalistico, dai reportage dal caucaso alle ultime tecnologie, dallo sport alle interviste con gli scrittori più interessanti in circolazione, dall’immigrazione alla politica. Scoop, reportage, inchieste, cultura… Una redazione che ha lavorato bene, che ha fatto salire i contatti giornalieri del portale con il suo lavoro, con la sua professionalità. I geni del marketing e del fund rising, forse a causa della crisi, non riescono a vendere questo prodotto agli inserzionisti e quindi si cambia. Qualcosa non mi torna. I giornalisti con il loro lavoro richiamano i navigatori in cerca di notizie e approfondimenti, i geni del marketing non trovano uno straccio di inserzionista e chi va a casa? Andare a casa, in dieci giorni. Era ovvio – o qualcuno pensava il contrario? – che qualcosa avremmo detto. Il coltello dalla parte del manico in questo mestiere, se sei precario (e in certi casi anche se non lo sei) lo hanno sempre in mano editori, direttori ecc. ecc. Ma ad afferrare il coltello per la lama ci si ferisce una mano, con l’altra si può sempre alzare il dito medio, tirare uno schiaffo o afferrare il basso ventre per qualche secondo e stringere. Anche se si conoscono le conseguenze… ma andare a casa per andare a casa, almeno lo si fa sbattendo la porta, facendo casino, chiedendo spiegazioni. Non so se il rumore che abbiamo fatto sia servito a qualcosa. Dubito, ma la situazione, sempre più nebulosa, ora come ci fa sapere una mail di qualcuno che ha a cuore comunicarci lo stato delle cose, è questa: […] i fiduciari sindacali in assemblea ci hanno comunicato le ultime novità sul sito. Ieri (due giorni fa per chi legge) l’azienda li ha informati che il sito di Panorama non viene “spento” dal 1° giugno. Il sito di Panorama per il momento resta, nella sua struttura. A settembre si procederà a trasformarlo in un hub (in pratica un aggregatore di notizie da fonti diverse N.d.J.) di cui manca per ora il progetto (l’azienda si è impegnata a renderlo noto entro la fine di giugno). Viene portato fuori dalla redazione di Panorama, e diretto da Marco Mazzei. […] Il direttore si è detto disponibile a incontrare i collaboratori e parlare con loro di un’eventuale prosecuzione della collaborazione. Insomma alcuni di noi, non si capisce quanti e chi, potranno collaborare ancora per un po’. Per qualche mese. Poi? Il sito si trasforma in qualcosa di cui non si sa nulla. Un hub? Non doveva essere un portale “al maschile”? Per cui nessuno sa se potrà o meno lavorare e, dopo il piccolo vespaio, che ha coeso la redazione come non mai e alzato i toni, l’azienda e il direttore si dicono pronti a incontrare i collaboratori che fino a ieri erano stati liquidati con una mail. Bene, sono felice siano disposti a incontrare i collaboratori, è un segnale. Ma se permettete, visto quello che è successo fin qua, io un’ombra di dubbio sulle intenzioni ce l’ho sempre. C’è l’estate di mezzo, a settembre gli animi si saranno placati, questa faccenda sarà dimenticata, i toni si saranno spenti. Ma ci scommetto qualcosa andrà storto. Qualcuno, più di qualcuno, verrà lasciato con il culo per terra senza troppi complimenti e spiegazioni. È ancora tutto, molto, troppo nebuloso. Che ne sarà di Panorama.it dal 1° di giugno. Sarà sempre il solito portare con la solita redazione o no? Se no, come scritto in precedenza, Panorama.it chiude con l’inizio del mese, perché non importa se nome e indirizzo sono gli stessi, quando cambiano le persone che abitano la casa, la casa non è la stessa. E poi,  a settembre cosa succederà? Ma la questione principale verte sempre e comunque sul precariato e sulle indecenze della casta giornalistica. E qui se troverò il tempo, nonostante non riesca a fare nulla, prima o poi qualcosa dovrò scrivere. Miserabile Italia.

La crisi non esiste.

panoramaIn tutto il mondo i giornali vanno online, le loro versioni cartacee sono destinate a sparire. Non è solo una questione di forma ma anche, e soprattutto, di sostanza. La rete permette aggiornamenti continui, dibattiti, interazioni ecc ecc. La “sicurezza” dell’informazione poi non ha nulla a che fare con la carta. Il New York Times, il Washington Post, il Wall Street Journal (per rimanere sul “classico”) hanno la stessa attendibilità sia che siano concreti, sia che siano virtuali.

Internazionale, a marzo, riportava un articolo di Clay Shirky, l’ultima parte mi sembra interessante a questo proposito:

“[…] La società non ha bisogno dei giornali, ha bisogno di giornalismo. Per un secolo l’imperativo di rafforzare il giornalismo e quello di rafforzare i giornali sono stati così collegati da diventare indistinguibili. È stato un caso felice, ma oggi dobbiamo trovare altri modi di rafforzare il giornalismo.Se spostiamo l’attenzione da “salvare i quotidiani” a “salvare la società”, l’imperativo di “salvaguardare le istituzioni esistenti” si trasforma in quello di “fare qualunque cosa funzioni”. E quello che oggi funziona è diverso da quello che funzionava prima.Nei prossimi decenni il giornalismo sarà fatto di una serie di casi particolari. Molti di questi modelli saranno creati da amatori, ricercatori e scrittori. Altri dipenderanno da sponsorizzazioni, sovvenzioni e donazioni. Molti altri esisteranno grazie a un gruppo di quattordicenni pieni di energia che diffonderanno le notizie.Molti di questi modelli falliranno. Non sarà un solo esperimento a sostituire quello che stiamo perdendo con la fine del giornali, ma con il tempo l’insieme degli esperimenti che funzionano potrebbe darci il giornalismo di cui abbiamo bisogno.”

In Italia molti giornali usufruiscono delle sovvenzioni pubbliche (tra cui riviste di vela, di aeronautica o quotidiani di due pagine fondati da alcuni politici come il Campanile…). Senza sovvenzioni morirebbero. Siamo in un paese liberale, o per lo meno liberale quando fa comodo, se no la Fiat, l’Alitalia, le FS ecc. ecc. sarebbero morte e sepolte da tempo  – E i giornali dovrebbero fare i conti con il mercato. Se l’offerta è di qualità vendi se no chiudi baracca e burattini. Dal Manifesto a Libero, tutti con le serrande chiuse, con redattori, direttori e compagnia cantante ad asfaltare o raccogliere pomodori.

Non è così, naturalmente, i soldi statali salvano il culo a tutti. La situazione è comunque critica, ma a farne le spese sono i veri giornalisti, che di solito non sono nemmeno iscritti alla loggia, ops intendevo l‘ordine, dei giornalisti. Al limite sono pubblicisti e cioè pagano le tasse e i contributi ma non hanno praticamente nessun vantaggio. Sono loro che tengono in piedi le redazioni, con la pioggia e con il vento. Sottopagati, sfruttati, presi a calci e scaricati quando la barca fa acqua perché senza contratto. Eppure senza di loro i giornali non potrebbero nemmeno andare in edicola. Sono loro i giornali.

Nei paesi civili, Svezia, Danimarca, Germania, Burkina Faso ecc. ecc. le sovvenzioni alla stampa arrivano da una ridistribuzione degli introiti pubblicitari televisivi e non dalle tasche dei contribuenti. E il futuro comunque è online. Qualità la parola d’ordine. In Italia le tasse pagano i giornali. Internet, per vari motivi e decisioni, è un oggetto misterioso. Quindi? Quindi chiudono i quotidiani online e non i cartacei.

Da sette anni mi barcameno tra un periodico e l’altro. Prima o poi qualcosa è andato a puttane. Si sono salvati sempre tutti, tranne quelli che fanno il grosso del lavoro, i precari del giornalismo (su cui bisognerebbe aprire un lungo e feroce post a parte, anche solo per descrivere la modalità di accesso al “titolo” di giornalista). L’ultima bordata è arrivata, pochi giorni fa. Con un preavviso degno di quello di uno stupratore che avverte la sua vittima. Mi/ci è arrivata questa mail relativa alla mia attività giornalistica in Panorama.it. la versione online del magazine più noto del paese:

“carissimi, ecco la mail che non avrei mai voluto scrivere: dal 1° giugno chiudono il sito di panorama. l’azienda ha comunicato oggi ai nostri fiduciari sindacali che le news online non portano pubblicità, quindi niente soldi. e quindi il sito verrà trasformato in un non meglio identificato portale “maschile”, con direttore responsabile Marco Mazzei sotto la gestione della mondadori digital publishing (la società che cura tutti i siti mondadori) […] vi ringrazio per tutta la passione che ci avete sempre messo.”

Grazie al cazzo è la risposta che è balenata nella mente, ci scommetterei, di tutti i colleghi. Ma se la crisi non esiste, come è che Mondadori, “l’azienda del Governo”, chiude Panorama.it?
Ma forse hanno ragione loro, la crisi non esiste, se no per quale motivo chiudere un portale che nel bene e nel male, si è occupato di politica, economia, cultura, tecnologia ecc. ecc. in favore di un non meglio identificato portale dedicato agli addominali in sette minuti e a “farla impazzire a letto”?

Nel frattempo, loro, gli addominali se li sono fatti a forza di mettercelo nel culo. Certo, non sono proprio impazzito.

PS sono in vendita al miglior offerente. Giornalista, scrittore, penna agile – a tratti velenosa – e versatile, sguattero, camerero basta che mi date il dinero.