Le vacanze intelligenti del filosofo accademico italiano

More about Pop filosofiaRiportiamo un breve scritto di Simone Regazzoni sulla querelle Pop Filosofia / pop nibelungico delle sfilate naziste / vacanze intelligenti:

Nel chiuso di una stanza con la testa in vacanza è il titolo di un libro di filosofia di qualche anno fa che riprende due versi di Sandro Penna. La filosofia può andare in vacanza? Questione futile, all’apparenza. Buona per un telegiornale estivo a corto di notizie. Che tuttavia ha guadagnato una posizione di assoluto rilievo nel dibattito, caldissimo, attorno alla pop filosofia sviluppatosi in Italia negli ultimi anni. Sarà che il pop evoca, all’accademico nostrano – poco avvezzo a studiare la cultura di massa e capace di confondere fumetti e graphic novel, Un posto al sole e Lost – qualcosa di esotico. Fatto sta che nel giugno 2008 la filosofa Nicla Vassallo in un articolo apparso sul Sole24ore scriveva: “Ma il lettore di pop è già sotto l’ombrellone di una spiaggia affollata, sta leggendo un libro pop e non deve concentrarsi”. In quell’articolo, in cui con toni apocalittici spiegava come “sopravvivere al pop pensiero”, Nicla Vassallo confessava di non amare né la pop filosofia né le fiumane estive, e concludeva, ispiratissima: “Lontana dalle fiumane estive, per divertissement ascolto Marin Marais – di cui la filosofia pop non si occuperà probabilmente mai”. Ma l’avversione dell’accademica nostrana per la pop filosofia fu, invero, un’avversione stagionale – e il suo amore per Marin Marais della durata di un amore estivo. Perché già nel 2009 troviamo Nicla Vassallo sopravvissuta così bene al pop pensiero da esserci finita dentro con un saggio su Matrix in cui proclama: “Matrix sprona ogni spettatore a filosofare”. Se ne erano già accorti altri, e da qualche anno: ma va bene lo stesso. L’accademico italiano ha i suoi tempi di reazione. E vanno rispettati. Quel che importa è che alla fine Nicla Vassallo abbandona Marin Marais per scendere in spiaggia con Keanu Reeves. Come non capirla? E non potrà allora che trattarsi, per citare un memorabile film con Alberto Sordi, di “vacanze intelligenti”.

Cosa che troverebbe d’accordo un altro accademico nostrano, Maurizio Ferraris, che in un articolo dal titolo minimalista Critica della ragione pop del giugno 2010, dopo aver mescolato a dovere, in forma di monito, il “pop nibelungico delle sfilate naziste” e “la società televisiva” in cui “la filosofia pop è dilagata”, concede, magnanimo, che si può fare pop filosofia (lui stesso, confessa, in più occasioni lo ha fatto) ma occorre ricordarsi “che è una vacanza intelligente, e un aiuto a capire un po’ del mondo in cui viviamo, ma non è niente di più di questo”. Che è un po’ come dire a quanti prendono sul serio la pop filosofia e provano a definirla in termini rigorosi come una nuova forma di avanguardia filosofica: “Ragazzi, da tempo pratico e voglio continuare a praticare in santa pace la pop filosofia, con ironia e leggerezza: vedete di non disturbare le mie vacanze intelligenti con le vostre elucubrazioni. Se state buoni potrei anche invitarvi per qualche giorno nel mio resort”. Non si tratta di un colpo di sole: i timori dell’accademico nostrano in vacanza sono ben fondati. Ha capito che se per caso passasse l’idea che la pop filosofia non è una vacanza intelligente per il club degli accademici affermati e annoiati, occorrerebbe allora cominciare a studiare seriamente la pop culture (e l’accademico in vacanza sa che non è un lavoro di qualche settimana) e magari provare ad articolare uno straccio di teoria in merito.

Edgar Morin, in un classico del 1962 sulla cultura di massa, Lo spirito del tempo, polemizzando con “l’intellighenzia colta” che teme di essere spodestata dalla cultura di massa scriveva che “occorre far letteralmente saltare la piazzaforte – il Montségur – da cui siamo abituati a contemplare questi problemi, e ricondurre il dibattito in luogo aperto”. Obiettivo preliminarissimo, certo. E tuttavia essenziale. Una pop filosofia che si concepisce come nuova forma seria di filosofia che porta il polemos filosofico nello spazio della cultura pop avrà oggi quale suo essenziale e preliminarissimo obiettivo quello di far letteralmente saltate il resort esclusivo in cui il filosofo accademico nostrano trascorre le sue vacanze intelligenti in compagnia di “madonna pop filosofia”.

Simone Regazzoni, nato a Genova nel 1975, è stato coautore, sotto lo pseudonimo collettivo di Blitris, della Filosofia del Dr House (Ponte alle Grazie, 2007). Per i tipi del Melangolo ha pubblicato La decostruzione del politico (2006); Harry Potter e la filosofia (2008); Nel nome di Chora (2008); ha curato l’antologia Pop Filosofia (2010). Per Ponte alle Grazie ha pubblicato anche La filosofia di Lost (2009), Pornosofia. Filosofia del pop porno (2010).

Pop filosofia a Roma

Eine Anime für Alle und Keinen (7 – the end of Evangelion)


More about Pop filosofiaPalcoscenici

Gnoseologia e libertà si intersecano negli ultimi due episodi. Ed è qui che Evangelion diventa opera metafisica, è qui che rompe definitivamente gli argini del pop – molti fan hanno storto il naso e chiesto a viva voce un nuovo finale -.
Shinji Ikari, come tutti gli esseri umani, è stato assorbito dall’anima collettiva, si è evoluto. L’altro lo ha assorbito, l’altro non c’è più, o meglio l’altro coincide perfettamente con il sé, l’AT-Field è stato invertito e i confini dell’individualità sono stati aboliti.
Shinji si trova su un palcoscenico – “lo Shinji Ikari che è nell’animo di Misato Katsuragi, lo Shinji Ikari dentro Asuka Soryu, lo Shinji Ikari dentro Rei Ayanami, lo Shinji Ikari dentro Gendo Ikari. Ognuno di essi è un diverso Shinji Ikari, ma sono tutti il vero Shinji Ikari.” – La sfida sembra vinta, il progetto per il perfezionamento dell’uomo ha fatto in modo che il pilota dell’EVA non abbia più paura degli Shinji Ikari contenuti nelle altre persone. Non ci sono barriere, non c’è AT-Field, tra sé e gli altri. Cosa sono gli altri allora? Sono me? E io cosa sono? Un oggetto per quale soggetto? Se non c’è il soggetto, l’oggetto che fine fa? Come conosco il mondo?

Shinji: Che cosa sono io? Questo sono io… Una forma che mi mostra agli altri. Un simbolo di me stesso. Anche questo (un disegno ben delineato N.d.A.) e questo (uno scarabocchio con i tratti di Shinji N.d.A.) e questo (un ideogramma N.d.A.). Sono tutte mie rappresentazioni. Sono tutte immagini che danno agli altri coscienza di me. Ma allora cosa sono io? Questo sono io? Il mio vero io. Il mio falso io.
Rei: Tu sei tu. In questo però, possiedi un tuo proprio confine e una tua propria dimensione. (26 – La bestia che gridò AMore nel cuore del mondo)

Il darsi di un oggetto per un soggetto. Il “darsi” avviene attraverso il principio di individuazione, spazio – tempo – causalità, attraverso la rappresentazione quindi. Diventando un’unica cosa, il genere umano si è affermato fuggendo da se stesso, dalla sua stessa natura, da ciò che lo rende umano: la singolarità. La fine di Evangelion sembrerebbe raccontare che la fuga (che sia quella di Shinji o del genere umano) sia inevitabile – o si fugge verso l’annientamento o si fugge verso l’evoluzione, siamo obbligati ad affermare noi stessi scappando (non riuscendo a vivere con noi stessi.) Non si può evitare di farlo, perché la paura è così grande che non si può farne a meno se si vuole compiere anche la più piccola delle azioni. E la fuga è l’azione più istintiva e razionale allo stesso tempo, davanti al terrore (lo stesso terrore da cui protegge l’AT-Field). È proprio Shinji a rivelare a se stesso di aver scelto la fuga. La volontà lo ha spinto all’azione.

Shinji: Io ho paura di essere odiato dagli altri.
Shinji: Tu hai paura di venire ferito e di soffrire.
Shinji: Di chi è la colpa?
Shinji: La colpa è di mio padre. Mio padre, che mi ha abbandonato.
Shinji: La colpa è mia.
(un flashback ricorda l’occasione in cui Gendo ha lodato Shinji per una missione riuscita.)
Shinji: da allora hai continuato a vivere rimuginando su quella gioia?
Shinji: Seguitando a credere in quelle parole, potrò continuare a vivere.
Shinji: Continuando a ingannare te stesso?
Shinji: È quello che fanno tutti. È così che le persone riescono a vivere.
Shinji: Senza l’autoconvinzione di essere nel giusto, vivere non sarebbe possibile.
Shinji: In questo mondo ci sono troppi motivi di sofferenza perché io vi possa vivere.
[…]
Shinji: Hai sempre chiuso gli occhi e tappato le orecchie di fronte alle cose spiacevoli.
Shinji: No. Non voglio ascoltare.
Shinji: Vedi? Stai fuggendo di nuovo. Nessuno può riuscire a vivere raccogliendo come biglie soltanto le cose piacevoli. Soprattutto, io non posso.
Shinji: Se ho trovato qualcosa di piacevole, se si trova qualcosa di piacevole, che c’è di male nel dedicarsi solo a quella? Che male c’è?
[…] Shinji: Sei stato tu a scegliere di fuggire. (16 – Malattia mortale, e poi…)
Solo chi si è allontanato dall’agire, chi ha negato la volontà come direbbe Schopenhauer54 (o Buddha), può essere spettatore di un duplice vittoria: su di essa e su di sé “[…] perché ha rinunciato alla propria qualità e al proprio compito di uomo, e non partecipa più a questa durata gonfia di terrore, a questa galoppata attraverso i secoli impostaci da una forma di spavento di cui non siamo, in definitiva l’oggetto e la causa.”55

Ne il Mondo come volontà e rappresentazione la volontà è un’essenza unica, inaccessibile, posta oltre il velo di Maya, di cui possiamo avere una rappresentazione adeguata solo andando al di là del fenomenico per attingere al mondo delle idee oltre il principio di individuazione. La sfida per Schopenhauer era negare la volontà stessa per via mistica o estetica (soluzione di breve durata). Il Progetto per il perfezionamento dell’uomo, sembra negare la volontà di vivere degli individui, affermando però allo stesso tempo quella delle specie, e infatti Shinji, e tutti gli esseri umani, sembrano all’improvviso proiettati oltre il velo di Maya, sembrano poter finalmente vedere con chiarezza oltre l’imbocco della Caverna di Platone. Lo sguardo non ha bisogno di rappresentazione: spazio, tempo, causa vengono meno. Non c’è oggetto per soggetto. Non c’è altro per altro. Sono la stessa cosa. Ma allora cosa ci fa Shinji su un palcoscenico? e soprattutto cosa si innesca quando, i disegni stessi dell’anime cominciano a mutare forma, tratto, colore… ma soprattutto cosa succede quando al posto della rappresentazione per disegni sullo schermo appiano le pagine stesse della sceneggiatura di ciò che dovremmo vedere?

Cosa è reale e cosa non lo è? È reale lo Shinji Ikari sul palcoscenico alle prese con se stesso e quindi con gli altri che sono lui stesso? È reale il palcoscenico? La sceneggiatura? Evangelion? Io che lo guardo? Quale di queste realtà è vera? O meglio quale rappresentazione del reale lo è? Tutte? Nessuna?

Torniamo all’inizio quindi: “Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere,” rimanere nel vago, nell’indicibile, nel soggetto a dubbio. Senza la ricerca dell’improbabile, in qualche modo vitale, il dubitatore, lo scettico “non sarebbe che uno spettro.”56Anche se chi dubita non sembra comunque molto lontano da questa condizione fantasmatica: deve dubitare fino al punto in cui non sussista più alcuna materia di cui dubitare, laddove tutto scompare, spezzando i divieti delle certezze. E Shinji, inconsapevolmente o no, dubita. Dubita perché è tutto scomparso, anche la sua silhouette. Di lui rimane un tratto rapido degli occhi, una linea che vibra al suono della voce, un disegno infantile che lo ritrae nel vuoto. Lo schermo bianco. Un soggetto senza oggetto e viceversa.

L’istinto di conservazione, la volontà di vivere, non sono una mera questione di specie, ma sono il fulcro stesso, dell’individualità e Shinji fa un passo, questo sì da superuomo: sceglie. Innesca la volontà di potenza. Non ha importanza il fatto che il reale sia illusorio o che il libero arbitrio sia una menzogna. Il corpo appena abbozzato del ragazzo fluttua nel vuoto, un tratto disegna una linea che fa da terreno e le voci dei vari personaggi della serie arrivano da fuori, “da dietro le quinte”:

Voce off: Guarda, con questo sono nati il sopra e il sotto.
Voce off: Però, con questo è sparita una libertà.
Voce off: Ora sei costretto a stare in piedi sul sotto.
Voce off: Però, questo ti tranquillizza. Perché il tuo stesso animo ha ottenuto un po’ di semplificazione.
Voce off: E così puoi camminare.
Voce off: Tale è una tua volontà.
Shinji: La mia volontà, sarebbe questa?
Voce off: Il mondo che ti circonda è il mondo in cui esistono il sopra e il sotto.
Voce off: Ma in questo modo tu puoi camminare liberamente.
Voce off: E se lo volessi, potresti anche cambiare la posizione del mondo.
Voce off: Quindi anche la posizione del mondo non resta sempre la stessa.
Voce off: È qualcosa che muta nello scorrere del tempo
Voce off: E anche tu stesso puoi cambiare.
Voce off: Poiché a dare forma a te stesso sono il tuo stesso animo e il mondo che lo circonda.
Voce off: D’altronde, questo è il tuo mondo.
Voce off: È la forma della realtà che tu percepisci.
Didascalia: “Tale è la realtà.”
[…]
Voce off: Senza un altro essere distinto da te stesso, tu non puoi comprendere la tua stessa forma.
[…]
Voce off: … È nel guardare la forma delle altre persone, che si conosce la propria forma.
Voce off: È nel guardare le mura tra sé e le altre persone, che si conosce l’immagine della propria forma.
Voce off: Senza l’esistenza delle altre persone, tu stesso sei invisibile a te stesso.
Shinji: Io posso esistere finché esistono le altre persone, non è così? Da solo, io non sarei che ovunque comunque solo. L’intero mondo sarebbe soltanto me!
Voce off : Prendendo coscienza delle differenze tra te e gli altri, dai forma a te stesso.
[…]
Shinji: Ma certo, io sono io. Solo, però, è altrettanto vero che le altre persone creano la forma del mio animo.
Voce off: Proprio così, Shinji Ikari.
Voce off: Alla fine lo hai capito Stupishinji.
Asuka: Finalmente ti sei svegliato Stupishinji. (26 – La bestia che gridò AMore nel cuore del mondo)
Shinji, risvegliato da Asuka, apre gli occhi e ritrova sé stesso alle prese con una vita da quindicenne, la scuola, gli amici, la quotidianità e non come pilota dell’Evangelion. Che sia una fantasia o meno, che si tratti di stato di veglia mentre le vicende narrate in Evangelion fin qui siano solo un sogno e non viceversa non importa. Shinji, individuo, sceglie. Sceglie di vivere, di affermare la sua particolarità, nonostante l’assurdo, nonostante l’illusione, e manda in frantumi il Progetto per il perfezionamento dell’uomo.57

Shinji insomma scambia un’illusione per un’altra, ma lo fa scegliendo. In questo è sartriano. Allo stesso modo, la scelta di Shinji è una rivolta, e in questo è camusiano. Tornando alla sua individualità, scegliendo di vivere, esercita la volontà di vivere, quella che agli Angeli è sconosciuta e si ritrova proprio nella condizione di Sisifo, in lotta ma felice.58
La questione è morale perché la rivolta di Shinji ha un valore individuale e al contempo universale: mi rivolto dunque siamo.59 È un percorso inverso rispetto a quello del progetto della SEELE: Non mi rivolto dunque non siamo. Una risposta a un imperativo categorico. Il dovere morale della rivolta nonostante l’assurdo. L’Esserci dell’Essere, anche se l’Esserci e l’Essere sono solo un incidente di percorso del Nulla, un inconveniente.
Il Nulla è come il buco di una ciambella, è pensabile solo grazie alla ciambella, ma in fondo anche la ciambella è pensabile solo grazie al buco.

note

52 Rei Ayanami, o meglio la sua terza incarnazione / clonazione, per salvare gli altri, a bordo dello 00 incorpora il penultimo Angelo Armisael – sviluppando un AT-Field inverso. Nel farlo perde la vita; quindi mentre l’AT-Field preserva l’individualità, quello inverso la elimina e tende alla creazione dell’entità collettiva alla base del Progetto del perfezionamento dell’uomo. (23 – Lacrime / Rei III)

53 o un uomo esteticamente educato, come direbbe Schiller o un uomo nuovo, come direbbe Marx.

54 Cfr. A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione.

55 E.M. Cioran, La caduta nel tempo, p. 18.

56 Ivi, p. 50.

57 Nel film Evangelion Death and Rebirth, Shinji non viene assorbito dall’anima collettiva perché, come Asuka, si trovava a bordo dell’EVA e quindi quando viene innescato il third impact e il genere umano si fonde in un’unica entità collettiva, l’AT-Field del “robot” lo protegge. Si ritroverà così solo con Asuka. Il pianeta un nuovo Eden e loro due novelli Adamo ed Eva, pronti a cogliere il frutto della conoscenza e far partire tutto da capo: ecco perché Neon Genesis Evangelion, il vangelo, la novella, delle nuova nascita.

58 Cfr. A. Camus, Il mito di Sisifo.

59 Cfr. A. Camus, Mi rivolto dunque siamo.

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Bibliografia

Agostino d’Ippona, Confessioni, Mondadori, Milano, 1989.
Blanqui, L.A., L’eternità attraverso gli astri, Roma – Napoli, Theoria, 1983.
Borges J.L., Storia dell’eternità, trad. it. di G. Guadalupi, Milano, Adelphi, 1997.
Camus, A., Il mito di Sisifo, trad. it. di A. Borrelli, Milano, Bompiani, 2001.
Camus, A., L’Uomo in rivolta, trad. it. di L. Magrini , Milano, Bompiani. 2005.
Camus, A., Mi rivolto dunque siamo, trad. it. di G. Lagomarsino, Elèuthera 2008.
Caraco, A., Breviario del caos, trad. it. di T. Turolla, Milano, Adelphi, 1998.
Ceronetti, G. (a cura di), Qohélet o l’Ecclesiaste, Torino, Einaudi, 1998.
Cioran, E.M., La caduta nel tempo, trad. it. di T. Turolla, Milano, Adelphi, 1999.
Cioran, E.M., L’inconveniente di essere nati, trad. it. di L. Zilli, Milano, Adelphi, 1999.
Dagerman, S., Il nostro bisogno di consolazione, trad. it. di F. Ferrari, Milano, Iperborea, 1991.
Heidegger, M., Che cosa significa pensare? trad. it. di U. Ugazio e G. Vattimo, Milano, Sugarco, 1996.
Heidegger, M., Essere e Tempo, trad. it. di P. Chiodi, Milano, Longanesi, 1976.
Hume, D., Dialoghi sulla religione naturale, trad. it. di A. Attanasio, Torino, Einaudi, 1997.
Kant, I., Critica della ragion pratica, trad. it. di F. Capra, Bari, Laterza, 1997.
Marco Aurelio, Pensieri, trad. it di M.Ceva, Mondadori, Milano, 1996.
Nietzsche, F., Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, trad. it. di M. Montinari, Milano, Adelphi, 1992.
Platone, Opere complete. Timeo, trad. it. C. Giarratano, Bari, LaTerza, 1988.
Russell, B., An inquiry into meaning and truth, London, G. Allen and Unwin LTD, 1951.
Sartre, J-P., L’Essere e il Nulla, trad. it. di G. Del Bo , Milano, Il Saggiatore, 1967.
Savter F., Cioran, un angelo sterminatore, trad. it. di C.M. Valentinetti, Piacenza, Frassinelli, 1998.
Schopenhauer, A., Il mondo come volontà e rappresentazione, trad. it. di N. Palanga, Milano, Mursia, 1969.
Schopenhauer, A, Parerga e paralipomena, trad. it. di G. Colli, Milano, Adelphi, 1999.
Vico, G.B., La scienza nuova, Milano, Rizzoli BUR, 1996.
Wittgenstein, L., Tractatus logico – philosophicus, trad. it. di A.G. Conte, Torino, Einaudi, 1995.

Eine Anime für Alle und Keinen (2 di x)

More about Pop filosofia Neon Genesis Evangelion? Carta carbone da Wikipedia:

Shin Seiki Evangerion, comunemente noto anche come Evangelion, è un anime di 26 episodi del 1995 creato dallo Studio Gainax, sceneggiato e diretto da Hideaki Anno. È uno dei maggior successi (sia commerciale che di critica) dell’animazione giapponese, ed è considerato tra i migliori anime di sempre. Parallelamente alla serie televisiva è stato ideato un adattamento manga per opera di Yoshiyuki Sadamoto (il character designer della serie), che presenta alcune differenze nello sviluppo della sceneggiatura. Nel corso degli anni, sono stati inoltre pubblicati da altri autori tre manga spin-off della serie animata.

Uno dei maggior successi (sia commerciale che di critica) dell’animazione giapponese.” Si tratta di una descrizione metatestualmente relativa alla cornice stessa in cui si trova questo testo: una raccolta di scritti che osserva la cultura pop attraverso lo specchio della filosofia.

Evangelion è un opera pop. Ha riscosso successo in patria e, in un secondo, tempo nel resto del mondo. Ha avuto delle ripercussioni culturali, ha innescato alcuni meccanismi di consumo relativi al merchandising e si è transmedialmente “spalmato” tra vari mezzi di comunicazione (cinema, videogiochi, web, fanfiction, fumetti, modellismo, giochi di ruolo ecc. ecc.). Ma questo lo rende davvero, intimamente, pop?

In termini macroscopici, quali sono le caratteristiche del pop? La complessità narrativa rientra tra esse?

Potremmo azzardare un “sì certo” come risposta. Eppure Evangelion ha una complessità drammatica che implica una stratificazione concentrica di possibili interpretazioni e comprende un’altrettanto intricata serie di riferimenti ipertestuali e interdisciplinari da far impallidire il più spericolato spettacolo teatrale d’avanguardia. Non solo; la fabula e l’intreccio, si fanno talmente ingarbugliati e densi da sfiorare l’incomprensibile. La mole di dettagli più o meno velati o sottaciuti, per non parlare di quelli del tutto omessi, è tale da rendere, Evangelion un’opera bifronte, essoterica ed esoterica come lo Zarathustra. Per comprendere certi snodi della trama, spesso bisogna ricorrere ad appoggi esterni, al lavoro di qualche fan che con pazienza e perizia si sia messo a guardare e riguardare ogni singolo episodio, esplorando ogni dialogo, anche il più banale, alla ricerca di un dettaglio, di un appiglio, o che abbia raccolto interviste e interventi dell’autore, Hideaki Anno, in varie convention o magazine per appassionati. Evangelion ha bisogno di una guida alla visione e della prontezza di riflessi tipica di uno spettatore allenato a usare il telecomando. Play. Pausa. Consultazione della “guida”, Play, Pausa…

Un disco dei Beatles, per quanto complesso possa essere negli arrangiamenti, nei testi, nella costruzione della melodia e del ritmo, non ha bisogno dello stesso livello di attenzione, di analisi, di conoscenza della materia, di studio di un disco di Arnold Schönberg per essere apprezzato. Evangelion è quindi un’anomalia. Ha il successo di un disco dei Beatles (con le dovute proporzioni) ma la “difficoltà” di un’opera dodecafonica. Lo stesso succede per esempio in “opere pop” come Lost, John from Cincinnati, Flash Forward, Fringe, Battlestar Galactica, o in anime e manga come Eden, Death Note, RahXePhon, Berserk ecc. ecc.

Neon Genesis Evangelion però risale al ‘95, quando ancora i tubi catodici trasmettevano Beverly Hills 90210 e Dawson’s Creek, il cui intreccio era tutto tranne che complesso, e il pubblico generico non era abituato a certe tematiche e costruzioni narrative. Evangelion poi è un anime, un “cartone animato”, e per quanto oggi sembri ridicolo ritenere l’animazione consumo esclusivo dei più giovani, nel decennio scorso si faticava ancora, per lo meno ad alcune latitudini, ad abbattere questo pregiudizio; e infine comunque, con la mappa adeguata l’Isola di Lost è esplorabile, Evangelion no. Né con la “guida”, né affrontando le eventuali letture propedeutiche che vanno dalla Cabala, alla Bibbia, da Freud a Schopenhauer, da Kierkegaard a Nietzsche da Kant a Buddha, da Darwin a Heidegger… Insomma un prodotto difficilmente inquadrabile nella categoria del pop tout court, che però ne ha lo stesso le caratteristiche e la portata. Si tratta di un’opera olistica. La somma delle parti che la compongono è più o altro dal tutto. Non è un caso quindi che rivedere Evangelion, dopo una riflessione post rem sui suoi livelli di lettura, possa renderlo diverso rispetto alla prima visione. Gli Eva, gli Angeli, l’AT-Field, i personaggi stessi possono assumere un valore metaforico che trascende il contenuto formale di ciò che stiamo vedendo.

Oggetto per un soggetto

Già da subito, lo scontro tra l’angelo Sachiel e l’Eva 01 (1- L’attacco dell’Angelo, 2 – Soffitti sconosciuti) potrebbe essere letto, parzialmente ma legittimamente, come una riflessione sul tema dell’altro. Chi è l’altro? Cosa comporta venire in contatto con l’altro? Cosa cerco nell’altro?

In Evangelion sembrerebbe un topos centrale, tanto da ritornare quasi in ogni episodio e venire esplicitata nel terzo episodio da uno scambio tra due personaggi principali della serie, la dottoressa Ritsuko Akagi e il capitano Misato Katsuragi. Parlando di Shinji, Ritsuko dice a Misato che il ragazzo sta vivendo il dilemma del porcospino: tanto più due esseri si avvicinano tra loro, molto più probabilmente si feriranno l’uno con l’altro. (3 – Un telefono che non squilla) Allegoricamente potrebbe succedere proprio questo nello scontro: l’Eva 01 si avvicina all’Angelo, all’altro, ne supera la barriera emotiva, l’AT-Field, e viene in contatto con il nucleo, con l’essenza intima dell’altro. La cosa però è molto, molto dolorosa. Addirittura letale per uno dei due. A restare in piedi sarà il più adatto a vivere.

Ma cosa significa il più adatto a vivere? Più avanti nel corso della narrazione si scopre, o meglio si intuisce, che gli Angeli, i “mostri” che attaccano l’umanità, i nemici, gli altri: non sono che diverse possibilità di esistenza, altre forme di una possibile evoluzione dell’umano. Solo il più adatto può sopravvivere, la convivenza è impossibile. Adatto non significa più forte. Non è una questione darwiniana, è semmai una questione di volontà, al limite del nietzschiano. Il più adatto alla vita è colui il quale vuole vivere. Gli spunti forniti dall’anime, però come già detto non sono affatto lineari, e il carattere stesso del protagonista rimette in discussione – di nuovo – tutto.

Shinji non sa perché vive e non sa se vuole vivere. La vita fa male. Vivere significa entrare in contatto con gli altri, e allora la felicità è fare quello che agli altri fa piacere, fare quello che dicono gli altri per piacere agli altri ed essere accettati appagando il proprio bisogno di consolazione. Ma è così? Per quale motivo Shinji entra nell’Evangelion, se la cosa, può essere dolorosa per il corpo quanto per la mente?

Shinji, si dimostra del tutto incapace di relazionarsi, fisicamente e sentimentalmente con chiunque, la sua barriera difensiva, il suo AT-Field, è perennemente alzata e quando tenta di abbassarla prova dolore. Shinji si difende proprio come un riccio, e quando tenta di avvicinarsi a qualcuno si fa e fa male. Per questo anche nei momenti di tensione erotica il contatto non avviene, come quando prova a baciare l’altro pilota dell’EVA, Asuka, nel sonno e poco prima che le sue labbra tocchino quelle di lei si ritira. Allo stesso modo, all’inizio del film prodotto dopo la conclusione regolare della serie , Shinji, seduto al capezzale di Asuka in coma, dapprima prova a scuoterla per farla rinvenire, urlando che ha bisogno di lei, poi quando non ci riesce, si allontana e si masturba osservando il suo corpo. Il suo sentimento confuso ma potente nei confronti della ragazza, lo respinge. Non la tocca, non la bacia, non le parla. Si allontana ed esprime il suo amore per lei senza contatto per poi mormorare tra sé: “sono un verme”. (Neon Genesis Evangelion: Death and Rebirth: Rebirth)

Note:
Il carattere di Shinji potrebbe essere letto come eventuale metafora del fenomeno degli hikikomori, gli adolescenti giapponesi barricati per anni nelle loro camere e isolati dal mondo.
Wikipedia è un buon punto di partenza. Altrettanto interessante è il lavoro svolto dal sito italiano dedicato all’anime: http://www.evaitalia.tk/
L’eccezione a conferma della regola era, nel caso dei telefilm, X-Files e in quello dei manga, Alita.
C’è voluto molto più che l’avvento dei Simpson per sradicare l’equazione cartone animato = prodotto esclusivamente per l’infanzia o per l’adolescenza.
Absolute Terror Field: lo scudo protettivo generato da EVA e Angeli. Nelle ultime puntate viene spiegato che L’AT-Field è anche la barriera dell’animo, è il confine dell’individualità umana. Hideaki Anno ha preso a prestito il termine dalle teorie psichiatriche relative all’autismo e allo stato di terrore assoluto in condizioni di violazione grave del dominio dell’Io.
A. Schopenhauer, Parerga e paralipomena, p. 396. “Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.”
Asuka con cui Shinji con cui condivide diverse caratteristiche relazionali e psicologiche.
Abbiamo scelto di non considerare, se non in via del tutto marginale, i lungometraggi successivi alla serie, realizzati per cercare di spiegare, senza troppo successo, i molti punti oscuri della trama e soprattutto del contestato finale. Come annotava Wittgenstein “Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere” e provare a spiegare la fine di Evangelion è non tacere nonostante non si possa parlare.

Pop Filosofia a Genova – 10 aprile 2010

More about Pop filosofiaDomani alle 18 il vostro affezionato Kai Zen di quartiere J sarà alla libreria Feltrinelli di Genova in via Ceccardi 16, in compagnia di Simone Regazzoni e Giulio Itzcovich, per chiacchierare del volume Pop Filosofia…

Crossover. Per una filosofia popular (6 di 6)

Il network

I saggi raccolti in questo volume non teorizzano la pop filosofia. Bensì la praticano. In molti modi. Affrontando i differenti volti dell’universo pop: dalla pop music alla TV dei reality, dagli anime giapponesi al graphic novel, dal cinema di genere alle serie TV.
Essi condividono un’aria di famiglia, piuttosto che una definizione. Danno vita a un network filosofico.
Per restare nel pop, si potrebbe dire che i differenti autori hanno lavorato alla maniera di un famoso gruppo di simpatiche canaglie protagonista di una serie TV cult degli anni Ottanta, The A-Team. “Evasi da un carcere di massima sicurezza, si rifugiarono a Los Angeles vivendo in clandestinità. Sono tuttora ricercati, ma se avete un problema che nessuno può risolvere – e se riuscite a trovarli – forse potrete ingaggiare il famoso A-Team“, recitava l’introduzione italiana agli episodi.
In ogni episodio della serie, veniva il momento in cui l’A-team, per combattere la propria battaglia, creava ingegnose macchina da guerra modificando normalissimi oggetti d’uso quali auto, moto, ecc.
Lo stesso accade qui.
Ripensamento e trasformazione pop dell’idea deleuziana di macchina da guerra.
Qui oggetti vari della cultura di massa e pezzi di filosofia sono stati presi, decostruiti e riassemblati per dar vita a una macchina da guerra in forma di libro.

Indice

0. Crossover (Per una filosofia popular), di Simone Regazzoni
1. Neon Genesis Evangelion (Un anime per tutti e per nessuno), di Jadel Andreetto
2. 300 (Allegoria e guerra), di Wu Ming 1
3. Il mucchio selvaggio (Viaggio al termine dell’eroismo western), di Simone Regazzoni
4. Watchmen (Il triste tropico del dottor Manhattan), di Girolamo De Michele
5. Asterios Polyp (Mitografie della decostruzione), di Francesco Vitale
6. This is it (The King of Pop) , di Peter Szendy
7. Romanzo Criminale (La produzione di storia e l’esistenza dell’Italia), di Lorenzo Fabbri
8. Mad man (L’esposizione del pensiero), di Tommaso Ariemma
9. Grande Fratello (Le due morti di Jade Goody), di Giulio Itzcovich
10. The King (Il regno ® è infetto), di Laura Odello
11. Sex and the City (Indizi per un’erotica contemporanea), di Francesca R. Recchia Luciani

Crossover. Per una filosofia popular (5 di 6)

Il popular

Per questo la pop filosofia lavora sistematicamente su tutti i fronti del libro, compreso quello che Genette definisce paratesto.
Che cos’è il paratesto?
È l’insieme di elementi che stanno attorno al testo e che vanno dalla copertina alla quarta, dalla collana alla tiratura, dal prezzo alla promozione, fino alle interviste e ai dibattiti su diversi media. Tutte cose di estrema importanza per l’efficacia della strategia pop filosofica. Tutte cose di estremo interesse per la pop filosofia. Perché è qui che “il testo diventa libro e in quanto tale si propone ai suoi lettori e, in genere, al pubblico” [11].
La pop filosofia non si ferma al testo, ma sfrutta l’arma libro in tutta la sua complessità.
In questo senso essa è una nuova forma di avanguardia filosofica.
Un’avanguardia che si lascia alle spalle la strategia dell’illeggibilità e che guarda con interesse a quanto accade nel campo della nuova letteratura italiana che si muove nel popular, a partire dai Wu Ming [12].
In quello che è senza dubbio il testo teorico sulla letteratura più importante degli ultimi anni, New Italian Epic di Wu Ming 1, leggiamo: “Le opere Nie stanno nel popular, lavorano con il popular. I loro autori tentano approcci azzardati, forzano regole, ma stanno dentro il popular e per giunta con convinzione, senza snobismi, senza il bisogno di giustificarsi di fronte ai loro colleghi ‘dabbene”. E ancora: “La sperimentazione avviene nel popular” [13].
La strategia pop filosofica qui adottata è più vicina a quella che Wu Ming 1 mostra all’opera nellaNew Italian Epic che non alla pop filosofia di Slavoj Žižek, ancora ostaggio del vecchio pregiudizio secondo cui la cultura pop sarebbe intrinsecamente stupida. Non a caso l’uso che Žižek fa del pop si può riassumere nella formula: “estrinsecazione in un medum stupido” di analisi lacaniane [14].
Pop filosofia è qui intesa come avanguardia filosofica insieme sperimentale e popolare che fa propria una formula usata da Eco nelle PostilleIl nome della rosa. “Raggiungere un pubblico vasto e popolare i suoi sogni, significa forse oggi fare avanguardia e ci lascia ancora liberi di dire che popolare i sogni dei lettori non vuol dire necessariamente consolarli. Può voler dire ossessionarli” [15].

[11] G. GENETTE, Soglie, trad. it., Torino, Einaudi, 1989, p. 4.
[12]Cfr. http://www.wumingfoundation.com/ e G. DE PASCALE, Wu Ming. Non soltanto una band di scrittori, Genova, il melangolo, 2009.
[13] WU MING, New Italian Epic. Letteratura, sguardo oblique, ritorno al futuro, Torino, Einaudi, 2009, pp. 95 e 97.
[14] “Ricorro a questi esempi [tratti dalla cultura di massa] per evitare il gergo pseudo-lacaniano e per raggiungere la maggiore chiarezza non solo per i miei lettori ma anche per me stesso: l’idiota per cui mi sforzo di formulare il più chiaramente possibile un punto teoretico sono proprio io […] mi convinco di aver davvero compreso qualche concetto lacaniano quando riesco a tradurlo efficacemente nell’intrinseca stupidità della cultura popolare. In questa completa accettazione dell’estrinsecazione in un medium stupido, in questo rifiuto radicale di qualsiasi segreto iniziatico, risiede l’etica di trovare la parola appropriata” (S. ŽIŽEK, Il Grande Altro. Nazionalismo, godimento, cultura di massa, a cura di M. Senaldi, Milano, Feltrinelli, 1999, p. 171). Ma, più in generale, si può dire che il limite di Žižek consiste nel considerare la cultura pop come l’ideologia della società tardo-capitalista.
[15] U. ECO, PostilleIl nome della rosa, Milano, Bompiani, 1996, p. 531.

Crossover. Per una filosofia popular (4 di 6)


marx_brothers.jpgLa merce

La pop filosofia si fa strategicamente carico di questo rischio.
Il che significa che prova a fare un buon uso perverso di certi dispositivi come anche di una certa condizione del mercato editoriale e del proprio carattere di merce – almeno nella misura in cui la pop filosofia decide di usare la forma libro.
Impossibile evocare lo spettro del pop senza evocare lo spettro della merce.
La pop filosofia non esorcizza questo spettro. In questo fa un passo in avanti rispetto alla rappresentazione ideologica che la filosofia tende a dare di se stessa nel mercato globale.
Proprio come la merce-musica analizzata da Adorno, la filosofia si costituisce come merce negando il proprio carattere di merce, presentandosi, sul mercato editoriale, come espressione di valori spirituali in apparenza opposti a quelli economici.
La pop filosofia decostruisce questa apparenza, e si riappropria in modo perverso del proprio carattere di merce, in una sorta di amplificazione distorta dei capricci e delle sottigliezze che una merce porta in sé.
Perché una merce non ha nulla di triviale, di semplice o di a-filosofico.
Quando si parla banalmente di “mercificazione del pensiero” si dimentica che una merce è spesso molto più complessa dei supposti pensieri puri che verrebbe a rovinare o mercificare. Leggiamo Marx: “A prima vista, una merce sembra una cosa triviale, ovvia. Dalla sua analisi risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici” [7].
Nel momento in cui non si può sfuggire a una certa mercificazione si tratta allora di usare le potenzialità metafisiche della merce stessa. E di presentare apertamente al pubblico il dissidio e la contraddizione all’opera nella merce “pop filosofia”. Parlando dell’unità degli opposti nell’arte borghese (mercato e autonomia) Adorno scriveva giustamente che “vittime dell’ideologia sono proprio quelli che occultano la contraddizione invece di assumerla […] nella coscienza della propria produzione” [8].
Questo libro assume la sua contraddizione.
È una merce – con un’anima filosofica.
Che vede, per riprendere le parole di Benjamin, “in ciascuno quell’acquirente nelle cui mani e nella cui casa si vuole introdurre” [9]. In questo si potrebbe vedere una certa affinità tra la pop filosofia e la canzone pop così come è stata analizzata da Peter Szendy [10].
Ciò che conta, qui, è aumentare la circolazione – delle idee.
Si tratta di fuoriuscire non solo dalla cittadella accademica, ma anche dalla cerchia dei cultori, per infiltrarsi là dove sembrava impossibile, fino a ieri, incontrare la filosofia.

[7] K. MARX, Il Capitale, I, 1, trad. it., Roma, Editori Riuniti, 2006.
[8] T. ADORNO, M. HORKAIMER, Dialettica dell’illuminismo, trad. it., Torino, Einaudi, 1997, p. 170.
[9] W. BENJAMIN, “La Parigi del Secondo Impero in Baudelaire”, in ID., Opere complete, vol. VII, Scritti 1938-1940, a cura di E. Ganni, Torino, Einaudi, 2006, p. 139.
[10] Cfr. P. SZENDY, Tormentoni! La filosofia nel juke-box, trad. it., Milano, Isbn, 2009, pp. 15-22.

Crossover. Per una filosofia popular (3 di 6)

Il fuori

Fughe sì, ma verso dove?
Verso il fuori.
Nulla a che vedere con il “pensiero del di fuori” di cui parlava Foucault. Qui il fuori è quello che per Aristotele era l’essoterico: ciò che è fuori inteso come ciò che è pubblico.
Ripresa e trasformazione di una strategia vecchia quanto la filosofia stessa: la pop filosofia è anche un ripensamento del momento essoterico della filosofia e una nuova forma di attivismo culturale e filosofico.
Ed è qui che la filosofia incontra la complessa questione della pubblicità – in tutti i sensi di questo termine: “accessibilità al pubblico”, “visibilità in pubblico”, “sovranità e statualità”, ma anche “forma di discorso diretta a ottenere dalla collettività la preferenza nei confronti di beni o servizi” – in due forme intimamente connesse e che non possono oggi essere disgiunte: critica ed esposizione.
Da una lato la pop filosofia opera un’analisi critica del rapporto sempre più stretto tra cultura di massa e pubblicità (si vedano in particolare, in questo volume, i saggi su 300, Grande Fratello e Sex and the City) intesa come potere politico. In questo senso la pop filosofia è critica e decostruzione della cultura pop, o almeno di un certo uso politico della cultura pop.
Dall’altro la pop filosofia rivendica la propria pubblicità come essere-in-esposizione del pensiero.
È quanto teorizza Tommaso Ariemma nel suo saggio su Mad Men: “Usiamo il termine esposizione sia per indicare una presentazione, sia una grande vulnerabilità. Raramente pensiamo che ‘esporre qualcosa’ coinvolga inevitabilmente entrambi. Preferiamo lasciare aperta l’ipotesi che vi sia qualcosa di integro, che qualcosa possa sottrarsi all’esposizione. A rigore, infatti, niente si sottrae all’esposizione, e alla sua ambiguità. Di integro, di intatto, c’è solo il nulla. Il pensiero non fa pertanto eccezione: per quanto lo si possa tenere al riparo, per quanto lo si indirizzi in un certo modo, il pensiero può esporre se stesso, può lanciare idee non solo subirle. Tutti possono allora diventare pubblicitari: è un altro motivo di Mad Men, il motivo che ci indirizza verso un uso inventivo del pensiero, verso una pop filosofia creativa, oltre che critica”.
Il popolare non può più essere posto solo come mera questione teorica. Con vigilanza critica o iper-critica esso deve essere praticato attraverso una nuova forma di filosofia che abbia la forza di contaminarsi con la cultura pop e di presentarsi essa stessa come opera di cultura pop. Come Peter Szendy annota nel suo saggio su The King of Pop: “La pop filosofia non è un pensiero costituito applicato a diversi oggetti della popular culture; essa è, al contrario, un pensiero che si cerca, filosoficamente, a partire dalla sua esposizione all’impuro. E lasciandosi profondamente, appassionatamente affettare. O infettare”.
La pop filosofia è una filosofia mutante – da qui i suoi tratti per certi versi mostruosi – dotata di un potere essoterico: vale a dire in grado di arrivare al vasto pubblico. Il che non significa in alcun modo che sia semplice o che non richieda sforzi. È complessa, proprio come alcune opere pop di cui si occupa: da Lost a Evangelion.
La pop filosofia è crossover in tutti i sensi di questo termine.
Crossover in quanto incrocio e contaminazione di filosofia e cultura pop.
Crossover perché mescola stili filosofici differenti.
Crossover perché arriva anche a un pubblico che di norma non legge filosofia, proprio come certi brani di musica classica che diventano un successo anche tra chi ascolta pop music.
Pop filosofia dunque come nuova forma di exoterikos logos la cui arma principe è il libro.

Voce off: Ma questo non significa adeguarsi alle norme di un dispositivo culturale dominate che detta i criteri di leggibilità, comprensione, ecc.? Non c’è il rischio di ridurre la filosofia a un prodotto dell’industria culturale?

Inutile nasconderlo. A questo rischio si espone chiunque pubblichi libri. Che lo sappia o no.
Da questo punto di vista non c’è nessuna differenza tra scrivere un saggio filosofico sull’anime giapponese Evangelion (definito da Jadel Andreetto “un’opera bifronte, essoterica ed esoterica come lo Zarathustra”) o L’Angelo necessario [6].
Il rischio è sempre in agguato. Ed è un rischio tanto più grave quanto più ci si illude di non avere a che fare con tale dispositivo – illusione particolarmente cara ai filosofi.

[6] L’Angelo necessario è il titolo (ispirato a una poesia di Wallace Stevens) di un libro di Massimo Cacciari del 1992.

Pop Filosofia

A fine marzo esce il libro Pop Filosofia curato da Simone Regazzoni (nel disegno a sinistra) per il Nuovo Melangolo con, tra l’altro, un saggio del vostro affezionato Kai Zen di quartiere J.

Giovedì scorso a Fahrenheit (radio 3) Simone ha danzato cheek to cheek con Nicla Vassallo che ha provato a pestare i piedi al provetto ballerino. Finale con casché.

L’audio ripreso da wumingfoundation lo potete ascoltare qui