I divinazione

Le quindici pietre su cui meditare narrativamente che costituiscono l’ossatura del romanzo psichico di questo tempo sospeso ci hanno indotto uno stato di trance. Con l’illustratore Alberto Merlin, che ci ha accompagnato nel cuore di tenebra del colonialismo italiano con Cronache dalla Polvere, abbiamo tentato un esperimento di metempsicosi. L’essenza delle pietre è trasmigrata in altrettanti tarocchi. A ogni carta corrisponde una pietra, un arcano. Ne gireremo tre alla volta. Li interpreteremo e faremo la nostra divinazione in chiave di racconto. Al termine di questo viaggio màntico metteremo a disposizione le carte e le interpretazioni per il download in modo che tutti possano divinare senza di noi, medium da strapazzo. Che gli spiriti di Carl Gustav Jung, Wolfgang Pauli, P.K. Dick e Albert Hofmann guidino i nostri passi.

Venghino, venghino, siore e siori, Madame Gualbruja vi attende…

 

Wilma si sveglia con un sapore metallico in bocca. Forse è stato il vino di ieri sera, tra una chiacchiera e l’altra in videochat ha finito la bottiglia, non è più abituata. O forse è il poco movimento, o entrambe le cose.

Soles occidere et redire possunt / nobis cum semel occidit brevis lux / nox est perpetua una dormienda. Dall’altra stanza le giunge la voce un poco petulante di Filippo, che non rende onore ai versi di Catullo. Suo figlio è già sveglio davanti al portatile per la lezione di latino, che oggi doveva essere alla prima ora. Lo sente sempre più distante, da un po’ di tempo a questa parte, ma a sedici anni è normale, no?

Si trascina in bagno e poi in cucina a preparare la moka. Sul balcone opposto al suo, la vicina stende un pigiama osceno. Ieri l’ha vista rientrare in compagnia di un tizio che non aveva mai visto prima. Alla faccia delle norme di sicurezza.

Mentre aspetta che esca il caffè, scorre distrattamente i messaggi al cellulare e le prime mail della giornata e intanto ripensa alla discussione di ieri sera. Senza quasi che se ne accorgesse, le chiacchiere hanno preso una piega strana. Parlavano di uomini, in maniera scherzosa le sembrava, eppure c’era una vibrazione, un non detto, fino a quella frase di Olga: Tanto Alberto l’ha capito che le cose leggere non ti interessano.

Che cavolo ne sa Olga di quello che ha capito Alberto di lei? Ne ha parlato con lui? Non le risulta che Alberto si confidi con Olga, eppure quella battuta non sembrava buttata così tanto per dire. Avrebbe dovuto chiederle subito, però così alla sprovvista non le è venuto, non ci ha dato peso. Ma adesso, snebbiata la mente dall’alcol, prova fastidio.

Nella casella ci sono tre email, il suo ex marito che le chiede di pazientare un’altra settimana per l’assegno, figurarsi. Dovrà bussare per l’ennesima volta a denari a sua madre. Una prospettiva che non la rende felice. La seconda mail è la conferma del pagamento semestrale dell’abbonamento a Netflix, la terza è uno di quei messaggi ricattatori che fingono di averti hackerato la videocamera e minacciano di diffondere video di te che ti masturbi davanti a Pornhub. Lo manda una tale Madame Gualbruja. Wilma però non usa Pornhub, quindi è abbastanza sicura che siano scemenze… A guardar meglio, questa mail ha qualcosa di insolito. Madame Gualbruja non chiede soldi o bitcoin e in realtà non minaccia nemmeno. L’inizio del messaggio è accattivante.

Fai attenzione a queste parole: tu non mi conosci, ma io conosco te e conosco meglio di te le cose e le persone a cui tieni. L’indolente sedicenne che vive confinato nella sua stanza mentre tu leggi questo messaggio in cucina. I problemi di mantenimento che ti dà il tuo ex. E poi conosco Alberto e so perché finge di non essere interessato a te.

Vuoi capire se è l’uomo che aspettavi? Segui questo link…

Come diavolo fa a sapere tutte queste cose? Non ha nemmeno finito di porsi questa domanda che ha già cliccato sul link.

Viene trasferita in una chat room dallo sfondo nero. Il cursore lampeggia davanti al nome di Madame Gualbruja e poi si mette in movimento, spinto dalle parole.

Madame Gualbruja: Sei venuta, alla fine. 

Wilma: Chi sei?

Madame Gualbruja: Sei di certo più interessata a scoprire chi sei tu. Un giro di tarocchi?

Wilma: Quanto mi costa?

Madame Gualbruja: Ti costerà fiducia, ma mi pagherai più avanti.

Da un punto in alto a destra, una dietro l’altra volteggiano tre carte fino al centro dello schermo.

Madame Gualbruja: Ecco i primi tre tarocchi per la divinazione.

Madame procede a interpretare le immagini che si sono disposte longitudinalmente, dall’alto in basso. Le sue parole si allungano e vorticano come una spirale silenziosa e ipnotica sul video.

PRIMO TAROCCO. ARCANO MAGGIORE: IL BUEN RETIRO

XIII arcano. Il buen retiro.

Il ritiro dal mondo. Il mondo che si ritira, l’oggetto si sottrae al soggetto, entrambi diventano ectoplasmi. L’apocalisse è immanente. La natura fa il suo corso, la vecchiaia torna debole, la giovinezza forte. Delfini nei fiumi, polpi giganti nei canali, cervi nei parchi cittadini, persone imbambolate davanti al flusso di in-coscienza, allo streaming of non-consciousness. In clausura si scruta nell’abisso.

Il Buen retiro rovesciato: l’abisso scruta noi.

Era quasi scontato che uscisse per prima questa carta: la tua forzata clausura, innanzitutto. Ma quanto è davvero forzata, in effetti? Non hai la sensazione sottile che qualcuno, qualcosa, ti avesse già preparato a tutto questo? In fondo, a parte i primi giorni di scoramento e angoscia, a poco a poco ti sei tranquillizzata, tesoro. In fondo ci sono le consegne a domicilio, ci sono i social, c’è Netflix. Hai pure più tempo per pulire la casa… È cambiato davvero così tanto?

#iorestoacasa #andràtuttobene Pensa una cosa per volta e solo al presente. Non va meglio, così? Del resto ti eri già abituata a farlo da un po’ e un oblio confortante ti accompagna da tempo, un distacco graduale dalle ansie del mondo. Prova a pensare all’ultimo commento in rete che hai fatto, all’ultimo like che hai messo a una foto, pensa a quella foto e prova a ricordare dov’eri quando ci hai cliccato su, cosa c’era attorno a te nel mondo reale. Ti viene in mente? No, vero? Niente. Ecco…

SECONDO TAROCCO. ARCANO MAGGIORE:  IL SICOFANTE

VIII arcano. Il Sicofante.

Gli occhi sono le spie dell’anima. Scrutano, guardano, osservano. Sono cattivi, sono buoni, fingono di non vedere, sono favorevoli o sfavorevoli. La sclera di porcellana, la pupilla di onice, l’iride prosciugato. Quelli della mente sono ciechi, quelli alle finestre sono attenti. La piscopolizia vigila. Se vedi qualcosa, di’ qualcosa.

Il Sicofante rovesciato: occhio per occhio, dente per dente.

Ora, dopo mesi di clausura, devi riabituarti a uscire, con le dovute cautele. Metti la mascherina anche quando non serve, meglio abbondare, perché siamo un popolo di indisciplinati e bisogna dare un segnale forte, vigilare su noi stessi, vigilare sul nostro vicino. Ti sorprendi a interessarti degli altri molto più di prima. Adesso che ti è chiaro che dal loro comportamento dipende la tua sorte, che alle loro cattive abitudini è appesa la tua salute, che dal loro rispetto discende la tua sicurezza, ora sì che ti interessano. Avevi mai fatto caso a come si veste la tua dirimpettaia, a che ora rientra la sera e con chi? Be’, adesso sì. Perché adesso conta, soprattutto adesso, che dopo settimane e mesi in casa, riprendi timidamente a mettere il naso fuori. E la prima cosa che fai quando esci è prendere la macchina. Con la mascherina.

TERZO TAROCCO. ARCANO MINORE: L’APPAGAMENTO. ROVESCIATO.

I arcano. L’Appagamento 

La dopamina ronza elettrica, i neuroni sono filamenti al tungsteno di lampadine impazzite. Un like, una scossa, un commento un bagliore, un retweet una scarica. Non basta. Piccole overdosi a incandescenza. Voltaggio troppo debole per fulminare, troppo forte per fermarsi. Sei anni di vita davanti allo schermo, sei anni di vita a scrollare, sei anni di vita a capo chino.

L’Appagamento rovesciato: la crisi d’astinenza, il fallimento di sistema. Errore 404.

Hai proposto a tuo figlio di uscire con te. Guanti, mascherina e un bel giro in auto per vedere finalmente un pezzetto di mondo, dopo tanto tempo. Ma lui si è mostrato indifferente, anzi, quasi infastidito. Troppo sbattimento, mamma, i dispositivi di protezione personale, il distanziamento da mantenere, il caldo. No, io resto qui, tanto è uguale. Ma sei sicuro? Sì ma’ tranquilla, io sto a posto.

Curioso come i giovani, che rischiano meno, siano i primi ad autorecludersi, si chiudono nelle loro stanze, si chiudono in se stessi, coccolati dal silenzio delle istituzioni che non si ricordano mai di loro nei decreti ministeriali. Mentre i vecchi, ben più esposti ai rovesci dell’esistenza, scalpitano per avere spazio e stare ancora in prima fila. Sono i vecchi, del resto, il motore economico del paese, è grazie alle loro pensioni che i giovani stanno a galla. È a causa delle loro pensioni che ai giovani è negata qualunque altra cosa che non sia stare a galla. Lo scontro generazionale rimane sotto la traccia della pigra convenienza.

Ma che cazzo dice questa?, pensa Wilma. Eppure con un brivido di inquietudine si rende conto che non una parola, tra quelle che Madame ha detto, è andata fuori bersaglio. Parla della situazione in generale, certo, cose che sanno tutti, ma anche di lei, del suo intimo.

Madame Gualbruja: Passiamo ad altre tre carte, adesso. Sono sicura che Alberto non si farà attendere…

 

Io non sono mai stato qui (una non recensione di Voi Non Siete Qui)

Più riguardo a Voi non siete quiUno, due, tre, prova… prova. Prova. Mi leggete? Nessuno mi aveva detto che avrei dovuto fare così per comunicare con i morti, potevate anche avvertirmi. Ma che… Quest’affare non funziona… Ne è sicuro? A me non sembra.

Sa. Sa. Uno, due, tre, Riproviamo. Mi leggete? A quanto pare mi leggete. Come faccio a scrivervi, come spiegare che voi non siete qui, che io sono vivo e voi siete morti?

Se davvero riuscite a leggere queste righe, significa che vi trovate in uno stato di sospensione, una specie di cuscinetto che attutisce la caduta nell’oblio prima della morte definitiva, questo non toglie il fatto che siate morti e che il limbo in cui vi trovate si chiami Messina.

Come sarebbe a dire che non posso scrivere una cosa del genere? Perché? Che c’entra che non possono capire ‘sta cosa del limbo? Ma se me l’ha detto lei che…

Ah, mi sa che sto solo perdendo tempo. Parlare con i morti… Come tecnicamente morti? O lo sono o non lo sono. A me ‘sta cosa sembra solo un’altisonante, ridicola cazzata. E poi se possono leggere perché non ascoltare?

Più confuso? Più confuso cosa?

No, non mi calmo. Non c’è nulla per cui calmarsi. Sono già calmo. E poi, lei lo ha mai fatto? Intendo ‘sta cosa di scrivere ai morti o come si chiamano? Continua a leggere

Dream Machine (interludio 1)

Wunderkind (intervista)

Immagine di Wunderkind
È una moneta d’argento a sconvolgere l’esistenza di Caius Strauss, gettata nella Senna o sepolta tra i rifiuti torna sempre in mano al ragazzo. La moneta è la chiave per accedere al Dent de Nuit, il quartiere fuori da ogni mappa; un mondo oscuro in cui si annidano personaggi letali, orrori indicibili e luoghi come la libreria Cartaferina, che vende oggetti capaci di realizzare i desideri a prezzo del sangue. In una Parigi sinistra e misteriosa, una rivelazione attende Caius: lui è il Wunderkind, il ragazzo per cui gli abitanti della città nascosta sono disposti a morire e l’uomo dalla faccia di luna, che gli ha dato la moneta, è disposto a uccidere. Tra Neil Gaiman, Terry Gilliam e Clive Barker, Una lucida moneta d’argento, da oggi in libreria (Mondadori, p.p. 390, euro 17), è il primo capitolo della trilogia del Wunderkind, sorprendente esordio del bolzanino D’Andrea G.L. L’ho incontrato.
Una lucida moneta d’argento esce per Mondadori ragazzi ma in una collana crossover…
Non l’ho scritto come libro per ragazzi e come tale non viene neppure presentato dall’editore, se ci fa caso. Contiene immagini forti, viscerali. L’esperienza mi ha però anche insegnato che non sempre quello che io reputo “duro” o “violento” lo sia anche per gli altri. Sandrone Dazieri ha detto che il Wunderkind è come il Monopoli, dai 14 ai 99. Ognuno poi a seconda dell’età, trova di che divertirsi.
Come è nata la trilogia?
Domanda difficile. Non c’è un momento preciso, è stata più la conseguenza di alcune riflessioni, immagini e personaggi che pian piano sono emersi autonomamente. Come una tela bianca su cui, dal nulla, appaiono dettagli apparentemente slegati fra loro. Poi mi ci è voluto un po’ per capire come incastrare il tutto e quando l’ho fatto mi sono reso conto di aver bisogno di spazi e tempi che un singolo romanzo non mi avrebbe garantito.
Hai già scritto anche gli altri capitoli della saga?
Il secondo volume è già pressoché finito, e in un certo senso anche il terzo e ultimo lo è. Quello che esigo, sia come scrittore sia come lettore, è una coerenza interna: tutto deve tornare, in un modo o in un altro; per questo prima di dare alle stampe il primo, ho lavorato affinché nulla restasse legato al caso anche per il due e il tre. Sono un maniaco del controllo.
Chi è il Wunderkind?
Caius Strauss, il ragazzino in bianco e nero per cui sembra valga la pena uccidere e morire. Ma è anche molto, molto di più.
Come hai lavorato sull’ambientazione parigina?
Ci sono stato. Ma la Parigi a cui mi riferisco è la Parigi che tutti abbiamo in testa, in un modo o nell’altro. Mi interessa quella Parigi se vuole un po’ mitica, non quella in cui vive Carla Bruni. Quando leggo un libro non sono interessato al fatto di sapere se in quella determinata via ci sia o meno quella boulangerie, mi interessa che l’atmosfera della città mi colpisca. Come scrittore tutto il mio impegno è proteso nel cercare di creare lo stesso effetto.
Come hai creato il Dent de Nuit?
Non l’ho creato, la parola migliore è “esplorato”. Ci sono finito dentro e ogni volta che mi metto a ragionare sul Wunderkind, ci finisco dentro. È un posto sinistro, lo so, ma mi ci sento a casa. A quale immaginario, mitologia, epica fai riferimento? Sarebbe arrogante se rispondessi la mia? In parte lo è, me ne rendo conto. Quello che cerco di fare con il Wunderkind è quello di costruire una mitologia che sia il più possibile aderente alla mia visione del mondo. Adagiarsi su vecchi cliché mi sembra noioso, molto meglio provare ad esplorare nuove strade. Gran parte della sfida della trilogia è questa, ed è riassumibile in quello che diceva Dick: cercare di costruire un universo che non cada in pezzi.
I personaggi spesso prendono una loro strada, sorprendente anche per l’autore…
Forse ti farò sorridere, ma chiederei al protagonista di essere più ubbidiente. Non scherzo. Spesso agisce di testa sua, sfugge completamente al mio controllo. Prende decisioni che sorprendono me per primo. Ed è anche il modo con cui ho scoperto pieghe imprevedibili della storia e quindi, se mi rispondesse ”non se ne parla nemmeno”, non mi arrabbierei più di tanto. Sono della scuola di pensiero per cui se la storia non sorprende me non riuscirà a sorprendere neppure il lettore.
Perché scegliere un canone narrativo come il fantasy?
Perché il fantasy è il proseguimento con altri mezzi della metafisica. Permette di sperimentare concetti ed idee cui la filosofia e la religione hanno abdicato. Concetti come vita e morte, tempo e ricordo, ormai possono essere esplorati – esplorati con la pancia e non come astrazione – solo con un certo tipo di narrativa. Inoltre è l’unico genere che mi permette di mettere nero su bianco immagini che altrimenti resterebbero solo nella mia testa e questo per me viene prima di ogni altra cosa.
Il fantasy viene visto spesso come un genere fine a se stesso. Secondo te potrebbe parlare anche d’altro – penso all’esperimento della collana Verdenero con la Troisi?
L’idea che il fantasy sia un genere fine a se stesso è un’idea molto italiana e smaccatamente provinciale. Non è così. Vuoi un esempio? L’unico modo per capire le innovazioni della fisica di inizio Novecento, di capirne le implicazioni con la “pancia” e non come pura astrazione, è quello di leggere i racconti di Lovecraft. La letteratura inizia nel momento esatto in cui la prima scimmia con una scintilla di intelligenza ha visto per la prima volta la notte per ciò che era. E per capirla ha dovuto popolarla di mostri. In altre parole il fantasy (che non è solo nani, elfi e guerrieri in mutande di peluche) è il primo genere mai esistito. E in quanto tale, parla sempre di “altro”. Detto questo, fantasy è solo un’etichetta e io non mi considero tale. Non nell’accezione italiana del termine. Fantasy è l’Odissea, l’Epopea di Gilgamesh, la Bibbia. Racconti straordinari che usano figure straordinarie in contesti straordinari. Libri che parlano sempre di “altro”.
Come definiresti allora Una lucida moneta d’argento?
Un horror fantasy, un incrocio di molte cose. Un “crossover” come l’hanno definito in quel di Segrate. Credo che la forza del W stia proprio in questa sua ostinata caparbietà nel non voler essere ingabbiato da nessuna parte. Perché se dico fantasy, pensi a Tolkien, se dico horror pensi a King. Ma né Tolkien né King hanno a che fare con il Wunderkind. Gaiman e Barker, di certo, ma come li definiresti questi due? Insomma, sono un outsider e la cosa mi sta più che bene.
E come è secondo te il panorama fantasy – fantastico- horrror italiano?
Ancorato a vecchi modelli e spesso, non sempre, scritto male. Ci sono eccezioni, naturalmente. Personalmente detesto vedere un genere in cui i limiti sono banditi trasformato in una riserva di cliché. Il fantastico permette una libertà infinita, ingabbiarlo non è solo sbagliato, è stupido. Quali sono gli scrittori italiani che apprezzi particolarmente? Pochi in realtà. Valerio Evangelisti, perché trovo la sua critica sociale estremamente intelligente e profonda. Mi piacciono i Kai Zen (ehm, grazie, N.d.A.) perché vogliono raccontare storie d’avventura come nessuno in Italia fa, e cioè divertendosi e divertendo il lettore. E poi Alan Altieri, feroce e cupo come pochi. La sua trilogia di Magdeburgo è stata una gran lettura. Sincopata da mozzare il fiato. Gli autori italiani, in genere, hanno due colpe gravissime. La prima è che si accontentano, non mirano in alto. E poi non riescono a staccarsi dal cliché per cui se non scrivi di cose “reali”, sei un decerebrato. Il realismo, mi fa orrore. È una falsità bella e buona.
Evangelisti è considerato, l’Autore italiano “fantasy”, a torto o a ragione?
Evangelisti per me non è un autore “fantasy”, ma uno dei pochi scrittori a essere veramente dentro la società e la storia moderna. Mostra la realtà come nessuno scrittore “realista” sa fare. Ne svela i meccanismi perversi e non ha paura di esprimere giudizi, anche pesanti, su quanto di malato esista. Ha creato un personaggio negativo che è la somma di tutte le intolleranze del XX e XXI secolo, Eymerich, che per puro paradosso – e qui forse è l’unica vera nota “fantasy” della sua opera – riesce a farci comprendere l’orrore che spesso il mondo ci propone e, peggio ancora, ci mostra come noi tutti ne siamo gli artefici.
Oltre a Wunderkind, c’è altro in cantiere?
Scrivere una trilogia è una faccenda rischiosa perché c’è sempre in agguato il problema del non riuscire a uscirne più. Mi sono dato una regola, tra un volume e l’altro provare a buttare giù qualcosa di diverso dal Wunderkind. Che il risultato poi sia apprezzabile o meno, è un altro paio di maniche. L’importante è uscire, prendere fiato per poi rituffarmi con maggiore lucidità. In pratica scrivo sempre.
Sei un appassionato di musica, quello che ascolti influenza la sua scrittura, e cosa ascolti?
Metal, sono un integralista del genere. È l’unica forma di musica moderna viva e priva di limiti, per questo mi piace. È un genere tutto sommato recente, poco più di vent’anni, ma ha avuto e sta avendo un’evoluzione da lasciare a bocca aperta. Quando scrivo ho sempre un cd come sottofondo, mi aiuta a concentrarmi. Anche se immagino che a qualcuno possa sembrare quantomeno strano. Nel Wunderkind ci sono moltissime citazioni di dischi e gruppi che amo, nascoste in alcuni casi, evidenti in altre.
Il sito dedicato al libro a cosa serve? È solo promozionale?
Ho un rapporto difficile con Internet. Ho un sito dedicato alla trilogia da cui si può scaricare il primo capitolo, come assaggio, e leggere qualche notizia: presentazioni, articoli, recensioni. Poi ho un blog, su cui ogni tanto butto giù qualche spunto di riflessione.
Cosa ne pensi del dibattito sul new italian epic?
Penso che si tratti di un tentativo di alcuni autori di autodisciplinarsi, di trovare una propria via per capire dove direzionare la propria scrittura. Immagino sia un lavoro logorante, e sono ben felice di lasciarlo a chi sa farlo meglio di me. E cioè i critici preparati, anche se è un azzardo cercare di “ingabbiare” il presente, si rischia sempre di fare delle figuracce. Meglio aspettare un secolo o due. Alla fine non è importante il nome, ma il cosa. Che è sempre lo stesso da secoli: raccontare una bella storia.
E del Copyleft?
Credo sia stato poco approfondito, come modalità e come potenzialità, sia dalle case editrici che dagli autori che ne fanno uso. È al centro di un bel dibattito, animato e senza troppe barriere preconcette e pur non facendone parte, devo dire che è un argomento che mi stimola visto che – dopo tutto – si tratta dell’alba di un possibile domani.
Come è stato lavorare con Mondadori da esordiente?
Mondadori è un’enorme macchina da guerra. Un panzer. E come tale bisogna rapportarcisi. Ma ha un cuore gentile. Ho incontrato solo persone splendide, di una professionalità incredibile. Quello che mi ha stupito, e che spesso chi mi ascolta fa fatica a comprendere, è la passione con cui tutti, dai redattori ai correttori di bozze ai disegnatori, lavorano. Persone intelligenti che hanno avuto la pazienza di insegnarmi molto. Dazieri poi… Come autore si muove in ambiti diversi dal mio, è vero, ma è una persona che ha una caratteristica rara: sa entrare nella pelle di uno scrittore e sa come aiutarlo a trovare al meglio la sua identità. Tutto il suo lavoro è improntato su questa ricerca di singole identità che in qualche modo possano trasmettere qualcosa. Non dice questo non lo puoi fare, dice: sei sicuro che non puoi andare ancora più in là?
C’è qualche casa editrice che ti piace più di altre?
Non seguo il marchio, a dire la verità. Un libro può essere buono o cattivo a prescindere dal fatto che sia pubblicato da una grande o una piccola realtà. Se devo fare un nome le direi Meridiano Zero i cui titoli sono sempre scelti con la massima cura. Di certo non leggo i libri editi da case editrici che chiedono contributi da parte degli autori. Lo trovo immorale. E credo che faccia parte di quel vizio di cui dicevo prima: l’accontentarsi. Un titolo che ti ha particolarmente colpito ultimamente? Ho letteralmente divorato Bad City Blues, di uno scrittore che amo molto che si chiama Tim Willocks. Uno che scrive senza pietà e lo fa in maniera molto pulita. È una specie di noir, non è un fantasy o un horror, ma certe atmosfere lo sono.

 

Articolo pubblicato su Panorama.it il 17 febbraio 2009

Pop (it’s lit to pop and nobody is gonna stop!)

Ieri, durante l’incontro emiliano si è parlato di copyleft, creative commons, web 2.0. Si è discusso anche di musica, download e pirateria… Riesumo un vecchio articolo, scritto non ricordo nemmeno più per quale testata. Scuserete la solita citazione adorniana. Adorno ha in effetti rotto le palle, ma in questo caso era quasi irrinunciabile. Comunque, come detto in sede di discussione in quel di Reggio, io non ruberei mai un’autoradio, non ruberei mai una borsetta, ma non costruirei nemmeno mine antiuomo, missili, simulatori di volo per aerei d’assalto…

Quando la musica è ascoltata, il tempo le si rapprende intorno in un lucente cristallo. Ma non udita la musica precipita simile a una sfera esiziale nel tempo vuoto. A questa esperienza tende spontaneamente la musica nuova, esperienza che la musica meccanica compie ad ogni istante, l’assoluto venir dimenticato. Essa è veramente il manoscritto in una bottiglia. (T.W. Adorno, Filosofia della musica moderna)

Cos’è il Pop? Domanda fenomenologicamente incorretta. Ripartiamo.
Com’è il Pop?
Se indossassimo occhiali con lenti colorate percepiremmo il mondo in un modo diverso da quello abituale. Lo vedremmo con sfumature blu o rosse o gialle… Se poi immaginassimo che la scelta del colore delle lenti sia frutto di una determinata cultura, allora ci sarebbe facile capire perché ogni cosa dipenda in realtà dalla gradazione d’iride delle nostre lenti e dall’intensità di luce e ombra dell’ambiente in cui ci troviamo. Per questo, per esempio, la Gioconda in mano agli aborigeni australiani finirebbe come legna da ardere e per lo stesso motivo il cesso di Duchamp in casa nostra sarebbe solo un cesso mentre in un museo è un’opera d’arte.
Ridotto ai minimi termini: punti di vista. L’orizzonte delle possibilità cui andiamo incontro allora è pressoché infinito. Per poterlo esplorare con l’atteggiamento critico necessario, sarà d’obbligo, in questa sede, sospendere il giudizio e lasciare che le risposte si dipanino senza attorcigliarsi vanamente in questioni di propensioni e gusti personali.
Una prima scrematura siamo comunque costretti a farla. Dobbiamo optare per una determinata scansione temporale, onde evitare di partire dal pre war folk americano, di impantanarci in analisi iperboliche sulla arditezze dei Beach Boys o di cercare l’origine del fenomeno nella celebre Sagra di Primavera di Stravinsky.
Quale è allora il punto di genesi che cerchiamo per indagare il Pop?
Uno spartiacque enorme, marcato a fuoco nella storia della musica è l’inizio degli anni ‘90. Il punto di non ritorno da cui tutto ebbe origine: la nascita del compact disc, l’ottimizzazione delle caratteristiche industriali e seriali della musica in quella che Walter Benjamin definiva l’era della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte. Una rivoluzione senza precedenti, quella del digitale, che ha reso il mondo della musica preda di un’esponenziale compulsività. Il consumo si è trovato d’improvviso di fronte a una duplice realtà. Il risorgere dell’industria discografica, salvata dall’economicità, dalla “resistenza alle intemperie” e dalla praticità del nuovo supporto e l’affondamento del feticcio commerciale in sé (il vinile). Tre lustri dopo, il supporto digitale, divenuto casalingamente registrabile, ha affondato il mercato in attesa del colpo di grazia del downloading (sara davvero così?). L’essenza stessa della musica è stata travolta e stravolta. Geneticamente modificata. Com’è il Pop dunque?
Theodor W. Adorno sostiene che standardizzazione dei prodotti, ricezioni distratte, funzioni musicali asservite al profitto sono aspetti indivisibili e occorre mantenere una visione globale di ciò che è musica. In questo modo si condanna il pop senza distinzioni con una concezione della musica, la cui funzione «non è quella di garantire o rispecchiare la pace e l’ordine, ma costringere a far apparire ciò che è posto al bando sotto la superficie, e quindi resistere all’oppressione della superficie stessa, della facciata.» Il musicista insomma sarebbe naturalmente d’avanguardia (non – pop) se in grado di portare in superficie il non detto, il doloroso: la conoscenza.
La musica, da questo punto di vista è linguaggio ma non è linguaggio in altre parole essa «[…] tende, al fine di un linguaggio privo di intenzione: la musica intesa come priva di ogni ogni pensare, mero contesto fenomenico di suoni, equivalente acustico del caleidoscopio. E al contrario essa, come pensare assoluto, cesserebbe di esser musica e si convertirebbe al linguaggio.» Ma Adorno, negli anni ‘50 non poteva presagire che l’unico suono in grado di sopravvivere alla tecnica sarebbe stato proprio il pop, la musica fatta linguaggio. Oggi tutto rientra nella categoria incriminata, dal grind core alla musica colta (ipocritamente isolazionista). Non si tratta più di stabilire cosa sia pop in base alle ascendenze dei musicisti o alle armonie e melodie dei suoni. I confini sono caduti. Tutto è scaricabile, consumabile, masterizzabile. Non si ascoltano più gli album ma i brani e fugacemente. Piccoli grandi juke box portatili sono in grado di amalgamare ore, giorni, settimane, mesi di ascolti distratti. Il pop viaggia di casa in casa, di suoneria in suoneria, di iPod in iPod, spezzato, condensato, ascoltato con disattenzione. L’era del fast food sonoro.
Anastacia, Britney Spears, Robbie Williams ecc (ma anche Merzbow, John Zorn, i Current 93, György Ligeti, i Napalm Death…) non sono altro che alcuni dei tanti paradigmi del fenomeno. A differenza delle popstar degli ‘80 non hanno bisogno di quel lavoro certosino che ha governato la rotta del music business novecentesco: studi di marketing dell’etichetta discografica, lavoro in studio del musicista, ricerca estetica e quant’altro fosse volto alla realizzazione di un prodotto in grado di presentarsi al suo pubblico. I dischi hanno smesso di rappresentare un evento. Nessun fan aspetta fuori dal negozio in trepidante attesa il nuovo album del suo gruppo preferito: può avere la singola canzone già prima della sua commercializzazione. La può avere, e la vuole avere perché l’ha sentita in sottofondo a un pubblicità che lo ha bombardato ininterrottamente a intervalli di quarti di ora. Gli altri brani del disco non gli servono, il suo cellulare squilla a colpi di Sick and Tired, Slave to Love, Millenium… il suo lettore mp3 è saturo di pezzi del genere, li ascolterà a tratti, ne sbocconcellerà uno qua uno là. Il pop, la musica, è un prodotto. Non importa se le doti canore di Anastacia, o chi per lei, siano invidiabili, ciò che conta è che sia consumabile celermente. Ce lo hanno reso necessario. La colonna sonora della nostra vita non è più una questione di sensazioni, ma semplicemente di dovere. Dover possedere quel brano o quell’altro ed esibirlo quale status.
Le industrie discografiche piangono lacrime da coccodrillo. Il download e lo scambio di musica in rete rientrano in un meccanismo perverso. Ogni volta che ascoltiamo una canzone ci viene in mente la reclame di cui è “testimonial”, e così ogni volta che suona un telefono, che entriamo in un bar, che un amico ci masterizza un cd… Non solo vendono il disco (che ormai è assolutamente marginale) ma vendono anche la suoneria, il logo, il prodotto, il modus vivendi dello spot, il look della pop star con tutti gli accessori… Inutile quindi che fingano disperazione per la fine del mercato. Le grandi etichette sono proprietarie di quelle piccole e fanno parte di corporation più grandi che ci vendono praticamente tutto, dai rossetti alle testate nucleari. Creano in noi la necessità dell’inutile. L’effimero, quintessenza della pop music, si insinua nella quotidianità. Riempie i nostri hard disk mentali di informazioni, di collegamenti, di file che non siamo in grado di eliminare (come gli slogan o le canzoni degli spot della nostra infanzia – Luisa comincia presto, finisce presto e di solito non… se lo sapete, è la prova che il vosto HD cerebrale conserva informazioni inutili – con la differenza che ormai gli input arrivano in qualsiasi momento e luogo, anche a chi non possiede una TV)
Mentre canticchiamo le canzoni dei Duran Duran, dei Simpley Red, dei Dandy Wahrols ecc., le nostre sinapsi applicano un algoritmo involontario che ci spinge a pensare a una compagnia telefonica, a un’automobile, all’ultima incredibile offerta di un supermercato…
Fantascienza in puro stile Philip Dick? Forse.
Di cosa vi hanno fatto avere bisogno oggi?
Quale accessorio vi hanno reso indispensabile?

Postilla: Comunque ricordate sempre che scaricare e copiare musica è reato, produrre armi, mine antiuomo e missili no… Insomma sentitevi in colpa se avete scaricato illegalmente dei dischi e correte a comprarli, i vostri soldi andranno all’artista di turno e alla sua benemerita casa discografica…

AOL TIME WARNER (Atlantic, Rhino, Elektra, Sire, Asylum, Reprise, Waener Bros., American, Maverick, E.M.I….) = DIRECTV (cooventure) Hughes Electronics Corporation (Genral Motors) + RAYTHEON = RAYTHEON INDUSTRIES: GENERAL DYNAMICS MISSILE SYSTEMS – STANDARD MISSILE COMPANY (TOMAHAWK CRUISE MISSILES, etc.)

BMG (Arista, RCA, BMG…) = Power Corporation of Canada / Pargesa Group / Groupe Bruxelles Lambert = TOTAL FINA ELF / A TOFINA = Hutchinson Worldwide + Barry Controls: RING MOUNTS, SHOCK / VIBRATION ISOLATORS FOR FIGHTER JETS, MILITARY TYRES…

SONY (Sony Music, Columbia, Epic…) (cooventure) US ARMY + University of California = FUTURE COMBAT TECHNOLOGIES INC.: HEAD MOUNTED DISPLAY SYSTEMS, COMBAT SYMULATORS

VIVENDI UNIVERSAL (MCA, Polygram, Motown, Geffen, DGC, Interscope, Universal…) = VIVENDI ENVIRONMENT = FCC (Fomento de construciones y contratas) = ESPLESA: MISSION PLANNING SYSTEM FOR P-3 ORION PATROL AIRCRAFT (LOCKHEED MARTIN) + MISSION PLANNING / BREEFING SYSTEM FOR EFA 2000 TYPHOON FIGHTER JET Eurofighter (BAE, British Aerospace Engineering) = ALENTA, EADS


KZ J