Resistenze in Cirenaica Reloaded

Segnatevi la data: il 22 gennaio, a partire dalle h. 18, al Vag61 di Bologna ritorna Resistenze in Cirenaica. Presenteremo l’omonimo libro autoprodotto, che raccoglie i materiali della giornata del 27 settembre (testi, foto, disegni), integrandoli con altre informazioni, mappe, e stralci della seduta del 1949 durante cui il consiglio comunale votò la rimozione dei toponimi coloniali dalle vie del rione Cirenaica.

Con quest’autopubblicazione inauguriamo la serie chiamata «I Quaderni di Cirene». Dopo la presentazione, cena di autofinanziamento, e dopo la cena, reading con musica. Perché Omar al-Mukhartuttora calunniato dagli «italiani brava gente», cavalca ancora. Altri dettagli a seguire. Ci vediamo in via Paolo Fabbri 110.

A proposito, ma chi era ‘sto Paolo Fabbri, che tutti han sentito nominare per via dell’album di Guccini? Beh, era un grande. Lo sapevate che fu tra gli organizzatori della fuga da Lipari di Emilio LussuCarlo Rosselli e Francesco Fausto Nitti.

Kai Zen & Simone Sarasso a gran velocità verso Bressanone

Domani sera alle 20:00, al centro giovani Connection di Bressanone in via Ponte Widmann l’accoppiata Kai Zen| Sarasso torna a calcare le scene. Dopo New York, Boston e Toronto il Sudtirolo (!).A questo punto non ci resta che (ri)pubblicare un breve estratto da La guerra di Teo, il nostro racconto parallelo al graphic novel di Simone, United We Stand, ambientato proprio ai piedi del Rosengarten e che potrebbe fare il paio con questo  vecchio post.

Dal bollettino della brigata Andreas Hofer, “La guerra di Teo” 17 maggio 2013

Dopo la carneficina di Roverè e la morte di Tetano ci aggiriamo per il rifugio come cani rabbiosi in gabbia. Herbert si è scolato una dozzina di lattine di birra davanti al pertugio da cui dominiamo la valle. È in attesa di qualcosa che non c’è.
Siamo rimasti io e lui per il momento. Ci hanno contattato due ragazzi ladini scampati alla strage di Corvara. Ci raggiungeranno al punto di incontro d’emergenza della Brigata. Il santuario. Continua a leggere

Sistema Sesto

Allora, succede che questo po’ po’ di manzo camionista che risponde al fascinoso nome di Truck Driver (appunto) fu messo al mondo a Sesto San Giovanni, quattro decenni orsono, dove tuttora risiede tra gli sterminati parchi di tigli, faggi e aceri e la profumata aria di montagna che spira libera tra gli ampi, elegantissimi boulevard della cittadina. E succede che cotal cittadina si è meritata di recente la ribalta mediatica per la presunta corruzione politica e territoriale di tipo squisitamente progressista. Sistema Sesto, appunto. Continua a leggere

Io li odio i nazisti dell’Illinois, ma anche la bolzanesità

Questa sera suoneranno gli Zetazeroalfa a Bolzano? Non si sa. Chi ha seguito la vicenda sa che Casa Pound / Casa Italia aveva annunciato o meglio aveva fatto trapelare in via ufficiosa – insomma aveva lanciato il sasso nascondendo la mano – che la band romana avrebbe calcato il palco dalle parti del ex-Lager di via Resia. La strategia dei nostri è sempre più o meno la stessa: alzare un polverone e far parlare di sé. Quella del Lager però è stata davvero una mossa sconsiderata. Dopo anni di torpore la città bomboniera ha risposto e più che puntare i riflettori sui quattro naziskin che animano le allegre serate bolzanine, si è ritrovata a fare i conti con la propria indole antifascista e a scoprire una volta per tutte che l’antifascismo sudtirolese è senza ombra di dubbio “bilingue”. Per chi non conosce il territorio è difficile capire cosa ci sia di inaudito in questo incontro etnico, ma è qualcosa di straordinario.
Bolzano è piccola, pulita e ordinata. Cresce, si dota di università, museo di arte contemporanea, accademia di ricerca scientifica, wi-fi nei parchi e di un’altra serie di piccole e grandi cose che le cominciano a dare aria da città sempre meno provinciale che nel 2019 potrebbe essere capitale della cultura europea (in combinazione – combutta con il Nord Est e Venezia). Il problema è che gli abitanti rimangono gli stessi. La bolzanesità si trasmette di padre in figlio e l’attività principale rimane la frequentazione dei bar. La bolzanesità è il provincialismo – ricco – allo stato puro. Ci sono possibilità, soldi, welfare, benessere, “misura d’uomo”, posizione geografica (la porta d’Europa) eppure la gente rimane inchiodata da generazioni al bancone di un bar.
Nei piani alti, come ovunque nel resto della penisola, si pensa in modo clientelare e negli snodi strategici (salvo qualche eccezione) vengono sistemati funzionari per questioni politiche e non meritocratiche, per questo ti ritrovi a parlare con uno dei massimi responsabili della ripartizione cultura di talk show televisivi come paradigma culturale.
E i fascisti? Che c’entrano i fascisti?
I fascisti a Bolzano c’entrano sempre. Per la questione etnica di cui sopra la maggioranza degli italiani di Bolzano ha sempre votato MSI e derivati in contrapposizione al voto tedesco dato con maggioranza bulgara alla SVP (Südtiroler Volkspartei). I due partiti si sono alimentati per decenni l’un l’altro grazie alla questione dell’appartenenza linguistica.
Ma e i neofascisti? I neofascisti provengono spesso dai quartieri italiani “popolari” (a Bolzano il termine è fuorviante: le case di via Genova per esempio sembrano i bungalow del club med) da qualche anno a questa parte hanno alzato la cresta, o meglio la crapa pelata, e hanno intessuto una rete con Casa Pound, con Radio Bandiera Nera, con il Fronte Veneto Skinhead. Sono pochi ma si danno da fare. Cercano di coinvolgere pubblico giovane con concerti punkrock, rockabilly ecc ecc., e con attività varie (alcune dicono loro di utilità sociale) e hanno base, naturalmente, nell’unico posto che un vero bolzanino ama frequentare: un bar. Sono pochi ma non si fanno molti scrupoli, qualche anno fa in una rissa c’è scappato il morto, e alcuni di quei pochi sono finiti in galera, anche se purtroppo non tutti.
E il concerto degli ZZA? Il concerto, scoperta la bufala del Lager, è stato spostato in discoteca in zona industriale: il Dub. Nomen omen visto che di solito si occupa di dub, afro, raegge e via danzando. Sembra che uno dei proprietari fosse in ferie mentre l’altro conosceva uno dei fasci per vie laterali e non capisse nulla di questioni politiche, al ritorno del socio si è sentito cazziare e ha deciso di cancellare la serata dal calendario. Sarà anche che l’SVP ha annunciato pubblicamente la sua contrarietà allo svolgimento del live e che nessun imprenditore, dico nessuno, in provincia si sognerebbe di inimicarsi la forza politica numero uno che da oltre mezzo secolo governa queste lande. Oltre alle voci sulla gestione del Dub e suoi gestori, ci sono quelle sull’ennesimo spostamento del live in un’altra sede. C’è che dice si terrà all’Ex Life, un’altra discoteca decentrata. I soliti informati dicono anche che la digos sia già in fermento (eh sì anche a Bolzano ogni tanto tocca lavorare, invece che rompere le scatole a qualche quindicenne che si fuma una canna) perché è previsto l’arrivo in città di qualche centinaio di neofascisti (addirittura in pullman) e se il concerto non si tiene potrebbe esserci qualche problema di ordine pubblico. Devo ammettere che c’è qualcosa di affascinante e divertente al pensiero di vedere il centro della città con le sue birrerie chic piene di fighetti, turisti e ragazze conciate come al gran ballo della regina di Svezia, in preda al panico a causa di un manipolo di nazisti ubriachi fradici e pronti a menare le mani mentre gli sbirri in tenuta antisommossa li inseguono di locale in locale…
E l’antifascismo? Ecco il punto ed ecco le note dolenti ovviamente. Ma andiamo con ordine.
In pochi giorni diversi gruppi di persone si sono trovate, all’insaputa degli altri, attorno a un tavolo di un bar, ça va sans dire, a discutere della cosa. La questione del Lager era una bufala ma in effetti era stata una sparata davvero troppo, troppo grossa per non suscitare incazzature e perplessità e come scrivevo più sopra si è rivelata per Casa Pound un boomerang. Volevano attirare l’attenzione? Be’ ci sono riusciti ma hanno in qualche modo risvegliato lo spirito antifascista di questa città che durante la guerra si è trovata davvero tra due fuochi e che se l’è presa in quel posto sia dai fascisti che dai nazisti e che ha avuto una resistenza articolata, complessa e strenua. Senza contare che ha ospitato ben due Lager (via Resia e Gries) che nel corso del tempo si sono rivelati ben più che semplici snodi di smistamento prigionieri (qualche anno fa hanno arrestato in Canada “la bestia di Bolzano” un ufficiale nazista di origine ucraina di stanza in via Resia con la passione per le torture e le morti dolorose).
In maniera disorganizzata attorno ai tavoli dei bar si è discusso di cosa e come fare per rispondere, non tanto alla provocazione di quattro sfigati, ma a un interrogativo che da anni è rimasto sepolto sotto la coltre del benessere e della bolzanesità: c’è qualcuno là fuori? O siamo tutti talmente avvinghiati al bancone del bar, di generazione in generazione, da non essere più in grado di riconoscere la realtà dalla chiacchiera alcolica? (e vi risparmio in questa sede ogni divagazione teoretica sul concetto di realtà).
Ieri, con un’organizzazione minima e un semplice passaparola, una delle piazze centrali della città bomboniera si è riempita di gente. Un presidio antifascista quasi improvvisato, al limite dello spontaneo, per certi versi naif. C’era di tutto, gente di ogni età e di ogni tipo. Punk rurali e signore in dirndl, redskins e ragazze in tacco a spillo, metallari e padri di famiglia con bimbi al seguito. Poche persone della mia generazione. Meno di quelle che speravo. Molti avevano detto sarebbero venuti. Ma è inutile la bolzanesità per chi è nato negli anni ’70 forse ha attecchito, per qualche strana ragione, di più che sugli altri.
Le note dolenti? Be’ questo paese ha un serio problema di metabolizzazione della complessità e della storia, non dico nulla di nuovo o sconvolgente, ma è così. E se il presidio antifascista è stato bello, oltre che un successo date le premesse (il poco tempo, la disomogeneità, la dis-organizzazione ecc. ecc.) e ha avuto un esito insospettato che si trasformerà nel boomerang (ci arrivo dopo) c’è stato anche il rovescio della medaglia.
Mentre la gente si assiepava e si annusava, mentre si scambiava sguardi per capire chi ci fosse e chi si fosse, non è mancato il megafono libero e da lì purtroppo sono partite molte cazzate. Si sono avvicendati nell’ordine, come in un film di Fantozzi, politici sinistrorsi ma nemmeno troppo, sindacalisti zelanti (mi chiedo quanti dei lavoratori “sindacati” da lui ci fossero tra la gente. Scommetto nessuno.), personaggi pseudopubblici e istituzionali vari e un partigiano in là con gli anni. Per fortuna, con emozione visibile, sono intervenuti alcuni ragazzi giovani, giovanissimi, che in italiano e in tedesco hanno detto la loro con schiettezza e veracità. Volevo sentire le loro di voci, non quelle di quei quattro cialtroni pronti al comizio e a dare addosso a Berlusconi attribuendogli una improbabile paternità o una supervisione – protezione di Casa Pound per via di un lambiccatissimo passaggio inerente la politica locale. (D’accordo, d’accordo, il consigliere provinciale del PDL ha detto che non c’era nulla di male nel concerto degli ZZA – sono solo ragazzi che vogliono divertirsi – ma il poveretto non sa cosa dice e di cosa parla… ma credo che il presidente del consiglio se ne sbatta allegramente i coglioni di quattro naziskin e di tutto il fascismo extraparlamentare, anzi del fascismo tout court).
Il partigiano poi, dopo un intervento sconclusionato ma commovente, si aggirava tra la gente e quando qualcuno, durante il comizio del politico sinistroide reduce del ’68 ha commentato “ma perché invece non lasciano la parola ai giovanissimi che sono venuti qui da Merano e da altre città, quello risponde: “no, no. Direbbero quello che gli passa per la testa.” Ora il rispetto per i partigiani è una cosa, stare a sentire una stronzata del genere è un’altra.
Il presente ce lo hanno regalato i sessantottini e i settantassettini, e chi ora da vecchio non vuole lasciare spazio a nessuno, partigiano compreso, che alla notizia – ed ecco il boomerang – che tutti quelli che discutevano sparsi per i bar – tedeschi e italiani – e che si sono trovati proprio grazie a questo presidio e hanno pensato di unire le forze per preparare un evento antifascista il 25 aprile come mai prima in quel di Bolzano, lontano anni luce dalle solite feste a base di intillimani, birra e würstel, bolznesità e provincialismo, ha detto: “faremo una festa dell’ANPI”, impossesandosi subito dell’iniziativa. Insomma anche lui ha una poltrona da difendere. Ma questa volta mi sa che, oltre ai fasci, anche la bolzanesità se ne andrà a fare in culo.
Bella ciao.

Bollettino della brigata partigiana Andreas Hofer, 17 maggio 2013

Kriegsbericht der Alpenjäger-Abteilung Andreas Hofer / Foliet de vera dla Brigade partisan André Hofer

Dopo la carneficina di Roverè e la morte di Tetano ci aggiriamo per il rifugio come cani rabbiosi in gabbia. Herbert si è scolato una dozzina di lattine di birra davanti al pertugio da cui dominiamo la valle. È in attesa di qualcosa che non c’è. Siamo rimasti io e lui per il momento. Ci hanno contattato due ragazzi ladini scampati alla strage di Corvara. Ci raggiungeranno al punto di incontro d’emergenza della Brigata. Il santuario. Ho freddo. Non so se è il brusco calo di temperatura di questi giorni o qualcosa che sale da dentro. Ho cercato una coperta o un giubbotto in alcuni bauli e sotto una branda. Ho trovato la valigia di Davide Guerra. A lui non serve più. Dentro, un beauty-case con spazzolino e dentifricio, un k-way, un maglione, un paio di jeans, una copia devastata de “L’unico e la sua proprietà”, un mazzo di penne bic e un moleskine appena iniziato. Non ho potuto fare a meno di leggere i suoi appunti brevi e confusi. Ho provato un senso di spaesamento. Ho tremato. Cosa sto facendo qui? Non sono l’unico a chiederselo. Riporto quanto ha scritto Davide. Non so perché. Ma sento che devo farlo. Mi rendo conto di quanto poco conosciamo gli altri. Di quanto poco capiamo gli altri. Con Guerra ho scambiato qualche parola da quando è cominciato tutto questo. Non lo conoscevo nemmeno prima, ma sembrava un ragazzo gentile, con una buona parola per tutti. Ora è carne morta. E io sento di dover quasi tirare un sospiro di sollievo. Capirò, se ci sarà QUALCOSA da capire, solo quando tutto sarà finito. Se non mi ammazzeranno prima e se non perderò la testa nel frattempo.

Italiano di merda. Walsche. Ancora con queste cazzate. Se sono qui non è per una questione di patria. E così come me molti altri. Tedeschi, ladini, italiani. È lo stesso. Nessuno di noi, o quasi, ha mai badato a queste stronzate fino a ora. Sono questioni rimaste irrisolte per molti, troppi anni, questioni politiche alimentate da quattro vecchi del cazzo. Fasci da una e dall’altra parte. Menti così strette che al confronto il buco del culo di un passero sembra il tunnel del Brennero. Eppure rieccoci. Italiano di merda. Per cosa combatto? Per il Sudtirolo libero? Libero da cosa? Se ancora i miei compagni, dopo tutto quello che è successo mi chiamano italiano di merda e mi guardano storto. C’è stato un tempo, in cui io, anarchico per gioco, bevevo allo stesso tavolo dei “punk rurali”, ragazzi di lingua tedesca figli di contadini milionari che studiavano filosofia a Vienna e Berlino. Con loro sognavamo una Bolzano diversa. Volevamo un centro sociale occupato, uno come quelli visti nelle città grandi, volevamo concerti, cinema, librerie, musei… parlavamo – in italiano perché io il tedesco lo parlo malissimo anche se l’ho studiato tutta la vita, dall’asilo alle superiori – di libertà, ma non facevamo altro che ubriacarci a caraffe di zibibbo in uno squallido bar del centro o suonare in qualche garage convinti di essere i nuovi Nirvana, convinti che questa città pidocchiosa fosse Seattle. E poi via, chi a Bologna, chi a Innsbruck, chi a Padova e chi a Trento. Chi addirittura a Londra. Troppi soldi. Troppi davvero per un posto che non sa come spenderli, per un posto dove la cultura la fanno le istituzioni, pure quella alternativa. Sbadigli, sbadigli e ancora sbadigli. Qualche chiavata in campagna vicino all’ospedale ma non con le ragazze italiane. Le ragazze italiane se la tirano. Si truccano, si vestono di tutto punto, sono sexy ma non la danno. Mi sono sempre chiesto per quale cazzo di motivo si mettessero in ghingheri, come se avessero un invito per la premiazione degli oscar (del porno) per andare al bar sotto casa se poi, al momento di divertirsi, si tirano sempre indietro… Che città del cazzo. Che posto del cazzo. E allora perché combatto? Per chi? Per cosa? Italiano di merda. Fanculo. Ti sparerei nei coglioni, se non fosse che forse hai ragione. Italiano di merda. Non saremmo mai dovuti venire qui. I miei nonni, con le pezze al culo dal Veneto, in fuga dall’alluvione del Polesine e con la speranza di un lavoro alle acciaierie, con il Duce che regalava loro una casa alle Semirurali, a Shanghai. Che tempi. Ricordo il vecchio che mi raccontava di come dovesse attraversare tutta la città da via Parma fino alla stazione per poi dover rifare lo stesso percorso a ritroso sull’altra riva del fiume per arrivare in fabbrica, perché c’era un solo ponte per attraversare l’Isarco. Ponte Loreto. Ogni volta che ci passo immagino le processioni grigie di operai, con la schiena dritta e lo sguardo fiero, alle cinque del mattino con -15° e il fiume congelato e poi penso a quelli di oggi con la bmw, con le rate della bmw, che con lo sguardo spento e la schiena curva si trovano al New Pub, al Fantasy, al Bar Corso, a La Destra, al Bar8 a brindare alla fine del “governo comunista” più breve delle storia, a gridare “Eia Eia Alalà”. Per chi combatto allora? Per qualche fottuto nostalgico del Kaiser? Per qualche nazista separatista di ‘sta minchia, per i contadini con i soldi che gli escono dal culo – neanche le loro mele del cazzo, pagate con le nostre tasse, fossero d’oro – per i punk rurali che sono rimasti a Vienna e a Berlino a parlare di anarchia e a tirare di speed? Per i miei compagni che mi chiamano Walsche? Per difendere la città bomboniera e i suoi privilegi? Per le bolzanine che se la tirano talmente tanto da averla più secca di una pietraia? Per la sezione ladina della Brigata che è stata spazzata via mentre difendeva i suoi privilegi e suoi alberghi di lusso a Corvara? Fanculo. Combatto perché non posso fare altro. Perché altrimenti la mia vita sarebbe solo un trascinarsi di bar in bar e da quando ho fatto saltare la testa a un fascio mi sento vivo. Teo dice che l’orrore è arrivato. Bene per me l’orrore è stata la vita sotto vetro che ho passato in Sudtirolo. E allora Sudtirolo libero, libero da sé stesso. E quando avrò finito di ammazzare i fasci, ammazzerò anche i miei compagni facendomi saltare in aria assieme a loro. Tedeschi di merda.

RVM 00:00-rec La telecamera inquadra un taccuino chiuso appoggiato su un letto. Le mani dell’operatore lo aprono, la calligrafia è incerta, tremante. Il fuoco va e viene. Zoom sulla parola “libero”. Stop-1:02

Bollettino della brigata partigiana Andreas Hofer, 15 maggio 2013

Kriegbericht der Alpenjäger-Abteilung Andreas Hofer / Foliet de vera dla Brigade partisan André Hofer

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La guerra di Teo

Quando Herbert mi ha detto di sparare non ci potevo credere. Non ero ancora pronto a una cosa così. Così vera. Mi ha detto proprio: “Spara, Teo.” Secco, come se non c’era altro da aggiungere. E in effetti cos’altro si doveva dire? Non c’era modo di addolcire la pillola, di rendere più umano e naturale quello che andava fatto senza esitare. Ho tirato su la glock di mio zio – l’avevo fregata alla sua pregiata collezione di armi storiche, ormai saccheggiata – e preso la mira. Ho preso la mira e ho fatto finta di non sentire. Ho cercato di non pensare, perché sapevo bene che se pensavo avrei cominciato a tremare, e poi chi poteva dire come andava a finire? Ho preso la mira e ho pregato per la salvezza di qualcuno, di qualcosa. Per la salvezza di qualsiasi cosa. Non sapevo bene cosa: ti prego fa’ che qualcosa si salvi da tutto questo, fa’ che l’orrore abbia senso. Non so se mi abbia ascoltato, ammesso che ci sia un ascoltatore.
Ho preso la mira e ho sparato. Fatto quello che dovevo.

RVM 00-00 rec
La stanza è grigia, male illuminata. La telecamera inquadra un tavolo con su una brocca e un bicchiere, poi si sposta nell’angolo a destra. Un ragazzo accovacciato, le ginocchia al petto, singhiozza. Sguardo perso davanti a sé. Ha meno di vent’anni.
Una voce fuori campo recita: “Alboino Ferretti si è reso colpevole di Alto Tradimento. La sua condotta vile ha causato la morte di decine di compagni e un colpo gravissimo alla Brigata Andreas Hofer, compromettendone l’operatività. Per questi motivi l’imputato viene condannato a morte. Sentenza inappellabile da eseguirsi mediante fucilazione. Immediatamente.”
Due uomini entrano nel campo di ripresa sollevano il ragazzo per le braccia. Stacco.
Il ragazzo è in piedi contro un muro. Per terra righe dipinte delimitano i confini di un campo da gioco. La palestra di una scuola. Il ragazzo è ingobbito, le mani una dentro l’altra. L’espressione del volto è assente. L’audio esplode in una raffica. La telecamera sobbalza e si sposta, poi l’immagine torna a fuoco. Il ragazzo è a terra. È scosso da tremiti alle gambe.
Una voce dietro la telecamera impartisce un ordine: “Spara, Teo.”

Un ragazzo, più o meno coetaneo del condannato, entra nel campo di ripresa e si avvicina al corpo a terra. Impugna una pistola automatica. Punta alla testa per il colpo di grazia. Esita. Ancora la voce da dietro la telecamera: “Spara, Teo.” stop 12-34

 

Bollettino della brigata partigiana Andreas Hofer, 14 maggio 2013

Kriegbericht der Alpenjäger-Abteilung Andreas Hofer / Foliet de vera dla Brigade partisan André Hofer

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La guerra di Teo

Non ci posso pensare. I compagni più anziani dicono che la guerra è fatta anche di queste cose. Che ce ne sono a pacchi, anche se uno non se le aspetta. Ti aspetti di morire, ma non ti aspetti questo…
Cercavamo un’azione dimostrativa e proprio Tetano ce l’aveva offerta. Prima ne aveva parlato con me e Ludwig. Era roba grossa, così lo abbiamo portato al comando della Brigata. Suo fratello Manuel presta servizio alla caserma del Genio di Roverè della Luna, appena oltre frontiera. In molti lì dentro starebbero dalla nostra parte, compreso Manuel, ma il comandante del reggimento è un testa di cazzo, fedele alla patria che manco un carabiniere. Manuel si è offerto di organizzare un turno di guardia in caserma con tutta gente fidata, gente che sta con noi. Primo turno di notte, mezzanotte quattro del mattino. Con i suoi ragazzi a presidiare la caserma, potevamo entrare senza sparare un colpo, occupare il posto e cacciare a calci in culo il comandante.
Ci muoviamo in settanta, dieci squadre da sette. Passiamo la frontiera e ci appostiamo nei pressi della caserma. Tutti sanno già cosa fare. Due squadre per tenere a bada ogni Compagnia, una squadra per il Comando, una per l’armeria, una per il parcheggio automezzi e l’ultima di guardia fuori dal perimetro. Entrare è facile come previsto. Io, Tetano, Ludwig, Herbert e gli altri della mia squadra dobbiamo prendere possesso della Compagnia Comando e Servizi, che poi dovrebbe essere una passeggiata perché è la Compagnia di Manuel, e Tetano ci ha detto che sono tutti con noi tranne un paio di reclute poco affidabili. Entriamo di corsa e li buttiamo giù dalle brande. Tutti in mutande e nel centro del corridoio, mani sulla testa. Giusto per non rischiare. Mentre Ludwig comincia a parlare per spiegargli cosa è venuta a fare la Brigata Hofer nella loro caserma, avverto una specie di vibrazione dai cessi in fondo. Tutti insieme, come richiamati da un ultrasuono, i soldatini in mutande si buttano per terra. Sanno qualcosa che noi non sappiamo. Faccio appena in tempo a voltarmi e vedo uno sbarramento di fuoco.
Diavoli in mimetica che sparano altezza uomo. Io e Herbert riusciamo a rintanarci in una camerata e rispondiamo al fuoco, ma la maggior parte di noi viene falciata. Mi volto indietro e vedo Ludwig a terra: la testa gli è esplosa. Poi vedo una cosa strana: Herbert che spara a una gamba di Tetano e se lo trascina fuori dalla finestra mentre urla come un maiale. Vorrei anch’io trascinare Ludwig con me ma non posso. Anch’io salto giù da una finestra: farlo è più facile che dirlo, la Compagnia Comando sta al piano terra. Raggiungo Herbert che sorregge Tetano ormai svenuto. Non è tempo di chiedere spiegazioni, è tempo di schizzare via. La caserma è una trappola per topi e i topi siamo noi. L’unica è fregare un mezzo pesante e sfondare il cancello con quello. Grazie a Dio Herbert una volta guidava i TIR. Per strada riusciamo a raccattare una quindicina di disperati come noi: la scena che abbiamo vissuto si è ripetuta simile per ogni squadra. In giro è tutta una caccia all’uomo. È ovvio che ci stavano aspettando. Saliamo su un autocarro semicorazzato e perdio sfondiamo di brutto. Mentre usciamo, col motore che urla fuorigiri, mi metto pure a mitragliare all’impazzata.
Più tardi, in uno dei rifugi del Monte Alto, Herbert dice poche frasi, pesanti e profonde come tombe. Dice: L’ho visto. Dice: Si è buttato giù in anticipo, insieme agli altri soldati. Dice: Sapeva già tutto, ci ha attirati in trappola. Dice: Deve morire, chiaro.
Chiaro che deve morire, chiaro. Come è morto Ludwig. Per pagare la morte di Ludwig, deve morire Tetano. I miei amici di una vita che non c’è più.
Tetano non ha nemmeno la forza di negare. Riesce solo a piangere e a dire Siete pazzi. Non sono io che tradisco voi ma voi che tradite l’Italia! Cazzo, peggio di un carabiniere. Che tristezza.

Bollettino della brigata partigiana Andreas Hofer, 7 maggio 2013

Kriegbericht der Alpenjäger-Abteilung Andreas Hofer / Foliet de vera dla Brigade partisan André Hofer

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La guerra di Teo

Settimana scorsa abbiamo ritrovato Tetano! Durante il periodo del golpe se l’è vista brutta. Era a casa dei suoi a Bressanone e lì il consiglio comunale si è schierato a tempo zero coi golpisti. I nazi figli di troia hanno organizzato subito un servizio d’ordine che manco sotto Mussolini. Ne sono arrivati anche da oltrefrontiera, austriaci e dicono anche qualche bavarese. Prima si prendevano a legnate coi fascisti, ora con loro ripropongono la vecchia accoppiata. Un casino totale che dura ancora oggi. Hanno messo pure il coprifuoco con tanto di ronde su fuoristrada muniti di fari brandeggianti per la ricerca notturna. Lo hanno preso mentre tornava da casa di un’amica. Tetano! Il decano dei vergini senza speranza aveva beccato una donna giusto sotto coprifuoco. A quanto pare il pericolo imminente e la svolta autoritaria impressa dai nazi produce un certo effetto afrodisiaco in alcune giovani donne facilmente impressionabili. Buon per lui. Per la legge del contrappasso però il paradiso si è trasformato in fretta in un inferno con tanto di diavoli e torture. I bastardi dovevano averlo capito subito che Tetano era in giro per i fatti suoi, non ha la faccia di un rivoluzionario pericoloso. Però fra i nazi ci ha raccontato che c’era un vecchio compagno di classe di suo fratello maggiore, uno con cui ovviamente suo fratello si odiava. Anni prima gli aveva pure dato una bella ripassata durante una ricreazione finita a mazzate nelle gengive (le mazzate del fratello di Tetano alle gengive del nazi). E ora com’è nell’ordine naturale di questo mondo infame la ruota aveva girato. Il nazi se lo era portato dentro una stanzetta proprio al municipio, e insieme a un paio di compari suoi gli avevano fatto un po’ di servizietti. Lo avevano frustato (ha dei segni da paura), picchiato e bruciacchiato con le sigarette. Poi, quando per l’ennesima volta gli aveva spergiurato di essere stato solo a scopare con la morosa, avevano messo una pentola d’acqua a bollire. Tetano dice che peggio della tortura sono stati quei venti minuti di attesa che l’acqua bollisse. Non gli avevano fatto niente, in quei venti minuti, nemmeno gli avevano parlato. Solo lui e il pensiero di cosa stavano per fargli. Non sapeva cosa, e questo aggiungeva paura a paura. Alla fine gli avevano strappato calzoni e mutande di dosso e lo avevano messo seduto nudo sulla pentola. Bidé a cento gradi. Giuro che il primo nazi che catturo glielo restituisco con gli interessi.

Tetano adesso è con noi.

Bollettino della brigata partigiana Andreas Hofer, 30 aprile 2013

Kriegbericht der Alpenjäger-Abteilung Andreas Hofer / Foliet de vera dla Brigade partisan André Hofer

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La guerra di Teo

I  fasci sono durati lo spazio di un mattino, d’accordo. Giusto quindici giorni di follia e poi il ritorno della vecchia Italia. Meschina e immobile. Tradizionalista e rincoglionita. Impantanata nella sua storia millenaria. Troppo pesante da sopportare, troppo complessa da ricordare e da capire. I vecchi errori saranno ribattezzati come nuove ispirazioni. Ma sarà sempre la stessa merda. Così dice Ludwig, così dicono moltissimi altri. Hanno avuto ragione fin qui e allora perché dovrebbero sbagliare proprio adesso? Non si torna indietro. Democrazia o dittatura non cambia niente. Il Tirolo ce lo siamo ripreso e ce lo teniamo, le frontiere rimangono chiuse e ce ne andiamo per i cazzi nostri! SUDTIROLO AUTONOMO E LIBERTÀ!

Adesso ci vuole un’azione di forza, dimostrativa.

La Guerra di Teo – un’immagine a firma Daniele Rudoni

 

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