Dieci anni di Strategia

Correva l’anno 2007 quando svelammo (e sventammo, almeno per un po’) i piani dell’Antica Segreta Società dell’Ariete: un granello di polvere nelle placide sabbie del tempo. Un decennio dopo riapriamo i vasi canopi, restituendovi accesso al sito rizomatico che si era perduto nei meandri misteriosi della rete e naturalmente al nostro allegorico romanzo. – Di cos’era poi l’allegoria? – Che Khnumm possa vegliare su di voi. Anzi siamo sicuri che lo stia già facendo… E ricordatevi sempre che «chi incontra il Demone muore, chi non muore diventa schiavo, chi non diventa schiavo diffonderà il demone.»

Qui il pdf: sda e qui anche in epub e mobi: http://www.kaizenlab.it/senzablackjack.html

e qui una guida alla scoperta della Strategia di Wu Ming 2

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The Ufficio files – Intro

funny-toilet-paper-wheres-your-god-nowMi sapete autotrasportatore al volante di un bestione Scania.

Corretto.

Ma tengo stretta dentro un’anima da impiegato amministrativo – ‘mbè? C’è chi sogna di essere surfista o avventuriero, io sogno invece di essere un tranquillo, abitudinario impiegato amministrativo; non fate adesso i nazisti dell’immaginario, per cortesia – e spesso mi confronto con tale eccitante categoria. Mi piace. Continua a leggere

Io sto con gli zingari…

Fin da bambino, purtroppo, sono stato abituato a sospettare di quelli che venivano identificati  come “zingari”.  “Stai lontano che quelli ti rubano i soldi” “Non farti prendere che poi ti rivendono all’estero!” Ecco, frasi di questo tipo rendevano solida e reale la mia paura verso quei ragazzetti dalla faccia sporca e i vestiti sgualciti che vedevamo aggirarsi in piccoli gruppi per la città. Io sono nato e cresciuto a Bolzano, non certo la città più ospitale d’Europa, forse la più pulita e ordinata, una città che comunque ha sempre nascosto sotto la sua patina di cortesia e civiltà una diffidenza e spesso un odio per tutto ciò che è diverso e incomprensibile. E agli occhi di bambini come noi, ben vestiti e anche un po’ viziati, gli “zingari” erano diversi e soprattutto incomprensibili: non capivamo i loro sorrisi, ci metteva a disagio la loro spigliatezza, ci infastidiva il loro vestire da pezzenti. Ero bambino, quindi forse scusabile, ma ora, trent’anni dopo, mi accorgo  che la situazione è drasticamente peggiorata. Nessuno in Italia sembra più avere a cuore la sorte di queste persone e quasi nessuno sembra più interessarsi ai loro problemi, alle loro difficoltà di vivere in un paese che li ha dimenticati. Avrete notato che fino ad ora ho messo la parola “zingari” fra parentesi perché in realtà è un termine errato. Perché? Prima di tutto perché si tratta di un eteronimo. Cioè di un termine attribuito dall’esterno, imposto. Quindi comincerei col chiamare le persone con il loro nome.
La parola “zingaro” di per sé non è dispregiativa, come non lo sarebbe la parola “negro”. Negro, una volta, non era un dispregiativo. Ora lo è diventato. E se il termine “zingaro” non avesse un carattere negativo? Potrebbe pure essere corretto se nella trattazione ci si riferisse ad un insieme di gruppi molto eterogenei tra loro per lingua, cultura, valori, modi di vita. Se si vuole invece far riferimento a gruppi particolari, è appropriato utilizzare termini più specifici.
Se vogliamo riferirci ai gruppi presenti storicamente in Italia, dovremo parlare di rom e sinti. Ogni gruppo ha poi denominazioni specifiche. Ci sono i rom napulengre (di Napoli), i rom abruzzesi, i sinti piemontesi, lombardi, veneti, teich (tedeschi), marchigiani, emiliani. E poi ancora ci sono i roma harvati, detti anche istriani o sloveni, anch’essi cittadini italiani dal secondo dopoguerra. Rispetto a questi ultimi, infatti, va considerato che il rimescolamento geografico dei rom e sinti europei a causa delle due guerre mondiali è stato forte. Durante il nazifascismo, poi, sono stati deportati e sterminati, per non essere infine riconosciuti come vittime di persecuzione razziale neppure al processo di Norimberga.
Quindi vi accorgete da soli quanto è fuorviante e sbagliato chiamarli “zingari”. E invece quanto è sbagliato avere dei pregiudizi nei loro confronti? E poi siamo sicuri che tutti quelli che crediamo “zingari” lo siano veramente e viceversa??

Risponderò a queste domande con le parole di Lorenzo Monasta, un dottore in epidemiologia che da anni studia i rom e i sinti e che sull’argomento ha scritto diversi libri:  “in realtà la stragrande maggioranza dei rom e sinti che vivono in Italia vogliono integrarsi. Ed è un dato di fatto. Se solo fossimo capaci di ascoltare, ci verrebbe detto da loro stessi.
Se inoltre fossimo capaci di vedere, ci accorgeremmo che quelli che noi etichettiamo come “zingari” sono solo una parte dei rom e sinti presenti in Italia. Molti rom e sinti sono assolutamente “integrati” e mai si sognerebbero di andare a dire in giro di essere “zingari”. Hanno una casa, un lavoro, le donne non portano le gonne lunghe. Nessuna di queste caratteristiche in realtà è fondamentale per essere rom o sinti.”
Ma se chiedessimo all’italiano medio chi sono i rom e cosa ne pensa ci accorgeremmo che nel 79% dei casi risponderebbe che sono rumeni scappati dal loro paese e per vivere fanno i ladri e mendicano e quindi sono sporchi e pericolosi e per questo andrebbero cacciati. Una risposta chiara, semplice. E agghiacciante. E purtroppo ho sentito spesso anche in ambienti dove la tolleranza e la cultura dovrebbero essere di casa, vedi centri sociali oppure sedi di partiti di sinistra, parlare male degli “zingari”, dei rom. Fra l’altro tengo anche a precisare che il termine rom non centra nulla con il paese Romania. Rom è l’autonimo che la maggioranza della popolazione di lingua romanes/romani originaria dell’India del Nord utilizza per denominare il proprio gruppo. Si ritiene che questo termine sia strettamente correlato all’etnonimo Ḍom/Ḍomba, la cui prima apparizione nei testi sanscriti risale al “Sádhanamálá” (VII secolo d.C.), dove viene narrata l’esistenza di un re Ḍom, Heruka. Questa ipotesi si basa sull’analogia tra la popolazione dei ḍomba o ḍomari (in sanscrito ḍoma, ma anche Domaki, Dombo, Domra, Domaka, Dombar e varianti dalla stessa radice), ed i dom, un gruppo etnico dalle caratteristiche sedentarie e nomadiche del Medio Oriente. Tra le varie ipotesi, una delle più suggestive indicherebbe nella radice sanscrita Ḍom, onomatopeicamente connessa al suono del tamburo, che in sanscrito corrisponde alla parola Ḍamara e Ḍamaru, l’origine del termine.

E allora, alla fine, quale futuro potrà esserci per loro nel nostro paese? Verranno cancellati dalla storia come qualcuno in Europa propone in modo subdolo e meschino oppure saranno di nuovo costretti a tornare “nomadi” e vagare all’infinito per terre straniere?  Come già accennato, nel secolo scorso i nazisti tentarono di sterminarli nei lager, quel momento si identifica in lingua romani col termine porajmos, devastazione. È un po’ l’equivalente della Shoah per gli ebrei. Si calcola che mezzo milione di nomadi di ogni paese ne siano stati vittima. Non sono in grado di sapere se e per quanto ancora i nomadi verranno bistrattati e emarginati dalla nostra società, penso solo che chi non è più voluto da nessuno e non trova pace e una casa debba sentirsi solo e a disagio e per questo meriti tutta la nostra attenzione, comprensione e aiuto. A tal proposito mi piace sempre ricordare le parole di Martin Niemoeller, un pastore morto pochi anni fa: Quando presero gli ebrei non dissi niente; non ero in effetti un ebreo/ Quando presero gli zingari non dissi niente: non ero in effetti uno zingaro/ Quando presero i comunisti non dissi niente, mica ero comunista/ Quando presero gli omosessuali non dissi niente, mica ero omosessuale/ Quando presero i socialisti non dissi nulla: non ero socialista/ Quando presero me, non c’era più nessuno che avrebbe potuto dire qualcosa.

FONTI:

LORENZO MONASTA in:

http://solleviamoci.wordpress.com/2008/06/02/i-pregiudizi-contro-gli-zingari-spiegati-al-mio-cane/

TULLIO DE MAURO in:

INTERNAZIONALE n°746  – “L’Italia e gli zingari” pag.19

Io li odio i nazisti dell’Illinois> narrazioni> Parco delle Palme di Lorenza Colicigno

mein_kampfParco delle Palme
(Il racconto di Lorenza Colicigno prende spunto da una protesta realmente accaduta in un condominio. )

Il palazzo A era ugualissimo agli altri cinque costruiti nel cosiddetto Parco delle Palme. Una volta in quel preciso punto c’era un largo spiazzo in cui chissà quando qualcuno aveva piantato una palma, e questa, grazie alla sua resistenza, ora trionfava al centro del cortile in tutta la sua rigida lunghezza tra le rigide pareti dei condomìni. Facile confondersi, da qualunque punto di osservazione, infatti, il cortile con palma si specchiava nelle finestre schierate in parata, panorama esotico interrotto dalle distese di panni, bandiere ufficiali del popolo condominiale.
Il Parco delle Palme (ma la palma era solo una, in verità) era un autentico esempio di architettura residenziale del Novecento, nato con ambizioni borghesi, ora non più che un dormitorio per nuovi e vecchi poveri. Ma nessuno lo avrebbe mai ammesso, ovviamente.
Al mattino i palazzi riversavano i loro fiumi in piena verso la città, a sera ingoiavano i flutti, quasi prosciugati di vita, dispersi o in rivoli o cascatelle, pronti per il concerto dei campanelli (perché i mariti non si portassero le chiavi era tra i misteri del Parco delle Palme). In pochi attimi la palma si ritrovava sola, a ribattere gli echi delle litigate serali, degna conclusione del racconto quotidiano. Le abitazioni allora, pur lampeggianti di televisioni al massimo volume, si chiudevano come gusci per celebrare doverose intimità dalle tonalità più diverse, il cui pudore, a tratti, era imprudentemente tradito dall’emissione di suoni ad hoc.
Kabir al Tarik, insieme a Kalina e i suoi figli, Latir e Sonya, carretto compreso, giunse in questo eden di periferia con palma, come ad un’oasi attesa, spesso intravista nei suoi miraggi urbani. Un piano terra fresco in pieno luglio, una tenda tutta per loro ai piedi della palma.
Kabir era educatissimo, così tutta la sua famiglia. Al mattino si scopriva, insieme ai figli, braccio secco di quel fiume in piena. Il permesso da ambulante ben in vista, lasciava il parcheggio condominale con la sua scatolona nera, separato da distanze di cortesia o di diffidenza. Da valutare. Latir all’asilo,Sonya a scuola, lui a vendere, sul carretto orgogliosamente acquistato da poco, la sua merce d’occasione. Aveva un nome Kabir nel mercatino sul Naviglio. I clienti arrivavano, i soldi sufficienti. Fare i conti, riprendere i figli, tornare a casa, fiutando nell’aria gli odori della cucina di Kalina. Un “bentornato” all’ombra della palma, indugiare all’ombra della palma a godere gli odori che lo raggiungevano come messaggi d’amore e di vita.
Kalina, discreta per natura e per condizione, sbirciava da dietro i vetri il profilo della palma. Si chiedeva ogni volta se fosse parte del miraggio quella grossa escrescenza di datteri mai nati, o cosa.
Al supermercato scopriva di netto la sua differenza nella zona di rispetto che la separava dagli altri. Il foulard, pensava, in pieno luglio, certo fa specie.
Kalina comprava le sue verdure, scegliendole con cura. Anche la carne, con parsimonia. Anche le spezie, in abbondanza. Preparare l’ingera era il suo impegno quotidiano. Il suo piacere più grande accogliere nelle larghe narici gli odori forti delle verdure e delle carni speziate. Un atto d’amore, quotidiano e necessario, che veniva dal profondo del suo cuore africano affamato e assetato.
Paola abitava al livello dell’escrescenza di datteri mai nati. Difficilmente guardava di sotto. Soffriva di vertigini, ed anche di miopia. Quella mansarda al decimo piano la difendeva dal basso, lei era in alto, molto in alto, la mansarda l’aveva arredata con cura maniacale, un piccolo santuario per la sua solitudine. Il giovedì il monolocale accuratamente sistemato, con fiori e ninnoli spolveratissimi, accoglieva le tre amiche d’ufficio, in pensione come lei, sole, o quasi, come lei, linde linde come lei, per il burraco. Pepi chiacchierava di continuo, Lisa, l’amica del cuore di Pepi, era muta per scelta, Alda esibiva la sua bellezza post-post-post.adolescenziale col garbo di una diva consapevolmente al tramonto, ma che sempre diva era. Paola era la più media di tutte, parlava, fumava, beveva moderatamente, spettegolava moderatamente. Giocava moderatamente e male, ma Alda, la sua socia di burraco, era tollerante: in fondo era un gioco, tanto valeva darla vinta alle due amiche sfigate, così Pepi e Lisa, coppia palesemente segreta, vincevano sempre. Era un dono delle due amiche vincenti nella vita, si fa per dire. Paola aveva una pensione da dirigente, Alda era bellissima. Potevano perdere a burraco, magari si ritrovavano fortunate in amore, un domani.
Era stata Pepi a lanciare segali d’allarme. – Cos’è questo puzzo, Paola! Non se ne può. Ma dove sei finita, questo è un buon quartiere, ma ‘sti odori così forti sono un oltraggio al buon gusto. Che ci son degli africani, qui?. -.
Paola incassò il colpo con il suo fair play da dirigente, una, due, tre volte. In effetti dalla tromba delle scale l’avevano raggiunta quegli strani effluvi di cucina. A dire il vero, li aveva annusati a lungo e obbedito , anche, all’effetto erotico di quegli odori. Nel lindore del suo attico, sterile quasi per eccesso di varecchina, l’unico detersivo che amava per il costo decisamente abbordabile, quei fili di odori esotici che salivano decisi, come echi di amplessi in agguato, segnavano per lei un ritorno ai riti dell’adolescenza, quando amava la terra e i tronchi giovani e lisci della sua campagna. Ma tutto questo ritorno alle origini la turbava assai, e Pepi aveva gioco facile, in fondo.
Ci fu una lunga riunione di condominio, tra i pochissimi riti comuni che avvenivano al Parco delle Palme. Dove ciascuno dava il meglio di sé, solitamente, rinfacciando i rumori molesti, l’aiuola smossa, il posto usurpato nel parcheggio, le troppe spese, e tutto ciò che di eroico può vomitare un condominio reso nobile da palme. Paola, deludendo Paola, denunciò l’indecenza di quegli odori, chiese che quel pianterreno fosse liberato al più presto. –E’ vero – disse – l’incasso va a beneficio del condominio, e questo è importante, ma quell’odore svaluta il valore degli appartamenti del fabbricato A più che degli altri. -.  Il coro delle narici vergini si ampliò a dismisura. Che inopportuno, affittare ad africani! Un quartiere così bene, il Parco delle Palme, insomma. Il capo condomino, afflitto da mancanza di fondi per i ripetuti ritardi nei pagamenti delle quote, aveva avuto la bella idea di affittare i locali condominiali. Bella idea, sì, ma troppo olfattiva, a quanto pare. Ubaldo Bossi chiese se ritenevano che si dovessero interessare le ronde a questo problema. – In fondo le paghiamo anche care, neh, che intervengano, neh!-.  Un altro, che forse non aveva perso il senso dell’umorismo, nonostante il suo cachemire con cartellino ben in vista, ribatté: – Giusto, senno le proponiamo in parlamento le ronde antiodore, eh! Che ne dici, Ubaldo, lo dici tu all’Umberto?-. Ma nessuno rise, magari glielo diceva davvero all’Umberto, visto che erano lontani parenti.
Paola si lasciò tentare ancora dal flusso di erotiche spezie che salivano su, carezzando le pareti fino al decimo piano. Sentì il cuore stringersi, oltre che il sesso, ma non fece altro che promettersi che era l’ultima volta. Presto si sarebbe liberato il pianterreno, dietro le insistenze e le reiterate protese dei proprietari lesi dagli odori forti di Kalina. Kabir aveva appreso delle proteste una sera, al ritorno da una giornata faticosa e poco redditizia. Kalina aveva preparato zichinì, carne di montone cotta in umido, accompagnata da berberè, un sugo ricco di paprika piccante, e verdure varie. L’odore del montone l’aveva raggiunto al parcheggio, aveva sorriso al messaggio d’amore di Kalina. Poi il sorriso si era spento.
La palma pianse aborti di datteri la sera che partirono. Paola si ritrovò secca e vuota al tavolo del burraco, tra Pepi trionfante, Lisa muta, Alda bella da morire.

Potenza, 11 Giugno 2009