SS’sS, Simone Sarasso’s Settanta (Intervista)

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Simone Sarasso torna in libreria in questi giorni con Settanta (Marsilio, pp. 693 € 21,50 ), poderoso secondo volume della trilogia sporca dedicata alla storia di questo paese, il cui titolo si riferisce naturalmente al decennio più oscuro di tutta la stagione repubblicana.
Laddove il primo capitolo, Confine di Stato era rutilante, “fumettoso” e marcatamente debitore di James Ellroy, Settanta è più denso, articolato e guarda a Romanzo Criminale di De Cataldo. Lo stile di Sarasso è sempre cinematico e frizzante, come nel lavoro precedente, ma mentre in quel caso si è rischiato di semplificare la storia d’Italia concentrando fatti e responsabilità in Andrea Sterling, l’antieroe per eccellenza, in Settanta il tiro è stato aggiustato alla perfezione: l’Italia non è mai stata innocente, recita lo strillo in quarta, e qualcuno ne è responsabile, verrebbe da aggiungere. Ho incontrato Simone.
L’Italia non è mai stata innocente…
La frase è “ellroyana”, è la commutazione in salsa spaghetti dell’incipit di American Tabloid e credo che ben descriva l’aria che si respirava nelle strade durante il decennio più buio della nostra storia patria. Se penso all’establishment di quegli anni, tolti forse coloro che furono fatti fuori, non scorgo molte facce innocenti. Allo stesso modo, se penso alla criminalità o al mondo dello spettacolo, vedo squadrenarsi di fronte ai miei occhi un mare di miseria, bassezza e iniquità. E, ancora una volta, il numero di colpevoli mi sembra nettamente maggiore di quelli degli innocenti.
Confine di Stato era forse più “ellroyanao”, Settanta sembra “decataldiano”.
Bè direi che è molto “decataldiano” nell’approccio ai personaggi. Ma è anche “wumnghiano” nell’impostazione, “biondilliano” nel linguaggio e nuovamente “ellroyano” nel ritmo.
Come ti sei documentato?
Il mio lavoro di documentazione è un processo a cascata: prima la rete, poi le biblioteche, infine gli archivi. Parto dalle voci di corridoio e pian piano mi avvicino ai fatti: che sanno di polvere e hanno l’odore della carta ingiallita dal tempo.
Quale è la percentuale di fiction e quale di realtà?
Se in Confine di Stato la percentuale era sicuramente sbilanciata verso il reale (direi 70-30), qui le proporzioni cambiano: a occhio e croce 50-50, dal momento che molti eventi assomigliano a fatti realmente accaduti ma poi cambiano volto repentinamente.
Hai scelto di usare, in molti dialoghi e descrizioni, il dialetto, come mai?
Perché nell’Italia dei Settanta, specie negli ambienti che racconto io, era sicuramente più diffuso dell’italiano. In secundis, c’è una questione poetica: se Confine di Stato era assolutamente improbabile dal punto di vista linguistico, e nella Roma dei Cinquanta si muovevano loschi figuri che parlavano come Bruce Willis, in Settanta l’aderenza alla lingua reale è pressoché totale. Succede l’inverso per quanto riguarda il mix storia-finzione che percorre i romanzi: gli accadimenti di Confine di Stato erano più verosimili, quelli di Settanta sono spiccatamente ucronici. Non didascalicamente (il sequestro Argento assomiglia molto al sequestro Moro) ma di sicuro negli esiti.
Che tipo di oggetto narrativo è Settanta?
È un romanzo. Niente di più, niente di meno. Mi piacerebbe dire che è un romanzo storico, ma, come ho già accennato, in Settanta ciò che è realmente accaduto è un semplice trampolino di lancio. Si parte presto per la tangente. Si va piuttosto in là. Ma non così in là da poter definire il mio secondogenito un romanzo ucronico. Il termine inglese alternate history fiction potrebbe calzare. Settanta è un esempio di alternate history fiction.
Confine di Stato e Settanta fanno parte di una trilogia…. il prossimo è in cantiere, che segmento di storia coprirà?
Direi indicativamente 1981-1994. E sarà costruito per gran parte intorno a una figura femminile.
C’è altro in cantiere ?
Parecchio altro: un fiction a tre mani che probabilmente uscirà nel 2010, la graphic net novel Unite We Stand che sarà in libreria in ottobre, un libro di cui non ho ancora parlato nemmeno al mio editor (solo mia moglie ne sa qualcosa), una spy story, un romanzo apocalittico e uno storico. Sarà un’estate intensa.

Intervista realizzata per il fu Panorama.it

Ispirarsi alla storia 10

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25 APRILE 1945: la memoria condivisa e il passato che non passa…

Sulla liberazione è stato detto tutto e il contrario di tutto. Si sono raccolte testimonianze, scritto libri, enciclopedie, controenciclopedie, si è visionato e revisionato, analizzato e criticato. Forse troppo. Negli ultimi anni si è confusa la pacificazione con la riabilitazione storica, certi ambienti politici hanno portato avanti la teoria degli opposti totalitarismi, nazifascismo e comunismo, che avrebbero prodotto simili mostri storici: lager e gulag, stragi e purghe, confini e campi di lavoro. E la sinistra italiana è caduta nel tranello, con i suoi sensi di colpa provocati ad arte dalla destra che giocando sul loro essere superiori al passato e sull’esprimere la volontà di superare i vecchi rancori, ha portato la controparte ad autoprocessarsi e autocondannarsi per volontà di espiazione e rinascita. E invece la sinistra italiana non solo non è rinata, ma forse è morta definitivamente, in senso storico almeno. Tornando alla Liberazione, molti si chiedono che senso abbia voler raccogliere a tutti i costi una memoria condivisa, desiderare una storia sulla Resistenza e sugli anni della guerra in Italia che ottenga il beneplacito di tutto il parlamento, da un schieramento all’altro (anche se, a dire la verità, la sinistra cosiddetta estrema non è più rappresentata alle camere). Che senso ha volere tutto questo, quando ognuno di noi, che abbia o meno vissuto quegli anni, conserva oppure si è costruito una propria personalissima memoria, un proprio modo di assorbire e metabolizzare quegli anni, ognuno a modo suo? E in molti casi le differenze di analisi e le distanze dei punti di osservazione personali sono così nette da restare inconciliabili quando non addirittura potenzialmente gravide di nuovi conflitti. Per cui che ognuno si tenga la sua di memoria, verrebbe da dire. Che ognuno custodisca gelosamente la propria analisi del passato storico di questo paese, che i fronti rimangano opposti, benché dormienti. Ma forse c’è qualcosa che si può provare a condividere come popolo italiano: il futuro. Provare a non ricreare quel terreno che fu fertile per la rinascita del fascismo, quei contrasti politici duri, quel silenzio-assenso delle istituzioni e dell’informazione che portò al governo un dittatore in questo paese; e, parlando di un passato più recente, provare a isolare sul nascere quegli episodi violenti che crearono i precedenti da cui scaturì la quasi guerra civile degli anni settanta. Certo, guardando il comportamento dei politici e delle istituzioni di oggi pare tutto il contrario. Sembra proprio che la storia sia destinata a ripetersi: la destra estrema che avanza in tutto il paese, sia in percentuale di consensi che di azioni cosiddette politiche (vedi pestaggi di extracomunitari e accoltellamenti di ragazzi all’esterno di centri sociali e concerti di solidarietà), una destra estrema che mantiene ben saldi i rapporti con la destra istituzionale (vedi il sindaco della capitale Alemanno che non si perde un incontro o un “convegno” con i ragazzi di Forza Nuova). Addirittura in alcuni casi questa destra estrema ha fatto suoi princìpi e azioni politiche che sono sempre appartenuti alla sinistra antagonista (vedi Casa Pound che occupa le case e distribuisce gli appartamenti a famiglie italiane oppure apre centri sociali ad uso e consumo del popolo romano). La grande differenza, però, con il periodo che precedette e introdusse il ventennio fascista è che questa volta dall’altra parte c’è il vuoto cosmico, c’è una sinistra istituzionale che assomiglia sempre di più alla vecchia DC e i suoi tesserati sempre di più a dei rapanelli, fuori rossi e dentro bianchi (come cantavano dalle parti di Napoli qualche anno fa). Il panorama politico di oggi si esaurisce nei due giurassici partiti PD e PDL che negli ultimi anni annaspano nell’alternanza dando concretezza definitiva al progetto piduista di Licio Gelli (Di ciò abbiamo già ampiamente discusso su questo blog intervistando la giornalista Antonella Beccaria e sul numero 4 di questa rubrica). E infine c’è una sinistra antagonista che non smette di frazionarsi in tante microparticelle praticamente identiche ma divise fra loro che provano inutilmente a ricongiungersi, come gocce di mercurio fuoriuscite da un termometro frantumato in mille pezzi e sparpagliate sul pavimento, l’una accanto all’altra, simili ma distanti. Proprio in questi giorni è uscito un libro di memorie e racconti sulla Resistenza, fra le cui pagine si trova anche un nostro contributo (Morale Della Favola – Purple Press) e sfogliandolo sono stato catturato dai racconti degli ex-partigiani che descrivono il loro modo di fare resistenza, ieri come oggi. Quello che più mi ha colpito è che quasi tutti questi ex-combattenti per la libertà, quando si soffermano ad analizzare il presente manifestano la loro preoccupazione per l’attuale crescita esponenziale delle azioni violente e intimidatorie di gruppi di neofascisti ai danni di giovani attivisti di sinistra. Dalle loro parole traspare un senso di ansia mista a rassegnazione. Ansia perché probabilmente gli sembra di rivivere situazioni già vissute con il carico di dolore che si portano appresso e rassegnazione perché non vedono nelle componenti politiche che al neofascismo dovrebbero opporsi, niente di solido e costruttivo. E purtroppo fra qualche anno, speriamo il più tardi possibile ma prima o poi purtroppo accadrà, fra qualche anno, dicevo, non ci saranno più ex-partigiani a ricordarci cosa successe 60 anni fa nel nostro paese. Certo, avremo i libri, i documentari, le interviste, i racconti, ma non più la loro vivida voce e i loro profondi occhi che parlano e trasmettono il passato così come lo hanno vissuto, nudo e crudo e  soprattutto ti mettono in guardia dall’incerto futuro che ci aspetta. Sperando di non dover sentire ancora il ritornello History repeats its self.

L’uomo della Loggia

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Quattro chiacchiere con Antonella Beccaria sul suo nuovo libro: Il programma di Licio Gelli – una profezia avverata? (SocialMente pp. 76,  € 10)

È da tempo che seguo il lavoro di Antonella Beccaria, i suoi libri, i suoi saggi, sempre così completi e allo stesso tempo così “leggeri”, di facile lettura. Naturale quindi chiederle per prima cosa come si svolge il suo lavoro di ricerca e di riordino del materiale.

Dove svolgi le tue ricerche per recuperare il materiale che ti occorre, come le coordini?

Prima di tutto cerco dei libri che trattino in modo specifico o più o meno tangenzialmente l’argomento che mi interessa. Poi, dato che molte delle storie che affronto sono state in precedenza discusse in tribunale o sono state oggetto di indagini giudiziarie, cerco di procurarmi gli atti relativi  che sono sempre una fonte importante da consultare. Parallelamente allo studio degli atti comincio a sfogliare le rassegne stampa del periodo in questione e per quanto possano sembrare spesso approssimative e circostanziali consentono sempre di contestualizzare il periodo e stabilire, per esempio, quali erano i fatti importanti che accadevano in quei giorni e come si intersecavano con le altre vicende del periodo. Infine, quando ho raggiunto una buona padronanza sull’argomento  comincio ad avere un confronto diretto con i testimoni dei fatti o con persone che sono state coinvolte nella vicenda. Questo mi serve per verificare la veridicità delle fonti consultate e scoprire eventuali incongruenze.

Parliamo del tuo nuovo libro: Licio Gelli, a tuo parere, oggi quanto ancora influisce sulla vita degli italiani?

È una bella domanda e sicuramente non è facile rispondere. Diciamo che a molti, soprattutto ai media, interessa parlarne in un certo modo. Non viene mai presentato come un uomo condannato per fatti gravissimi, fra cui il depistaggio per la strage alla stazione di Bologna, ma di solito lo si introduce come un intellettuale, un poeta e uno scrittore, addirittura una persona a cui bisogna essere grati. Anche da sinistra gli si è reso omaggio per aver donato parte del suo patrimonio documentale all’Archivio di Stato di Pistoia. Ultimamente è stato presentato, e non solo su Odeon TV(1), come un opinionista storico e non è raro sentirlo intervenire  a commento della vita politica italiana contemporanea. È stato il primo a dire che il suo piano di rinascita democratica è stato attuato quasi alla perfezione dalla classe politica attuale e che quindi qualcuno dovrebbe pagargli i diritti di copyright. Ha addirittura lodato pubblicamente quello che lui ritiene il suo migliore e unico erede, Silvio Berlusconi, l’unico a suo dire ad essere in grado di portare a termine il piano originario della P2.

Qunidi non credi anche tu, come Marco Travaglio, che siano stati gli uomini politici di sinistra a portare avanti in modo più prolifico  il  progetto massonico iniziato da Gelli?

In effetti a sinistra hanno dato una grossa mano al progetto della P2. Inoltre da governi di sinistra sono arrivate iniziative legislative che vanno in quella direzione. Pensiamo alla legge sul conflitto di interessi mai realizzata dai governi di sinistra anche quando ne hanno avuta la possibilità. Travaglio nel suo libro, non a caso intitolato L’Inciucio, spiega questa strana commistione di interessi fra destra e sinistra che Mino Fuccillo di Repubblica aveva già evidenziato coniando per primo il termine “inciucio”, appunto, per indicare la strana convergenza fra i programmi politici della destra e della sinistra italiane. Ancora oggi però, sia Travaglio che altri giornalisti, fanno notare che se per la destra italiana i vantaggi di questa commistione di interessi sono evidenti e sotto gli occhi di tutti, resta ancora un mistero chiarire quali opportunità e cosa ci abbia guadagnato la sinistra italiana.

In un’intervista a Gelli di qualche anno fa nella sua villa di Arezzo, la giornalista Concita De Gregorio evidenziava che un numero incalcolabile di politici, imprenditori, affaristi e banchieri facessero ancora visita all’ex numero uno della P2 per chiedere favori, raccomandazioni e “spintarelle”. Questo ci porta a credere che l’ex Venerabile ricopra ancora un ruolo di primaria importanza non solo nella vita politica italiana ma anche in quella economica e finanziaria…

La De Gregorio lo ha anche ripetuto recentemente che personaggi del mondo dello spettacolo, della finanza e dell’imprenditoria fanno spesso visita a villa Wanda(2). In effetti si può dire che questa rete di relazioni non si sia mai interrotta. C’è un rapporto della Digos di Arezzo che attesta come fino agli inizi degli anni 90′ rappresentanti del Centrodestra ancora frequentassero Gelli e la stessa villa era visitata da personaggi del cinema e della musica leggera, come fosse un salotto culturale di alta borghesia italiana.

Torniamo un po’ indietro. Il Gelli che non ha mai rinnegato il suo passato fascista e che anzi a distanza di decenni continuava a dichiararsi tale, questo Gelli esiste ancora?

Se ci riferiamo a interviste anche recenti, quella di Sortino delle Iene per esempio, si intuisce che non solo Gelli ma tutto il suo contesto familiare si dichiara ancora fascista con esplicito riferimento al ventennio. Lui ha effettivamente partecipato alla guerra civile spagnola dalla parte dei franchisti, fra l’altro mentendo sulla sua età perché troppo giovane allora per arruolarsi. Poi tornato in patria ha fatto parte dell’organico del Partito Nazionale Fascista (PNF) durante gli anni della seconda guerra mondiale. Uno dei suoi biografi racconta molto bene come il giovane Gelli intrattenesse stretti legami sia con gli occupanti nazisti che con i gruppi partigiani dell’alta Toscana. Questo suo doppio ruolo gli permise di uscire quasi indenne dai processi per collaborazionismo introdotti alla fine della guerra. Ne approfittò per tagliare i ponti, almeno all’apparenza, con gli ambienti della destra nazionalista italiana diventando il factotum di un parlamentare democristiano di secondo piano e iniziando così una intrecciata relazione di interessi con la Democrazia Cristiana. In realtà indagini di polizia e atti giudiziari successivi evidenzieranno come i suoi rapporti con gli ambienti della destra neofascista durante gli anni di piombo siano stati continui e intensi.

I rapporti di Gelli con il Sudamerica: anche laggiù pare che l’ex capo della Loggia P2 si sia dato da fare…

Iniziamo col dire che i rapporti fra Licio Gelli e il Sud America, Argentina e Uruguay in particolare, non erano buoni ma idilliaci! Diventò addirittura ambasciatore e portavoce dell’Argentina in Italia. In molti paesi del Sud America riuscì a costruire delle fortune economiche accentrando su di sé gli scambi commerciali e instaurò buoni rapporti con i dittatori sudamericani. Fra l’altro è proprio grazie alle ottime relazioni fra Gelli e l’Uruguay che Silvio Berlusconi nel 1980/81 iniziò la scalata mediatica che lo porterà al potere quindici anni più tardi. Proprio fra il dicembre 1980 e il gennaio 1981 venne organizzato il primo Mundialito, un torneo di calcio internazionale disputato fra le squadre vincitrici fino ad allora del titolo di campione del mondo. La grande partita però non si giocò fra le nazionali di calcio (per la cronaca l’Italia fece una pessima figura non vincendo neanche un incontro) ma venne disputata fra la Rai e l’editore privato Berlusconi per acquisire i diritti televisivi sugli eventi in programma e venne vinta da quest’ultimo che si aggiudicò l’intero pacchetto per novecentomila dollari (una cifra mirabolante per i tempi). In conseguenza di ciò Canale 5 fu l’unica emittente (la Rai non riuscì neanche ad aggiudicarsi l’Eurovisione) che poté trasmettere, in diretta in Lombardia e con una leggera differita nel resto d’Italia, tutte le partite del Mundialito. L’evento fu salutato dalla stampa come una grande vittoria democratica perché andava a rompere il monopolio della Rai. Se avessero saputo cosa li aspettava negli anni futuri…

Di questo e di tanto altro si parla nel nuovo libro di Antonella Beccaria che verrà presentato dal mio compagno di penna Kai Zen J la sera del 12 Maggio 2009 a Bologna. Siete tutti invitati a partecipare.

(1) Licio Gelli ha recentemente condotto un programma a carattere storico su Odeon TV chiamato “Venerabile Italia” .

(2) Villa Wanda nei pressi di Arezzo è la residenza ufficiale di Licio Gelli.

Ispirarsi alla storia 4

andreotti_gelliIl Gatto e la Volpe…

Ci sono due personaggi che per almeno 30 anni hanno influenzato vite, economie, storie, leggi e fuorilegge del nostro paese. Io li chiamo il Gatto e la Volpe, molti li chiamano Belzebù e il Venerabile, all’anagrafe rispondono ai nomi di Giulio Andreotti e Licio Gelli. In Italia hanno gestito interessi, parlamenti, economie, hanno corrotto politici, arruolato militari e agenti segreti per oscuri scopi, hanno deviato inchieste giudiziarie e coltivato pericolose “amicizie” e tutto questo lo hanno fatto in modo sistematico e strutturale. Si può dire che sulla carrozza, o forse meglio, sul carrozzone “Italia”, uno era il cocchiere, l’altro il bigliettaio. E dicendo questo non dico niente di nuovo per gran parte degli italiani. Libri, film, documentari, giornali hanno raccontato la vita e le “opere” di entrambi, hanno teorizzato risposte più o meno plausibili ai misteri legati alle azioni e ai pensieri di Gelli e Andreotti. Non starò quindi a ripetere cose che già in altre sedi e in altri tempi sono state dette, esaminate, commentate e ricommentate. Quello che invece mi preme far notare e che forse potrebbe sorprendere e disorientare qualche nostro concittadino è che da quel carrozzone polveroso e malandato chiamato “Italia” i due signori in questione non sono ancora scesi. Sono ancora lì, invecchiati e forse stanchi, ai loro posti di comando, un po’ defilati dal palco al riparo dai riflettori del presente, ma comunque vivi e pronti a fare la loro parte. Per fortuna di nuovo in molti se ne sono accorti: giornalisti e scrittori che con poche forze e poco sostegno provano a far riemergere la verità dei fatti, tentano di far sapere al resto d’Italia e del mondo che il Gatto e la Volpe hanno forse perso il pelo ma non il vizio. Una di questi è la scrittrice e giornalista Antonella Beccaria che nel suo libro appena uscito, IL PROGRAMMA DI LICIO GELLI una profezia avverata?, chiarisce che le idee e le “proposte” del Piano di Rinascita Democratica dell’antico burattinaio della Loggia Massonica Propaganda 2 sono ancora in piedi, attualizzate e contestualizzate nel panorama sociopolitico odierno, e soprattutto riprese e sviluppate dagli attuali centri di potere in modo trasversale, cioè sia da destra che da sinistra (del libro dell’amica e collega Beccaria ci occuperemo meglio in un altro post). Un altro esempio sono i due giornalisti Provvisionato e Imposimato, che nel loro libro DOVEVA MORIRE, attribuiscono all’ex leader democristiano Giulio Andreotti delle precise responsabilità nella tragica fine dell’allora presidente della DC Aldo Moro. E questi sono solo alcuni esempi fra i tanti, di come i due galantuomini possano essere collocati al centro di grandi misteri italiani, per dirla alla Lucarelli. Io credo inoltre che l’Onorevole e il Venerabile si possano finalmente mettere in relazione fra loro, cioè si possano direttamente collegare le malefatte dell’uno a quelle dell’altro. Non sono pochi quelli che lo hanno sempre creduto, di nuovo giornalisti, scrittori e semplici liberi pensatori, ma oggi sono convinto si possa affermarlo con decisione e senza troppa paura di essere smentiti. E esistono almeno tre importanti fatti del passato in cui gli interessi dei due uomini di potere si sono incontrati fino a quasi sovrapporsi.

                      Il primo avvenne sull’aereo che il 20 giugno 1973 riportò Juan Domingo Peròn, o meglio, provò a riportare il capo di stato argentino nel suo paese natio dopo un periodo di esilio forzato in Spagna. È ormai accertato che sia Andreotti che Gelli erano fra i passeggeri di quel volo. Anni dopo, il ex-capo della P2 sosterrà che la sua amicizia con Peron era stata fondamentale per l’Italia, però non spiegherà mai il perché.

                    Il secondo è avvenuto qualche anno più tardi. Esiste un memoriale  scritto da Aldo Moro durante i 55 giorni di prigionia, i suoi ultimi, che venne sequestrato dalla polizia in un blitz nel covo delle Brigate Rosse di via Monte Nevoso 8 alla periferia di Milano, il 1° Ottobre 1978(1). In quell’occasione il capitano dei carabinieri Roberto Arlati e i suoi uomini arrestarono i brigatisti rossi Bonisoli, Azzolini e Mantovani e sequestrarono numerosi plichi di carte fra cui il memoriale di Moro. In seguito il colonnello Bonaventura si fece consegnare da Arlati il plico contenente gli scritti di Moro per fotocopiarli. Quando il giorno stesso in cui gli aveva presi riconsegnò i fogli al capitano dei carabinieri, questi si accorse che ne mancavano alcuni(2). Solo nel 2001 i due magistrati Mancuso e Padulo scopriranno in un archivio della Digos dei documenti contrassegnati dalla dicitura “Sequestro Moro, documenti ritrovati in via Montenevoso, elenchi appartenenti all’organizzazione Gladio“. Quasi sicuramente sono parte dei fogli scomparsi quando il plico era nelle mani di Bonaventura. Il 10 Ottobre 1990, inoltre, in un intercapedine dell’appartamento di via Mone Nevoso 8, sempre quello, erano stati rinvenuti un mucchio di fogli di carta, una pistola e un mitra. Tra i fogli ritrovati c’era anche il famoso memoriale, che però conteneva di 53 pagine in più. Nelle “nuove pagine” si parla del rapporto fra Andreotti e Sindona (uomo della massoneria di Gelli) e per la prima volta della struttura Gladio, l’organizzazione clandestina promossa dai servizi segreti italiani e dalla Nato per contrastare un’eventuale invasione sovietica dell’Italia(3). Quindici giorni dopo la scoperta dei fogli l’allora presidente del consiglio Giulio Andreotti sarà costretto per la prima volta ad ammettere in pubblico l’esistenza di Gladio, anche se la lista degli appartenenti all’organizzazione che verrà fornita ai giornalisti (622 nomi) sarà più stringata di quella ritrovata da Mancuso e Padulo nell’archivio della Digos (1909 nomi). Per conoscere il numero e il contenuto completo delle pagine mancanti (infatti nonostante le 54 pagine in più del 1990 e l’archivio Digos del 2001 si ritiene che esistano altre parti del memoriale) sarebbe stato interessante interrogare di nuovo il colonnello Bonaventura. Ed è infatti quello che aveva intenzione di fare il sostituto procuratore Franco Ionta, tuttora titolare dell’indagine sulle carte di Moro. Peccato che Bonaventura muoia il 7 novembre 2002, ufficialmente a causa di un arresto cardiaco.  

                   Il terzo, infine, avvenne durante il tentato golpe ai danni del governo italiano, fallito da Junio Valerio Borghese e i suoi uomini la notte del 7 dicembre 1970. È ormai risaputo che dietro Borghese operavano personaggi politici e istituzionali di primo piano. Per esempio è accertato che in quel di Genova si tenne una riunione fra gli aspiranti golpisti e i maggiori imprenditori liguri, fra cui l’industriale Piaggio. Si sa anche che al progetto golpista parteciparono alte cariche militari come il capo del SID Vito Miceli. Molti dei segreti di questa vicenda però, forse i più importanti, sono saltati fuori solo nel 1991 allorché il giudice milanese Guido Salvini, che stava effettuando indagini diverse, entrò in possesso delle registrazione fatte dal capitano Antonio La Bruna durante le sue indagini immediatamente successive al tentato colpo di stato. In quelle registrazioni l’imprenditore Remo Orlandini, uno dei golpisti, riepilogava gli avvenimenti e i protagonisti dell’operazione Tora Tora (nome in codice del golpe) a due agenti segreti infiltrati dal La Bruna nell’organizzazione paramilitare di Borghese. I nastri vennero in un primo momento consegnati a  Andreotti, allora ministro della difesa e quindi referente dei servizi segreti, e prima di essere resi pubblici vennero da questi epurati di alcune parti ritenute dal ministro “non importanti” o addirittura “nocive” per le indagini. Le registrazioni pervenute, o meglio, scoperte dal giudice Salvini sono invece le originali, prive di tagli e rimaneggiamenti. Mettendole a confronto con quelle “aggiustate”, Salvini si accorgerà che l’opera di cesoia effettuata da Andreotti è tutt’altro che marginale. Per esempio, nei nastri originali Orlandini riferisce che la notte del golpe, secondo i piani concordati, alcuni appartenenti alla Loggia P2, fra cui Licio Gelli, avrebbero dovuto rapire il capo di stato Giuseppe Saragat mentre esponenti della mafia siciliana dovevano eliminare il capo della polizia Angelo Vicari. Insomma, in quest’ultimo caso è Andreotti che si è dato da fare per il “collega” Venerabile. 

                       Una curiosità: utilizzando software peer to peer per il recupero di files, interviste audio e documentari che riguardassero Gelli e Andreotti ho scoperto che se si effettua una ricerca congiunta dei due soggetti, in pratica se si digita “Andreotti” e “Gelli” nella medesima finestra di research i risultati che si ottengono sono …0. Il Gatto e la volpe per il web sono ancora un mistero e noi tutti quindi speriamo, come ebbe a dire Beppe Grillo in uno dei suoi rari e memorabili interventi sui canali Rai, che una volta che il povero Giulio sarà passato a miglior vita si aprirà la scatola nera che cela sotto la gobba e finalmente si saprà tutto sui misteri d’Italia. Restiamo in attesa…

 

(1) La vicenda è narrata molto bene sul sito de La Storia Siamo Noi:                    http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=350

(2) Arlati lo racconta nel libro scritto col giornalista Renzo Magosso Le carte di Moro, perché Tobagi

(3) Interessante per capire la struttura e gli scopi di Gladio è il libro di Daniele Ganser: Gli eserciti segreti della NATO. Operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale.

Notturno a Villa Wanda

Lo ha dato in pasto al pubblico aretino, non senza problemi, il copyleft festival dell’anno scorso, è stato pubblicato da Carmilla e da Argo con una speciale introduzione ad hoc e nonostante questo in molti ce lo chiedono ancora. Be’ ecco il nostro famigerato “Notturno”.

1.

wanda“O Cecco, ma tu lo sai, te, che un amico del mi’ cugino, il Vanni, c’è entrato e non l’hanno visto più?”
“Seee!”
“Ti giuro su la mi’ mamma, manco la polizia l’ha cercato. Per farti capire, eh.”
“Su la tu’ mamma?”
“Giuro. Ed era uno grande, sai, mica un cittino. Avrà avuto diciott’anni.”
“Vabbe’.”
“Mentre invece un altro ha provato a passarci la notte e…”
“Scomparso pure lui?”
“Impazzito. L’hanno ritrovato la mattina dopo nei dintorni della villa che non riconosceva la destra dalla sinistra. Ora pare che sta all’ospedale psichiatrico di Firenze.”
“E pure questo me lo giuri su la tu’ mamma.”

“No, questo no.”
“Perché?”
“Perché il mi’ cugino non lo conosce di persona. Il sentito dire non lo si può controllare. Non la rischio, la mi’ mamma. Ma era sempre per farti capire, no?”
“Cioè? Farmi capire cosa, grullo?”
“Che a far la nottata in quella villa lì ci vogliono le palle, cittino.”
“Per me son solo voci.”
“Voci ‘na sega. Ma lo sai chi ci si mette contro? Lo sai di chi è quella villa, no?”
“Lo so sì, se no mica sarebbe una prova di coraggio, giusto?”
“Ma tu lo sai che quello là, a ottant’anni suonati fa le orge e glielo mette in culo alle guardie del corpo, e se quelli protestano li mena pure?”
“Ma non dire…”
“Ma tu lo sai che trent’anni fa si è travestito da secondino e ha portato un caffè col veleno in galera a un tipo che gli rompeva le palle? Ma lo sai che quello là, dopo tutti ‘sti anni, i processi e le condanne che ha avuto, ancora ministri e capi di governo gli leccano i piedi? Che alla villa è tutto un andare e venire quotidiano di politici in cerca di favori? Gente importante, eh, mica sottosegretari!”
“…”
“Ma tu lo sai che quando un giornalista di qui si era messo in testa di fare un servizio sulla sua vita senza la sua autorizzazione, com’è come non è, lo hanno trasferito per direttissima in Culilandia a contare le pecore?”
“Esagerato.”
“Io esagero? Cazzarola c’è chi dice di averlo visto volare. E uno, lo conosco io, che giura che quello là è immortale perché al crocicchio di una strada di campagna in provincia di Pistoia ha fatto un patto con un diavolo nero che strimpellava la chitarra.”
“Evvabbe’ ora abbiamo pure Licio Gelli in versione Pistoia Blues.”
“Zitto per carità, non dire il nome.”
“Ma tu ci vieni o no con me, Dante?”
“Sul serio ci vai?”
“Hai sentito che ho promesso, no? Una notte intera nel parco di Villa Wanda: scavalco il muro di cinta prima di mezzanotte e ci rimango almeno fino alle cinque di mattina. L’hai visto Guido come rideva con quella faccia da cazzo, mentre Bea mi guardava. Io non gliela dò mica vinta, a Guido. Tanto, che ci vuole? Il parco è enorme, entro da dietro e me ne sto buono buono qualche oretta. Che sarà mai, un gioco da ragazzi, mica ci devo entra’ sparando. Poi vediamo se c’ha ancora voglia di ridere, lo sciorno. Alò, ci vieni?”
“…”
“O Dante…”
“Va bene, ci vengo. Però tu con Guido scherza poco. È parente lontano di quello là.”
“Madonnina, sei fissato sei!”

2.

calviCecco andò a prendere Dante a casa, altrimenti c’era il rischio si tirasse indietro. In motorino non dissero una parola per tutto il tragitto. L’aria di collina era fresca e il borbottio del motore era l’unico rumore nel giro di chilometri. Dante, dietro, reggeva una scala estraibile d’alluminio e ogni tanto, fra la salita e lo squilibrio dovuto al peso, il motorino sbandava un po’. In prossimità della villa deviarono per non passare davanti al cancello piantonato sempre da una volante, fecero il giro largo e si fermarono dal lato opposto del parco. Guido, Bea e altri due amici erano già lì.
I due scesero dal motorino, Cecco lo assicurò con una catena, poi si diressero al muro. Fecero appena un cenno della testa al gruppetto e presero ad armeggiare con la scala, allungandola e appoggiandola in modo da non farla scivolare.
“Piantatela per benino ‘sta scala. Non vorrei che vi faceste male prima ancora che vi prendano a calci in culo.” Guido non si fece scappare l’occasione per un’ultima dose di sarcasmo, ma il tono non era più sicuro come il giorno prima. Sembrava subire anche lui l’influenza nefasta di quello là, come lo chiamava sempre Dante. Tutto quel timore reverenziale Cecco non lo capiva proprio. Suo padre gli aveva pur spiegato che il Gelli era stato un intrallazzone di prima categoria, a capo di una loggia segreta tipo Rotary ma molto più segreta e molto più potente, gli aveva raccontato per sommi capi la vicenda del Banco Ambrosiano e di un tizio impiccato a Londra, sotto il Big Ben gli sembrava d’aver capito. Ma in fondo era roba vecchia e quello era un vecchio, fatto e finito, mica Bin Laden. Quando Cecco lo aveva visto dal vivo, l’unica volta in vita sua, gli aveva dato pure l’impressione di essere simpatico. E poi c’erano gli occhi di Bea, scuri, grandi e umidi come quelli di una cerbiatta. Anche adesso lo stavano guardando, quegli occhi, mentre saliva sui pioli, e per loro il muro lo avrebbe scavalcato anche se ad attenderlo oltre ci fosse stato davvero Bin Laden.
Cecco si mise a cavalcioni del muro, attese che anche Dante, più titubante, arrivasse in cima, poi tirò su la scala, appoggiandola al lato interno, in modo da assicurarsi una via d’uscita. Un cenno d’intesa col compagno e un ultimo sguardo a Bea. Ci voleva un’uscita di scena romantica e ironica, degna del suo gesto sprezzante. Si baciò le punte delle dita e ci soffiò sopra in direzione di lei, sorridendo. Poi saltò giù.

3.

gokuDante, rimasto solo in cima, cominciò a sentire l’ansia sfarfallare nelle budella. Brancicò la scala e scese, scivolando un paio di volte sui pioli. Che cazzo gli era venuto in mente a Cecco di saltare giù da tre metri e passa? Voleva dare ragione al Guido rompendosi una gamba prima di cominciare? Non appena i piedi toccarono terra, si guardò intorno. Cecco non si vedeva più. Era mezzanotte meno un minuto.
“Ceccooo” Chiamò a bassa voce, senza ottenere risposta. Si passò una mano sulla fronte per detergere il sudore ma non fece altro che sporcarsi la fronte di grasso. Le mani gli si erano impregnate quando le aveva appoggiate sul parapetto del muro di cinta, che ne era ricoperto. Bestemmiò e si avviò verso gli alberi. Cecco si era di certo addentrato nel boschetto per togliersi dalla vista. Una volta in mezzo agli alberi, si guardò attorno, proseguendo per qualche metro, ma dell’amico non c’era traccia.
Dante udì un rumore di rami spezzati e una specie di respiro lontano, un flebile latrato. La sua mente formulò un pensiero che finora non lo aveva nemmeno sfiorato: cani. Solo uno stupido non lo avrebbe previsto. E lui si sentiva terribilmente stupido. Al diavolo pure Cecco, ora sarebbe tornato alla scala e se la sarebbe data a gambe. Si voltò verso il muro, ma quello che vide gli tagliò il respiro: la scala non c’era più.
Cominciò a sudare freddo e gli tremarono le gambe. In un secondo valutò la possibilità di scavalcare senza l’aiuto della scala, ma ci sarebbe voluto Goku di Dragon Ball per un’impresa simile, non certo Dante Bombardini da Cortona. Nei successivi due secondi si immaginò mentre andava a denunciarsi al grande vecchio chiedendogli pietà. Doveva ricordarsi come cavolo lo chiamavano i suoi adepti, eccellenza, maestro, sua serendipità? No, venerabile, ecco, venerabile.
Era ancora perso nella fantasia autopunitiva, quando qualcuno gli toccò la spalla. Fece un balzo in avanti e cacciò un urlo soffocato, prima di mettere a fuoco la sagoma di Cecco. Anche lui con il viso sporco di grasso. Sembravano due marine improvvisati.
“Calmo, cittino oh.”
“Macheccazzofaimaremmaimbruttita!” Dante si trattenne a stento dal gridare, ma l’affanno gli faceva saltare le pause. Indicò il muro dove c’era la scala. Cecco annuì.
“L’ho messa via io, nascosta fra gli alberi. Vuoi mai che fanno una ronda di controllo e ci beccano per una bischerata così.”
“Chi fa una ronda di controllo?” Dante era al limite della sopportazione nervosa.
“E che ne so? Loro… qualcuno. Non si sa mai, no?” Cecco appariva invece in pieno controllo, anzi quasi spavaldo, sovreccitato. “La scala è laggiù,appoggiata a quel platano. Ora ci piazziamo qui, buonini, e ci rilassiamo per qualche ora. Te lo dicevo che era una passeggiata.”
“E i cani?”
“Quali cani?” Cecco non appariva affatto turbato. “Rilassati,” Cecco lo fece sedere per terra, forzandolo un po’. “Respira profondo, uno due tre, così, bravo. Prenditi una mentina, dai, eccotene una delle mie. Tranquillo. E ora dimmi, hai visto cani?”
“No, in effetti no, ma prima, quando ti sei allontanato, ho sentito come un respiro lungo, lontano. Non umano.”
“Magari ero io” concluse Cecco, sistemandosi con la schiena appoggiata alle radici esposte di un tronco. E quest’ultima affermazione, chissà perché, fece crescere ancora l’ansia di Dante.

4.

Capitan HowdyPassò la prima mezz’ora. I due non parlavano e le chiome ondeggianti degli alberi contro il cielo notturno incombevano sulle loro teste. Sembravano mani, mani gigantesche pronte ad afferrarli, sempre più vicine, sempre più minacciose. Dante sentiva freddo, un freddo strano, interiore. Anche lui era appoggiato alle radici di un albero, e a un tratto gli sembrò si muovessero come tentacoli. Fece per alzarsi ma senza riuscirci. Immobilizzato e inerme. Un respiro gli si avvicinò da dietro, sempre più pressante e famelico. Dante chiuse gli occhi e pregò fosse Cecco. Non ci sono cani, niente cani. Fa che sia Cecco fa che sia Cecco fa che sia… Aprì gli occhi e si voltò: accanto a lui c’era proprio l’amico, inginocchiato, gli occhi chiusi. Dante tirò un sospiro di sollievo, poi Cecco aprì gli occhi: pupille e iridi erano scomparse per lasciare posto alla sclera. Aveva gli occhi bianchi. E sorrideva.
Dante urlò a squarciagola senza emettere alcun suono. E continuò a gridare muto anche quando Cecco gli strisciò vicino alla faccia e aprì la bocca su un’impressionante chiostra di denti aguzzi. Poi Dante si svegliò. Cecco lo stava scuotendo: “Che cazzo c’hai da piagnucola’ in quel modo, o grullo? Pari un cagnolino scannato.”
Dante grondava sudore acido, il cuore come un rullante e in bocca polvere. Si guardò attorno, ma tutto appariva normale. Gli alberi erano alberi, Cecco era sempre Cecco.
Le ombre della notte avevano perso quell’aura minacciosa del sogno e non si muovevano più. O forse no. Cos’erano quelle figure nere e smilze che schizzavano fra gli alberi?
“Che roba è quella, Cecco?”
“Cosa?”
“Quelli là, Cecco sono…”
“Tranquillo, solo illusioni ottiche. Sono le quattro meno venti, abbiamo quasi fatto. Sei troppo impressionabile tu.” Cecco stava per mettersi a ridere, ma non gli fu possibile.

5.

gelli

Arrivarono da dietro, in silenzio, come fossero sempre stati nascosti dietro i tronchi ai quali i due ragazzi si erano appoggiati. Dante si sentì trascinare sulla schiena, ma era quasi del tutto insensibile. Non provava dolore e non riusciva a vedere nulla attorno a sé. Sentiva solo i rumori del suo corpo e di quello dell’amico che venivano trascinati. Fino a una radura. Qualcuno armeggiò attorno alle sue braccia e alle gambe, poi più nulla. Passarono minuti interminabili. Cercò di mettersi seduto, per sentirsi meno inerme ed esposto, ma non ci riuscì. Dovevano avergli assicurato polsi, caviglie, gomiti e ginocchia al terreno. Spalmato come marmellata sul pane. Per quel che poteva vedere dalla sua posizione, alzando appena la testa, anche Cecco si trovava nelle stesse condizioni, a pochi metri da lui. Provò a chiamarlo. Ma una luce accecante spazzò via la notte e lui apparve. Seduto su una sedia con braccioli imponenti, un trono nel mezzo del prato, proprio fra Dante e Cecco. Seduto ma più in alto di loro, più forte di loro. E più calmo. Vestito di bianco. Giacca, pantaloni, gilet, camicia e cravatta. Bianchi. Scarpe. Bianche.
Guardò i due ragazzi attraverso le lenti dalla montatura leggerissima. Annuì sorridendo. E cominciò a parlare. “A questo dunque sono ridotto? A un giochino trasgressivo per adolescenti? La casa stregata di Arezzo?” Una pausa, come aspettasse una risposta, ma Cecco taceva e Dante non aveva fiato nemmeno per respirare. Si stava pisciando addosso.
“Venite qui, da un povero vecchio che vorrebbe ormai solo oblio e poesia. Venite qui, con la vostra arroganza, strafottenza, con la vostra ignoranza. Nutriti e pasciuti con i generi di conforto che quelli come me hanno combattuto per assicurarvi. E vi mettete a giocare a Mezzanotte è suonata nel mio giardino. Non è tanto per la violazione di
domicilio, sapete. È la mancanza di rispetto che fa male. È constatare che la vostra generazione manca di volontà, di punti di riferimento. Manca di spiritualità, ecco… di spiritualità.”
Dante capiva appena le parole del venerabile, gli ronzavano le orecchie, era confuso, ma il tono dell’uomo in bianco era penetrante.
“Non è che non vi perdoni. Certo che vi perdono, bambini, miei piccoli trucioli di sogno, frammenti di stelle. Ma il perdono senza l’esempio è inutile, come un aratro senza la bestia che lo tira.” Il venerabile si alzò in piedi e Dante lo vide circonfuso da una luce candida, i contorni del corpo resi incerti e tremolanti dal riverbero. Si avvicinò a Dante. Rapido e lieve, come se i piedi non toccassero terra. Un fantasma chinato sul suo volto mentre la luce continuava a fluire dal corpo. Portò le mani agli occhi di Dante, e queste si riempirono all’improvviso di un gigantesco cuore insanguinato. Ancora brulicante di vita, pulsava e si muoveva. Il venerabile lo strinse appena e quello sussultò, come sussultava il cuore nel petto di Dante. “Dio mette nelle mani del giusto il cuore che batte nel petto degli uomini valorosi. Sii valoroso, giovane Dante, e terrò il tuo cuore sempre in palmo di mano.” La luce tornò ancora più forte, inghiottì tutto il corpo del venerabile, lo fece pulsare proprio come un cuore, lo innalzò a parecchi metri da terra, e poi lo spense, cancellandolo dal cielo notturno.
Dante si ritrovò libero nella radura ormai buia, dove sembrava non fosse successo nulla. L’amico accanto a lui, l’espressione sconvolta.
“Hai… hai visto anche tu?” Chiese Dante.
Cecco rispose solo: “Maremma.”
All’unisono voltarono la testa al muro di cinta: la scala era lì ad attenderli. Non si chiesero né come, né perché. Corsero solo come pazzi, si arrampicarono e saltarono giù. Erano le cinque e tre minuti.
Guido era già andato a dormire, ma gli altri erano ancora lì. Dante cominciò a raccontare mentre Cecco stava zitto limitandosi ad annuire.

6.

Cecco attende seduto su una poltrona di velluto verde. È la seconda volta che varca la soglia di quel salottino, uno dei tanti della villa.
L’uomo entra con passo sicuro, vestito nero, poco più di quarant’anni.
“Lo zio?” chiede Cecco.
“Lo zio è impegnato, puoi dire a me.”
“Tutto alla grande. Dante sta raccontando in giro. Lo ha visto decollare, addirittura. Che roba c’era in quella mentina?”
L’uomo fa solo segno di sì con la testa. “Bene.” Gli porge una busta spessa. Cecco la apre e conta le banconote.
L’uomo prosegue. “E di’ a tuo padre che per quell’affare può stare tranquillo.” Fa per andarsene, ma Cecco lo trattiene. “Come avete fatto il trucco della luce?”
“Fosforo sugli abiti. E un mantello nero al momento di farlo sparire.”
“Posso sapere perché?”
L’uomo sorride: “Le storie sono importanti, Cecco. L’America non l’hanno fatta grande i cowboy, ma i film sui cowboy.”

In margine a un testo esplicito

: Intro :  

bsasQuanto segue (lo trovate in versione pdf – più agile nella lettura delle note – nel box azzurro nella colonna di destra) è maturato in due luoghi diversi, tra l’autunno tiepido – tiepidissimo – bolognese e l’estate australe porteña.
A Buenos Aires, una città difficile da raccontare perché è un racconto, frequento compulsivamente le librerie e i caffè letterari di Palermo Viejo, di Recoleta, del Microcentro, di Belgrano e del Barrio Norte.
Qui, narrativa italiana significa due cose: ricordi letterari di una generazione di immigrati con Italo Svevo sul comodino, che ancora oggi chiedono a chi arriva di portare racconti e romanzi pubblicati nella prima parte del XX secolo perché non hanno idea di cosa si scriva oggi; oppure, per i più curiosi, scaffale di letteratura straniera alla voce Italia in cui si trovano alcune cose dell’immarcescibile Calvino, dell’onnipresente Eco, di V.M. Manfredi, di Baricco e di Camilleri.
Mi rendo conto, stando da questa parte dell’oceano, che la prospettiva sul lavoro di Wu Ming 1 cambia. Cambia perché è il lavoro stesso a essere stato scritto con una finalità diversa rispetto a molto di quanto recepito finora: offrire una possibilità di guardare dall’esterno.
Al momento la riflessione sul NIE è stata di carattere quasi esclusivamente poetico, ad appannaggio di autori e scrittori. Un approccio che per quanto fenomenologicamente critico possa essere, risente di un coinvolgimento diretto inevitabile che dà adito a simpatie, invidie, convenienze, entusiasmi, partigianerie e rancori più o meno velati, più o meno sottaciuti o involontari.
La sensazione, osservando gli scaffali qui (ma anche a New York, Londra e Madrid) è che in Italia ci sia qualcosa in movimento in ambito letterario, qualcosa di diverso rispetto agli altri paesi, in cui o c’è un eterogeneità caotica o c’è una stagnazione attorno a certi temi e a certi classici inossidabili. Troppo liquida o troppo solida la narrativa all’estero, o per lo meno negli ultimi luoghi da cui sono passato, sembra non vibrare mai. Cosa che entro i confini patrii è percettibile sensibilmente. E se c’è un punto a favore di questo sciagurato paese, è proprio quello di aver avuto sempre un panorama letterario in fermento, aperto alle sperimentazioni, alle collaborazioni, alle novità e alle dissacrazioni, (salvo poi mandare tutto a puttane per misere questioni). Non credo però alla geniale creatività degli italiani – più in là, nello scritto, affronto anche la questione “epica internazionale” – ci sarebbe da intraprendere un lungo studio a cavallo tra l’antropologia, la storia e il marketing per individuare alcune delle ragioni che separano le librerie nostrane da quelle di Baires.
Lo scaffale dedicato alla letteratura italiana è posticcio, qui come a Manhattan, e a chi mai all’estero, si chiedesse cosa stia succedendo tra le pagine dei nostri libri, il NIE fornisce una chiave di lettura. Un passe-partout in grado di aprire una porta chiusa dall’interno, che poi, nella stanza, ci sia o meno il proverbiale cadavere è un altro discorso.

newitalianepicDel New Italian Epic, della Kali Yuga e del punk rock. Di come sia fenomenologicamente rilevante e di come non lo sia. 1

La meditazione intensa delle molteplici imperfezioni e contraddizioni della mente umana ha tanto agito su di me… ch’io sono pronto a rigettare ogni credenza… a non riguardare più nessun’opinione come più probabile o verosimile di un’altra. Dove sono? Che cosa sono io? Donde deriva la mia esistenza?… Quali esseri mi circondano? Su quali ho io influenza, quali hanno influenza su di me? Io mi confondo… e comincio a credermi… avvolto dalle tenebre più profonde e privato interamente dell’uso di ogni senso e di ogni facoltà. Per mia grande fortuna, se la ragione è incapace di dissipare queste nubi, a ciò pensa la natura, la quale mi cura e guarisce di questa tristezza e di questo delirio filosofico: la tensione della mente si allenta, mi distraggo, un’impressione vivace dei miei sensi manda in fuga tutte queste chimere. Ecco, io pranzo, gioco a tric-trac, faccio conversazione, mi diverto con gli amici.
David Hume, Trattato sulla natura umana (1737)


Per lanciare un manifesto bisogna volere: A, B, C, scagliare invettive contro 1, 2, 3, eccitarsi e aguzzare le ali per conquistare e diffonder grandi e piccole a, b, c, firmare, gridare, bestemmiare, imprimere alla propria prosa l’accento dell’ovvietà assoluta, irrefutabile, dimostrare il proprio non-plus-ultra e sostenere che la novità somiglia alla vita tanto quanto l’ultima apparizione di una cocotte dimostri l’essenza di Dio. Scrivo un manifesto e non voglio niente, eppure certe cose le dico, e sono per principio contro i manifesti, come del resto sono contro i principi (misurini per il valore morale di qualunque frase). Scrivo questo manifesto per provare che si possono fare contemporaneamente azioni contraddittorie, in un unico refrigerante respiro; sono contro l’azione, per la contraddizione continua e anche per l’affermazione, non sono né favorevole né contrario e non dò spiegazioni perché detesto il buon senso.
Tristan Tzara, Manifesto del Dadaismo (1918)

 

 

: In margine a un testo esplicito :

Ma che diavolo è ‘sto New Italian Epic? Le risposte, provenienti da varie fonti, sono poliedriche, a tratti fantasiose, a tratti noiose e inconcludenti. Si passa dalla fantozziana cagata pazzesca al più iperbolico elogio del coraggio saggistico di Wu Ming 1. Bisognerebbe fare un passo indietro, sempre che se ne abbia voglia. Si tratta solo di cambiare il che diavolo con il come. Come è il New Italian Epic? Già questo piccolo, ma ontologico, cambio di prospettiva consente di ragionare oliando il cervello invece di farlo stridere tra grumi e scanalature inutili. I generi sono asfittici, eppure alle volte costituiscono una pratica ludica che rende la critica piacevole.

wirePrendete un numero di “Blow Up”, di “Rumore”, di “Mucchio“, di “Wire” o di un’altra rivista musicale specializzata e lasciatevi accattivare dai vari folktronica, improacustica, intelligent dance music, darkindustrial, d-beat, crustpunk, abstract hip-hop, glitch, electronic body music, harsh, gabber, coldwave, garage, electroclash, folk apocalittico, death rock, black metal sinfonico, grime, death progressivo, free jazz, deephouse, delta blues e chi più ne ha più ne metta… Non sentite un piacevole brivido corrervi lungo la spina dorsale? No? Be’ allora significa che non siete dei fanatici o che semplicemente non avete ancora compreso a fondo il meccanismo. Mettiamo da parte l’essere o meno fanatici. Facciamo finta che lo siate già o che lo stiate per diventare. Vi siete immersi da poco nel fantastico mondo del suono, state scoprendo ogni giorno musicisti sempre più interessanti e vi state inoltrando nelle lande desolate del “lo conosco solo io” e “devo diffondere il verbo”. Bene, la band oscura che conoscete solo voi, viene recensita e viene infilata in un genere, facciamo uno di quelli sopra, il meccanismo è innescato. Il rapporto lettore – critico subisce una mutazione. Da quel punto in poi la terminologia vi diventa ogni volta più familiare, i richiami, i rimandi, le chiose, le iperboli della recensione vi appartengono sempre più, tanto che comincerete a parlare di glitch senza rendervene quasi conto. L’esperienza è gratificante, e lo è soprattutto quando ci si imbatte in qualcosa di nuovo, di inedito, eppure si ha la sensazione di essere di fronte a qualcosa di limpido. Il lettore dei magazine in questione ne diventa presto consapevole e se, poi, all’improvviso si trova davanti agli occhi il panegirico o la stroncatura di un nuovo, seminale, o inutile gruppo darklounge, le sinapsi faranno subito contatto per mettere assieme i pezzi e cercare di immaginare il genere e come possa suonare. Da lì in poi costruirà una serie di ipotesi su quali possano esserne gli esponenti, gli antenati, gli eretici, gli innovatori e gli iconoclasti e se la sua curiosità è stata solleticata a sufficienza dal critico, il lettore intraprenderà una personale quest per andare alla scoperta del fantastico mondo della darklounge. Lo scritto di Bui potrebbe allo stesso modo, trovare un primo “come” ancestrale, che preceda e abbracci l’intera riflessione sul New Italian Epic. È uno scritto dalle molte caratteristiche (di contenuto, di stile, di intenti ecc.), fra le quali non trascurerei quella che lo avvicina al meccanismo iniziatico di cui sopra: la lucidità. Non perché sia antropologicamente pedagogico (metto le mani avanti, anzi in alto, prima che i cecchini sparino) ma perché innesca un meccanismo di gioco tra autore e lettore come quello innescato dalle riviste musicali, e lo fa a partire proprio dall’oggetto della sua riflessione. New Italian Epic. Tre parole e le rotelle cominciano a girare, mettono assieme pezzi, catalogano forsennatamente i libri letti, provano a incastrarli nel genere, a immaginare se possono stare nei suoi scaffali, se sono della dimensione giusta, se le coste, perché no, sono in pendant e se qualcuno in verticale non entra si potrebbe provare in orizzontale, al limite davanti o sopra agli altri.

anobiiIl gruppo aperto sul social network dedicato ai libri, Anobii 2, è una prova empirica di quanto sopra, gli utenti hanno cominciato a inserire nella collezione, a torto o ragione (questo non importa, importa solo quale percezione abbia il lettore di come sia o meno il NIE) quello che secondo loro risponde alle caratteristiche o a una parte di esse del NIE e così ecco apparire, accanto a quelli segnalati nel saggio, alcuni degli scritti di Tullio Avoledo, Andrea Bajani, Gianni Biondillo, Marcello Fois, Pino Cacucci, Saverio Fattori, Angelo Petrella, Gianfranco Manfredi, Enrico Brizzi, Vanni Santoni, Alessandro Bertante, Matteo Collura, Alessandro Defilippi, Nino d’Attis, Massimo Rainer, Pietrangelo Buttafuoco, (il mio socio nel clan Kai Zen) Guglielmo Pispisa, e il saggio storico dall’allure narrativo di Carlo Costa e Lorenzo Teodonio Razza Partigiana. Io stesso, ho aperto una discussione in merito buttando nel calderone alcuni testi, lanciando il sasso e salutando con la mano. Mi sembra però che la tendenza sia quella di infilare libri di autori italiani contemporanei, vicini magari al noir o al romanzo storico, più che quella di individuare in essi la chiave di lettura NIE. La questione è: il memorandum è poco chiaro? La percezione di chi lo legge è diversa rispetto alle intenzioni di chi lo scrive? I frequentatori di Anobii non hanno voglia si sgobbare sul materiale di Bui e vanno un po’ a intuito o a simpatia? Un paio di titoli a caso “Per sempre giovane” di Biondillo, “L’elenco telefonico” di Atlantide di Avoledo o “Se consideri le colpe di Bajani”…3

La riflessione di WM1 è poetica e critica al contempo. È poetica perché è la riflessione interna di un artista sul proprio fare (per arte intendo Poiesi e Tekné e vi rimando allo noiosissima nota 4) ed è critica in quanto riflessione sul fare artistico da un punto di vista esterno. Insomma Bui allestisce due specchi che rimandano la stessa immagine della narrativa contemporanea, di una parte di essa, aggiungendo così un punto alla linea (che di punti è formata) dell’orizzonte. Allo stesso modo fa Tiziano Scarpa con il suo “pamphlet” sul romanzo d’eccellenza. Dico pamphlet, solo perché mi è parso che manchi della succitata lucidità. Si tratta di una caratteristica che in qualche modo Scarpa non sembra considerare più di tanto (perché mai coinvolgere il lettore e/o far sbiadire il confine che lo separa dall’autore?), quanto meno nel come fondante, la lucidità scarpiana è legata invece alla strizzata d’occhio verso il lettore. In fin dei conti si tratta comunque d’un coinvolgimento che fa scattare il meccanismo. Ma non è questo il punto. E allora qual è? Semplicemente Romanzo d’eccellenza e New Italian Epic sono interpretazioni della realtà entrambe vere, entrambe valide, entrambe parziali. Il come va allargato e spinto ancor più indietro. Com’è la narrativa italiana oggi? La linea dell’orizzonte è ampia, ampissima e tra i punti che la formano ci sono anche il NIE e il romanzo d’eccellenza. Non trovate forse straordinario che si riferiscano alla stessa cosa, cioè una parte della letteratura contemporanea estremamente caratterizzata, in modo opposto? Io sì. Ma questo solo perché mi crogiolo nel approccio neofenomenologico critico di cui mi vanto a ogni pie’ sospinto. Arrivati a questo punto, se ci siete arrivati, vi chiederete: e allora? E allora niente. Cioè, allora siamo solo all’inizio. Non ci sono risposte definitive, ma le uniche cose interessanti sono, al solito, le domande.

Proseguiamo con i come. È il turno di un come statistico. Il New Italian Epic, sia in sé secondo quanto scritto da Bui, sia come saggio, potrebbe essere considerato elitario 5 (in termini di contenuti e) in termini di cifre. Di cosa parla (come ne parla), a che libri si riferisce, a chi si rivolge, a quanti lettori, a quanti addetti ai lavori, a quanti scrittori? Decine di migliaia (mentre scrivo siamo attorno ai 30 mila) di download è una cifra impressionante, anche se mettiamo in conto quanti lo avranno scaricato senza leggerlo, leggendolo an passant o senza finirlo. Sono cifre impressionati dicevo ma sono cifre elitarie. Come lo sono le opere citate nello scritto. Fatta eccezione per alcuni libri, tutti gli altri vendono, chi più chi meno, un numero di copie che paragonato alle tirature di altre opere sono decisamente di diffusione aristocratica.

3msicSui comodini italiani è più probabile trovare “Tre metri sopra il cielo” che “Dies irae”. Il discorso sul NIE descrive una piccola parte del panorama letterario italiano, che ha poco a che fare con il lettore medio di questo paese e lo fa in modo elitario, con un saggio, che non solo riguarda le letture e le scritture di un élite ma che per sua natura usa un linguaggio elitario. La tendenza della narrativa italiana a essere epica è elitaria. Meno di un libro qualsiasi della Adelphi che non sia Simenon ma sicuramente molto più di quanto dovrebbe, potrebbe, vorrebbe, penserebbe di essere. La cosa suona quasi paradossale, vista la più o meno dichiarata discendenza, vicinanza e attenzione per la letteratura di genere, popolare addirittura feuillettonesca. Si tratta di una prospettiva naturalmente distorta, dovremmo aprire una parentesi enorme su cosa sia, e se esista davvero, la massa, ma comunque rimane una prospettiva da mettere in campo. Sul come: non è agilissimo seguire lo scritto nonostante le eleganze stilistiche di WM1 se non si ha dimestichezza con ciò che dice e tanto meno se non si conoscono i testi di cui parla.

Il come “destrutturante”. Il NIE è un genere? Il romanzo è un genere6. Il romanzo contemporaneo è, per mantenere il paragone con la musica, il pop. I vari filoni potrebbero adattarsi alla manfrina iniziale sul darklounge ecc.

never-mind-the-bollocksSpicco un salto nel vuoto e parlo di punk. La rivoluzione, l’implosione, l’esplosione ecc. ecc., eppure il punk è forse il più conservatore delle varie derive del rock ‘n’ roll che a sua volta altro non sarebbe che la radice quadrata del punk. Nel ‘77, rotti gli argini si stabiliscono nuovi canoni. Anno Domini 2008 i canoni del punk sono gli stessi. L’unica via di fuga da questa stagflazione sonica è stata, ed è tuttora, l’ibridazione. Il post del postpunk si è poi arenato a sua volta, il new della new wave idem ecc. ecc. Solo l’incrocio, le reciproche influenze, le contaminazioni hanno dato esiti sorprendenti. L’ibridazione non la darei per scontata o assimilata, tanto da saltarla a pie’ pari come fosse un discorso acquisito al limite della noia. Alla base delle contaminazioni, e come risultato di esse, c’è sempre stato e sempre ci sarà il pop. Se mettessimo sulla bilancia Sex Pistols e Beach Boys ci accorgeremmo con facilità che “Never Mind the Bollocks” è reazionario fino alla nausea, mentre “Pet Sounds” è gioiosamente rivoltoso. Si parte dal pop, lo si stravolge, ma a esso si torna, con un sano surplus tellurico, se si vogliono innescare davvero le nuove scoperte e il loro potenziale (lo stesso concetto potremmo applicare ai cosiddetti oggetti narrativi non identificati. Partono dal romanzo, evolvono, esplodono, implodono, si fanno reportage ecc. ecc., si fanno altro dal romanzo, ma al romanzo ritornano. Pompando nuova linfa. Sono davvero non identificabili? Questione di lana caprina.)

nonewyorkIl NIE, allora, quale funzione potrebbe ricoprire nella storia del rock ‘n’ roll? È il punk? È la new wave? È il crossover? Se dovesse ripercorrere la parabola del punk – e dei suoi postgemelli – e irrigidirsi dando il la a nuovi canoni e nuove regole, se dovesse assurgere allo status di genere, e se in questo modo aprisse le porte a una “seconda ondata” di narratori che scrivono partendo dall’idea di scrivere New Italian Epic, be’ forse assisteremmo a un proliferare di scritte sui muri NIE is not dead e come per il punk, sarebbe not dead perché undead, non perché alive and well. Il NIE quindi non dovrebbe rappresentare una riflessione a priori, ma semmai a posteriori, tuttalpiù una riflessione a interiori. Non un decalogo, non un filone, non un sotto-pseudo-post-pre genere ma una bussola critica in grado di puntare verso un fenomeno, quello di certe tendenze della narrativa contemporanea, e non di diventare fenomeno. Una riflessione, critica, poetica, estetica ma sempre una riflessione. Se diventasse prassi, potrebbe fare la fine del punk e tra un paio di anni ci troveremmo, non solo delle vecchie cariatidi come gli Stiff Little Fingers ancora in giro a suonare fino allo sfinimento gli stessi pezzi, ma pure le vecchie cariatidi della seconda ora come gli Exploited, le giovani vecchie cariatidi dell’hardcore e i (più o meno) giovani Green Day e Blink 182 di turno, fino alle ultimissime generazioni di cloni dei cloni dei cloni dei cloni. Strofa, strofa, ponte (se va bene), strofa, ritornello, strofa… Piatti insipidi e preriscaldati a base di carne secca di zombie.

Ibridazione, quintessenza del pop. La nebulosa del NIE accosta stili, generi, sensibilità, scrittori diversi. Thriller, reportage, noir, giallo, romanzo storico, romanzo sociale ecc. ecc. Poche volte fantasy (a cui avvicino, arditamente, anche fantascienza, horror e fantastico). Il confine con il New Weird 7 è talmente labile che le due cose quasi si sovrappongono. Potrebbero essere i casi che portano fuori pista, che lanciano ponti e sguardi verso orizzonti non contemplati che sembrano distanti e inconciliabili… New Italian Epic e fantasy! (ci torno più in là) I nomi nella nebulosa wuminghiana, a caldo, sono, al momento quattro- e qui mi bullo: noialtri Kai Zen, Valerio Evangelisti e Alan D. Altieri e Wu Ming 5 in solitaria.8

A mio modesto parere il NIE, dovrebbe rimanere liquido, vago nei suoi confini, in grado di muoversi come una massa di argento vivo sul marmo. Adattarsi, scivolare sulle superfici mantenendo comunque il suo scintillio, quindi ben vengano le versioni 2.0, 2.1, 3.0 fino a n.n. Chi si ferma è perduto diceva quel tale…

camusIl come epico. L’epica è la storia dalla parte giusta delle Storia per parafrasare il disclaimer di Manituana. Manituana potrebbe correre in parallelo all’Iliade se l’Iliade fosse raccontata dalla parte di Troia 9 e se l’Odissea fosse l’Ettorea: la narrazione delle gesta di un Ettore sopravvissuto alla morte e in viaggio nel cuore di tenebra della sconfitta. Epic in New Italian Epic allora avrebbe a che fare, non con l’epica in sé – o in senso classico – ma con un afflato epico della narrazione e/o con un’evoluzione del modo d’intendere l’epos filtrato attraverso la sacra trimurti della modernità, invero ormai piuttosto acciaccata, Nietzsche, Freud e Marx, in cui il ruolo fondamentale è quello ricoperto dall’hybris presocratica 10 e quindi mutuato dalla tragedia. Lo stesso valore etico, in senso morale, non di costume, che avrebbe il NIE deriva, a mio parere, dall’assenza di equilibrio dell’universo. La sacra trimurti deve fare i conti con l’oste. E l’oste potrebbe essere l’esistenzialismo di Albert Camus. Se così fosse, si potrebbe tracciare un parallelo tra la rivolta dell’individuo – mi rivolto dunque siamo – (individuale ma universale ed ecco il valore epico simbolico del solipsismo), e la lotta, sempre e comunque, solitaria, dell’eroe. Con Camus poi bisognerebbe fare i conti anche sul come esistenziale. Che senso ha il lavoro sul NIE? Nessuno, come tutto nella vita. È uno spreco di energia, fisica, mentale e finanche elettrica, degna di quella di Sisifo. E allora? Be’ proprio Camus considera Sisifo felice perché “anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo” 11. Il termine Epico allora potrebbe trovare, nella contemporaneità, il suo focus nell’hybris, nell’assurdo e nel fallimento con buona pace della santissima trinità, che ci andò vicino, ma forse con troppa convinzione e senza alcun dubbio. Dubbio. L’elemento fondamentale, talmente fondamentale da indurci a dubitare, in una sorta di nastro di Moebius, del dubbio stesso. Ma da qui in poi, il terreno si fa perniciosamente scivoloso, anzi da qui in poi non c’è più nessun terreno – forse. Meglio fermarsi e riservarsi un paio di belle falcate per il salto nel nulla, per un’altra volta. Hop, hop, hop, ecco che vado a ritroso. L’eroe solitario, epico, sì, ma non in senso epico. L’eroe solitario potrebbe essere l’uomo in rivolta – non in rivoluzione – scettico verso il destino e verso la conclusione della sua quest. Anzi addirittura scettico nei confronti stessi dell’esistenza di un quest. Non lo è forse il commissario Scialoja in Romanzo Criminale? o per non andare troppo lontano e per lavare i panni sporchi in pubblico, non lo è Shanfeng ne La Strategia dell’Ariete? E come loro moltissime delle ombre che si muovono tra le pagine della nebulosa individuata da Bui. Pseudo-kantianamente sono figure che non portano la legge morale in loro e il cielo stellato sopra di loro, ma bensì il cielo stellato in loro e la legge morale, non sopra, ma semmai fuori da loro. Se non è epico questo… Questo avviene ovviamente anche oltre i confini del NIE, anche perché come mi ha detto Valerio Evangelisti in una recente chiacchierata intervista telematica: “Wu Ming 1 […] d’altra parte non intendeva fondare una scuola, bensì individuare certe costanti in una parte della narrativa italiana recente.” Certe costanti. Non si tratta di valori assoluti. A quelle costanti se ne possono aggiungere altre e altrettante “incostanti”. L’argento vivo, la nebulosa quindi. Una nebbia fatta di singole stelle, che ruota, si espande e si ritira tra le spire della galassia narrativa, laddove ci sono anche stelle cadenti, asteroidi e meteoriti di passaggio con o senza scia, in attraversamento siderale. Interessante… Il come transmediale. Il multimediale, come la contaminazione tra filoni narrativi, scrive WM1 a pagina 23 della versione 2.0. del saggio è un pleonasmo. Concettualmente non fa una piega. Ma anche in questo caso non darei il multimediale, come il “crossover” così per scontato. E questa volta per una mera questione fisiologica. Tra le opere e gli autori (e qui, sono i secondi a contare più delle prime) della nebulosa NIE, già parlare di multimediale è azzardato.

culturaconvergenteNon mi sembra, per esempio, che un booktrailer, per quei pochi che lo hanno fatto, o per quei pochi in cui si è attivata la comunità di fan per farlo, sia una questione transmediale, lo stesso vale per un sito o un blog dedicato a un libro ecc. Per molti di loro il multimediale è già qualcosa di astruso, figuriamoci il transmediale. Se Romanzo Criminale si trasforma in film e poi in serie, se Carlo Lucarelli porta in TV i misteri d’Italia e via dicendo, non siamo di fronte alla transmedialità di cui parla Henry Jenkins in Cultura convergente. I casi di opere transmediali sono ancora pochi, e gli autori che hanno un approccio transmediale, si contano sulle dita di una mano monca. Simone Sarasso, Wu Ming e, mi ribullo, Kai Zen, in parte, forse, Evangelisti e Genna. Senza contare che qui, e ci vorrebbe una parentesi molto lunga, dovrebbe entrare in gioco la questione copyleft. L’opera transmediale per essere completamente tale, ha bisogno delle licenze Creative Commons. Ma questa è un’altra storia. Il succo della faccenda è che la transmedialità implica una volontà, di scrittore e di opera (in modo che si metta in moto un meccanismo collettivo che riguarda lettori, fruitori, fan, produttori di contenuti…), di transmedialità. Una volontà, consapevolezza, necessità, capacità che non tutti gli attori del copione hanno. Insomma, per molti versi siamo ancora, se va bene, dalle parti del multimediale. Forse, semplicemente non c’è ancora la giusta dimestichezza con le tecnologie o è una questione di mentalità, oppure alcuni autori sono un po’ vecchiotti, sta di fatto che le potenzialità della narrativa di “proseguire in modi ulteriori” sono ancora del tutto inespresse per la maggior parte dei casi. Siamo in alto mare. 12

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: Meridiani e paralleli. Abbozzi in attesa di qualche anima pia che ne voglia formulare un’extended version / “I”, l’accrescimento :

corto+ Il grande assente. Una tendenza simile a quella proposta da WM1 ha già calcato le scene narrative italiane. Quello che per molto tempo, e in qualche roccaforte ancora è considerato, come un fratello minore o addirittura come un lontano cugino un po’ suonato della letteratura: il fumetto ha solcato gli oceani del tempo evidentemente e con decenni di anticipo ha raccontato storie che oggi Bui potrebbe tranquillamente ascrivere al NIE. Tra i molti possibili esempi ne citerei almeno tre. Hugo Pratt, la coppia Berardi – Milazzo e Gianfranco Manfredi (anche come narratore tout court con Magia Rossa mi sembra si possa considerare della partita). Corto Maltese, Wheeling, Gli Scorpioni del deserto, i vari “uomini”, soprattutto L’Uomo della Somalia sul versante Pratt, Ken Parker per il dinamico duo e Magico Vento (e oggi Volto Nascosto) non hanno forse tutte le carte in regola per essere veri e propri casi ascrivibili a un eventuale nebulosa ante litteram?

giochi-sacri++ L’intervento sul NIE nasce (anche) dall’esigenza di raccontare il panorama narrativo italiano all’estero. Va da sé che il terreno fertile per la nascita di un’eventualità come quella del NIE non è solo italiana. La Kali Yuga, calma, calma, più sotto ci arrivo, è ovunque. Si potrebbe per traslato, ludicamente, individuare un nuovo epico internazionale partendo dai presupposti del memorandum. Mi viene in mente certa letteratura postcoloniale, molti autori americani, europei, sudamericani… Per buttare giusto due cose nel mucchio tra le opere più recenti: “Giochi Sacri” di Vikram Chandra, il “Ciclo barocco” – Argento Vivo, Confusione, Il Sistema Mondo – di Neal Stephenson, “Il Quinto Giorno” di Frank Schätzing (e non storcete il naso), “In caduta libera come in un sogno” di Leif Persson o l’inclassificabile, se non come new weird, “Perdido Street Station” di China Miéville. Andando a ritroso invece, in un’altra nebulosa ante litteram: Operazione Massacro di Rodolfo Walsh e Ricordo della Morte di Miguel Bonasso… e qui, come per la Kali Yuga, rimando al discorso sulla periferia del globo poco più avanti… Andrebbe tirato in ballo anche qui il fumetto: il lavoro di Osterheld, “L’Eternauta” e “Mort Cinder”, Alan Moore con “Watchmen” e “V for Vendetta”, Frank Miller con il suo “Bat Man”, il suo “Devil”, la sua “Elektra” 13 e naturalmente “300”.

il signore delgi anelli+++ Se c’è  un filone che dal crollo delle Due Torri 14, ha ritrovato vitalità e nuova linfa vitale, è il fantasy, 15 quando non ripete i canoni dettati dal buon vecchio caro Tolkien offrendo ai lettori pochi e rari spunti interessanti, il più vituperato (assieme al rosa) dei “generi della letteratura di genere” spazza via tutti i concorrenti, e non solo in termini di numeri e di vendite. In questo, senza scomodare Harry Potter, basta andare a curiosare tra gli indici di vendita delle Cronache del mondo emerso della Troisi, che però rientra nel fantasy di ispirazione tolkeniana e dei suoi innumerevoli derivati 16. Il fantasy si richiama all’epica classica e anzi trova la sua genesi proprio nel mito, nelle saghe 17, nell’epos e contemporaneamente è narrativa popolare, creatrice di mondi e cosmogonie. È forse il filone che da più tempo, e in modo più efficace, ha fatto della transmedialità una sua caratteristica propria attraverso tutte le sue derive espressive: le fan fiction e la fan art, i giochi di ruolo, i videogame, le pellicole, le serie tv, i fumetti, il cosplay, le parodie perché no, i MMORPG 18, le illustrazioni, la cartografia, i saggi, i blog, i forum, i software, i siti, le miniature, le action figure, i giochi da tavolo, ecc. ecc. attraverso le quali si sviluppano le storie (lo stesso si potrebbe dire di certa fantascienza, strettamente imparentata con il fantasy come quella di Dune o di Star Wars). In Italia, non c’è solo la trilogia troisiana, con i suoi sequel e prequel vari, derivati dal fantasy moderno di matrice anglosassone 19 naturalmente. Un caso emblematico, punta dell’Iceberg, è Pan di Francesco Dimitri 20 oppure la trilogia del Wunderkind di D’Andrea G.L. 21 Un’ulteriore parentesi andrebbe aperta sul connettivismo. 22

panDon’t keep it cool-and-dry, sguardo obliquo, complessità narrativa, attitudine popular, storie alternative, ucronie potenziali, sovversione “nascosta” di linguaggio e stile, oggetti narrativi non identificati, comunità e transmedialità… Quante di queste caratteristiche sono di certo fantasy à la Pan? Che sia new italian fantasy!? La questione etica si fa, oserei dire, intrigante, perché il fantasy ha sempre prestato il fianco a critiche facilone 23 che lo etichettavano, e lo etichettano 24, come mera rappresentazione della lotta mazdeista tra bene e male, messa in scena di un atteggiamento manicheo. Bianco e nero. Evidentemente è più facile liquidare in questo modo il Signore degli Anelli che leggerlo. Metteteci pure una certe dose di antipatia politica tutta italiana, una sequela infinita di scribacchini imitatori di bassa lega e la frittata è fatta. L’unico atteggiamento manicheo condivisibile è quello che divide, al di là di generi, filoni e del memorandum wuminghiano stesso, libri buoni da libri di merda.

bela++++ Oggetto narrativo è una definizione suggestiva anzichenò, ma un testo è un oggetto narrativo di per sé, o lo diventa? Una storia si trasfigura in oggetto narrativo quando incontra la transmedialità scavalcando gli argini del libro, tanto da non avere neppure più importanza il formato attraverso cui viene trasmessa lasciando spazio all’intero complesso di narrazioni che la narra all’infinito? Il fantasy si presta da sempre a sfornare oggetti narrativi allora (e quasi sempre senza impianto teorico)… Gli oggetti narrativi non identificati cosa sono quindi? A parte l’obiezione più scanzonata sul fatto che definendo oggetto narrativo non identificato qualcosa lo si identifica proprio come tale, è davvero non identificabile un libro come Gomorra per esempio? Non si potrebbe dire invece che il lavoro di Saviano sia identificabilissimo? Non è tutto sommato semplice docufiction? Nulla di inaudito o di sconvolgente quindi… E le altre opere citate dal memorandum? Non sono tutti romanzi? Alcuni, e torniamo alla scontata ibridazione, esulano e straripano nel reportage o in altre forme narrative certo, ma non sono in fondo romanzi? Sono molto meno identificabili, per rimanere in Italia, oggetti narrativi come “Praga Magica” di Angelo Maria Ripellino o “Bela Lugosi” di Edgardo Franzosini.

42+++++ Carl Gustav Jung chiese all’I-Ching cosa fosse. Lanciò le monete e l’oracolo rispose. La questione NIE, forse, fa già brillare gli occhi, anzi distorce la pupilla fino a strizzarla in una “€”, ad alcuni editori, pronti ai nuovi Cannibali o all’avvento del sostituto del noir. Da qui all’ammorbarci con le edizioni di “Repubblica” o del “Corriere” dei classici del NIE, il passo potrebbe non essere poi così lungo. 25 Sarebbe curioso e forse illuminante costruire un’antologia (annotata perché no) “dal basso”. Magari in rete, magari con brani di romanzi editi o con racconti scritti ad hoc, con estratti che mettano in scena le caratteristiche del NIE attraverso la narrazione ecc. Un testo che possa in qualche modo affiancare le discussioni in progress. Si parla di NIE ma ancora, e rimando al come statistico e alla questione dell’élite, non è chiarissimo come sia il NIE. Affiancare alla teoria la pratica aiuterebbe forse a fare chiarezza con buona pace degli editori che vorrebbero allungare le mani. L’antologia potrebbe fare quello che ha fatto Jung 26, chiedere al NIE come sia. 27

++++++ Rimanendo dalle parti degli endocetti e dell’inconscio collettivo, sarebbe plausibile pensare che, in questo particolare momento spaziotemporale, sia stia scrivendo un unico grande romanzo? 28

++++++ Sul postmoderno ha già scritto il mio socio Guglielmo Pispisa 29  

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: Kali Yuga :

Il deserto cresce. Guai a colui che favorisce i deserti!
Friedrich Nietzsche

Il deserto cresce. Guai a colui che non favorisce i deserti!

 

Il come “apocalittico”. La Kali Yuga. 30 La periferia 31 del globo. 32

melaPartiamo canonicamente dall’inizio. Da Adamo quindi. La scrittura come ogni altra arte è azione ed è l’azione che ha messo in moto il tempo. Quello di Adamo 33 fu un gesto scellerato e creativo che ci ha condannati a passare dall’eternità alla storia e a rincorrere di continuo l’eternità tramite l’arte. In particolare, per noi contemporanei la sensazione è quella di essere giunti agli sgoccioli del tempo. Una sensazione tipica di ogni epoca. Soprattutto nell’era della Kali Yuga 34 . La creatività è allora una forma di necessità, una ricerca compulsiva di eternità. Come notava il mio inevitabile punto di riferimento Emil Cioran stiamo per smettere di cadere nel tempo e ci apprestiamo a cadere dal tempo. Questo è valido per ogni epoca, ma la differenza sostanziale si trova nell’affermarsi del superuomo. Prima l’uomo aspettava e cantava la catastrofe (divina, cosmica, naturale) ora è pronto a procurarsela da solo. Ora siamo in presenza del troglodita dotato di armi atomiche. E questo è forse l’unico istante davvero trascorso da quando abbiamo fatto capolino sulla terra. La fine guadagna terreno e se i flagelli naturali non dovessero presentarsi rapidamente allo scopo di fermare lo sviluppo dell’uomo, quelli “artificiali” diventerebbero sicuramente seducenti. Non si può fare a meno nella vita di tutti i giorni di rendersi conto di vivere in quello che lo stesso Cioran, ossessionato dal tempo, non esita a definire un «clima da epilogo.» Non esiste gesto quotidiano, volto o rumore, parola o discorso che non ci faccia provare la sensazione di un termine incombente e non importa se questo dovesse accadere entro un secolo o se ci vorranno millenni. Ognuno di noi vive una sorta di piccola e personale apocalisse prossima, quella che potremmo definire Ipocalisse 35 . In questo “arrancare” tra le giornate prima della fine, ogni incidente, anche il più banale viene esaltato e soltanto chi rifiuta l’inevitabile sembra non rendersene conto. Quando la storia segue un itinerario ben preciso, ogni evento appare come un capriccio del divenire, ma non appena essa esce dai binari, il più piccolo fatto assurge allo status di segno. Ogni accadimento diventa un prodromo, un avviso della conclusione. Nelle epoche indifferenti, quasi nell’assoluto, il presente che si ripete in forma di accadimento rinchiude in sé un significato particolare e pare non svolgersi nel tempo, viceversa nei periodi in cui il divenire coincide con una sorta di rinnovamento tragico, non vi è nulla che non richiami una movenza verso l’inaudito. Questo è il caso della nostra epoca, la Kali Yuga. Guido Ceronetti ne fa un accenno in Pensieri del tè, a p. 48: «Il 18 febbraio 3012 avanti Cristo sarebbe cominciata questa età della Kali Yuga, destinata a durare 432 mila anni. Era un venerdì.» Insomma abbiamo ancora più o meno 430.996 anni di oscurità davanti a noi…

La scrittura, in quanto praxis e tekné deriva da un’azione. Abbiamo visto che l’azione ha fatto precipitare l’uomo nel tempo. La scrittura però è anche poiesi, e suo fine è quello di aspirare al contrario del tempo, all’eternità. Non è un caso quindi che XIX e XX secolo, epoche in cui l’apocalisse sembrava e sembra sempre più prossima, si sia non solo affermato il romanzo, ma abbia subito continue mutazioni genetiche senza risentirne come ne hanno risentito altri generi letterari. La scrittura è il mezzo che sembra prestarsi meglio a raccontare e a farsi ispirare da quest’epoca in cui il tempo è giunto agli sgoccioli. E il NIE, sembra trovare in quel suo Italian, la sua personale fonte di estrema creatività. L’Italia da “fine di mondo”, l’Italia agli sgoccioli con la casta, la questua, gli zombie che assaltano insanguinati il Trony – non ci sono paragoni – per un cellulare. I cui nervi scoperti non sono mai stati curati e anzi hanno partorito il presente. Sessantottini, settantasettini, fascisti, comunisti, squadristi, piazzisti, costituenti, pidduisti. Squallidi, miserabili del grande oriente di ‘sta minchia. Tutti hanno costruito, mattone su mattone, il presente. Sono i padri e i padri dei nostri padri. Tutto ciò non ha nulla a che fare con il male 36 ma solo e semplicemente con la pochezza umana e con l’ideologia. La stessa che in letteratura tende a dimostrare e non a mostrare, saltando a pie’ pari un concetto semplice quanto deflagrante: la realtà è quella che è, dire quello che dovrebbe essere è fare, appunto, dell’ideologia. 37

Con gli schermi accesi che proiettano magia nera allo stato etereo. Oggi, ora, in questo momento, la narrativa sguazza nello scavare dopo aver toccato il fondo. E con sorpresa scopre le pagliuzze d’oro tra il fango. Sembra che solo i momenti di maggior decadenza possano fornire materiale su cui affilare la creatività. Ed ecco perché, all’improvviso WM1 può individuare, e classificare, un fenomeno che accomuna scritti lontani e differenti. Tutti nascono, crescono, respirano l’età del ferro più del solito. Eppure stiamo vivendo un eterno momento simile. Cosa ha fermato o distratto la macchina narrativa, per un certo periodo, dal cantare la Kali Yuga allora? Il luogo. Forse. La sua centralità o la sua perifericità.

cioranSempre Cioran nel ritratto di Borges 38 scrive a proposito della periferia del globo, quale spazio culturale minore, anonimo, simile ai Balcani della sua giovinezza che esso non ha nulla da offrire e questo costituisce il dramma e il vantaggio di esserci nati: tutto ciò che è straniero ed estraneo si illumina di una luce diversa che conferisce una sete quasi malsana di peregrinazione attraverso le filosofie, le letterature, i suoni di tutto il mondo. Ai margini, come nell’Europa dell’est e in Sudamerica, il livello di curiosità e informazione è molto più elevato «[…] È il nulla di questi luoghi marginali, a rendere gli scrittori, i filosofi, i pensatori e le persone più aperte e vive degli altri, immobili, imprigionati dalle loro convinzioni immobili e incapaci di sfuggire alla «loro prestigiosa sclerosi.» 39 Allora se Italian ha senso in NIE, e se è possibile individuare una simile tendenza della narrativa in questo paese, allora significa che, dopo la sbornia del boom economico, dell’entrata nel G7 e nel G8 e del made in Italy, siamo di nuovo consapevoli, o per lo meno qualcuno lo è, di essere alla periferia desolata e desolante del globo. Gli altri moriranno davanti alla TV, pieni di merda fino alla cintola, con migliaia di canali tra cui scegliere e un cazzo da guardare. Non sarà la narrativa a salvarli. Non è il suo compito. Al limite può raccontarli. È pur (quasi) sempre buon materiale su cui lavorare di penna. Wu Ming sistema egregiamente intuizioni che erano nell’aria da tempo, un po’ come le scoperte scientifiche che avvengono in contemporanea in diverse parti del mondo, e che forse avevano bisogno di tirare le fila. Le sistema secondo il suo modus operandi e secondo la sua interpretazione fenomenica. In questo presumo che critiche, postille, chiose, destrutturazioni, lavori di fino e smantellamenti possano essere fondamentali, tanto alla questione New Italian Epic – che sia fondata oppure no – quanto alla piacevole sensazione di dibattere in profondità, con leggerezza, lontani da salotti, tromboni e parrucconi che ancora si dimenano e si contorcono tronfi in questioni putride. 40 Del resto se i critici facessero il loro lavoro ai narratori potrebbe bastare la poetica. Nonostante tutto, non sono riuscito per fortuna, a dissipare i dubbi che nutrivo nei confronti del New Italian Epic e i come restano sospesi a mezz’aria pronti a farsi sostituire, a farsi affiancare da molti altri come. Sono le domande, non le risposte, banalmente, a essere importanti. La selva è ancora oscura. È una selva di selve ma per mia grande fortuna, se la ragione è incapace di dissipare queste nubi, a ciò pensa la natura, la quale mi cura e guarisce di questa tristezza e di questo delirio filosofico: la tensione della mente si allenta, mi distraggo, un’impressione vivace dei miei sensi manda in fuga tutte queste chimere. Ecco, io pranzo, gioco a tric-trac, faccio conversazione, mi diverto con gli amici.

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: Appendice :


Cantare la Kaly Yuga / No Italian Epic

A Ferdinand mancava quel che farebbe un uomo più grande della sua povera vita, l’amore per la vita degli altri.

F.L. Céline

[…] e non mi convince Pasolini quando bacchetta gli intellettuali di sinistra, che in nome di Céline, si sono messi a distinguere tra le scelte ideologiche di uno scrittore e il suo valore letterario. Questa «dissociazione» a Pasolini è indigesta. Bah, non credo che le scomuniche politiche abbiano importanza in letteratura.

Alessandro Piperno

 

Simone Sarasso 41 affronta di petto la questione dell’apocalisse. Uno dei nervi scoperti, secondo lui, sta nel dopo:

«In sintesi: quale futuro dopo l’apocalisse? Più nel dettaglio: molti dei libri citati nel memorandum (quasi tutti, a dire il vero) raccontano la fine. La fine di un’epoca, d’un mondo, nel più ristretto dei casi dell’universo dei protagonisti. Fine quasi mai assoluta ma, come detto, annichilente. Data per scontata la fine: – Coloro che rimangono, sono semplici sopravvissuti o padri pellegrini? – Dopo aver raccontato l’annichilimento in tutte le salse, questa nuova generazione di scrittori sarà in grado (e, soprattutto, avrà voglia e necessità) di produrre una mitologia fondativa? A quando un’Eneide, dopo tante splendide Iliadi?» 42

eneideL’Eneide. Ridotto ai minimi termini, narrare significa riprodurre in eterno certi schemi, l’originalità dello scrittore sta nella modalità con cui li riproduce. Certo bisogna tenere conto di molte varianti socioculturali e bla bla bla, ma la mitopoietica, in soldoni, è legata agli endocetti, agli archetipi. Da Jung a Campbell, attraversando come un alfiere la scacchiera della narratologia da Todorov ai formalisti russi, si può identificare un certo numero di archetipi che corrispondono ad altrettante storie. Prendiamo i tre casi più semplici che si riferiscono all’endocetto del viaggio, quelli che si incontrano più spesso, puri o amalgamati, in lettura, insomma: il viaggio di formazione (in soldoni quello di molte fiabe à la Capuccetto Rosso), il viaggio dell’eroe, e il viaggio di fondazione – esodo. Se l’Odissea tanto per capirci rientra nel archetipo del viaggio dell’eroe, l’Eneide rientra in quello di fondazione. Ricordo che quando frequentavo le scuole medie c’era l’ora di epica. Il libro era un mattone inverosimile, che conduceva i giovani pupilli a un’inevitabile ernia a furia di trasportarlo nello zaino. Dal mito alla storia – questo il titolo del volume – racchiudeva in sé Iliade, Odissea, Eneide, Orlando Furioso, se non ricordo male La Gerusalemme Liberata e qualche stralcio da saghe nordiche varie. Nel corso di studi, si riuscivano ad affrontare solo le prime tre. Le altre, come la storia del XX secolo alle superiori, venivano elegantemente glissate. Epica era una delle poche materie che mi affascinava davvero. L’Iliade e l’Odissea erano esaltanti, stuzzicavano la fantasia e coinvolgevano la maggior parte della classe. Quando capitava di dover scrivere un tema, inventandosi un episodio dell’una o dell’altra (soprattutto dell’altra) sentivo quella scossa elettrica nelle mani e nella testa che ho provato solo anni dopo, quando scelleratamente ho deciso di darmi alla narrativa. Finita l’Odissea, in aula si mormorava già in attesa dell’Eneide, alla stregua di come si mormorava in attesa del Ritorno dello Jedi. Dopo poche lezioni ci rendemmo conto che L’Eneide, non solo non collimava con le aspettative, ma era di una noia brutale. Ben presto persi il filo delle gesta di Enea e del suo approdo sulle coste della Libia ecc. ecc. e i miei voti, a dire il vero sempre sulla soglia della sopravvivenza, vacillarono anche in epica. Sono la Kali Yuga, l’apocalisse e l’ipocalisse a fornire il combustile necessario alla narrazione. È il male, quella finzione che chiamiamo male, a rendere le storie degne di essere raccontate, ma soprattutto degne di essere lette. La quintessenza dell’affabulazione, l’ontologia dell’avvincente, la materia prima dell’avventura. L’alfa e l’omega di questa cosa che secondo alcuni è NIE, secondo altri è intrattenimento salgariano 43 (se vogliamo addizionato di spessore filosofico – sociale – psicologico) e secondo Tiziano Scarpa è romanzo d’eccellenza. Immaginare un’evoluzione, una rottura dell’incantesimo maligno, una Satya Yuga 44 e metterla in scena ha due grandi problemi.

1) rischia, come l’Eneide e gli altri testi chi trovano il loro humus nell’archetipo della fondazione e all’esodo, di essere maestosamente deboli, privi di spinta creativa e di dinamiche in grado di sezionare l’animo umano. È come se l’uomo esteticamente educato – per dirla con Schiller 45, l’uomo nuovo – per dirla con Marx e il superuomo – per dirla con Nietszche, prendesse il posto della cara vecchia scimmia senza peli, il troglodita armato di bomba atomica, alimentando la noia da perfezione 46 .

bsgSi tratta di materiale da maneggiare con cura. Un buon esempio di come farlo, arriva da una serie tv fantascientifica (pur sempre di narrazione si tratta): Battlestar Galactica 47. Il serial canadese trae spunto dalla storia delle Dodici Tribù di Israele (tribù perduta inclusa)48, dalla Diaspora e dall’Esodo verso la terra promessa. Il comandante Adama è una sorta di Mosé in effetti, con tanto di Mar Rosso spaziale da dividere e attraversare.

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Galactica però è circolare, parte da un’apocalisse – la distruzione della razza umana nei dodici pianeti, colonie di Kobol, da parte dei Cylon 49 – e arriva a un’apocalisse. La terra promessa, in questo caso La Terra, all’arrivo dei superstiti è completamente devastata. La fondazione, dopo l’esodo, non è un sogno, un’utopia da realizzare, ma semplicemente un incubo. In questo il sorriso amaro, folle e disincantato di Chief Tyrol, che ha da poco scoperto di essere un Cylon, un robot (un golem per rimanere in tema di ebraismo), di fronte alle rovine è emblematico (la sua personale ipocalisse).

————————————————————SPOILER ————————————————————–

2) Come la letteratura utopica, rischia poi di essere pedagogica, indicando la via da percorrere per la salvezza morale dell’uomo. Si (s)cadrebbe così nel peccato mortale dell’ideologia. Cantare la Kali Yuga è narrativamente più efficace e forse lo si potrebbe fare con L’Eneide, come in Battlestar Galactica, ma non sarebbe allora come mascherare l’epopea virgiliana da Iliade / Odissea o viceversa? Non è forse più interessante occuparsi di personaggi come il celiniano Ferdinand? Uomini più piccoli della loro povera vita, senza amore per gli altri, senza intenzioni fondative, utopiche, senza tensione al miglioramento, o meglio con questa tensione ma accompagnata dalla consapevolezza del fallimento. E qui torna, inevitabile, l’eroe solipsiticamente epico, l’uomo in rivolta. Se riuscissimo a trovare un Enea in rivolta nei confronti del suo destino di fondatore, allora potremmo cantare anche la Satya Yuga. Il fallimento (consapevole) sarebbe quindi la più epica delle narrazioni possibili. L’Età dell’oro, se dovesse essere raccontata, dovrebbe esserlo solo e necessariamente in chiave di sogno infranto, un vago e opaco riflesso marmorizzato nelle trame dell’Età del ferro; altrimenti si farebbe solo nostalgia romantica di un passato mitico o di un futuro altrettanto mitico. E mortalmente noioso. 50

Il dopo apocalisse di Simone Sarasso allora, andrebbe visto come un durante, come un’accelerazione in direzione della tempesta quindi per osservarla da ancora più vicino, una prossimità all’occhio del ciclone, ma non una sosta quieta al suo interno per quanto fradici. C’è da perdere il senno, come Orlando. Chissà se ci sarà un Astolfo pronto ad andare sulla luna?

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: Dada :

chanceLa new wave rimise in discussione il punk, lo fece riportando l’intellettualismo in seno all’ignoranza brutale e rivoluzionariamente conservatrice del genere. Fu possibile grazie alle aperture e alle contaminazioni che oggi diamo per acquisite. La new wave morì poco dopo. Morì assiderata dalla sua stessa freddezza. Dopo, fu tutto un magma inarrestabile di capovolgimenti, di incroci felici e infelici, di nascite e cadute di generi e sottogeneri. Ci fu però un microsecondo di deragliamento dadaista, un istante di febbre malarica, il tempo di ammiccare o spalancare del tutto gli occhi (fate voi), la no wave 51. Possibile che tra il new italian epic e la narrativa (pop) tout court si possa insinuare un abbagliante microsecondo no italian epic 52 in grado di far esplodere e implodere, tra clangori e bagliori, al tempo stesso Kali e Satya?

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300Simone Sarasso fa anche riferimento a una “seconda linea di autori” menzionati nel memorandum, una retrovia. La sensazione è quella dell’assedio. Un assedio mediatico, mediale, culturale in cui certa narrativa – e un certo paese – si trova da parecchio, troppo, tempo. Quando si è circondati non ci sono prime, seconde o terze linee. Il fronte è ovunque e la trincea è un solco in mezzo a un polveroso nulla. La seconda linea si trova schiena contro schiena con la prima, diventando a sua volta prima. 53 L’orizzonte a cui guarda è un altro, la curva della terra ha forse un aspetto diverso, ma la situazione è la stessa. Un enorme, devastante esercito di soldati (e schiavi) anonimi avanza da tutte le parti, come alle Termopili  54, o come a Masada. Ognuno scelga come finire, se come gli spartani 55 o come i giudei.

***

: Nota personale :

In conclusione di questa mia, poco sistematica e frammentaria, riflessione sul NIE non mi resta che tirare le somme. Sono riuscito a tracciare un quadro fenomenologico della questione? Come scritto qualche paragrafo fa, le domande sono ancora sul tavolo. Risposte non ce ne sono. Ho sbrodolato tangendo l’invettiva e il pamphlet e ho deragliato nel divertissement postmoderno non senza playfulness. Non posso che rispondermi con le parole di Samuel Beckett: ho provato. Ho fallito. Non importa. Riproverò. Fallirò meglio. Un fallimento 2.0


: NOTE :

1) Questo scritto è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons: si consente la riproduzione parziale o totale e la sua diffusione per via telematica, pubblicazione su diversi formati, esecuzione o modifica, purché non a scopi commerciali o di lucro e a condizione che venga indicato l’autore e che questa dicitura sia riprodotta. Ogni licenza relativa a un’opera deve essere identica alla licenza relativa all’opera originaria.

2)  http://www.anobii.com/groups/01902b6f3cf85ba649/

3)  A questo proposito Simone Sarasso – d’ora in poi SS – , che ha avuto la (s)fortuna di leggere il mio testo in anteprima chiosa: «Mi pare che questo sia il vero punto, ovvero quello che la gente percepisce immediatamente dal saggio di Bui. È interessante come il pubblico muti da consumer a “prosumer” partecipando attivamente a definire il brand, includendo libri a lui cari. C’è il rischio che gli intenti primigeni siano travisati, ma è il rischio di tutte le narrazioni aperte. E poi, a ogni modo, la questione è nodale per ciò che verrà, ma il NIE parla essenzialmente di ciò che è stato.»

4) La scrittura rientra nell’ambito della Techné, il termine con cui si designava, nell’antichità sia l’attività dell’artigiano che dell’artista (che erano appunto, technites). Techné comprende sia la nostra arte, sia la nostra tecnica, sia la capacità di fare qualcosa che si svolge secondo una regola. Non è dunque una mera esecuzione di progetti di altri, che l’esecutore può non condividere o addirittura non comprendere, né una creatività libera da regole. Gli artisti sono anche tecnici e i tecnici sono anche artisti, perché il loro fare, in entrambi i casi, comporta un saper fare o un metodo; comporta, cioè, una conoscenza, pratica e teorica a un tempo, e una partecipazione consapevole a ciò che si fa. E questo vale sia per il lavoro intellettuale, sia per il lavoro manuale (alla techné greca partecipano sia l’architetto, sia l’ingegnere, sia il muratore esperto del proprio mestiere). La poiesi abbraccia la techné e la comprende in quanto facoltà creativa dell’uomo e momento in cui essa si realizza, specialmente in relazione all’attività artistica. Nel pensiero aristotelico, la poiesi è l’azione umana considerata in se stessa, indipendentemente dalle intenzioni che possono accompagnarla. La Poiesi secondo Aristotele allora indicherebbe letteralmente l’atto in cui si crea, il momento creativo dello spirito e deriva dal greco “poiesis”, derivazione di poieo, fare, produrre. I concetti di prassi e poiesi hanno mantenuto, per molto tempo, uno specifico status, distinguendosi con nettezza l’uno dall’altro. Aristotele descrive le loro caratteristiche principali nel VI libro dell’Etica Nicomachea. Egli definisce la praxis una attività fine a se stessa, che non dà luogo a un’opera autonoma e, proprio per questo, implica l’esistenza di una sfera pubblica. La poiesis, invece, culmina in un prodotto indipendente, che perdura anche quando l’attività è ormai conclusa; essa è guidata, dunque, da un fine estrinseco e non ha bisogno della presenza di un “pubblico”. Lo scopo della poiesis è la constatazione che esista un prodotto anche dopo la conclusione del processo produttivo. La poiesis è un fare eterotelico, il fine della produzione è altro dalla produzione stessa. Anche la sfera pubblica, necessaria per quanto riguarda l’azione, non è condizione fondante lo statuto della produzione.

5)  Aristocratico, nobile, vi rimando alla nota  27

6) Di cui De Cataldo e Moccia, Calasso e Liala, Calvino e Bevilacqua, Mari e Faletti… sono allo stesso modo esponenti.

7) http://it.wikipedia.org/wiki/New_Weird – http://www.themodernword.com/columns/cisco_001.html

8)  E sul versante graphic novel “United We Stand” di Sarasso e Rudoni.

9) Nell’Iliade ci sono molte parti “troiane” ma sono scritte per i greci. L’Eneide invece parte da Troia ed è la storia di una sconfitta e di una rinascita fondativa, ma ci torneremo in seguito nell’appendice, No Italian Epic.

10)  L’ingiustizia, la prevaricazione, l’oltrepassamento del giusto. Nel pensiero presocratico, l’hybris è l’elemento in grado di strappare il tessuto armonico della realtà che mantiene in equilibrio l’universo.

11) A. Camus – Il mito di Sisifo, Bompiani 2001 – Mi rivolto dunque siamo, Elèuthera 2008.

12) Chiosa di SS: «il che mi porta a un’altra riflessione sulla transmedialità: bisognerebbe attuarla con passione e perizia. In altre parole, è bello che dalle storie nascano booktrailer, reading, spin-off, etc., ma di solito il problema della fan-fiction è che nove volte su dieci è robetta. Ci vorrebbe uno sforzo di umiltà e competenza vera da parte di chi porta avanti le storie. Finché si tratta di narrazione fatta da professionisti, ho piacere a vedere la mia storia implementata all’infinito. Ma il gap che c’è tra certe produzioni derivate e l’originale a volte è enorme. Occorrerebbe ricalibrare il tiro. Se tutti possono modificare a piacimento, non è sempre detto che ne nasca qualcosa di buono. Ci vorrebbe maggior controllo, per salvaguardare l’eccellenza della storia.»

13) In fin dei conti, non sono forse i supereroi, l’epica statunitense? Altro che cowboy e Far west.

14) E qui il parallelo sembra talmente forzato da non esserlo affatto.

15) A cui assimilo, come già detto, spudoratamente il fantastico. Per la differenza tra i due, che qui non è particolarmente importante, rimando a wikipedia: al contrario della narrativa fantastica tout court, che affronta l’intrusione vera o supposta dell’elemento fantastico nella nostra realtà, il fantasy descrive mondi o dimensioni immaginarie completamente avulse dal nostro mondo. http://it.wikipedia.org/wiki/Fantasy

16) Non è questa la sede per, e non è mia intenzione, dare un giudizio critico sul lavoro della Troisi.

17) In Italia, si fa per dire, abbiamo due delle più interessanti saghe epiche di matrice nordica alla pari dell’Edda di Snorri e dei Nibelunghi, quella del magico regno di Fanes e quella di Re Laurino. http://www.ilregnodeifanes.it/ – http://it.wikipedia.org/wiki/Re_Laurino

18) http://it.wikipedia.org/wiki/MMORPG

19)  Un giro sul blog di Gamberetta: fantasy gamberi, potrebbe essere un punto di partenza per indagare la vivacità e l’interazione della comunità di lettori di fantasy. Altri blog e/o siti interessanti sono www.stedon.it,  bookandsorceryfantasystorymondifantasti, mirtillangela e naturalmente Fantasy Magazine

20) Anche se di altro tenore e tematica Ho freddo di Gianfranco Manfredi, di nuovo lui, pubblicato da Gargoyle e la ristampa del già citato Magia Rossa.

21) Che uscirà a inizio 2009 per i tipi di Mondadori. Tenete d’occhio questo autore, parola di uno che non ha mai fatto lo scout. www.wunderkindtrilogy.comwww.dandreagl.com

22) http://it.wikipedia.org/wiki/Connettivismo e sul connettivismo in Italia: www.next-station.org

23) Ci sono poi opere critiche di spessore che nulla hanno a che spartire con chi spara a zero sul fantasy per partito preso e che anzi offrono una visione da considerare davvero un buon complemento di lettura alla faccenda NIE. Di corsa a leggere Harry Potter e la filosofia di Simone Regazzoni, Il Melangolo 2008.

24) Etichetta, piccola etica, costumino insomma…

25) http://www.romanzototale.it/rt2008/2008/06/18/editoriale/

26)  «A una persona il suo spirito appare chiaro come il sole; a un’altra, vago come il crepuscolo; a una terza, buio come la notte. Chi non lo trova di suo gusto non è tenuto a usarlo, e chi vi si oppone non è obbligato ad accettarlo per vero. Vada questo libro in giro per il mondo a beneficio di coloro che sanno discernerne il significato.»

27) A questo punto interrogo l’I-Ching pure io. Com’è il New Italian Epic? Lancio le monete.

Il trigramma superiore è Sun, il mite, il vento, quello inferiore è Chên, l’eccitante, il tuono. Assieme formano l’esagramma I, l’accrescimento.

L’idea dell’accrescimento è qui espressa dal fatto che la forte linea inferiore del trigramma superiore si è abbassata e si è posta sotto il trigramma inferiore. L’idea fondamentale del Libro dei Mutamenti si palesa anche in questa concezione. Il vero dominare deve essere un servire. Un sacrificio del superiore, che procura un accrescimento all’inferiore, viene chiamato semplicemente accrescimento, con allusione allo spirito che solo è in grado di aiutare il mondo. La sentenza dell’oracolo: L’accrescimento. Propizio è imprendere qualche cosa. Propizio è attraversare la grande acqua.

L’immagine: Vento e tuono. Ogni sacrificio che venga fatto in alto per accrescere l’inferiore suscita nel popolo un sentimento di gioia e gratitudine che è oltremodo prezioso per la fioritura della comunità. Quando gli uomini sono così affezionati a coloro che li guidano è possibile intraprendere qualche cosa, e anche le imprese difficili e pericolose riusciranno. In tali tempi di ascesa, il cui svolgersi è accompagnato da successo, sarà opportuno lavorare e sfruttare il momento. Questo tempo è simile al tempo in cui cielo e terra celebrano le loro nozze, quando la terra diventa partecipe della forza creatrice del cielo, e quindi plasma e realizza gli esseri viventi. Il tempo dell’accrescimento non dura, e perciò bisogna farne uso finché sussiste.

L’immagine dell’accrescimento: Così il nobile: quando scorge un bene lo imita; se ha in sé dei difetti se ne sbarazza. Nell’osservare come tuono e vento si accrescano e si rinforzano a vicenda si impara la via per giungere all’accrescimento e al miglioramento di sé stessi. Quando si scopre in altri qualche cosa di buono bisogna imitarlo e così assimilare tutto ciò che è buono sulla terra. Scorgendo in sé stessi qualche cosa di male, è opportuno disfarsene. Così ci si libera dal male. Questo mutamento etico è il più importante accrescimento della personalità.

Le prime due linee però sono dei 9, linee mobili, bisogna considerare quindi anche le parole aggiunte dal duca di Chou alle singole linee: 9 al quinto posto: Se in verità hai un buon cuore non chiedere. Sublime salute! In verità la bontà sarà riconosciuta come tua virtù. 9 sopra però significa: Egli non porta accrescimento a nessuno. Certamente qualcuno lo percuote. Egli non tiene fermo durevolmente il suo cuore. Sciagura! Confucio dice di questa linea: “Il nobile acquieta la sua persona prima di mettersi in moto. Egli raccoglie nella mente prima di mettersi a parlare. Egli consolida le sue relazioni prima di chiedere una cosa. Rispettando questi tre punti il nobile vive in completa sicurezza. Se invece si è impulsivi nei propri movimenti, la gente non collabora. Se si è agitati nel parlare, non si trova eco presso la gente. Se si chiede una cosa prima di aver annodato una relazione, la gente non la dà. Quando nessuno è con noi, accorrono i malvagi a far danno”. 

28) Ne ho avuto un vago sentore leggendo Romanzo criminale, Mostri per le masse, La terza metà e per assurdo Pan, quasi in contemporanea. Forse è solo questione di sensibilità individuale – eppure – più o meno comune verso il proprio “Yuga” (keep reading).

29) E poi a me, a costo di scatenare una insignificante tempestina in brodo, Underworld, Infinte Jest e L’arcobaleno della gravità, hanno sempre stimolato un inevitabile quanto abissale, eterno e brillante sbadiglio.

30)  Riprendo, adatto e rivedo un intervento che feci in quel di Torino nel 2006 durante il convegno scientifico organizzato dal CSI Piemonte “Il senso del tempo. Società. Scienze. Tecnologie.” – http://www.csipiemonte.it/convegni_scientifici/2006/

31) L’esistenza stessa della periferia presuppone che esista anche un centro. Avrei bisogno di altre 67.852 battute per ipotizzare, tematizzare e disgregare questo assunto.

32) Riprendo, adatto e rivedo un intervento di cui non ricordo nulla.

33) Cogliere la mela dall’albero della conoscenza.

34) Secondo l’interpretazione della maggior parte delle Sacre Scritture induiste, tra cui i Veda, il Kali Yuga, Età di Kali, conosciuta anche come Età del ferro, è l’ultimo dei quattro Yuga, un’era tenebrosa e oscura, caratterizzata da numerosi conflitti e da una diffusa ignoranza spirituale.

35) Un questione su cui lavoro dilettantescamente da anni a colpi di bic e moleskine…

36) Il male non esiste. Se non come convenzione che tra l’altro non regge alla prova del trascorrere dei millenni. Chi volete ce l’abbia ancora con Nabuccodonossor? Chi volete si ricordi, tra un millennio, di chi e come governa il mondo? Figuriamoci l’Italia. Faremo pure in tempo a vedere la morte di Dio, alla stregua di quella degli dei pagani… Sempre che non si sparisca prima dalla faccia della Terra, facendole un favore. Una questione insomma, anche questa di punti di vista. Punti di vista macrocronici. E forse nemmeno così macro. Tra cent’anni nessuno di noi sarà qui.

37)  Questo passaggio mi costringe a una ****** Breve pausa in cui sospendo (ulteriormente) la sospensione del giudizio ******

J.P. Rossano interviene sul suo blog – http://www.jprossano.com/2008/nie-noir/ – a proposito di NIE e morte dei generi: […] a volte il noir affronta a viso aperto la grande Storia, pensiamo ad Ellroy (American Tabloid, Sei pezzi da mille), o De Cataldo (Romanzo criminale, Nelle mani giuste): hanno provato a riscrivere a modo loro periodi salienti della storia dei propri paesi, tappando i buchi degli enigmi ancora esistenti con invenzioni letterarie che hanno tutto il sapore di essere più veritiere di certi libri di storia.

Il noir ama l’analisi “sociale” e la denuncia del marcio che sta dietro alle storture cui siamo spesso spettatori passivi, questa è la funzione fondamentale di un tipo di letteratura che passi pure sotto la classificazione che si vuole, o addirittura sotto alcuna classificazione come propone WM1, ma comunque una letteratura che non abbassa la guardia, non si sente in pace, ne tanto meno “arrivata” ma continua ad assolvere la sua funzione “sociale”, tanto più in un paese come l’Italia che, oggi più che mai, è colta dal pericoloso raptus di voltare la faccia di fronte al marcio, all’illegalità, agli scheletri negli armadi ed alla povere sotto i sotto i tappeti. Se ricordo bene, Salman Rushdie, la narrativa dice la verità in un’epoca in cui le persone cui è demandato di dirla inventano storie. I politici, i media, coloro che creano le opinioni inventano storie. Allora è dovere dello scrittore di finzioni cominciare a dire la verità. 

Io non ho nulla contro Rushdie – se non una sensazione personale di noia verso il suo modo di scrivere – contro il noir e tanto meno contro Rossano, ma quando sento parlare di dovere e verità mi prudono le mani. Il dovere dello scrittore… la verità… la v minuscola è fuori luogo. Forse, per pudore, il traduttore o chi per lui, quando ha riportato la frase di Rushdie non ha osato darle lo statuto e la statura di cui aveva necessità. Ma di cosa stiamo parlando? La minuscola si addice solo alle verità, quelle parziali, tutte legittime, ma pur sempre parziali, e declinate al plurale. Qui non si tratta di una missione salvifica, il rischio di slittamento verso questa direzione, è in agguato. A chi dire la Verità? Per quale motivo? E soprattutto chi ha deciso che la “nostra” sia proprio la Verità? Non mi sembra ci sia nessun intento di questo tipo nel memorandum sul nuovo epico italiano, ma le interpretazioni che spingono in questa direzione, anche in Anobii, non sono da sottovalutare. Il dovere dello scrittore è quello di scrivere. Semplicemente perché se non lo fa, cessa di essere scrittore, e di opinionisti, predicatori, salvatori della patria e affini siamo abbondantemente circondati. Le (loro) fosse purtroppo sono ancora vuote.

38) E.M. Cioran, Esercizi di ammirazione, Adelphi 1988

39) Forse proprio per questo in Italia la narrativa è sempre stata vivace, in grado di sperimentare, sconfinare, avanguardare. Basti pensare alla scrittura collaborativa, che all’estero riguarda solo esperienza off, esperimenti incerti e zoppicanti o la saggistica. 

40) Senza poi disdegnare di pavoneggiarsi in qualche festival letterario accanto a stagiste disinibite e lasciando le mogli a casa. Il problema non è il fatto in sé, naturalmente, ma l’assenza totale di classe con cui lo fanno… Cazzo, la classe è tutto.

41) Probabilmente nello stesso momento, poco prima o poco dopo, io scrivevo della Kali Yuga. Sottolineando ulteriormente il fenomeno della simultaneità delle riflessioni, come delle scoperte scientifiche.

42) http://www.carmillaonline.com/archives/2008/11/002845.html#002845

43)  Il giovane premio Salgari, nelle sue due edizioni, ha visto in finale, su sei nomi, quattro legati in qualche modo alla nebulosa NIE.

44) Il Satya Yuga è lo Yuga della Verità in cui il genere umano è governato dagli dei e ogni manifestazione o attività è vicina all’ideale più puro. È spesso associato all’età dell’oro. Fra le quattro ere, il Satya Yuga è il più lungo e importante. 1.728.000 anni fatti di conoscenza, saggezza e meditazione e la vita umana dura circa 4000 anni. Le persone, durante quest’età, credono solo nel bene, sublime virtù. Il male non esiste perché “è l’età in cui si è felici”. Dopo Satya Yuga c’è il Treta Yuga (età dell’argento) segnato da un declino, la terza era, il Dwapara Yuga (età del bronzo) porta in sé un altro declino e infine, come abbiamo visto, arriva l’oscuro Kali Yuga. Alla fine del ciclo nascerà un essere divino che ristabilirà l’ordine, facendo ricominciare un nuovo Satya Yuga.

45)  Friedrich Schiller – L’educazione estetica dell’uomo (1795), trad. it., Rusconi, 1998 – Bompiani, 2007.

46) Chiosa di SS: «Che solo il male offra buoni spunti per la narrazione è un pregiudizio novantino. […] Io ne sono drasticamente vittima (Confine di Stato), ma bisogna andare oltre. Bisogna riappropriarsi del buono, bisogna creare una mitologia fondativa. Il mondo nuovo deve smetterla di farsi degli stessi pregiudizi e schemi narrativi di quello vecchio. In questo senso “Città perfetta” di Guglielmo Pispisa è una lezione.»

47)  Il remake, anzi il reboot, di “Battelstar Galactica” fatto a partire dal 2003. Attenzione a non confonderlo con l’originale, pacchiano e inconsistente, del 1978.

48) http://it.wikipedia.org/wiki/Popolo_d’Israele

49) http://it.wikipedia.org/wiki/Cylon

50) E qui, a proposito dell’Età dell’oro, Schiller (e Marx) andrebbe riletto con disincanto.

51) http://it.wikipedia.org/wiki/No_Wave – http://en.wikipedia.org/wiki/No_New_York

52) Parafrasando Tristan Tzara, no italian epic non significa nulla. Se lo si giustifica futile e non si vuol perdere tempo per una parola che non significa nulla. Il primo pensiero che ronza in questi cervelli è di ordine batteriologico: trovare l’origine etimologica, storica, o per lo meno psicologica. Si viene a sapere dai giornali che i negri Kru chiamano la coda di una vacca sacra no italian epic. Il cubo e la madre di non so quale regione italiana: no italian epic. Il cavallo a dondolo, la balia, doppia conferma russa e romena: no italian epic. Alcuni giornalisti eruditi ci vedono un arte per i neonati, per ladri santoni, versione attuale di Gesùcheparlaaifanciulli, è il ritorno a un primitivismo arido e chiassoso, chiassoso e monotono. Non si può costruire tutta la sensibilità su una parola, ogni costruzione converge nella perfezione che annoia, idea stagnante di una palude dorata, prodotto umano relativo.

53) Anche se non fa parte dello stesso esercito o anche se si tratta di qualche soldato di ventura solitario, capitato lì per caso o per scelta. 

54)  Su “300”, il graphic novel, ma anche la pellicola (tolta la storia d’amore, i mostri e le bombe a mano, che nel fumetto non ci sono), la penso in modo diverso da Wm1, cfr. http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/allegoria_e_guerra_in_300.htm Certo a prima vista un’opera del genere potrebbe tranquillamente venir letta, più o meno ironicamente, sotto l’egida del motto Sport, Fascismo e Sodomia, ma consentitemi la boutade, non è che Nuovo, Epico e Italiano suoni poi così meno “marziale”…

55) Con in piedi almeno un aedo che continui a cantare storie.

Iniziazione massonica

L’incipit del racconto per il copyleftfestival

Notturno a Villa Wanda

“O Cecco, ma tu lo sai, te, che un amico del mi’ cugino, il Vanni, c’è entrato e non l’hanno visto più?
“Seee!”
“Ti giuro su la mi’ mamma, manco la polizia l’ha cercato. Per farti capire, eh.”
“Su la tu’ mamma?”
“Giuro. Ed era uno grande, sai, mica un cittino. Avrà avuto diciott’anni.”
“Vabbe’.”
“Mentre invece un altro ha provato a passarci la notte e…”
“Scomparso pure lui?”
“Impazzito. L’hanno ritrovato la mattina dopo nei dintorni della villa che non riconosceva la destra dalla sinistra. Ora pare che sta all’ospedale psichiatrico di Firenze.”
“E pure questo me lo giuri su la tu’ mamma.
“No, questo no.”
“Perché?”
“Perché il mi’ cugino non lo conosce di persona. Il sentito dire non lo si può controllare. Non la rischio, la mi’ mamma. Ma era sempre per farti capire, no?”
“Cioè? Farmi capire cosa, grullo?”
“Che a far la nottata in quella villa lì ci vogliono le palle, cittino”
“Per me son solo voci.”
“Voci ‘na sega. Ma lo sai chi ci si mette contro? Lo sai di chi è quella villa, no?”
“Lo so sì, se no mica sarebbe una prova di coraggio, giusto?”
“Ma tu lo sai che quello là, a ottant’anni suonati fa le orge e glielo mette in culo alle
guardie del corpo, e se quelli protestano li mena pure?” […]

 

Il copyleft, la P2 e tutto il resto

      È online il racconto del clan Kai Zen per il copyleft festival, un racconto che, tra l’altro, farà bella mostra di sé nelle vetrine di alcuni incauti esercenti aretini che hanno aderito all’iniziativa e che con loro sommo sbigottimento hanno sorpreso il Venerabile tra le righe…

 

http://www.copyleftfestival.net/archives/98