Back in yellow

La strana coppia – che è anche metà di : Kai Zen : – è tornata!

La parola amore uccide (Rizzoli) è in libreria…

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Marco Felder è vivo, voi siete morti

4539900-9788817139892-285x424Non potevano esimerci dal parafrasare Philip K. Dick visto che parte il mini tour di TUTTA QUELLA BRAVA GENTE nelle librerie UBIK.

Martedì 8 ottobre alle 18 da Ubik in via Irnerio 27 a Bologna con Alex Boschetti

Giovedì 10 ottobre alle 18 da Ubik in via Grappoli 7 a Bolzano con Nicoletta Rizzoli

Venerdì 11 ottobre alle 18 da Ubik in via dei Tintori 22 a Modena con Francesco Rossetti

 

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Il lato B del cinema (articolo scritto da J per ICON nell’ottobre del 2014)

La piccola bottega degli orrori

La piccola bottega degli orrori

Il traffico su Slauson Avenue scorre pigro. Una Ford Sedan del ’48 nuova di zecca è in panne a ridosso del marciapiede. L’aria di mezzogiorno è rovente, l’autista si ripara sotto una palma e si tampona la fronte con un fazzoletto. Si guarda attorno in cerca di un telefono. Per qualche istante l’ingegnere alla finestra dell’ufficio della U.S. Electrical Motors incrocia il suo sguardo smarrito. In fondo è semplice perdersi a Los Angeles.

Il ventilatore ruota sul suo asse e fa uno scatto, la cadenza gli ricorda il pendolo del racconto di Poe che ha letto prima di arruolarsi in marina: inesorabile, sul punto di squarciare il petto di un prigioniero legato. Le schiene dei colleghi sono chine sulle scrivanie, le camicie striate di sudore. Il ventilatore ronza e scatta. È giovedì, l’ingegnere ha cominciato a lavorare lunedì. L’uomo della Sedan è ancora là. Fa davvero caldo. Un altro scatto. Uno sguardo alle carte impilate che lo attendono. Alla fine il prigioniero del racconto si libera e, anche se la cella comincia a restringersi e a spingerlo verso un pozzo senza fondo, si salva all’ultimo istante. L’ingegnere, prima di passare due anni sotto le armi e finire in quell’ufficio, ha studiato a Stanford e per passione si è occupato di cinema per il giornale universitario. Lancia un’ultima occhiata oltre il vetro: l’uomo si è deciso, attraversa le sei corsie che lo separano dall’altro lato della strada e va verso una casa bassa. Anche l’ingegnere si è deciso, attraversa il corridoio e va verso l’ufficio del capo. “Ho commesso un terribile errore.”

Quando esce dall’edificio non ha più un lavoro, eppure l’aria torrida di L.A. non gli è mai sembrata così dolce. Passa accanto alla Ford, si specchia nel lunotto, il sorriso sulle labbra. Roger Corman ha ventidue anni, ancora non lo sa, ma è destinato a scrivere una pagina sorprendente della storia del cinema.

Mezz’ora di auto più a nord, la commissione McCarthy è a caccia di spie sovietiche. Il Senatore è convinto che Hollywood sia un covo di rossi. Le indagini si fanno serrate tra liste nere ed epurazioni. Quando Roger trova lavoro alla 20th Century Fox come addetto alla posta, registi, attori e sceneggiatori sono al centro del mirino. È un impiego come un altro, ma è un impiego nel mondo del cinema. E mentre le liste crescono tra il silenzio degli studios e le delazioni tra colleghi, l’ingegnere comincia a fare carriera. In fondo è semplice ritrovarsi a Los Angeles. Continua a leggere

Io non sono mai stato qui (una non recensione di Voi Non Siete Qui)

Più riguardo a Voi non siete quiUno, due, tre, prova… prova. Prova. Mi leggete? Nessuno mi aveva detto che avrei dovuto fare così per comunicare con i morti, potevate anche avvertirmi. Ma che… Quest’affare non funziona… Ne è sicuro? A me non sembra.

Sa. Sa. Uno, due, tre, Riproviamo. Mi leggete? A quanto pare mi leggete. Come faccio a scrivervi, come spiegare che voi non siete qui, che io sono vivo e voi siete morti?

Se davvero riuscite a leggere queste righe, significa che vi trovate in uno stato di sospensione, una specie di cuscinetto che attutisce la caduta nell’oblio prima della morte definitiva, questo non toglie il fatto che siate morti e che il limbo in cui vi trovate si chiami Messina.

Come sarebbe a dire che non posso scrivere una cosa del genere? Perché? Che c’entra che non possono capire ‘sta cosa del limbo? Ma se me l’ha detto lei che…

Ah, mi sa che sto solo perdendo tempo. Parlare con i morti… Come tecnicamente morti? O lo sono o non lo sono. A me ‘sta cosa sembra solo un’altisonante, ridicola cazzata. E poi se possono leggere perché non ascoltare?

Più confuso? Più confuso cosa?

No, non mi calmo. Non c’è nulla per cui calmarsi. Sono già calmo. E poi, lei lo ha mai fatto? Intendo ‘sta cosa di scrivere ai morti o come si chiamano? Continua a leggere

The Italian (Milky) way to Science Fiction 2

So Nineties (driven by death)
1984 is the Orwellian year par excellence. Maybe that’s why, due to a series of coincidences and circumstances, some big Italian publishers gave room to some sci-fi and fantastic authors in their general collections. So, books like La casa sul lago della luna by Francesca Duranti (Rizzoli), Dio e il computer by Roberto Vacca (Bompiani), Cercando L’imperatore by Roberto Pazzi (Marietti), Concerto Rosso by Pier Luigi Berbotto (Mondadori), Palladion by Valerio Massimo Manfredi (Mondadori), Partiranno by Luce D’ Eramo (Mondadori), Di bestia in bestia by Michele Mari (Longanesi) popped up on library and bookshop shelves. After 1985 the publishers seemed to backtrack to the so-called literature of mimesis, realism, leaving fantastic fiction to sci-fi dedicated collections or to minor publishers who however didn’t seem at all interested in publishing Italians until 1989 when Urania announced a contest dedicated to Italian authors: the winner was to be published in the collection alongside the biggest international names, so entering into the houses of eight – ten thousand loyal readers. The first book that won the Urania prize was Gli universi di Moras by Vittorio Catani, a novel about parallel worlds in which the real novelty was the origin of the protagonist, Antonio Moras, a dimensional traveler from the Southern Italian city of Bari, forced to jump between universes, and who after “losing his bearings” contracts Necro, a disease that manifests itself as a rejection of the native universe, and that forces Moras to slip continuously between dimensions causing a catastrophic paradox… The writing was flowing with some psychological components. The sales of Cattani’s novel seemed encouraging, perhaps on account of the novelty for Urania readers to read an Italian novel, but the winners of the two later editions of the prize (1990 and 1991), Luna di fuoco, a classic adventure set in space, by Virginio Marafante and Ai due lati del muro, a claustrophobic cyberpunk by Francesco Grasso, didn’t repeat the success of Gli universi di Moras. The subjects and settings, even if the characters are Italian, were not so different from those of Anglo-Saxons novels, and we had to wait until 1992 for Nicoletta Vallerani’s Il cuore finto di DR to glimpse a glimmer of originality. The standard, however, which causes more than one Philip Dick style déjà vu, was a typically cyberpunk one. Although the novel had a certain verve and style and presented a nice reversal of the protagonist’s role (the detective à la Blade Runner’s Dekart was a fat synthetic female junkie), the novel never attempted to go beyond the genre and explore the psychological and social aspects of the human soul. As the author herself said «we need to use Science Fiction as a crowbar to get in where you are not allowed to».2 The poetics of Vallorani seemed to been caught telepathically, just as in Il cuore finto di DR, by Valerio Evangelisti who replaced the crowbar with a plasma bazooka and shot in the dark a straw that shook all the combat ships off the shoulder of Orion, setting them on fire near the Tannhäuser Gate: all things that Italian readers couldn’t believe they were about to read. Continua a leggere

Eine Anime für Alle und Keinen (1 di x)

More about Pop filosofiaComincio oggi il primo feuilleton saggistico filosofico della storia umana (me le dico e me le canto da solo)… Dicevo, comincio oggi a pubblicare a puntate il mio saggio in creative commons, “Neon Genesis Evangelion – Un anime per tutti e per nessuno”, contenuto in Pop Filosofia, il volume a cura di Simone Regazzoni, fresco di stampa e uscito per i tipi de Il Nuovo Melangolo.

Non possiedo una filosofia in cui potermi muovere come l’uccello nell’aria o un pesce nell’acqua. Tutto quello che possiedo è un duello, e questo duello viene combattuto in ogni istante della mia vita tra le false consolazioni, che solo accrescono l’impotenza e rendono più profonda la mia disperazione, e le vere consolazioni, che mi guidano a una temporanea liberazione. Dovrei forse dire: la vera consolazione, perché a rigore non c’è per me che una sola vera consolazione, e questa mi dice che sono un uomo libero, un individuo inviolabile, una persona sovrana entro i miei limiti.

(Stig Dagerman, Il nostro bisogno di consolazione)

La speranza esiste in tante forme quanto è il numero degli uomini.

(SEELE)

AD 2015

Anno Domini 2000. Le fonti ufficiali ONU rilasciano una dichiarazione sull’origine del second impact, il cataclisma che ha sconvolto la Terra: un asteroide è precipitato in Antartide. L’impatto ha causato una leggera inclinazione dell’asse del pianeta, lo scioglimento dei ghiacci e i conseguenti sconvolgimenti climatici, dando il via a una guerra per la conquista dei territori non sommersi. La popolazione mondiale viene dimezzata. La verità è un’altra. Il cataclisma è stato causato da una spedizione al Polo Sud, che è venuta in contatto con un’entità “aliena”.
Quindici anni dopo, faticosamente, l’equilibrio geopolitico viene ristabilito sotto l’egida delle Nazioni Unite. Quindici anni dopo, come predetto dalla Pergamene del Mar Morto, l’apocalisse sembra prossima, annunciata dall’arrivo degli Angeli. Il primo di essi, Sachiel, è una creatura gigantesca che compare a Neo Tokyo 3, con l’intenzione di radere al suolo la città e penetrare nel sottosuolo. L’esercito, nonostante l’uso di armi nucleari, non riesce ad abbattere il messaggero divino. Nello stesso momento, il quattordicenne Shinji Ikari viene preso in custodia dal capitano Misato Katsuragi su ordine del comandante dell’agenzia speciale NERV, Gendo Ikari.
Nonostante l’attacco dell’Angelo, Misato riesce a portare Shinji nel sottosuolo della città, il geofront, dove si trova il quartier generale della NERV.
Gendo ha fatto chiamare il figlio, dopo averlo affidato a un tutore per dieci anni, con uno scopo preciso: farlo salire a bordo dell’unica chance che la razza umana ha per combattere gli Angeli: la macchina multi-funzione umanoide Evangelion, l’EVA 01, poiché il pilota ufficiale del prototipo, Rei Ayanami, è ferita gravemente.

Shinji non ha idea di come si possa manovrare un EVA e non sembra intenzionato a farlo. L’alternativa è fare salire a bordo Rei nonostante la sue condizioni critiche. Quando Shinji la vede arrivare spinta da alcuni medici su una barella, bendata e sofferente, si sente costretto a entrare nella “cabina di pilotaggio” e affrontare il nemico.

Il ragazzo si troverà coinvolto in una trama complessa e articolata, che metterà a dura prova la sua salute psicofisica, facendogli gravare sulle spalle il peso di ogni decisione e di ogni indecisione.

L’avvento di Sachiel non è che la prima prova che dovrà affrontare. Altri sedici angeli tenteranno di arrivare al cuore sotterraneo di Neo Tokyo 3, il terminal dogma, il luogo in cui è imprigionata la madre ancestrale del genere umano, Lilith, recuperata assieme al primo Angelo, Adam, nei ghiacci del polo e vera causa del cataclisma. Il contatto tra gli Angeli e Adam scatenerebbe il third impact, un altro, questa volta decisivo, disastro che spazzerebbe via per sempre la razza umana.
Qualcuno trama nell’ombra, si tratta della SEELE , un’organizzazione segreta che si cela dietro la NERV, che per portare a compimento il Progetto per il perfezionamento dell’uomo, cerca di provocare ciò che apertamente vuole impedire. Sarà proprio la SEELE a giocare un ruolo decisivo, quando invierà un nuovo pilota per affiancare Shinji e gli altri ragazzi che sono saliti a bordo degli EVA nel corso della serie (i children). Kaworu Nagisa, il quinto soggetto qualificato, si rivelerà essere non solo un adolescente, e unico vero amico di Shinji, ma anche il diciassettesimo Angelo. Lo scontro sarà inevitabile.

Questa a grandi linee la trama di Neon Genesis Evangelion, o meglio uno dei tanti fili, quello più superficiale, che compongono l’intreccio complesso e stratificato dell’anime. Quello che segue è una delle possibili ma parziali riflessioni che sono scaturite dalla visione dell’opera di Hideaki Anno e dello studio Gainax.

Fenomenologia della narrazione

Dal punto di vista narratologico, già a partire dal secondo episodio, se la fabula si fa progressivamente nebulosa, l’intreccio è un continuo susseguirsi di implosioni, frammentazioni, analessi. Il punto di vista si moltiplica, l’introspezione e il soliloquio si sostituiscono all’azione, anche sul versante della fotografia e della regia siamo più vicini al cinema d’autore che alle pellicole d’azione o fantascienza e tanto meno d’animazione.
Per l’anime firmato da Anno, si potrebbe parafrasare il sottotitolo di Così parlò Zarathustra: Neon Genesis Evangelion – un anime per tutti e per nessuno. Un sottotitolo che evidenzia il carattere fenomenologico dell’ermeneutica applicata a questo testo e che può dare spazio a un altro tipo di constatazione. Al di là delle chiavi interpretative del pensiero nietzschiano si può supporre che la lettura dello Zarathustra trovi in chiunque vi si approcci, addetti ai lavori e non, un riscontro simile. Dopo aver sfogliato l’ultima pagina ci si sente spaesati, non è un trattato filosofico che dispiega il sistema mondo in modo razionale, passo a passo, preciso e distante dalla vita come Plutone dal Sole. Nonostante “l’attentato” alla comprensione però qualcosa si muove nelle viscere, qualcosa rimane. Allo stesso modo, dopo la sigla di chiusura dell’ultimo episodio di Evangelion, qualcosa “sconquassa le budella”, qualcosa che ha a che fare con la Verità e le verità. Qualcosa che mina il reale stesso. A cosa ho assistito? Cosa ho visto, cosa mi ha affrontato?

Lo spaesamento non è dovuto però alla cripticità della trama, o ai vari passaggi al limite del comprensibile, c’è dell’altro. Qualcosa di forte, di emozionalmente intenso e di metafisicamente rilevante.

Shinji fissa il soffitto. Un soffitto sconosciuto. Come si è trovato lì? È solo la seconda puntata. Nella prima è andato in scena un classico dell’animazione giapponese, o almeno per tre quarti della puntata, si tratta di un classico, anche se rivisto e corretto nella grafica, nello stile e nel mecha design, in base a gusti più contemporanei. Un adolescente, sale per la prima volta a bordo di un robot sofisticato per affrontare un mostro alieno che minaccia la terra o più nello specifico Tokyo e il Giappone. Una storia vista diverse volte negli anni d’oro dei robot giganti, dallo scanzonato Trider G7 al realistico Gundam.

L’attacco alieno proprio al paese del sol levante è un topos dell’immaginario dei “cartoni animati” ed è forse collegabile al trauma collettivo della nazione dovuto allo sgancio della bomba atomica sul suolo patrio. La narrazione avrebbe per così dire interiorizzato la Storia, facendo di Hiroshima e Nagasaki un endocetto, un archetipo, che volente o nolente si riverserebbe nelle trame di chi costruisce un certo tipo di storia. Ma se fino a qualche decennio fa, l’attacco geograficamente mirato non trovava spiegazioni nel copione (perché mai un invasore alieno, o chi per lui, dovrebbe conquistare o annientare la terra partendo dal Giappone?) e si adattava a intrecci, spesso inconsistenti e ripetitivi, nel caso di Neon Genesis Evangelion c’è un perché drammaturgico “logico”.

La spedizione al polo che scatena il second impact è nipponica, e fa capo alla SEELE. Nel 2015, quando i nati nell’anno del cataclisma, sono appena adolescenti, all’improvviso gli Angeli attaccano Neo Tokyo 3. L’assalto delle schiere angeliche è guidato dall’istinto, dall’attrazione verso Adam (e Lilith) che è rinchiuso nel terminal dogma.

Shinji si trova a fissare confuso il soffitto di una stanza d’ospedale a causa dello scontro con il nemico del primo episodio e di cui non conosciamo l’esito.

Lo spettatore non sa cosa sia successo. Come il ragazzo, si risveglia a sua volta dallo choc. L’analessi, nella seconda puntata, mostra tutta la brutalità del combattimento tra l’Evangelion e l’Angelo, e per chi è abituato a lame rotanti e compagnia bella è del tutto inaspettata.

Dopo che Shinji è salito a bordo del “robot”, viene scagliato nel mezzo della battaglia. Un elevatore lo porta dal quartier generale sotterraneo della NERV tra le strade della città evacuata. Shinji cerca di manovrare ma con scarsi risultati. Sachiel afferra l’EVA 01 per il collo e con una specie di lancia luminosa a percussione comincia a colpirlo con estrema violenza all’altezza dell’occhio. Se nei cartoni degli anni ‘70 c’era da chiedersi cosa diavolo avesse il pilota da urlare tanto, magari stringendosi l’arto corrispondente a quello del suo robot colpito dall’avversario di turno, in Evangelion viene messo in chiaro fin da subito che pilota e macchina sono in simbiosi e quello che prova la seconda, prova il primo. E Shinji urla, fino a perdere i sensi. Sotto i colpi della lancia dell’Angelo, la corazza dell’EVA cede e uno spruzzo enorme di sangue schizza dalla sua testa.

Cosa è successo dopo? Come ha fatto il pilota a salvarsi e risvegliarsi in ospedale? Che fine ha fatto l’Angelo? Ma soprattutto che cosa è l’EVA? Perché sanguina?

Quando a Shinji inizia a tornare la memoria, rammenta che alla fine della battaglia, l’EVA 01 si è fermato di fianco a un grattacielo di vetro e acciaio. Ricorda di aver osservato il riflesso dell’Evangelion, che ha perso il “casco”, e di aver visto in preda al terrore un’enorme occhio umanoide vibrare di vita.

Per salire a bordo il pilota deve entrare in una capsula oblunga, l’entry plug, una volta dentro, una specie di liquido amniotico sommerge l’abitacolo e “annega” senza troppi convenevoli il passeggero, fornendo ossigeno ai polmoni. L’entry plug viene inserito da una gru, tra il collo e la schiena, nel tronco dell’EVA. La strumentazione non è complicata, un paio di cloche legate al sedile, e la visuale è a 360°, come se uno schermo avvolgesse l’intero abitacolo rimandando le immagini esterne da telecamere omnidirezionali. Per manovrare una macchina così complicata però, lo spettatore più smaliziato, potrebbe obiettare che un paio di semplici leve non sono certo sufficienti. E infatti il pilota per poter muovere l’EVA deve avere un tasso di sincronia mentale adeguato. Il suo stato psicologico e neurologico è fondamentale. In sostanza per poter guidare l’Evangelion deve essere un tutt’uno con esso. La cloche diventa un accessorio a cui aggrapparsi o con cui gestire le comunicazioni con la base ecc. ecc. ma è la mente a dover fare tutto il lavoro. Banalmente si potrebbe dire che l’EVA cammina se il pilota pensa di camminare, ed è per questo che il dolore provato dalla macchina è quello che prova il pilota. La connessione può essere interrotta dal quartier generale in ogni momento se ritenuto necessario dal direttore delle operazioni il capitano (poi maggiore) Misato Katsuragi o dal comandante della NERV.

Per Rei, come per Asuka (il pilota dell’EVA 02), ci vorrebbe un intero scritto a parte.

Seele: anima in tedesco.
Moltissime inquadrature fisse in Evangelion hanno a che fare con la comunicazione, con i mezzi che collegano le persone tra loro e che sembrano tacere: un telefono, i cavi della luce, una segreteria che lampeggia. ecc. ecc. Una scena particolarmente efficace, nel terzo episodio, vede Shinji fuggire da Neo Tokyo 3 in treno. L’inquadratura è fissa sul ragazzo, piegato su se stesso, isolato dalle cuffie del walkman, mentre i passeggieri vanno via via scendendo fino a lasciarlo solo.
Nietzsche, F., Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno.

Cfr. M. Heidegger, Che cosa significa pensare?: Chi è lo Zarathustra di Nietzsche.

Crossover. Per una filosofia popular (6 di 6)

Il network

I saggi raccolti in questo volume non teorizzano la pop filosofia. Bensì la praticano. In molti modi. Affrontando i differenti volti dell’universo pop: dalla pop music alla TV dei reality, dagli anime giapponesi al graphic novel, dal cinema di genere alle serie TV.
Essi condividono un’aria di famiglia, piuttosto che una definizione. Danno vita a un network filosofico.
Per restare nel pop, si potrebbe dire che i differenti autori hanno lavorato alla maniera di un famoso gruppo di simpatiche canaglie protagonista di una serie TV cult degli anni Ottanta, The A-Team. “Evasi da un carcere di massima sicurezza, si rifugiarono a Los Angeles vivendo in clandestinità. Sono tuttora ricercati, ma se avete un problema che nessuno può risolvere – e se riuscite a trovarli – forse potrete ingaggiare il famoso A-Team“, recitava l’introduzione italiana agli episodi.
In ogni episodio della serie, veniva il momento in cui l’A-team, per combattere la propria battaglia, creava ingegnose macchina da guerra modificando normalissimi oggetti d’uso quali auto, moto, ecc.
Lo stesso accade qui.
Ripensamento e trasformazione pop dell’idea deleuziana di macchina da guerra.
Qui oggetti vari della cultura di massa e pezzi di filosofia sono stati presi, decostruiti e riassemblati per dar vita a una macchina da guerra in forma di libro.

Indice

0. Crossover (Per una filosofia popular), di Simone Regazzoni
1. Neon Genesis Evangelion (Un anime per tutti e per nessuno), di Jadel Andreetto
2. 300 (Allegoria e guerra), di Wu Ming 1
3. Il mucchio selvaggio (Viaggio al termine dell’eroismo western), di Simone Regazzoni
4. Watchmen (Il triste tropico del dottor Manhattan), di Girolamo De Michele
5. Asterios Polyp (Mitografie della decostruzione), di Francesco Vitale
6. This is it (The King of Pop) , di Peter Szendy
7. Romanzo Criminale (La produzione di storia e l’esistenza dell’Italia), di Lorenzo Fabbri
8. Mad man (L’esposizione del pensiero), di Tommaso Ariemma
9. Grande Fratello (Le due morti di Jade Goody), di Giulio Itzcovich
10. The King (Il regno ® è infetto), di Laura Odello
11. Sex and the City (Indizi per un’erotica contemporanea), di Francesca R. Recchia Luciani

Crossover. Per una filosofia popular (3 di 6)

Il fuori

Fughe sì, ma verso dove?
Verso il fuori.
Nulla a che vedere con il “pensiero del di fuori” di cui parlava Foucault. Qui il fuori è quello che per Aristotele era l’essoterico: ciò che è fuori inteso come ciò che è pubblico.
Ripresa e trasformazione di una strategia vecchia quanto la filosofia stessa: la pop filosofia è anche un ripensamento del momento essoterico della filosofia e una nuova forma di attivismo culturale e filosofico.
Ed è qui che la filosofia incontra la complessa questione della pubblicità – in tutti i sensi di questo termine: “accessibilità al pubblico”, “visibilità in pubblico”, “sovranità e statualità”, ma anche “forma di discorso diretta a ottenere dalla collettività la preferenza nei confronti di beni o servizi” – in due forme intimamente connesse e che non possono oggi essere disgiunte: critica ed esposizione.
Da una lato la pop filosofia opera un’analisi critica del rapporto sempre più stretto tra cultura di massa e pubblicità (si vedano in particolare, in questo volume, i saggi su 300, Grande Fratello e Sex and the City) intesa come potere politico. In questo senso la pop filosofia è critica e decostruzione della cultura pop, o almeno di un certo uso politico della cultura pop.
Dall’altro la pop filosofia rivendica la propria pubblicità come essere-in-esposizione del pensiero.
È quanto teorizza Tommaso Ariemma nel suo saggio su Mad Men: “Usiamo il termine esposizione sia per indicare una presentazione, sia una grande vulnerabilità. Raramente pensiamo che ‘esporre qualcosa’ coinvolga inevitabilmente entrambi. Preferiamo lasciare aperta l’ipotesi che vi sia qualcosa di integro, che qualcosa possa sottrarsi all’esposizione. A rigore, infatti, niente si sottrae all’esposizione, e alla sua ambiguità. Di integro, di intatto, c’è solo il nulla. Il pensiero non fa pertanto eccezione: per quanto lo si possa tenere al riparo, per quanto lo si indirizzi in un certo modo, il pensiero può esporre se stesso, può lanciare idee non solo subirle. Tutti possono allora diventare pubblicitari: è un altro motivo di Mad Men, il motivo che ci indirizza verso un uso inventivo del pensiero, verso una pop filosofia creativa, oltre che critica”.
Il popolare non può più essere posto solo come mera questione teorica. Con vigilanza critica o iper-critica esso deve essere praticato attraverso una nuova forma di filosofia che abbia la forza di contaminarsi con la cultura pop e di presentarsi essa stessa come opera di cultura pop. Come Peter Szendy annota nel suo saggio su The King of Pop: “La pop filosofia non è un pensiero costituito applicato a diversi oggetti della popular culture; essa è, al contrario, un pensiero che si cerca, filosoficamente, a partire dalla sua esposizione all’impuro. E lasciandosi profondamente, appassionatamente affettare. O infettare”.
La pop filosofia è una filosofia mutante – da qui i suoi tratti per certi versi mostruosi – dotata di un potere essoterico: vale a dire in grado di arrivare al vasto pubblico. Il che non significa in alcun modo che sia semplice o che non richieda sforzi. È complessa, proprio come alcune opere pop di cui si occupa: da Lost a Evangelion.
La pop filosofia è crossover in tutti i sensi di questo termine.
Crossover in quanto incrocio e contaminazione di filosofia e cultura pop.
Crossover perché mescola stili filosofici differenti.
Crossover perché arriva anche a un pubblico che di norma non legge filosofia, proprio come certi brani di musica classica che diventano un successo anche tra chi ascolta pop music.
Pop filosofia dunque come nuova forma di exoterikos logos la cui arma principe è il libro.

Voce off: Ma questo non significa adeguarsi alle norme di un dispositivo culturale dominate che detta i criteri di leggibilità, comprensione, ecc.? Non c’è il rischio di ridurre la filosofia a un prodotto dell’industria culturale?

Inutile nasconderlo. A questo rischio si espone chiunque pubblichi libri. Che lo sappia o no.
Da questo punto di vista non c’è nessuna differenza tra scrivere un saggio filosofico sull’anime giapponese Evangelion (definito da Jadel Andreetto “un’opera bifronte, essoterica ed esoterica come lo Zarathustra”) o L’Angelo necessario [6].
Il rischio è sempre in agguato. Ed è un rischio tanto più grave quanto più ci si illude di non avere a che fare con tale dispositivo – illusione particolarmente cara ai filosofi.

[6] L’Angelo necessario è il titolo (ispirato a una poesia di Wallace Stevens) di un libro di Massimo Cacciari del 1992.

Crossover. Per una filosofia popular (2 di 6)

Il campo

Se la filosofia è una forma di gioco o di esercizio estremo, la cultura pop e i suoi media sono, oggi, un campo d’azione imprescindibile per la filosofia.
Non si tratta di dire “che sarebbe preferibile avere a che fare con i programmi della televisione, Il padrinoLo squalo, piuttosto che con Wallace Stevens o Henry James” [5] – posizione teoricamente debole, giustamente criticata da Jameson come forma populista di anti-intelletualismo di cui non si sente certo il bisogno.
Ma di aprire un nuovo fronte filosofico in grado di misurarsi anche con i programmi della televisione, Il padrinoLo squalo. Su questo non si può non condividere quanto Taylor afferma a proposito di Derrida e Foucault: essi hanno mancato l’incontro con la cultura pop.
È tempo di portare la battaglia filosofica nella popular culture, usando le armi migliori a disposizione della filosofia: dal pensiero critico alla decostruzione. Ma in modo inedito.
E non perché, come si potrebbe affermare un po’ troppo frettolosamente, il mondo della cultura di massa è il nostro mondo, cui non sfugge nemmeno la filosofia.
Occorre dirlo molto chiaramente, e una volta per tutte.
Non esiste un solo mondo, una sola realtà. Esiste una molteplicità aperta di mondi interconnessi alla cui produzione, e alla cui conflitto – ecco in che cosa consiste la guerra dei mondi – partecipano, essenzialmente, i mezzi di comunicazione e la cultura di massa.
La filosofia si trova immersa in questi mondi. E deve prendere parte attiva alla lorotrasformazione.
La filosofia che si limitasse semplicemente ad applicarsi alla cultura di massa per operarne l’analisi o a mettere in atto “mappature cognitive” dell’universo pop per orientarsi in esso non avrebbe capito nulla dello spirito del gioco.
La filosofia deve confrontarsi con la cultura pop attraverso giochi mentali che sappiano essere, al contempo, fughe di pensiero.
Un campo da gioco, come insegna John Huston in Fuga per la vittoria, è sempre il campo di una battaglia in cui lottare e attraverso cui organizzare una fuga. Non occorre avere la forza di Platone per gettarsi nella mischia. È sufficiente la passione per il gioco, una buona dose di quella che i filosofi cinici chiamavano anaideia, “sfrontatezza”, e la volontà di non cedere alle sirene di certo snobismo accademico che è, a tutti gli effetti, solo un limite teorico.
Che la filosofia stessa si trasformi, così, in filosofia popolare, o pop filosofia, piuttosto che un rischio da evitare, è un obiettivo strategico da perseguire.
Mutazione genetica della filosofia in pop filosofia.

[5] F. JAMESON, Firme del visibile. Hitchcock, Kubrick, Antonioni, trad. it., Milano, Donzelli, 2003, p. 11.

Crossover. Per una filosofia popular (1 di 6)

Di seguito riportiamo la prefazione di Simone Regazzoni al volume  Pop Filosofia di uscita imminente per i tipi del Nuovo Melangolo.

When the going gets tough, the tough get going (Bluto, Animal House.)

Il gioco

Il rugby è un gioco mentale” affermò un giorno Carwyn James, leggendario coach gallese e uno dei più grandi pensatori del rugby. Lo stesso si potrebbe dire della filosofia. Almeno quando non si limita a sfogliare i vecchi album della propria storia gloriosa. O a confezionare ricette minime per la quotidiana felicità.
Gioco mentale in forma di parole. Pensiero in atto che richiede forza, creatività e il coraggio di sperimentare, in assoluta libertà, l’inedito.
Esiste un atletismo del pensiero. E la filosofia ne è forse l’espressione più pura e pericolosa. Perché estrema. “Nessuno disconosce la pericolosità degli esercizi fisici estremi, ma anche il pensiero è un esercizio estremo”, scrive Gilles Deleuze. “C’è sempre stata una forma di ‘atletismo’ nella filosofia che si ha tendenza a dimenticare riducendo la filosofia a una disciplina libresca e accademica”, aggiunge Avital Ronell, non esitando a paragonare Socrate al grande Muhammad Ali.
Nulla di sorprendente. Se non agli occhi di qualche homunculus academicus
E’ Socrate a lamentare di essere stato conciato per le feste da Protagora nel corso di uno scontro verbale: “Quanto a me in un primo momento, come se fossi stato colpito da un buon pugile, mi si oscurò la vista e fui preso da vertigini a queste sue parole”.
D’altra parte, il nome proprio che si confonde con quello della filosofia stessa – Platone – fa esplicito riferimento alla forza fisica nella lotta, all’ampiezza dello stile e alla vastità della fronte quale sede del pensiero. “Aristone lottatore argivo – scrive Diogene Laerzio – fu il suo maestro di ginnastica, da cui prese il nome di Platone per il suo vigore fisico. […] Sostengono altri che egli prese il nome di Platone per l’ampiezza del suo stile: o perché vasta era la sua fronte, come dice Neante. Vi è pure chi dice come Dicearco nel primo libro Delle vite che egli abia partecipato alle gare di lotta dell’Istmo” . Stile, pensiero, vigore. Si tratta in ogni caso di ingaggiare battaglia. In questo o quel campo. Nulla è meno rassicurante di questi giochi o esercizi estremi in forma di parole.

G. Deleuze, Pourparler, trad. it., Macerata, Quodlibet, 2000, p. 139.

A. Ronell, Giornale di una tossicofilomaniaca, trad. it., Genova, il melangolo, 2008, p. 47.

Platone, Protagora, 339e.
Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, III, 4.