Carta da parati (Borghesi piccoli piccoli ai tempi del colera)

Pubblicato su Tempostretto

 

Tuuu bella e triste tuuu

La voce acuta di Gianni Bella riempiva l’incrocio deserto sotto i balconi di casa di Juri. Veniva fuori dalle casse di una Fiat Punto con la portiera sinistra aperta. Un signore col telefonino girava intorno all’auto riprendendola da ogni lato per chissà quale motivo.

Juri non tornava a casa da giovedì, quando lo aveva chiamato sua moglie, supplicandolo di fare attenzione, perché la situazione stava diventando pesante, il telefono squillava in continuazione ed erano quasi sempre giornalisti. Era pure apparsa una scritta di insulti e minacce sul muro davanti al loro portone. La “situazione” era cominciata una decina di giorni prima, quando in rete aveva preso a circolare una lista di nomi di persone che erano partite per la settimana bianca facendo scalo in un aeroporto della zona rossa poco prima del lock down completo del paese a causa del virus. Di ritorno non si erano autodenunciati alle autorità sanitarie come avrebbero dovuto, ma la cosa era venuta fuori lo stesso, e nel modo peggiore, perché uno dei gitanti si era ammalato, con tanto di ricovero d’urgenza, ed era risultato positivo al virus. Il fatto e la lista erano divenuti di dominio pubblico nel giro di un post, condiviso migliaia di volte. Il nome di Juri era su quella lista.

Se n’era accorto quando avevano cominciato a tempestarlo di telefonate amici e parenti chiedendogli se stesse bene e che cosa gli fosse venuto in mente di andare in vacanza sulla neve proprio in mezzo a tutto il casino scoppiato per la pandemia. Juri li aveva rassicurati tutti: lui in settimana bianca non c’era andato, non ci aveva nemmeno pensato, in realtà. Su Facebook dicono di sì, gli avevano risposto, ci sono pure le fotografie. Juri non aveva l’account Facebook e così gli avevano inviato su Whatsapp la foto che un suo conoscente teneva sui suoi profili social senza che nemmeno lui lo sapesse: abbracciati in tuta da sci con un rifugio dietro le spalle. Ma sono state scattate l’anno scorso! aveva protestato. Niente da fare, non c’era stato verso, anche perché il suo amico, al viaggio incriminato, aveva partecipato davvero. Ormai il tam tam era partito e lui era stato additato insieme a tutti gli altri come untore, irresponsabile, idiota viziato membro della casta che comanda da sempre in città. Massoni-porci-figlidipapà-larovinadiquestopaese. Da più di due mesi la gente non poteva uscire se non per buttare la spazzatura, approvvigionarsi e far pisciare il cane ed era in piena e costante crisi di nervi, anche più del solito. Il signore col telefonino e l’auto da cui Gianni Bella cantava a manetta invece sembrava tranquillo, come se tutta quella storia, il virus, le migliaia di morti, la quarantena a tempo indefinito ordinata dal governo, non lo riguardasse affatto. Fischiettava, riprendeva fantasmi col telefonino e fumava. Juri non ne era stupito, lo conosceva di vista e sapeva che non ci stava tanto con la testa da quando qualche anno prima aveva perso un figlio. Leucemia, gli sembrava di ricordare.

Negli ultimi giorni, Juri aveva dormito in negozio: lo teneva chiuso proprio da giovedì e aveva una branda nel retrobottega, ma non ne poteva più di rimanere confinato lì dentro con la saracinesca abbassata nutrendosi di merendine. Stavolta Carla, sua moglie, sempre per telefono, si era mostrata più serena, i giornalisti non chiamavano più, la scritta minacciosa era stata cancellata. Del resto lui aveva parlato con l’azienda sanitaria, con il comune e anche con un sostituto procuratore della Repubblica incaricato dell’istruzione dell’indagine. Che lui non c’entrasse nulla era evidente, quantomeno agli inquirenti istituzionali. Per il popolo della rete il discorso era diverso, gente che credeva alle sirene, alla Terra piatta, alle catene di sant’Antonio su Whatsapp avrebbe di certo diffidato di una smentita circostanziata, perché puzzava di complotto, di depistaggio dei servizi segreti, di gruppo Bilderberg e di chissà cos’altro. E comunque anche se in settimana bianca a quel giro non c’era andato, altre volte invece sì, quella gente la frequentava, era uno di loro e il fatto che stavolta avesse avuto fortuna non lo emendava per nulla. Era feccia anche lui, tanto quanto quegli azzimati sciatori figli del privilegio. Feccia con le Hogan ai piedi e il giubbotto Invicta di tessuto tecnico.

Sentirsi moralmente superiori agli altri, proprio a quegli altri che fino a un momento prima erano in cima alla scala sociale, alla catena alimentare, e poterglielo sbattere in faccia in pubblico, con la stessa sfottente arroganza che solo ieri era stata prerogativa di quelli, era una tentazione troppo grande. Del resto, cos’altro c’era da fare in città per il momento?

Ci sarebbe voluto del tempo per convincere tutti che Juri non aveva niente a che vedere con quella storia, e con molti non ci sarebbe stato verso, sarebbero rimasti arroccati sulle loro convinzioni. Gli bruciava,  ma doveva farsene una ragione.

Aveva preso un sacchetto della spazzatura riempiendolo di tutti i resti dei suoi pasti frugali degli ultimi giorni e si era messo in strada dopo le sei e mezza, al primo imbrunire. Dal negozio a casa c’era un chilometro e mezzo e col sacchetto avrebbe dato meno nell’occhio, a patto di non avvicinarsi troppo ai cassonetti. Fino a lì le pattuglie della polizia municipale non lo avevano fermato e nemmeno quelle militari, né era stato additato dagli zelanti guardiani condominiali spesso appostati ai balconi. Ormai era sotto casa. Prima di avvicinarsi al portone si diresse, questa volta sì, ai cassonetti situati sul lato meridionale della piazza sulla quale sbucava la strada. In prossimità, vagolavano curiosi membri di una umanità varia e bizzarramente abbigliata. Un vecchio signore con un completo magenta a scacchi, papillon a pois e scarpe inglesi con sopra ghette bianche chiuse da bottoni neri si avvicinava reggendo il suo sacchetto di immondizia sul pomello intarsiato del bastone da passeggio. Una cinquantenne in tubino nero di velluto, smalto viola alle unghie lunghissime e mascherina chirurgica sul volto aveva appena depositato il suo sacchetto e si stava già allontanando, battendo rapida i tacchi alti sul marciapiede. Un giovane, bardato di sciarpa di seta nera stretta intorno alla faccia e inguainato in una tuta di foggia militare sempre nera tipo NOCS, teneva davanti a sé un robusto guinzaglio di cuoio e si comportava come se all’estremità ci fosse un cane, schioccava la lingua sul palato e mormorava Buono Achille, buono… ma attaccato al gancio non c’era niente.

Juri aveva rallentato per rispettare la distanza di sicurezza mentre il signore anziano aveva gettato il suo involto con uno scatto secco del polso per liberarlo dall’impugnatura del bastone. Il ragazzo col guinzaglio però non aveva avuto la stessa prontezza di Juri nel rallentare. Appena il signore si era voltato, accortosi della vicinanza, aveva cominciato a sbraitare: “Tenga quella bestiaccia lontana dalle mie ghette o la denuncio!”

Il ragazzo non si era scomposto: “Achille è buonissimo. È lei invece che finirà per sputarmi addosso, la smetta.” Il vecchio si era allontanato senza rispondere.

Juri aveva lanciato il sacchetto da dove si trovava, per non rischiare, e si era diretto di nuovo verso casa. In giro non c’era più nessuno, a parte il tipo della Fiat Punto. Rovistare in tasca fino a riconoscere al tatto la sagoma delle chiavi era un gesto talmente abituale fino a pochi giorni fa, che ritrovarlo gli diede una sensazione di conforto, di sicurezza per un lampo di quotidianità riemersa dal buio. Ma poi tornò il buio.

Non si puòòò moriiire deeentrooo E morendo me ne andaaaiiiii

Juri si svegliò in preda a un mal di testa fiammeggiante. La nuca gli pulsava e aveva la bocca impastata. La stanza era in penombra, ma non gli sembrava affatto casa sua, anzi non gli sembrava di averlo mai visto, quel posto. Alle pareti c’era una carta da parati a fiori arancione orrenda e un mobile scuro in fondo, forse un tavolo o una credenza, da dov’era steso non riusciva a capire bene. Fece leva sui gomiti per alzarsi, ma qualcosa lo trattenne. Abbassò lo sguardo: una cintura lo stringeva all’altezza del torace, tenendolo fermo. Man mano che diventava più lucido, nuovi particolari inquietanti si delineavano. Provò a muovere le mani e le gambe, ma era impossibile perché erano fasciate da giri e giri di nastro adesivo telato che gli bloccavano gli arti. Dimenandosi avvertì sulla schiena il disegno sottile e puntuto della struttura su cui era disteso. Una rete nuda da branda, con ogni probabilità. L’aria era satura di fumo stantio, e Gianni Bella a tutto volume imperversava ancora. Essere consapevole dell’odore dell’ambiente, lo indusse a respirare con la bocca, e fu allora che il panico gli si scatenò nel cervello come una muta di cani impazziti e latranti. Aveva il nastro adesivo anche sulle labbra.

Il ritmo cardiaco ebbe un’impennata e Juri andò in iperventilazione per qualche minuto, gli occhi appannati dalle lacrime e la gola secca come una cava di pomice. Passò un tempo che non avrebbe saputo definire, anche perché la canzone continuava ad andare in loop. Ci vollero dieci o forse quindici ripetizioni di quel ritornello perché recuperasse un’oncia di lucidità, ricordandosi in che occasione, di recente, aveva sentito quella canzone.

La fiamma di un accendino balenò alla sua sinistra. L’uomo della Fiat Punto aspirò un’ampia boccata della sigaretta, premette qualcosa sullo schermo del suo telefonino e glielo puntò addosso. Poi cominciò a parlare con voce sommessa. Era in canottiera, seduto accanto a lui.

“Siamo in diretta Facebook. Te lo dico perché devi capire, sai. È importante se capisci prima… Tu e tutti gli altri, è importante. Eravamo così contenti quel pomeriggio, io e Filippuccio mio, ma sai come? Eeehhh, contentissimi. Da quando ci era arrivata quella diagnosi tremenda tra capo e collo non avevamo avuto neanche un minuto di luce, capisci? Come se ci si fosse chiuso un coperchio sopra, e vagavamo a tentoni, cercando un interruttore che non c’era. Non è che fino ad allora la vita ci avesse trattato bene, insomma, mia moglie mancata quando Filippuccio era piccolo e tutto il resto, ma vabbè, non ci lamentavamo. Poi però anche quella bastardata della leucemia dio non ce la doveva fare, no. E invece sì, ce l’aveva fatta. Comunque te la faccio breve. Mesi di terapia, mesi a trattarlo come una porcellana, come un cristallo delicatissimo, come un fiore da innaffiare con due gocce, non troppa luce né troppo poca, aria sì ma vento no, mollichina a mollichina e alla fine il dottore aveva sorriso. Me lo avevano dimesso, guarito. Ancora debole, ma con un altro poco di pazienza tutto andava a posto. E passa una settimana, e passano due settimane e passano tre e quattro e dieci settimane e tutto va bene e noi ci rilassiamo e ce ne andiamo al cinema, che c’era Guerre Stellari e a lui gli piaceva tanto. Spettacolo delle quattro così c’è meno gente, però c’erano tanti bambini che tossivano e tiravano su col naso e io mi preoccupo e penso che forse è meglio se ce ne andiamo ma il dottore aveva detto che potevamo, e avevamo bisogno di normalità e allora rimaniamo. Filippuccio passa due ore sereno, finalmente, anche se ogni colpo di tosse di quei bambini di merda per me è una coltellata, ma perché non se li tengono a casa i genitori, dico io? Ma in fondo il motivo è lo stesso mio e di Filippuccio: per avere due ore di serenità, tanto a chi vuoi che faccia male un colpo di tosse? E te lo dico io a chi… Due settimane dopo Filippuccio era di nuovo ricoverato con la polmonite, e non è più uscito. Capisci quindi perché, lo capisci, testa di cazzo perché non te ne dovevi andare in vacanza e di certo non te ne dovevi andare in giro dopo?”

Juri avrebbe voluto urlare che lui non c’era, che lui non c’entrava niente, ma quello non avrebbe ascoltato e comunque il cerotto gli impediva di parlare. Quando arrivò la prima martellata non poté far altro che mugolare. In attesa della seconda, si voltò verso la parete con quegli assurdi fiori arancioni. Gli vennero in mente le ultime parole di Oscar Wilde, chissà dove le aveva lette: “O se ne va quella carta da parati o me ne vado io.”

 

Marco Felder è vivo, voi siete morti

4539900-9788817139892-285x424Non potevano esimerci dal parafrasare Philip K. Dick visto che parte il mini tour di TUTTA QUELLA BRAVA GENTE nelle librerie UBIK.

Martedì 8 ottobre alle 18 da Ubik in via Irnerio 27 a Bologna con Alex Boschetti

Giovedì 10 ottobre alle 18 da Ubik in via Grappoli 7 a Bolzano con Nicoletta Rizzoli

Venerdì 11 ottobre alle 18 da Ubik in via dei Tintori 22 a Modena con Francesco Rossetti

 

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Gens Italica

A grande richiesta, pubblichiamo anche qui il racconto di Natale di Kaizen g uscito sul blog Resistenze in Cirenaica. Buon 2017.

matrimoni-misti-italia-coloGens Italica

Il tenente Lorusso fissava lo sguardo spiritato nello specchio del bagno. Il rado ciuffo, che nei momenti di forma migliore gli rendeva meno avvilente la calvizie e in quelli di più ardito ottimismo fascista lo convinceva di avere ancora i capelli, stavolta si ergeva arruffato e triste sulla sommità del cranio. Si asciugò entrambe le mani con cura sul cotone rigato della canottiera tesa sul ventre gonfio, poi avvicinò il volto alla propria immagine riflessa. Uno schiocco risuonò come una scudisciata rimbalzando sull’intonaco delle quattro pareti raccolte della stanza. La florida guancia destra gli si tinse dell’impronta scarlatta delle dita.

“Buon Natale minchione.” Continua a leggere

INVERNOINCIRENAICA

Io non sono mai stato qui (una non recensione di Voi Non Siete Qui)

Più riguardo a Voi non siete quiUno, due, tre, prova… prova. Prova. Mi leggete? Nessuno mi aveva detto che avrei dovuto fare così per comunicare con i morti, potevate anche avvertirmi. Ma che… Quest’affare non funziona… Ne è sicuro? A me non sembra.

Sa. Sa. Uno, due, tre, Riproviamo. Mi leggete? A quanto pare mi leggete. Come faccio a scrivervi, come spiegare che voi non siete qui, che io sono vivo e voi siete morti?

Se davvero riuscite a leggere queste righe, significa che vi trovate in uno stato di sospensione, una specie di cuscinetto che attutisce la caduta nell’oblio prima della morte definitiva, questo non toglie il fatto che siate morti e che il limbo in cui vi trovate si chiami Messina.

Come sarebbe a dire che non posso scrivere una cosa del genere? Perché? Che c’entra che non possono capire ‘sta cosa del limbo? Ma se me l’ha detto lei che…

Ah, mi sa che sto solo perdendo tempo. Parlare con i morti… Come tecnicamente morti? O lo sono o non lo sono. A me ‘sta cosa sembra solo un’altisonante, ridicola cazzata. E poi se possono leggere perché non ascoltare?

Più confuso? Più confuso cosa?

No, non mi calmo. Non c’è nulla per cui calmarsi. Sono già calmo. E poi, lei lo ha mai fatto? Intendo ‘sta cosa di scrivere ai morti o come si chiamano? Continua a leggere

È uscito!

copertina VoiVoi non siete qui

In libreria.

Una parola è poca e due sono troppe

Una cosa per vecchi, una cosa per scrittori

corsa-runningRieccomi acciaccato ma soddisfatto sul divano a strimpellare sulla tastiera dopo avere completato i miei 10 km di corsa settimanale, in questo pigro pomeriggio regalatomi dalla festa della patrona di Messina e dall’assenza delle mie coinquiline preferite in gita al luna park.

Mentre correvo, e nel corso delle successive abluzioni, riflettevo, come spesso mi capita durante la corsa, sulla natura dello sport che mi sono scelto. L’ho scelto per la sua essenzialità, la sua povertà, che rende liberi di praticarlo in ogni momento e luogo, purché si abbia a disposizione un paio di scarpette, certo. Ma l’ho scelto soprattutto perché dopo i primi tentativi, dolorosi e faticosi, ho realizzato che correndo percorsi lunghi non alleni solo il corpo allo sforzo. Più importante è l’allenamento della mente all’idea dello sforzo, all’accettazione del dolore e della fatica per tempi dilatati. Il nemico del fondista, mi pare di capire dalla mia piccola esperienza di dilettante, è la tentazione di mollare, la voce che dentro ti chiede ma chi te lo fa fare, che prova a convincerti che non ce la farai, che non ce la puoi fare. Continua a leggere

Pensieri di nessuno. Russia centrale in pedalò last part: l’egocentrismo degli scrittori e l’effetto cazzo.

Ottavo giorno

imageLa mattina ci rechiamo al monastero di Optina Pustyn, meta di pellegrinaggi spirituali fra le più importanti del paese. Qui sono passati praticamente tutti, anche fra gli scrittori, Dostoevskij, Gogol, Zukovskij, Turgenev e, naturalmente, Tolstoj, che a quanto pare rimase colpito dalla personalità dello starec, padre Amvrosij, che da parte sua trovò lo scrittore “molto orgoglioso” (forse un modo ottocentesco per dire che era un po’ stronzo). Il posto è più grande di Shamordino, con varie chiese e un ampio cimitero. Sostiamo a lungo nella chiesa principale, ancora icone, ancora lapidi, ma l’atmosfera è più turistica e ricca rispetto al monastero di ieri, e dunque il nostro misticismo a comando non scatta con lo stesso impeto.image_1 Compriamo miele dalla mensa dei pellegrini, un plotone di soldati in mimetica verde ascolta le spiegazioni di una guida davanti a una tomba, una coppia di sposi, molto elegante, va probabilmente a ricevere una benedizione, lui sembra Putin giovane, solo un poco più alto e fresco. Andrea e io ci scambiamo deprimenti aneddoti sull’inefficienza degli uffici stampa (ho scoperto che lamentarsi dell’ufficio stampa è un’abitudine ricorrente fra gli scrittori, l’equivalente, immagino, della pubalgia per i calciatori, semplicemente qualcosa di impalpabile a cui addossare la colpa, una specie di nostra egotica malattia professionale).

Dopo pranzo di nuovo in pullman alla volta di Mosca. Ci vorranno ore di fluida guida di Pasha, di discussioni su libri e film che hanno cambiato la vita, di pettegolezzi su giornalisti e ancora lamentazioni a carico di uffici stampa. Andrea mi parla di una cosa che gli ha insegnato un suo amico giornalista, una cosa chiamata “effetto cazzo”, che consiste nel piazzare nelle prime righe di un articolo una tale botta a sorpresa che al lettore vien da esclamare “Cazzo!” e a quel punto non smetterà più di leggere. Una cosa come “Tutti si ricordano bene di Gloria, qui nel reparto maternità dell’ospedale di XXX, perché è alla sua terza gravidanza, ma soprattutto perché ha dodici anni.” I buoni articoli devono avere l’effetto cazzo, e probabilmente anche i buoni libri è bene che se ne dotino, perché ormai nessuno legge più niente a parte i tweet e dunque hai massimo 140 caratteri per agganciare la preda. In effetti non so se mi piaccia l’idea di fare lo scrittore-predatore, ma devo ammettere che ho usato l’effetto cazzo in più di un incipit di miei romanzi. Continua a leggere

Pensieri di nessuno. Russia centrale in pedalò part seven: il Pomeriggio Giovane di Kozelsk

Settimo giorno

imageRipartiamo di buon mattino sotto l’eterna pioggia per visitare Kaluga, che si rivela una bella città, la più ricca fra quelle che abbiamo visto, a parte Mosca. C’è anche qui l’immancabile Lenin di pietra davanti a un casermone municipale, ma l’architettura è generalmente gradevole e ben tenuta. image_2Facciamo quasi shopping in una spaziosa strada pedonale e passeggiamo in un parco mentre Svetlana ci parla dei micidiali ritmi lavorativi che nell’Ottocento gli impiegati dell’amministrazione cittadina erano tenuti a rispettare, ringraziando pure per l’opportunità. image_4Non so bene perché ce ne parli, ormai sono così abituato a mandare giù informazioni turistiche in apparenza sconnesse fra di loro che non mi faccio più domande.

A pranzo, il ristorante è molto elegante; c’è addirittura un orso impagliato all’ingresso, che regge un vassoio con sopra una bambolina e una bottiglia di vodka. I camerieri ti sfilano i piatti da sotto il naso non appena ti dimostri disinteressato al loro contenuto. Continua a leggere

Pensieri di nessuno. Russia centrale in pedalò part six: il cesso peggiore di tutte le Russie

Sesto giorno

IMG_9691Al risveglio mi viene richiesta una dose supplementare di pazienza, perché l’albergo, che porta il pomposo nome di Atlantida, per la prima colazione non prevede latte né caffè né alcuna pietanza dolce o assimilabile a quel che dalle nostre parti si suole mettere in bocca prima di mezzogiorno. Ci sono solo formaggio e insaccati e tè. E dunque bevo tè e mangio pane e burro sul quale strofino una zolletta di zucchero (non hanno nemmeno quello in polvere, solo zollette scabre e irregolari nella forma).

Di nuovo, ancora e sempre in pullman, la nostra sempre più stanca e allegra e noncurante band di scrittori oggi dovrà fare una tappa lunga e presumibilmente noiosa. Pasha, l’autista, memore di una richiesta fatta ieri da Eliana, sosta nei pressi di un cartello stradale con la scritta OREL, che la nostra amica vuole fotografare per il suo giornale. Per farlo deve attraversare la strada, che ha otto corsie dove le auto filano come schegge. Arrivata dall’altra parte però, Eliana si confonde con i caratteri cirillici e ci accorgiamo che sta fotografando un altro cartello. Svetlana si intenerisce e attraversa pure lei per avvertirla. Ritornano abbracciate, correndo oltre le traiettorie degli automobilisti sfreccianti. Non so bene perché, ma trovo delizioso questo minuscolo episodio di solidarietà femminile. La vodka non c’entra dato che non posso berne.

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Lungo il tragitto ci fermiamo presso un parallelepipedo prefabbricato a lato dell’autostrada che fa le veci di autogrill e funziona con tutta evidenza a gestione familiare. I dolcetti simili a muffin che ci serve la signora dietro il bancone hanno la fragranza di prodotti fatti in casa, perché lo sono. Il rovescio della medaglia è il bagno, una cabina di assi di legno marce con un buco nel pavimento. Sotto il buco, un terrapieno digradante e maleodorante. Faccio una foto. Non riesco a impedirmelo.

A Briansk, al confine con Ucraina e Bielorussia, visitiamo un museo della resistenza partigiana. È un tripudio di monumentalità essenziale e retorica nazionalista, com’è giusto che sia. Un lungo muro squadrato, marmoreo e rossiccio su cui sono impilati i nomi dei caduti, una enorme scheggia di pietra conficcata nel cielo, un fuoco a gas che rianima il falò di bronzo alla memoria di quegli stessi caduti, dei quali una signora robusta coperta da uno spolverino grigio impermeabile, di foggia militare, ci canta le gesta.  Continua a leggere