Kai Zen & Simone Sarasso a gran velocità verso Bressanone

Domani sera alle 20:00, al centro giovani Connection di Bressanone in via Ponte Widmann l’accoppiata Kai Zen| Sarasso torna a calcare le scene. Dopo New York, Boston e Toronto il Sudtirolo (!).A questo punto non ci resta che (ri)pubblicare un breve estratto da La guerra di Teo, il nostro racconto parallelo al graphic novel di Simone, United We Stand, ambientato proprio ai piedi del Rosengarten e che potrebbe fare il paio con questo  vecchio post.

Dal bollettino della brigata Andreas Hofer, “La guerra di Teo” 17 maggio 2013

Dopo la carneficina di Roverè e la morte di Tetano ci aggiriamo per il rifugio come cani rabbiosi in gabbia. Herbert si è scolato una dozzina di lattine di birra davanti al pertugio da cui dominiamo la valle. È in attesa di qualcosa che non c’è.
Siamo rimasti io e lui per il momento. Ci hanno contattato due ragazzi ladini scampati alla strage di Corvara. Ci raggiungeranno al punto di incontro d’emergenza della Brigata. Il santuario. Continua a leggere

Alan Moore & Eddie Campbell: Un disturbo del linguaggio

More about Un disturbo del linguaggio
Ipnagogico, esoterico ma semplice e potente come un gancio al mento. Alan Moore è un genio. Su questo tutti gli amanti di fumetti e graphic novel sembrano concordare, ma ora che la BD pubblica Un disturbo del linguaggio anche i fan più accaniti dell’autore inglese potrebbero trasalire. Un disturbo del linguaggio non è un fumetto, non è un racconto e non è nemmeno il resoconto disegnato da Eddie Campbell di una performance teatrale di Moore. O meglio è tutte è tre le cose ma è anche, olisticamente, qualcosa di più.
Il volume raccoglie due storie illustrate, Sacco amnioticoSerpenti e scale e una lunga intervista – chiacchierata delirante tra disegnatore e autore.
La narrazione ha una prosa lirica, che dalla penna di chiunque altro risulterebbe stucchevole, eccessiva, forzata.E con un gioco di scatole cinesi mette in scena una scena. Si tratta di un monologo mistico, magico, scientifico che Moore ha portato sul palco dell’Old County Court di Newcastle Upon Tyne dopo la morte della madre, e che Campbell ha tratteggiato per immagini, rielaborazioni e patchwork di Hokusai, Lichtenstein, Bosch, van Gogh, Tjapaltjarri ed Escher. Un viaggio a ritroso attraverso e oltre la nascita, superando la barriera del linguaggio mondano alla ricerca dell’elica del DNA, il verbo primordiale, l’essere dell’esserci avrebbe detto Heidegger, il nulla. Una ricerca del sé originario, non contaminato dalle convenzioni illusorie che fin dalla più tenera infanzia vengono filtrate e assorbite attraverso le parole. Il disturbo di cui parla Moore è quella sensazione perturbante di straniamento che ci coglie a tratti, quando per caso osserviamo il reale senza darlo per scontato, intravedendo l’essenza delle regole sociali: finzioni. Perché andiamo a lavorare? Perché ci comportiamo in questo o quel modo? Perché scegliamo di passare la nostra vita con quel partner? Perché votiamo? Cosa stiamo facendo?
In V for VendettaFrom Hell la narrazione mooriana era intrisa di critica di stampo sociopolico, in Watchmen si aggiungeva l’elemento eticomorale, in Un disturbo del linguaggio il tratto e il testo hanno un’essenza prettamente evocativa. Si opera magicamente (Moore ha deciso di diventare un “mago” all’età di quarant’anni, come spiega, assieme alla sua bislacca teoria sull’Ideaspazio, nell’intervista al termine del volume) si sovverte l’ordine, si sobilla il subconscio. L’oggetto e la tipologia della critica non sono definiti eppure sono, quasi a livello preconcettuale, limpidi. Per questo si tratta di un’opera esoterica ma chiara. Moore e Campbell agiscono a livello inconscio. Il loro è un incantesimo (per questo evoca), come lo era l’opera di Austin Osman Spare, a cui Moore fa più volte riferimento sia come modello artistico e umano sia come iniziato di un sapere anarchicamente occulto. Serpenti e Scale universalizza Sacco amniotico. Il secondo infatti prende le mosse da presupposti personali, dal vissuto dell’autore, va dal particolare all’universale, dal presente al passato, mentre il primo parte da una riflessione cosmogonica, che equipara l’elica del DNA al serpente creatore di molte mitologie; dal punto zero, dal big bang in avanti attraverso alcuni personaggi, anzi i loro cadaveri, attraverso la storia e l’arte porta a compimento il rituale del linguaggio. La trasmissione di un intero mondo caotico e in fibrillazione attraverso immagini e segni.
Parafrasando l’esergo dello Zarathustra di Nietzsche, un fumetto per tutti e per nessuno.

Articolo realizzato per il fu Panorama.it

SS’sS, Simone Sarasso’s Settanta (Intervista)

More about Settanta

Simone Sarasso torna in libreria in questi giorni con Settanta (Marsilio, pp. 693 € 21,50 ), poderoso secondo volume della trilogia sporca dedicata alla storia di questo paese, il cui titolo si riferisce naturalmente al decennio più oscuro di tutta la stagione repubblicana.
Laddove il primo capitolo, Confine di Stato era rutilante, “fumettoso” e marcatamente debitore di James Ellroy, Settanta è più denso, articolato e guarda a Romanzo Criminale di De Cataldo. Lo stile di Sarasso è sempre cinematico e frizzante, come nel lavoro precedente, ma mentre in quel caso si è rischiato di semplificare la storia d’Italia concentrando fatti e responsabilità in Andrea Sterling, l’antieroe per eccellenza, in Settanta il tiro è stato aggiustato alla perfezione: l’Italia non è mai stata innocente, recita lo strillo in quarta, e qualcuno ne è responsabile, verrebbe da aggiungere. Ho incontrato Simone.
L’Italia non è mai stata innocente…
La frase è “ellroyana”, è la commutazione in salsa spaghetti dell’incipit di American Tabloid e credo che ben descriva l’aria che si respirava nelle strade durante il decennio più buio della nostra storia patria. Se penso all’establishment di quegli anni, tolti forse coloro che furono fatti fuori, non scorgo molte facce innocenti. Allo stesso modo, se penso alla criminalità o al mondo dello spettacolo, vedo squadrenarsi di fronte ai miei occhi un mare di miseria, bassezza e iniquità. E, ancora una volta, il numero di colpevoli mi sembra nettamente maggiore di quelli degli innocenti.
Confine di Stato era forse più “ellroyanao”, Settanta sembra “decataldiano”.
Bè direi che è molto “decataldiano” nell’approccio ai personaggi. Ma è anche “wumnghiano” nell’impostazione, “biondilliano” nel linguaggio e nuovamente “ellroyano” nel ritmo.
Come ti sei documentato?
Il mio lavoro di documentazione è un processo a cascata: prima la rete, poi le biblioteche, infine gli archivi. Parto dalle voci di corridoio e pian piano mi avvicino ai fatti: che sanno di polvere e hanno l’odore della carta ingiallita dal tempo.
Quale è la percentuale di fiction e quale di realtà?
Se in Confine di Stato la percentuale era sicuramente sbilanciata verso il reale (direi 70-30), qui le proporzioni cambiano: a occhio e croce 50-50, dal momento che molti eventi assomigliano a fatti realmente accaduti ma poi cambiano volto repentinamente.
Hai scelto di usare, in molti dialoghi e descrizioni, il dialetto, come mai?
Perché nell’Italia dei Settanta, specie negli ambienti che racconto io, era sicuramente più diffuso dell’italiano. In secundis, c’è una questione poetica: se Confine di Stato era assolutamente improbabile dal punto di vista linguistico, e nella Roma dei Cinquanta si muovevano loschi figuri che parlavano come Bruce Willis, in Settanta l’aderenza alla lingua reale è pressoché totale. Succede l’inverso per quanto riguarda il mix storia-finzione che percorre i romanzi: gli accadimenti di Confine di Stato erano più verosimili, quelli di Settanta sono spiccatamente ucronici. Non didascalicamente (il sequestro Argento assomiglia molto al sequestro Moro) ma di sicuro negli esiti.
Che tipo di oggetto narrativo è Settanta?
È un romanzo. Niente di più, niente di meno. Mi piacerebbe dire che è un romanzo storico, ma, come ho già accennato, in Settanta ciò che è realmente accaduto è un semplice trampolino di lancio. Si parte presto per la tangente. Si va piuttosto in là. Ma non così in là da poter definire il mio secondogenito un romanzo ucronico. Il termine inglese alternate history fiction potrebbe calzare. Settanta è un esempio di alternate history fiction.
Confine di Stato e Settanta fanno parte di una trilogia…. il prossimo è in cantiere, che segmento di storia coprirà?
Direi indicativamente 1981-1994. E sarà costruito per gran parte intorno a una figura femminile.
C’è altro in cantiere ?
Parecchio altro: un fiction a tre mani che probabilmente uscirà nel 2010, la graphic net novel Unite We Stand che sarà in libreria in ottobre, un libro di cui non ho ancora parlato nemmeno al mio editor (solo mia moglie ne sa qualcosa), una spy story, un romanzo apocalittico e uno storico. Sarà un’estate intensa.

Intervista realizzata per il fu Panorama.it

Luchadoras, una storia violenta

Immagine di LuchadorasUna storia violenta, cruda, senza spazio per facile retorica o sociologia da strapazzo. Una storia violenta, al femminile, che non lascia scampo né redenzione. “Luchadoras” (001 edizioni, pp. 96, € 15), il graphic novel della francese Peggy Adam; mette in scena la drammatica realtà di Ciudad Juárez, Chihuahua, Messico; attraverso la vicenda di Alma, una ragazza giovane che deve lottare quotidianamente con la ferocia machista. Lo scenario è quello portato alla ribalta nel dalla denuncia di Amnesty International, dalla associazione “Nuestras Hijas de Regreso a Casa” e dal libro del giornalista Sergio González Rodríguez, “Ossa nel deserto” pubblicato in Italia da Adelphi. Negli ultimi tre lustri, oltre seicento donne sono scomparse, di queste, quattrocento sono state ritrovate cadavere: tutte vittime di violenze sessuali e decedute in seguito a strangolamento. Il colpevole o, più ragionevolmente, i colpevoli sono avvolti nel mistero e le autorità non sembrano portare avanti le indagini con la dovuta solerzia, tanto da destare non pochi sospetti di un coinvolgimento diretto. Gli omicidi si ripetono e si somigliano, e riguardano donne adulte, adolescenti e persino bambine. Un’ecatombe senza precedenti che ha reso Ciudad Juárez il luogo più pericoloso del mondo per il sesso femminile. 
Alma rientra nella descrizione tipo della vittima: origini umili, minuta, capelli scuri e lunghi. La sua è una storia di abusi domestici perpetrati da Romel, il marito violento e meschino, e di abusi sociali che la costringono, ogni giorno, a subire le “attenzioni” maschili, al bar dove lavora, per la strada, da un ufficiale di polizia che si propone di scortarla a casa dopo il ritrovamento dell’ennesimo cadavere e dagli amici teppisti del marito. Ma Alma cammina a testa alta, è una combattente, una luchadora appunto. Al contrario della sorella, che rimane incinta proprio del cognato, non si dà per vinta e reagisce. Spera in una vita migliore per la sua bimba e soprattutto vuole rispetto per sé, con grinta. Un dialogo su tutti: Romel: Non alzare la voce con me Alma – Alma: Se no? La tua banda di rammolliti viene qui a menarmi? In dieci contro una donna. Veri campioni di coraggio! 
L’unico uomo gentile che incontra sulla sua strada è Jean, un turista americano, che si infatua di lei e che verrà coinvolto nella spirale di violenza che risucchia l’esistenza della protagonista; alla fine anche lui le volterà le spalle, tornando alla sicurezza e alla “rispettabilità” del suo mondo. A lei non resta che una scelta brutale, una soluzione cruenta per un’esistenza cruenta. 
Il tratto semplice, “sgrammaticato”, naïf di Peggy Adam calza a pennello al tono realistico della vicenda, focalizzando l’attenzione sugli eventi, sui dialoghi, sulla cronaca del femminicidio e sui luoghi. I disegni non distraggono, ma raggiungono lo scopo e si attaccano dolorosi al polpaccio del lettore come un mastino, sgraziato e devastante.

Articolo pubblicato su Panorama.it il 18 marzo 2009

Coltrane, il graphic novel

Immagine di ColtraneColtrane (Black Velvet, 128 pp. 13 €) è un graphic novel jazz. Non solo perché narra a fumetti la vita di John Coltrane, ma perché del jazz ha la struttura, il ritmo, il fraseggio. Dopo tante biografie sul sassofonista per antonomasia, ecco finalmente il formato perfetto che si adatta in pieno all’ascolto e al ritmo della sua musica: il fumetto. Paolo Parisi esegue con gli strumenti della scrittura e del disegno una lunga suite, plasmata su A love supreme. Dal capolavoro di Trane prende le mosse la suddivisione in capitoli della storia, Acknowledgement, Resolution, Pursuance e Psalm, una suddivisione che non segue un ordine cronologico lineare ma che evoca l’itinerario mistico del disco e lo interseca con la vita del musicista e per traslato dell’America. Dall’infanzia difficile nella Carolina del Nord agli incontri con Thelonious Monk, Duke Ellington Archie Shepp, Elvin Jones, McCoy Turner, Bill Evans e naturalmente Miles Davis ed Eric Dolphy; il rapporto con questi ultimi due è forse il tema più toccante, un vero “assolo” che percorre tutta la storia. E poi Malcolm X, le Black Panther, il Ku Klux Klan, l’eroina, le donne – Naima e Alice – e la spiritualità, la politica, le sperimentazioni e le aperture al free jazz, le sessioni in studio e il mitico concerto al centro di cultura africana Olatunji a New York nel 1967. Il tratto è essenziale, scarno: bianco, nero e grigio sono per Parisi quello che Fa, La bemolle e Si bemolle sono per A love supreme, note base di partenza, un fulcro semplice su cui costruire un’opera vibrante, clamorosamente evocativa, dall’intreccio complesso e dalle sfumature ricche e profonde. I testi del giovane autore si muovono dal grave all’acuto, come un improvvisatore che segua o contrasti l’accompagnamento grafico. È una narrazione ostica, difficile, che va avanti e torna indietro di continuo, che subisce impennate improvvise e stacchi laceranti eppure scorre fluida ed energica perché ha un segreto: è puro suono, proprio come “fu in principio”. E per questo il modo migliore di leggere e guardare Coltrane è quello di mettere sul piatto A love supreme, abbassare la puntina e voltare le pagine.

Articolo pubblicato su Panorama.it il 27 febbraio 2009

Bollettino della brigata partigiana Andreas Hofer, 14 maggio 2013

Kriegbericht der Alpenjäger-Abteilung Andreas Hofer / Foliet de vera dla Brigade partisan André Hofer

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La guerra di Teo

Non ci posso pensare. I compagni più anziani dicono che la guerra è fatta anche di queste cose. Che ce ne sono a pacchi, anche se uno non se le aspetta. Ti aspetti di morire, ma non ti aspetti questo…
Cercavamo un’azione dimostrativa e proprio Tetano ce l’aveva offerta. Prima ne aveva parlato con me e Ludwig. Era roba grossa, così lo abbiamo portato al comando della Brigata. Suo fratello Manuel presta servizio alla caserma del Genio di Roverè della Luna, appena oltre frontiera. In molti lì dentro starebbero dalla nostra parte, compreso Manuel, ma il comandante del reggimento è un testa di cazzo, fedele alla patria che manco un carabiniere. Manuel si è offerto di organizzare un turno di guardia in caserma con tutta gente fidata, gente che sta con noi. Primo turno di notte, mezzanotte quattro del mattino. Con i suoi ragazzi a presidiare la caserma, potevamo entrare senza sparare un colpo, occupare il posto e cacciare a calci in culo il comandante.
Ci muoviamo in settanta, dieci squadre da sette. Passiamo la frontiera e ci appostiamo nei pressi della caserma. Tutti sanno già cosa fare. Due squadre per tenere a bada ogni Compagnia, una squadra per il Comando, una per l’armeria, una per il parcheggio automezzi e l’ultima di guardia fuori dal perimetro. Entrare è facile come previsto. Io, Tetano, Ludwig, Herbert e gli altri della mia squadra dobbiamo prendere possesso della Compagnia Comando e Servizi, che poi dovrebbe essere una passeggiata perché è la Compagnia di Manuel, e Tetano ci ha detto che sono tutti con noi tranne un paio di reclute poco affidabili. Entriamo di corsa e li buttiamo giù dalle brande. Tutti in mutande e nel centro del corridoio, mani sulla testa. Giusto per non rischiare. Mentre Ludwig comincia a parlare per spiegargli cosa è venuta a fare la Brigata Hofer nella loro caserma, avverto una specie di vibrazione dai cessi in fondo. Tutti insieme, come richiamati da un ultrasuono, i soldatini in mutande si buttano per terra. Sanno qualcosa che noi non sappiamo. Faccio appena in tempo a voltarmi e vedo uno sbarramento di fuoco.
Diavoli in mimetica che sparano altezza uomo. Io e Herbert riusciamo a rintanarci in una camerata e rispondiamo al fuoco, ma la maggior parte di noi viene falciata. Mi volto indietro e vedo Ludwig a terra: la testa gli è esplosa. Poi vedo una cosa strana: Herbert che spara a una gamba di Tetano e se lo trascina fuori dalla finestra mentre urla come un maiale. Vorrei anch’io trascinare Ludwig con me ma non posso. Anch’io salto giù da una finestra: farlo è più facile che dirlo, la Compagnia Comando sta al piano terra. Raggiungo Herbert che sorregge Tetano ormai svenuto. Non è tempo di chiedere spiegazioni, è tempo di schizzare via. La caserma è una trappola per topi e i topi siamo noi. L’unica è fregare un mezzo pesante e sfondare il cancello con quello. Grazie a Dio Herbert una volta guidava i TIR. Per strada riusciamo a raccattare una quindicina di disperati come noi: la scena che abbiamo vissuto si è ripetuta simile per ogni squadra. In giro è tutta una caccia all’uomo. È ovvio che ci stavano aspettando. Saliamo su un autocarro semicorazzato e perdio sfondiamo di brutto. Mentre usciamo, col motore che urla fuorigiri, mi metto pure a mitragliare all’impazzata.
Più tardi, in uno dei rifugi del Monte Alto, Herbert dice poche frasi, pesanti e profonde come tombe. Dice: L’ho visto. Dice: Si è buttato giù in anticipo, insieme agli altri soldati. Dice: Sapeva già tutto, ci ha attirati in trappola. Dice: Deve morire, chiaro.
Chiaro che deve morire, chiaro. Come è morto Ludwig. Per pagare la morte di Ludwig, deve morire Tetano. I miei amici di una vita che non c’è più.
Tetano non ha nemmeno la forza di negare. Riesce solo a piangere e a dire Siete pazzi. Non sono io che tradisco voi ma voi che tradite l’Italia! Cazzo, peggio di un carabiniere. Che tristezza.

Bollettino della brigata partigiana Andreas Hofer, 7 maggio 2013

Kriegbericht der Alpenjäger-Abteilung Andreas Hofer / Foliet de vera dla Brigade partisan André Hofer

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La guerra di Teo

Settimana scorsa abbiamo ritrovato Tetano! Durante il periodo del golpe se l’è vista brutta. Era a casa dei suoi a Bressanone e lì il consiglio comunale si è schierato a tempo zero coi golpisti. I nazi figli di troia hanno organizzato subito un servizio d’ordine che manco sotto Mussolini. Ne sono arrivati anche da oltrefrontiera, austriaci e dicono anche qualche bavarese. Prima si prendevano a legnate coi fascisti, ora con loro ripropongono la vecchia accoppiata. Un casino totale che dura ancora oggi. Hanno messo pure il coprifuoco con tanto di ronde su fuoristrada muniti di fari brandeggianti per la ricerca notturna. Lo hanno preso mentre tornava da casa di un’amica. Tetano! Il decano dei vergini senza speranza aveva beccato una donna giusto sotto coprifuoco. A quanto pare il pericolo imminente e la svolta autoritaria impressa dai nazi produce un certo effetto afrodisiaco in alcune giovani donne facilmente impressionabili. Buon per lui. Per la legge del contrappasso però il paradiso si è trasformato in fretta in un inferno con tanto di diavoli e torture. I bastardi dovevano averlo capito subito che Tetano era in giro per i fatti suoi, non ha la faccia di un rivoluzionario pericoloso. Però fra i nazi ci ha raccontato che c’era un vecchio compagno di classe di suo fratello maggiore, uno con cui ovviamente suo fratello si odiava. Anni prima gli aveva pure dato una bella ripassata durante una ricreazione finita a mazzate nelle gengive (le mazzate del fratello di Tetano alle gengive del nazi). E ora com’è nell’ordine naturale di questo mondo infame la ruota aveva girato. Il nazi se lo era portato dentro una stanzetta proprio al municipio, e insieme a un paio di compari suoi gli avevano fatto un po’ di servizietti. Lo avevano frustato (ha dei segni da paura), picchiato e bruciacchiato con le sigarette. Poi, quando per l’ennesima volta gli aveva spergiurato di essere stato solo a scopare con la morosa, avevano messo una pentola d’acqua a bollire. Tetano dice che peggio della tortura sono stati quei venti minuti di attesa che l’acqua bollisse. Non gli avevano fatto niente, in quei venti minuti, nemmeno gli avevano parlato. Solo lui e il pensiero di cosa stavano per fargli. Non sapeva cosa, e questo aggiungeva paura a paura. Alla fine gli avevano strappato calzoni e mutande di dosso e lo avevano messo seduto nudo sulla pentola. Bidé a cento gradi. Giuro che il primo nazi che catturo glielo restituisco con gli interessi.

Tetano adesso è con noi.

La Guerra di Teo – un’immagine a firma Daniele Rudoni

 

la-guerra-di-teowww.danielerudoni.it

Bollettino della brigata partigiana Andreas Hofer, 3 marzo 2013

Kriegbericht der Alpenjäger-Abteilung Andreas Hofer / Foliet de vera dla Brigade partisan André Hofer

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La guerra di Teo

Il mese scorso frequentavo il terzo anno della scuola alberghiera, a Merano. Il Ritz lo chiamavamo, non tanto per presa in giro, ma perché si chiama proprio Cesare Ritz. E poi è un bel posto pulito e tutto quanto. Stavo a convitto lì, in stanza con due ragazzi, uno di Bressanone e l’altro di Salorno. Tetano e Ludwig. Tetano non è che si chiami davvero così, il suo nome è Alboino, ma tutti gli dicono Tetano per via della ruggine. Nel senso che non vede una ragazza da quando è nato. Tetano è neanche brutto, in fondo. Giusto gli occhiali un po’ spessi e pallido. Ma di fisico è messo bene, salta in lungo come un grillo, è arrivato secondo ai campionati regionali. Però con le donne non ci sa fare. Niente. E allora, Tetano. Ludwig manco lo capisco perché si è iscritto all’alberghiera. È una mente, sa un sacco di cose di politica e legge tutto il tempo. Penso sia per via dei genitori che hanno un B&B. Chissà, magari se Ludwig era più portato per servire ai tavoli ora non stavamo qui. Io sono discreto in italiano e geografia, buono in cucina e sala-bar e parecchio scarso in tutto il resto. Tutto a posto con le ragazze, altro che Tetano. Mi basta per stare a galla, non mi sono mai lamentato di niente. Ma sto divagando, e non ho tempo per divagare. Avevamo appena iniziato il secondo quadrimestre e la pagella del primo non era neanche male. Filava tutto liscio, poi un pomeriggio accendo la Tv e mi scoppia la guerra nucleare in faccia. Niente di quello che ti è accaduto prima può prepararti a una cosa del genere. Niente. Ludwig però sembrava sapere già cosa fare. E quello che avrebbe fatto non aveva niente a che spartire con la gestione di un alberghetto. In quei giorni le lezioni furono sospese e gli ospiti del convitto rimandati a casa. Oltre alla guerra, sul fronte nazionale già da tempo c’erano segni di tensione, episodi di intolleranza fascista, rappresaglie, solite storie. Io i genitori non ce l’ho, dovevo tornare da mio zio, ma non mi andava di sorbirmi i suoi deliri di stratega militare mancato. Sicuro come la morte che si era messo a oliare tutto l’arsenale in previsione e nella speranza di utilizzarlo. Quando gli dissi che rimanevo al convitto, Ludwig mi scrutò a lungo. Poi disse: “Le lezioni non riprenderanno, Teo. Non più. È meglio se vieni con me.” Risposi che magari i suoi non avrebbero avuto piacere a ospitarmi in un momento come quello. “Non vado mica dai miei” disse lui. “È ora di fare qualcosa di più che parlare a vanvera e rifugiarsi a casa dalla mamma.” Mi parlò della Brigata Andreas Hofer per tutta la notte. Partimmo all’alba per le montagne. Era solo il mese scorso. Sembra una vita fa.

Bollettino di guerra della brigata partigiana Andreas Hofer – 15 maggio 2013

Kriegbericht der Alpenjäger-Abteilung Andreas Hofer / Foliet de vera dla Brigade partisan André Hofer

 

andreashoferlogoLa guerra di Teo

Quando Herbert mi ha detto di sparare non ci potevo credere. Non ero ancora pronto a una cosa così. Così vera. Mi ha detto proprio: “Spara, Teo.” Secco, come se non c’era altro da aggiungere. E in effetti cos’altro si doveva dire? Non c’era modo di addolcire la pillola, di rendere più umano e naturale quello che andava fatto senza esitare. Ho tirato su la glock di mio zio – l’avevo fregata alla sua pregiata collezione di armi storiche, ormai saccheggiata – e preso la mira. Ho preso la mira e ho fatto finta di non sentire. Ho cercato di non pensare, perché sapevo bene che se pensavo avrei cominciato a tremare, e poi chi poteva dire come andava a finire? Ho preso la mira e ho pregato per la salvezza di qualcuno, di qualcosa. Per la salvezza di qualsiasi cosa. Non sapevo bene cosa: ti prego fa’ che qualcosa si salvi da tutto questo, fa’ che l’orrore abbia senso. Non so se mi abbia ascoltato, ammesso che ci sia un ascoltatore. Ho preso la mira e ho sparato. Fatto quello che dovevo.