Sistema Sesto

Allora, succede che questo po’ po’ di manzo camionista che risponde al fascinoso nome di Truck Driver (appunto) fu messo al mondo a Sesto San Giovanni, quattro decenni orsono, dove tuttora risiede tra gli sterminati parchi di tigli, faggi e aceri e la profumata aria di montagna che spira libera tra gli ampi, elegantissimi boulevard della cittadina. E succede che cotal cittadina si è meritata di recente la ribalta mediatica per la presunta corruzione politica e territoriale di tipo squisitamente progressista. Sistema Sesto, appunto. Continua a leggere

Io li odio i nazisti dell’Illinois / la prima volta che ho visto un fascista

Ripubblichiamo un racconto di Massimiliano “Zaph” Lanzidei dell’Anonima Scrittori scritto in occasione del 25 aprile 2005 e pubblicato allora su wumingfoundation

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La prima volta in vita mia che ho riconosciuto un fascista è stato guardando una fotografia.
Ero giovane, sicuramente non innocente, ignorante riguardo a un sacco di cose e soprattutto su quelle che attenevano alla politica.
Quarto liceo scientifico: il “G.B.Grassi” di Latina, scuola storicamente di destra nella città più a destra d’Italia.
Scuola di destra: allora per me, studente per inerzia sociale più che per vocazione, significava la libertà di poter inveire contro quei fascisti dei professori ogniqualvolta si trovavano ad accanirsi contro le mie evidenti mancanze scolastiche.
Destra e sinistra: non le avrei riconosciute neanche se mi avessero interrogato col pentothal: anche se le suore mi avevano spiegato che la destra era quella del segno della croce, faticavo allora a collegare il dato di fatto con la questione politica. Però qualcosa, forse qualcosa nel Dna, mi diceva che “fascista” non era proprio una bella cosa e poteva essere usato come insulto.
La mia prima esperienza politica risaliva a qualche tempo addietro, ma me ne sono reso conto solo più tardi.
Due anni prima, stessa scuola, secondo liceo scientifico; nessuna battuta d’arresto nel mio percorso di studi: ho sempre prestato attenzione a galleggiare appena sopra la linea di quelli che venivano rimandati a Settembre: svogliato sì, ma fesso no, col cazzo che mi ci beccavi a studiare pure d’estate.
Dicevo, secondo liceo scientifico: dopo una serie di scioperi contro l’amministrazione provinciale dell’epoca, rea di non concederci l’uso della nostra aula magna, veniamo – io e altri della mia classe e dell’istituto – sospesi dalle lezioni per un giorno con la prospettiva di un bel sette in condotta a fine quadrimestre.
Tragedia.
Compagni, di classe, scioccati.
Io, scioccato appresso a loro.
Loro, paura di rappresaglie parentali: tutte famiglie bene della Latina che contava.
Io, in ambasce per suggestione, per empatia, per paura dell’ignoto.
Torno a casa con la notizia e coinvolgo mia madre.
“Aspettiamo che torni tuo padre.”
Passo un pomeriggio d’inferno.
Torna mio padre.
Entra in camera mia dove, penitente per scelta, aspetto al buio il mio destino.
“Che è successo?”
“M’hanno sospeso.”
“Perché?”
“Perché abbiamo scioperato.”
“Lo sapevi perché scioperavate?”
Domanda a sorpresa – che cazzo c’entra? – rifletto solo un attimo sull’opportunità di tirare in ballo i ragazzi più grandi che ci dissuadevano dall’entrare a scuola, la fortissima mia attitudine a essere dissuaso e la forza di persuasione di una bella manifestazione in piazza rispetto al terrore di essere interrogato in classe, e rispondo:
“Sì.”
E probabilmente non ho neanche mentito.
“Allora va bene” ed esce dalla stanza.
Ci sono voluti anni prima che io metabolizzassi quella conversazione.
Sono cresciuto adesso e non credo che il mio animo vigliacco e accondiscendente mi porterà mai a essere all’altezza di quel “allora va bene”.
Comunque, per tornare al tema del racconto, due anni dopo, il quarto e il quinto liceo scientifico se ne vanno in gita di istruzione in Germania: Norimberga, Monaco di Baviera e tappa a Dachau, campo di sterminio nazista.
Sono passati venti anni da quel viaggio: per tanto tempo il ricordo più vivido – quello anche più citato nei discorsi tra compagni di classe – è stata la fuga notturna dall’ostello con incursione nel sexy-shop adiacente e annesse proiezioni porno e spettacolino di strip-tease. A pari merito le vanterie di furti e taccheggi in birrerie, negozietti e supermercati.
Quello che è sopravvissuto fino a ora invece è quel senso inebriante di aver toccato con mano la Storia, quella che si legge nei libri.
Ho visitato un campo di concentramento: mi piacerebbe poter raccontare di essere stato folgorato da quell’esperienza come Saul sulla via di Damasco, ma non fu così; certo, il bianco abbacinante di quella spianata in cui tutte le baracche dei prigionieri erano state rase al suolo, per lasciarne solo due intatte come museo della memoria, l’ho stampato ancora oggi nella mente come se l’avessi visto ieri, ma l’orrore, quello vero, l’ho capito solo più tardi.
Quello stesso giorno siamo stati nella birreria di Monaco dove ha visto la luce il partito nazista, e anche nell’enorme piazza in cui tre milioni di persone osannarono per la prima volta il loro fuhrer.
In quella piazza, proprio nel punto in cui quell’omettino dall’apparenza insignificante si affacciava a ricevere l’omaggio dei suoi sudditi, abbiamo scattato delle foto in cui tutti salutavamo l’obiettivo con il braccio alzato e le dita tese nel saluto romano.
Mi è capitato solo una volta di rivedere quella foto, ma ci penso spesso.
E nel ricordo mi accorgo che la prima volta che ho visto un fascista è stato in fotografia.
E in quella foto c’ero io.

SS’sS, Simone Sarasso’s Settanta (Intervista)

More about Settanta

Simone Sarasso torna in libreria in questi giorni con Settanta (Marsilio, pp. 693 € 21,50 ), poderoso secondo volume della trilogia sporca dedicata alla storia di questo paese, il cui titolo si riferisce naturalmente al decennio più oscuro di tutta la stagione repubblicana.
Laddove il primo capitolo, Confine di Stato era rutilante, “fumettoso” e marcatamente debitore di James Ellroy, Settanta è più denso, articolato e guarda a Romanzo Criminale di De Cataldo. Lo stile di Sarasso è sempre cinematico e frizzante, come nel lavoro precedente, ma mentre in quel caso si è rischiato di semplificare la storia d’Italia concentrando fatti e responsabilità in Andrea Sterling, l’antieroe per eccellenza, in Settanta il tiro è stato aggiustato alla perfezione: l’Italia non è mai stata innocente, recita lo strillo in quarta, e qualcuno ne è responsabile, verrebbe da aggiungere. Ho incontrato Simone.
L’Italia non è mai stata innocente…
La frase è “ellroyana”, è la commutazione in salsa spaghetti dell’incipit di American Tabloid e credo che ben descriva l’aria che si respirava nelle strade durante il decennio più buio della nostra storia patria. Se penso all’establishment di quegli anni, tolti forse coloro che furono fatti fuori, non scorgo molte facce innocenti. Allo stesso modo, se penso alla criminalità o al mondo dello spettacolo, vedo squadrenarsi di fronte ai miei occhi un mare di miseria, bassezza e iniquità. E, ancora una volta, il numero di colpevoli mi sembra nettamente maggiore di quelli degli innocenti.
Confine di Stato era forse più “ellroyanao”, Settanta sembra “decataldiano”.
Bè direi che è molto “decataldiano” nell’approccio ai personaggi. Ma è anche “wumnghiano” nell’impostazione, “biondilliano” nel linguaggio e nuovamente “ellroyano” nel ritmo.
Come ti sei documentato?
Il mio lavoro di documentazione è un processo a cascata: prima la rete, poi le biblioteche, infine gli archivi. Parto dalle voci di corridoio e pian piano mi avvicino ai fatti: che sanno di polvere e hanno l’odore della carta ingiallita dal tempo.
Quale è la percentuale di fiction e quale di realtà?
Se in Confine di Stato la percentuale era sicuramente sbilanciata verso il reale (direi 70-30), qui le proporzioni cambiano: a occhio e croce 50-50, dal momento che molti eventi assomigliano a fatti realmente accaduti ma poi cambiano volto repentinamente.
Hai scelto di usare, in molti dialoghi e descrizioni, il dialetto, come mai?
Perché nell’Italia dei Settanta, specie negli ambienti che racconto io, era sicuramente più diffuso dell’italiano. In secundis, c’è una questione poetica: se Confine di Stato era assolutamente improbabile dal punto di vista linguistico, e nella Roma dei Cinquanta si muovevano loschi figuri che parlavano come Bruce Willis, in Settanta l’aderenza alla lingua reale è pressoché totale. Succede l’inverso per quanto riguarda il mix storia-finzione che percorre i romanzi: gli accadimenti di Confine di Stato erano più verosimili, quelli di Settanta sono spiccatamente ucronici. Non didascalicamente (il sequestro Argento assomiglia molto al sequestro Moro) ma di sicuro negli esiti.
Che tipo di oggetto narrativo è Settanta?
È un romanzo. Niente di più, niente di meno. Mi piacerebbe dire che è un romanzo storico, ma, come ho già accennato, in Settanta ciò che è realmente accaduto è un semplice trampolino di lancio. Si parte presto per la tangente. Si va piuttosto in là. Ma non così in là da poter definire il mio secondogenito un romanzo ucronico. Il termine inglese alternate history fiction potrebbe calzare. Settanta è un esempio di alternate history fiction.
Confine di Stato e Settanta fanno parte di una trilogia…. il prossimo è in cantiere, che segmento di storia coprirà?
Direi indicativamente 1981-1994. E sarà costruito per gran parte intorno a una figura femminile.
C’è altro in cantiere ?
Parecchio altro: un fiction a tre mani che probabilmente uscirà nel 2010, la graphic net novel Unite We Stand che sarà in libreria in ottobre, un libro di cui non ho ancora parlato nemmeno al mio editor (solo mia moglie ne sa qualcosa), una spy story, un romanzo apocalittico e uno storico. Sarà un’estate intensa.

Intervista realizzata per il fu Panorama.it

Io li odio i nazisti dell’Illinois> Narrazioni> Che bella gente di Andrea Cattaneo

casa-mediashoppingChe bella gente (liberamente tratto dall’omonima canzone di Giorgio Gaber)

Sì caro mio, tu dici così perché non li conosci ma guarda che non sono più neppure umani. Non sai mica come è fatta questa gente qua. Per esempio, ce n’è uno col testone – sì, è imbarazzante –; alle cinque della sera non ricorda già più il suo nome. E che nome! Un nome temuto e conosciuto, mai che abbia lavorato. Arriva al bar ogni sera e inchioda il suo sedere davanti a un tavolino e s’ammazza a furia di brindisi. Già, proprio così, hai capito bene. E in barba alla sua religione – che certo non incoraggia l’alcolismo – non tracanna mica Coca-cola e neppure acqua fresca, sai?
Poi, quando viene l’ora, te lo ritrovi dove? Sì, esatto proprio là. Tutto assorto ad ascoltare le prediche, dritto come una scopa, con l’occhio da affogato s’infligge quella punizione così smaltisce il vino e si pulisce la coscienza. Ma guarda che quel verme lì non pensa mica, sai? No, lui prega!
E poi c’è il fratellino, trafficone impenitente. Di giorno incassa bustarelle, distribuisce lavori, è peggio d’un dente guasto. Pensa che s’è sposato una mezza gobba solo perché ha la dote, ma non gli basta mai. Col suo bel vestitino, col suo bel macchino fa pure lo strozzino e non perde occasione per tenere d’occhio sessanta debitori che tiene in ginocchio. Credimi che quel fetente là non prega mica. No, lui frega!
E poi ci sono gli altri, la madre sempre muta che macina programmi tv e il patriarca defunto che li tiene ancora d’occhio: li fissa con aria severa affacciandosi da un lugubre fotografia. È lui che domina tutto il gregge che naviga nell’oro (venuto chissà da dove), ma a cena si concede soltanto una schifosa minestra. E quando non resta che il brodo, con la bocca li senti fare disgustosi “ssssct–ssssct”.
E poi c’è la vecchia che ormai hanno plagiato: trema ma non muore. La curano, sì, ma le contano le ore e invocano il momento di chiuderle la bara e aprire il testamento che, naturalmente, va tutto a loro vantaggio. Eh già perché ai funerali quella gente lì mica canta sai? No, ah, no! Conta!
E poi, c’è Margherita che è bella come il sole e tu non ha idea del bene che mi vuole. Sogniamo addirittura una casa nostra, è piena di finestre e quasi niente mura e dentro solo noi a ridere di gioia. la cosa è già sicura, solo che c’è una noia: la sua famiglia è contro.
Ce l’hanno su con me, mi danno del pezzente, non sopportano il mio colore. Eh già perché per quella gente è meglio un delinquente ma con la posizione e anche se la figlia sembra differente è nata ed è cresciuta in quel ambiente.
Da un mese a questa parte la tengono al guinzaglio perché – dicono in giro – loro di me hanno paura, capisci? Loro, che non sembrano neppure più umani, hanno paura. Si sono organizzati, pensa, assieme all’altra gente perché io, per loro, sono un pericolo ambulante. Le legge è dalla loro parte e mi vengono a cercare e se non trovano me fa niente, basta che ci sia qualcuno da prendere a bersaglio perché così si svagano. Perché così non si mischiano con noi e si sentono i più forti, i padroni di un paese che somiglia sempre di più a un grosso carcere a cielo aperto. E preferiscono restare nel loro ghetto, nelle loro belle prigioni a schiera con la tv satellitare e l’ultimo cellulare.
E quando ci incontriamo gli occhi di lei mi fissano e sembra che mi dica che un giorno fuggirà, che mi raggiungerà e allora in quel momento, allora io le credo ma solo in quel momento, perché da quelle case là nessuno scappa mai. Hai capito adesso come sono gli italiani?
Si è fatto tardi e ho quasi finito i soldi. Scusami per lo sfogo, se riesco il prossimo mese ti manderò altro denaro. Non ti prometto niente, può anche darsi che domani mi fermino per mettermi in galera. Ma ormai sono proprio stufo e non me ne importa più niente.

Io li odio i nazisti dell’Illinois

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Bollettino della brigata partigiana Andreas Hofer, 14 maggio 2013

Kriegbericht der Alpenjäger-Abteilung Andreas Hofer / Foliet de vera dla Brigade partisan André Hofer

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La guerra di Teo

Non ci posso pensare. I compagni più anziani dicono che la guerra è fatta anche di queste cose. Che ce ne sono a pacchi, anche se uno non se le aspetta. Ti aspetti di morire, ma non ti aspetti questo…
Cercavamo un’azione dimostrativa e proprio Tetano ce l’aveva offerta. Prima ne aveva parlato con me e Ludwig. Era roba grossa, così lo abbiamo portato al comando della Brigata. Suo fratello Manuel presta servizio alla caserma del Genio di Roverè della Luna, appena oltre frontiera. In molti lì dentro starebbero dalla nostra parte, compreso Manuel, ma il comandante del reggimento è un testa di cazzo, fedele alla patria che manco un carabiniere. Manuel si è offerto di organizzare un turno di guardia in caserma con tutta gente fidata, gente che sta con noi. Primo turno di notte, mezzanotte quattro del mattino. Con i suoi ragazzi a presidiare la caserma, potevamo entrare senza sparare un colpo, occupare il posto e cacciare a calci in culo il comandante.
Ci muoviamo in settanta, dieci squadre da sette. Passiamo la frontiera e ci appostiamo nei pressi della caserma. Tutti sanno già cosa fare. Due squadre per tenere a bada ogni Compagnia, una squadra per il Comando, una per l’armeria, una per il parcheggio automezzi e l’ultima di guardia fuori dal perimetro. Entrare è facile come previsto. Io, Tetano, Ludwig, Herbert e gli altri della mia squadra dobbiamo prendere possesso della Compagnia Comando e Servizi, che poi dovrebbe essere una passeggiata perché è la Compagnia di Manuel, e Tetano ci ha detto che sono tutti con noi tranne un paio di reclute poco affidabili. Entriamo di corsa e li buttiamo giù dalle brande. Tutti in mutande e nel centro del corridoio, mani sulla testa. Giusto per non rischiare. Mentre Ludwig comincia a parlare per spiegargli cosa è venuta a fare la Brigata Hofer nella loro caserma, avverto una specie di vibrazione dai cessi in fondo. Tutti insieme, come richiamati da un ultrasuono, i soldatini in mutande si buttano per terra. Sanno qualcosa che noi non sappiamo. Faccio appena in tempo a voltarmi e vedo uno sbarramento di fuoco.
Diavoli in mimetica che sparano altezza uomo. Io e Herbert riusciamo a rintanarci in una camerata e rispondiamo al fuoco, ma la maggior parte di noi viene falciata. Mi volto indietro e vedo Ludwig a terra: la testa gli è esplosa. Poi vedo una cosa strana: Herbert che spara a una gamba di Tetano e se lo trascina fuori dalla finestra mentre urla come un maiale. Vorrei anch’io trascinare Ludwig con me ma non posso. Anch’io salto giù da una finestra: farlo è più facile che dirlo, la Compagnia Comando sta al piano terra. Raggiungo Herbert che sorregge Tetano ormai svenuto. Non è tempo di chiedere spiegazioni, è tempo di schizzare via. La caserma è una trappola per topi e i topi siamo noi. L’unica è fregare un mezzo pesante e sfondare il cancello con quello. Grazie a Dio Herbert una volta guidava i TIR. Per strada riusciamo a raccattare una quindicina di disperati come noi: la scena che abbiamo vissuto si è ripetuta simile per ogni squadra. In giro è tutta una caccia all’uomo. È ovvio che ci stavano aspettando. Saliamo su un autocarro semicorazzato e perdio sfondiamo di brutto. Mentre usciamo, col motore che urla fuorigiri, mi metto pure a mitragliare all’impazzata.
Più tardi, in uno dei rifugi del Monte Alto, Herbert dice poche frasi, pesanti e profonde come tombe. Dice: L’ho visto. Dice: Si è buttato giù in anticipo, insieme agli altri soldati. Dice: Sapeva già tutto, ci ha attirati in trappola. Dice: Deve morire, chiaro.
Chiaro che deve morire, chiaro. Come è morto Ludwig. Per pagare la morte di Ludwig, deve morire Tetano. I miei amici di una vita che non c’è più.
Tetano non ha nemmeno la forza di negare. Riesce solo a piangere e a dire Siete pazzi. Non sono io che tradisco voi ma voi che tradite l’Italia! Cazzo, peggio di un carabiniere. Che tristezza.