Brega & Partners

5e989f22aef183295b6b90b70ee0690cNella nostra travagliata carriera di scribacchini c’è capitatato un po’ di tutto. Anche di fare da copywriter e ghostwriter; certo, mai ci saremmo aspettati di venire contattati dall’agenzia che più di ogni altra incarna la banalità del male pubblicitario. Abbiamo declinato gentilmetne la loro offerta, ma forse avremmo dovuto accetterala, chissà. Quello che sappiamo è che pur non avendo una pagina in rete e non essendo presenti sui social sono davvero tra le più influenti agenzie del Belpaese.  La leggenda vuole che prima di fondare l’agenzia i fratelli Brega lavorassero per Licio Gelli, poi mollato nel 1981 e infatti…

Alla richeista di contatto che ci è arrivata era acclusa una nota con un portfolio e una presentazione. Da nessuna parte era scritto di non divulgarla. La rimbalziamo su queste pagine, fatene buon uso.

Brega & Partners.

Carlo Maria Brega e Anton Giulio Brega hanno fondato la Brega & Brega alla fine del 1981 e dopo pochi mesi erano già diventati una leggenda per aver curato le strategie di immagine della nazionale di calcio italiana ai mondiali del 1982, suggerendo a Bearzot l’imposizione del silenzio stampa più famoso dello sport contemporaneo, che dopo il primo girone deludente con tre pareggi segnò la cavalcata inarrestabile di Paolo Rossi e compagni con lo smacco assoluto della stampa italiana che li aveva in principio maltrattati. Di quell’esperienza Carlo Maria è solito dire: “I soldi più facili della mia vita: impatto massimo senza fare un cazzo. È stata un’ispirazione, lì ho capito qual era la strada.” Oggi la Brega and Partners (come è stata ribattezzata la compagnia dopo la fusione con i soci americani) vanta sedi e collaborazioni in tutto il mondo e ha curato i silenzi stampa della maggiori personalità del pianeta. Siamo l’agenzia di Thomas Pinchon e Salinger di Mina e Battisti, dell’NSA fino agli anni Novanta. Se non ne sai niente, vuol dire che ce ne siamo occupati noi.

Brega & Partners: less is more, more is less and more is more.

Di nuovo sul Delta

Cirenaica for dummies: 2041

1984

È in corso la festa di fine anno della scuola di mia figlia. La madre di un altro bambino, non so per quale motivo, mi parla del suo cane: un adorabile bastardino, per un terzo husky, per un terzo labrador, per un terzo non so cosa. Mi dice che si chiama Milo.
Ingenuo io a essere cordiale e chiedere lumi, sarà il solleone o le nove danze ininterrotte dei bambini vagamente psichedeliche che ci siamo orgogliosamente sorbiti: “Milo?”
“Sì, Milo. Come quello del Grande Fratello di quattro anni fa.

“Sì, dai, Milo del Grande Fratello.”
Ingenuo io, di nuovo, che spossato dal caldo e dal suo sguardo umido le rispondo soprappensiero: “Non guardo la tv o per lo meno non…”
“Come non guardi la tv?”
Il suo tono, lo ammetto, mi innervosisce e così, ça va sans dire: ingenuo io, invece di darle la solita razione di vetriolo che ammannisco a destra e a manca senza curarmi mai troppo delle reazioni, ribadisco il concetto: “No, non guardo la tv.“
“E come fai? Io ce l’ho pure in bagno. Ne ho una in ogni stanza e in salotto ho un 52 pollici… forse è un 54, non so, devo chiedere a mio marito…”
Eccheppallemollami… Cerco di chiudere la conversazione: “Di solito quando sento parlare di Grande Fratello mi viene in mente 1984.”
“Ehhh, nel 1984 avevo meno di dieci anni…”
Sono disarmato e disidratato, provate a capirmi voialtri là fuori dallo schermo: “Ehm, intendevo il romanzo.”
“…”
“…”
“…”
“Quello di Orwell…”
“…”
“Geroge Orwell…”
“…”
Non so cosa fare, mi sento come fossi sui pattini sulla discesa di un garage con curva a gomito: “Ehm, il romanzo è ambientato in un futuro distopico….”
“Cosa?”
“Ecco, un futuro non proprio, come dire, dei migliori possibili in cui c’è, come posso… ecco, sì, un sistema di sorveglianza globale…” Ingenuissimo io.
“…”
Non so più come andare avanti, sono a corto di sarcasmo, non mi è mai successo, lo giuro: “… come se… Sì, un sistema di, tipo, telecamere che tutto vedono e che viene chiamato Grande Fratello…”
“Ah, lo hanno preso dal programma.”
“Veramente è del 1948.”
“Ma che dici?” Ride come fossi un demente, e in effetti lo sono, quando si ricompone mi riguarda con quei suoi maledetti occhi acquosi: “se la prima edizione è del 2000. Dai Taricone.. quello che è morto…”
“Intendevo il libro.”
“Ah.”
“È per quello che Orwell lo ha chiamato 1984, è il contrario di 48 ed essendo distopico, la specularità della cifra…”
Occhi acquosi.
Vorrei tirarle un pugno, ma ho una striscia di sudore salato che mi cola lungo la spina dorsale, devo portare all’interno della scuola ancora duecento sedie e otto tavoli lunghi e le energie vanno conservate… Ho caldo, troppo caldo e penso che la democrazia sia la peggiore delle… Se ne va. Se ne va. Rimango a fissare l’asfalto crepato del cortile. Mi si avvicina un’amica, madre di un’altra bimba. Ha sentito tutto. Cerco un appiglio: “Sono troppo snob, lo so…”
“No. Sono loro che ti fanno diventare snob.”

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Scrittura cuneiforme (un virus dallo spazio profondo)

Signore, signori, purtroppo non posso essere con voi in questa occasione e così mi affido, ancora una volta, alla parola scritta. In fondo è questo il mestiere che mi sono scelto, che molti hanno scelto, quello di affidare alla scrittura le proprie parole il cui valore risiede sempre e solo negli occhi di chi legge e le interpreta, perché la scrittura non è che un esercizio di alterità, un dialogo, un confronto con l’altro da sé. Comunicare parlando, o teleparlando, non ha la stessa capacità di dialogare che hanno le parole scritte. È tra le righe, tra le figure retoriche, tra lo scarto e l’iperbole che si mostra in tutta la sua complessa semplicità quello che William Burroughs definiva un virus dallo spazio profondo: il linguaggio.

La parola scritta dà modo e tempo di interpretare, di comprendere, riflettere, scegliere, mediare; la parola scritta è il punto di incontro tra chi scrive e chi legge, si allontana da chi scrive e si avvicina a chi legge, ma non è né un punto di partenza né un punto di arrivo, è il viaggio. Ed è il viaggio quello che, come si suol lambiccare, conta davvero.

La parola scritta non è di chi la scrive mentre la parola detta è di chi la dice, ha un volto, un’espressione, una mimica, uno “sponsor”, è una parola che si vende senza apparentemente pagare il contenitore, la parola scritta è una parola gratuita di cui, a volte, si paga il contenitore (il giornale, il libro, la rete), ma è una parola pura che trova nella sua impurità la sua stessa essenza: splende in tutto il suo significato etimologico, ma si adombra, cambia pelle, si trasforma per poi risplendere su altre frequenze dello spettro, nel momento stesso in cui chi la legge ha il tempo di trasformarla, di cogliere le connessioni, di inserirla in un contesto, di confrontarla con la sua esperienza e la sua conoscenza.
Questioni ontologiche… Sesso angelico insomma, ma cosa vuol dire lavorare con le parole? Scriverle? Cosa fa chi lo fa? È un mestiere? Davvero? Un hobby dalle sfumature vagamente dandy? Un modo di guadagnarsi il pane senza sgobbare?
Spesso lavorare con le parole scritte viene considerato qualcosa del genere e chi lo fa per vivere, alle volte, viene sottostimato, guardato con malcelata e malevola invidia, visto con sospetto e con acrimonia, apertamente disprezzato, sottilmente deriso, e spesso, molto spesso, quasi sempre, viene sfruttato e gettato in pasto alla precarietà. I suoi diritti di lavoratore vengono calpestati perché non viene percepito come lavoratore, ma come sfaccendato fortunato che non sa cosa sia spaccarsi la schiena davvero… Spaccarsi la schiena… Insomma in questo paese sembra strano retribuire il lavoro intellettuale creativo.
La “Mit Technology Review”, l’autorevole rivista che si occupa di tecnologia e futuro del Massachusetts Institute of Technology, in una recente analisi riporta che nei prossimi vent’anni verrà automatizzato il 45% dei lavori oggi esistenti negli Stati Uniti (il resto del mondo occidentale seguirà a ruota) cominciando da trasporti, logistica e amministrazione.
I lavori nuovi saranno, secondo gli studi della Review, quelli che “richiedono empatia, creatività, capacità di negoziazione. Tutti campi che un’intelligenza artificiale non riesce a padroneggiare. I computer svolgono bene compiti anche complessi ma ripetitivi e dunque si salveranno i lavori manuali, dall’infermiere all’idraulico, che prevedono alti livelli di imprevedibilità e di variabilità ambientale, invece, per esempio, le case, le auto e in pratica qualsiasi altro oggetto potrebbero essere stampati in 3d in meno di un giorno da una macchina invece che costruite e da esseri umani. In questo scenario dovrebbe riuscire a cavarsela un po’ meglio chi ha un titolo di studio superiore, ma anche i mestieri intellettuali “non creativi”, sono a rischio, per lo meno quelli basati su routine ricorrenti che i computer possono replicare facilmente. Eppure, ripeto, in questo paese sembra strano retribuire il lavoro intellettuale creativo: cioè l’unico non automatizzabile.

Sapete tutti cos’è il plus valore? Sì, vero. No? Forse allora potreste sperimentare l’alchimia operata dal linguaggio nella trasmutazione  delle parole scritte in parole lette dando un’occhiata a certi passaggi di un certo filosofo, economista, storico, sociologo e giornalista tedesco perché il concetto di plus valore si può, e si deve, applicare anche al lavoro intellettuale perché chi scrive per lavoro è come ogni altro lavoratore, ha la sua dignità e i suoi diritti.

Per capire cosa faccia chi scrive per mestiere forse potremmo semplicemente parafrasare uno scrittore che se non si perdesse in cazzate sarebbe davvero un grande scrittore: Chuck Palahniuk e il suo più celebre romanzo, Fight Club: Continua a leggere

Addio Lugano bella

Ora che il referendum per impedire la libera circolazione dei cittadini svizzeri è passato, cercheremo di fare un po’ di chiarezza e calmare le acque. Eh, già cari cittadini europei, avete fatto la vostra scelta, sofferta, dibattuta, forse poco solidale e di dubbio gusto morale, ma l’avete fatta: ora gli svizzeri se ne staranno in Svizzera. Lo sappiamo che avete votato con un certo timore, con alcune remore e forse addirittura contro i vostri interessi, ma vediamo come possiamo fare per continuare la nostra vita europea a testa alta… Partiamo da uno dei punti cruciali della questione, da uno di quei punti per cui molti di voi, cittadini perplessi e propendenti al “no”, avete sollevato lo spettro della ritorsione da parte della Confederazione Elvetica: la cioccolata. Continua a leggere

Un inferno esatto quanto un verbale

Zeitgeist Test Department

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Pop Filosofia

Pop-Filosofia

Vocabolario on line

Pop-filosofia (o Pop filosofia) loc. s.le f. Indirizzo di studi filosofici che mira ad applicare gli strumenti della tradizione speculativa ad ambiti e temi normalmente estranei a tali studi e, in particolare, alle varie espressioni della cultura e dell’intrattenimento di massa. ◆Una volta superato lo sconcerto che nasce dallo squilibrio fra l’oggetto studiato e il mezzo impiegato nella sua analisi, prestazioni critiche tanto brillanti e acute portano a dire che la Pop filosofia ha vinto la sua scommessa

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Zeitgeist Test Department: Esperimento # 3

Zeitgeist. Zeitgeist. Zeitgeist. End of test.

 

Kim