Sesso

Intanto come titolo funziona, no? Ma veniamo a noi. Il sesso è un tabù italico di portata nazionale. Inutile negarlo. E veline, hostess, escort, scosciate da telepromozione, tettone da programma calcistico, e ancora look aggressivi, vestiti sempre più sexy, stivali bondage da mistress disponibili ormai in ogni negozio non sono altro che la solita copertura. Can che abbaia non morde, dice il saggio, e mi permetto di concordare in questa circostanza. Non sono certo un bacchettone o un moralista, anzi di recente mi piace pensare di essere un camionista che flirta con la parola scritta (o uno scrivente che flirta con gli Scania, come preferite) ed è per questo che ho di che lamentarmi. A guardarmi attorno, sembrerebbe di vivere nell’epoca più sexy e spinta di tutti i tempi. Continua a leggere

Autobahn

autobahn_nr_330_330_gCome vedere una divertente commedia con Walter Matthau e Jack Lemmon e subito dopo una puntata di Report. O ascoltare tutto il repertorio di Johnny Cash, quella voce impareggiabile, con il miglior impianto hi-fi del mondo e non sapere più come spegnerlo quando scivola dentro per sbaglio il greatest hits di Eros Ramazzotti. E la porta della stanza è bloccata. O come farsi un lungo bagno rilassante in una lussuosa vasca idromassaggio e poi sottoporsi a un energico peeling con la carta vetrata (gli amanti delle SPA dovrebbero gradire quest’ultima similitudine, poi magari mi spiegano perchè quando si chiamavano ‘terme’ non interessavano a nessuno se non a vecchie megere e adesso invece che si chiamano ‘SPA’ le vogliono tutti e costano un occhio della testa).
Fastidio estremo. Continua a leggere

All’estero

Mi chiedono di ripubblicare ‘sto post di quasi due anni fa…

ribeccatevelo

*****

Non immaginavo capitasse anche a lei. E invece, lo stesso esatto fenomeno. Lei, olandese trapiantata a Sesto San Giovanni da anni ormai (povera- non potevo essere di Palm Beach, mi chiede sempre.. o per lo meno di Cecina?) prova a volte fastidio nel vedere connazionali a spasso per il centro di Milano. Non solo non sente simpatia per loro o voglia di parlare, chiedere qualcosa, ma addirittura fastidio nel vederli. Li squadra da cima a fondo, li analizza nell’aspetto, ne commenta sarcastica modi di fare e parole pronunciate, tra sè. Ne sta alla larga.

Ecco. Anch’io, quando vedo italiani in Olanda, o comunque in generale all’estero. Ne sto alla larga. Perchè? Non dico che bisognerebbe abbracciarsi come parenti e ballare la tarantella insieme, tra una folla di teste bionde sbigottite o sorridenti, ma se possibile nemmeno provare fastidio e allontanarsi. Non volerne sapere. Prima che ci vedano e – osservando tratti somatici simili – ci coinvolgano in una discussione, chiedano informazioni o peggio ancora esprimano calore patriottico!

Ora, anche ripulendosi il più possibile della milanesità involontaria negli atteggiamenti e fingendo apertura morale e amore incondizionato per il prossimo, ci sono un paio di questioni aperte (e voi sapete che io adoro i bullet point):

-non potremmo essere un pò meno schifosamente PRECISI nell’abbigliamento, splendidi e abbinati e identici, specie se coppietta in vacanza? Di norma il valore monetario medio di vestiti e accessorri indossati da un italiano in vacanza è superiore all’intero guardaroba di una famiglia di cinque danesi. In particolare, si ricordano per estremo fastidio causato:  i) occhiali da sole di una di quelle indicibili marche, anche se di sole c’è poco e niente. Versione maschile e femminile, ovvio. E esemplari persi ovunque, schiacciati, rubati, con gigantesche bestemmie del proprietario per i tre giorni seguenti annesse. Coglione, comprane un paio da 5 euro per il Borneo, no? Quelli da 200 euro li lasci per Milano Marittima ad agosto, o per le vasche del sabato pomeriggio allo struscio della tua città.  ii) Scarpe da ginnastica all’ultimo grido, carissime, bianchissime (o coloratissime) e inguardabili. Anche qui, stesso modello per la coppia italica.  iii) Abbinamento polo colorata con scritte e numeri enormi (la versione femminile è una cosa appena più fine, possibilmente stessa marca) e jeans non per tutti, impreziositi da dettagli di gran classe  – tipo ‘Rich’ stampato sul culo –  e molto costosi. Ci sono molti altri dettagli, ma dipendono anche dalla regione di provenienza degli italici (i pugliesi hanno un caciocavallo come portachiavi appeso ai suddetti jeans, i lombardi lesso e mostarda nel tupperware tascabile, i laziali abbacchio con le patate) e possono infastidire più per motivi personali che per ragioni oggettive

-nelle file compostissime della maggior parte dei paesi meta di turismo, gli italiani si riconoscono per caciara, interpretazione orizzontale della fila (in questo ci battono solo i cinesi, ma loro sono un miliardo e mezzo con poco riso, noi quattro gatti ricchi ed evasori fiscali… c’è differenza), sparpagliamento del gruppo italico tra le varie file disponibili per sfruttare chi arriva prima e commissionargli 34 biglietti del treno da acquistare (o 34 prodotti da pagare al supermercato ecc..)

-è inutile gironzolare intorno ai ristoranti italiani con faccia sofferente, mani appoggiate sui reni o sulla stomaco e cappellino da baseball sudacchiato e tirato in sù. Innanzitutto, non è obbligatorio portare un cappellino da baseball in vacanza, a meno che non abbiate prenotato una suite al diamante dei Red Sox. Poi, lo sappiamo che in Italia si mangia da dio, all’estero da schifo bla bla bla. Be’, nei ristoranti italiani di Utrecht non si mangia come a Trastevere, nel caso ci fosse qualcuno che ancora non lo sa. E’ inutile sperarci, è inutile provare. Meglio un Lumpia vietnamita, a sto punto, o il posticino specializzato in zuppe locali. E comunque in vacanza non ci interessano sempre i dettagli di quando siete andati in bagno oggi, con quali risultati, come sta il vostro intestino, cosa ci vorrebbe ecc… Meglio godersi il panorama, no? Lo so, pochi ci credono, ma esiste altro al mondo, oltre alla regolarità intestinale italiana messa alla prova durante le temibili vacanze all’estero

-E’ vietato aprire la gazzetta dello sport – dio mio, ma avete visto come si è ridotta? Con i cd di Checco Zalone in allegato.. – per scroccare le ultime notizie sul calcio mercato, nelle edicole e negli espositori estern delle cartolerie estere. O la comprate a quei prezzi folli scritti a penna dal proprietario, che ancora non crede come sia possibile che qualche essere umano con occhiali da sole e scarpe da ginnastica simili abbia soldi da spendere per quel foglio rosa, oppure la ammirate da lontano, sbavando per quel titolo a metà, incomprensibile ma allo stesso tempo (e proprio per questoo) misterioso, sibillino. Ma… Kakà all’Ascoli Piceno? Possibile?

Ecco.

Il fastidio è spiegato. Metteteci poi quella componente snob per cui, se ci sono io in Olanda, che cazzo ci fate anche voi? ed è fatta. Italici che si ignorano in suolo estero. Penoso, forse, o magari modernissimo, troppo avanti. Come al solito, da noi non si sa, non si capisce.

Yes, mozzarella in my pizza please… no cheddar…

Miccia corta

Questo è il mio post più intimista.

Qui vorrei espiare una delle mie colpe più evidenti e fastidiose, o perlomeno provarci. Confessare a capo chino che sì, anch’io ho contratto tempo fa la malattia nazionale italica per eccellenza. Ho la miccia corta. A volte – spesso – perdo in un attimo la pazienza e la serenità, in una discussione. Parlo senza ascoltare, alzando il tono della voce. Dico fesserie pur di sostenere la mia posizione. Perdo l’obiettività, nego l’evidenza. E non ridete: siamo tutti sulla stessa barca, amici.

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Colpi bassi (revival)

Questa settimana non ho tempo, e mio cugggino (che una volta da piccolo è morto, lo sapete?) mi ha detto che questo post sotto è il più figo di tutti. Lo ha deciso insieme alla cumpa al parco Lambro, dove si trovano. Voi, al tempo, quando l’ho pubblicato per la prima volta, sicuramente frequentavate altri blog… maledetti! Ora ribeccatevelo sotto. E silenzio, non voglio sentire una mosca volare oggi. Ah, a proposito, si accettano suggerimenti scritti: che nuova rubrica volete che comincio?  Idee al vaglio per il momento: taglio e cucito, scrittura creativa, sesso estremo, stagionatura del Casera…

Dite.

 ————-

 

Tutto è cominciato per scherzo, come accade spesso. Eravamo già brilli e poi io ho infierito con il solito vizietto. Mio cognato olandese vacilla, sorriso stampato in faccia. E’ il momento di colpire basso, cosa che mi riesce sempre moltobene. Sarà che sono all’altezza giusta.

“Vabbè, comunque è facile avere tutto perfetto, organizzato. Bravi. Vivete in un fazzoletto di terra piatta e siete straricchi, ci credo. Ne sarei capace anch’io. Con tutte le depredazioni accumulate nei secoli dai colonizzatori…”

“Cosa c’entra, scusa?”

“Come cosa c’entra? Siete uno stato ricco, no? E da dove viene quella ricchezza? Saranno mica tutti tulipani e… lasciamo stare.”

Sander fa fatica a rimanere serio. Gli piacciono le sfide cattive, quelle senza esclusione di colpi. E soprattutto adora quelle che gli lancia sempre questo piccolo italiano mangiaspaghetti insolente. Sono sicuro che vorrebbe essere me, se fosse la metà di quello che si ritrova. E anch’io vorrei essere lui, se mia madre avesse messo insieme due feti, al tempo.

“Guarda che noi abbiamo portato ricchezza e progresso anche nei paesi che abbiamo colonizzato. Eravamo commercianti, mica schiavisti.”

Scoppio a ridere. “Non esistono schiavisti peggiori dei commercianti!”

Ride con me. “Vero, ma scherzi a parte: non sento pesi sulla coscienza.”

“Te li faccio sentire io: qual’è la parola olandese più famosa nel mondo?”

Ghigna. “Bastardo.”

Non ho capito se ci sta pensando o se il mio giochetto è ridicolo, da tanto che è banale per un olandese. “Allora?”

“Non credo sia ‘T gereedschapkiest…”

Lo guardo accigliato, gli occhi come fessure: “Pardon?”

Tracanna la lattina di bavaria in un sorso. Mi sta prendendo per il culo, mi sa. “E va bene. Apartheid.”

“Aah, allora ti arrendi?” Gironzolo per la sala soddisfatto, culetto in fuori e petto gonfio.

“Giammai. Tu pensa alle colonizzazioni vostre, va.”

Tracanno io adesso. Fa un caldo maledetto qui dentro. “Quelle fallite, intendi? O quelle inutili?”

“Quella di maggior successo.”

Lo guardo inebetito. Sta provando a contrattaccare, lo sento. Ma non capisco dove stia andando a parare.. Un pò lo odio, questo Sander. Troppo simile a me. Non rispondo.

“La mafia.”

Gli stringo la mano con fare mafioso. “Bravo. Complimenti.”

Ridiamo. Mi ascolterei The Bedlam in Goliath dei Mars Volta a volumi sostenuti adesso, ma poi probabilmente le due sesto-olandesi nella stanza accanto avrebbero da ridire. Maledetto Zecchino d’Oro… Esisterà in Olanda?

Ma non demordo, mi sento cattivissimo. “Comunque, è facile organizzare tutto bene da voi: siete tutti uguali, mangiate uguale, vestite uguale. Parlate tutti allo stesso modo! Cazzo, un giovinastro e un ottontenne usano le stesse espressioni.”

“Sei proprio un cretino.”

“GIà ti stai differenziando troppo dagli standard nazionali con questa terminologia, ragazzo.”

“Fanculo.”

“Sei stato troppo tempo in Italia, si sente.”

“Tu dici standardizzati, io dico che siamo solo ‘normali’. Siamo talmente liberi da capire da soli che la cosa migliore alla fine è essere normali, come tutti, senza eccezioni. Da noi la Regina e il contadino con cinque figli a carico fanno colazione allo stesso modo. Boterham met hagelslaag!”

Sorrido. Conosco il prodotto. Buono, dopo tutto. “Sì, ma che noia così. Tutti normali, misurati, intelligenti. E poi perchè non escludete dalla standardizzazione almeno la cucina? L’esperienza più brutta che vivo in Olanda, ogni volta, è al supermercato: quattro lunghe file piene zeppe di pacchetti di patatine e pochi centimetri per verdura e frutta, tristi e impacchettate.”

“Eccolo, l’italiano. Sempre il solito discorso. E poi io preferisco un’attitudine alla normalità piuttosto che quella alla furbizia.”

Il brutto degli olandesi è che colgono sempre nel segno. Sembrano distratti e naif ma l’elaboratore dentro le loro belle teste bionde difficilmente stacca per una pausa. Maledetti NON latini. Prendo in mano il telecomando, lo guardo di sbieco sempre con lo stesso sorriso imballato. Ricambiato.

“Va là, va là…”

Intanto Sander canta vittoria dentro, lo posso quasi sentire. D’improvviso, la folgorazione. Ma certo…

“Pensa quello che vuoi, cognato olandese. In ogni caso, non è stata creata qui la cosa più infima degli ultimi dieci anni.”

Per il momento finge. “Non capisco cosa intendi.”

Non capire, non capire… Faccio zapping. Vediamo se si tradisce in qualche modo. Rai Uno, Rai Due, Canale 5, Italia Uno. Danno tutti la stessa robaccia. Mi abbagliano i denti bianchissimi delle donne mezze nude sullo schermo. “Curioso, non trovi Sander? Nel paese della normalità…”

Si perde nelle curve di qualche mora abbronzata. “Che cosa?”

“…nasce un mostro così orrendo.”

“Non ti seguo. Ma non importa, dai. Come al solito non sai perdere. Ti capisco, è umano sai? Anche a me non piacerebbe perdere con te, se dovesse mai capitare.”

“Una creatura mediatica che forse segna il punto di non ritorno. Il peggio del peggio del peggio. La fine della cultura. La fine di tutto? Sì, credo proprio di sì.”

Ride, mi sa che stiamo convergendo. “Tu sei pazzo.”

“Il nostro tempo in questo mondo è ormai diviso in prima e dopo l’evento, A. GF e D. GF”

Si alza, cammina verso il bagno. Sta ridendo. Lo seguo.

“A proposito, a che edizione siete da voi? E come butta, chi vincerà?”

“Smettila”, mi spinge via.

“Ma, fammi capire, avete venduto il format al mondo intero per cattiveria o solo per avarizia?”

Ormai ridiamo entrambi.

“Cioè, avete voluto che il mondo intero affondasse negli abissi della stupidità o semplicemente volevate fare palate e palate di soldi?”

Mi sbatte la porta in faccia, deve pisciare. Ma lo sento imprecare lo stesso.

“Maledetta Endemol.”

Come Tardelli al Bernabeu, nel 1982.

Vittoria.

Design e camionisti

Sto già sorridendo per il fatto che amici e conoscenti appassionati del settore storceranno il naso per questo post. Il design di qui, lo stile di là, l’armonia, l’equilibrio, la funzionalità… Lo so, amici, lo so. Anch’io apprezzo il televisore Brionvega, la lampada che assomiglia a Kenny di South Park, la sedia Diamond, la Cinquecento ecc. ecc. Da buon residente nell’agglomerato urbano milanese sono cresciuto a pane, smog, esposizioni e stile (più o meno azzeccato). Ho visto, visitato, scritto il mio nome nel registro ‘C’ero anch’io’. Nel mio caso specifico, però, più che uno sviluppo tematico e un apprezzamento progressivo del gusto e del design degli oggetti, ho maturato negli anni una certa avversità per essi, che sfocia sempre più spesso nella reazione allergica. Sarà che a tutti gli effetti mi sento più camionista che mai nell’approccio alla vita. Saranno le mie umili origini contadine toscane ed emiliane. Sarà che non si può apprezzare tutto nella vita, e film, erba e heavy metal mi occupano già un sacco di spazio. Ma di designer con costose sneaker dai colori improbabili, discorsi concitati in bizzarri accenti della lingua inglese su stronzate qualsiasi – basta che vagamente artistiche, sontuose esposizioni, cocktail party, feste esclusive e via dicendo ne ho abbastanza. Per cui mi tiro indietro e lascio spazio ai giovani. Abbandono il mondano. Mi spoglio sempre più dell’effimera materialità delle cose, sperando di non rincoglionirmi del tutto come Giovanni Lindo Ferretti.

Un oggetto bello e utile? E chi se ne frega, meglio non averlo. Meglio non avere praticamente niente, se possibile. Si può prendere tutto in affitto? O condiviso? Preferirei. Niente rate, scadenze, assicurazioni, pensieri, problemi, imprevisti. Niente. Mente sgombra per il mio revival musicale in atto da quando ho comprato il lettore mp3 (alla buon’ora…). Mica cazzi, amici: ‘Forever young’ degli Alphaville, per fare un esempio. O gli Stray Cats. Mente sgombra per la gente. E per i vizi, ma quelli non ve li elenco. 

Ma devo ammettere allo stesso tempo che mi piace Milano, quando è nottambula, festaiola e ben diluita con altre popolazioni. Caso più unico che raro in cui annacquato è meglio di puro: se conoscete la milanesità sapete di cosa sto parlando. Mi piace certa nuova generazione che vedo in giro. Mi piace l’elettricità e il respiro internazionale che sa emanare. Non me ne frega niente, ma mi piace.

Un controsenso? No, semplice vecchiaia che avanza. Togliersi finalmente dalla luce dei riflettori e farla ricadere su altri: tutta salute. Ci si può finalmente godere il panorama, mentre il bestione Scania riposa nel parcheggio.

Tv Italia

Una delle cose per me più difficili da spiegare ad amici e conoscenti stranieri, nel momento in cui calcano il suolo italico, è la nostra televisione. Com’è fatta, perchè è così, a cosa serve ecc… Come tutte le altre cose, anche la tv è lo specchio di una nazione, e già mi viene da ridere. Pensate agli spot della tim, della vodafone o di wind: questa è l’Italia! La cultura che trasuda da quegli irresistibili sketch, il buon gusto, la sottile intelligenza… che meraviglia. Non che gli spot siano per forza meglio altrove, intendiamoci. In Olanda una pubblicità su due è di un’assicurazione: la dice lunga sulla divertente imprevedibilità di quei simpatici stangoni biondi. Al confronto con la frizzante società olandese il Carnevale di Salvador de Bahia è una seriosa presentazione di un romanzo storico (tipo La strategia dell’Ariete  🙂 ). Le altre sono invece pubblicità su cibi pronti, con improbabili voci dall’accento esotico  – tipo italiano o spagnolo – che invitano a provare la nuova squisitezza pronta in due minuti.

Il problema da noi è che, lasciando perdere la pubblicità, c’è poca qualità nella programmazione in generale e ci sono tante stranezze difficilmente spiegabili a chi non ha dovuto avere a che fare con ‘sto paese dalla nascita di Drive In in avanti. Sulla qualità della programmazione lascio volentieri la parola alle migliaia di esperti televisivi che sembriamo poter vantare sul nostro suolo. Tanto che mi chiedo: ma com’è? Tutti ne sanno, e la tv fa così schifo? Forse allora ho ragione io nel proporre un cambiamento drastico. Budget ridotti a un decimo per ogni emittente. Basta nuovi programmi, format, ospitate, marchette, premi e cotillon vari e vai di GRAN revival: film vecchi, varietà vecchi, documentari vecchi. Scommettiamo che il pubblico gradirebbe, e non poco? Meglio Walter Chiari di Panariello, mi sembra non ci possano essere dubbi.

Vediamo invece le stranezze italiche. Sapete che le adoro.

-perchè nell’informare circa i disastri internazionali si dà sempre così tanto spazio agli eventuali italiani coinvolti? Capisco il concetto di nazione (peraltro presente solo in questi casi, ai mondiali di calcio e se mercenari in Iraq) e il preoccuparsi dei compatrioti, ma fatto come lo fanno i vari tg italici è semplicemente fastidioso. Del tipo: Haiti, più di 100.000 morti, città rase al suolo. Colleghiamoci con la Farnesina per i due italiani feriti al mignolo. Scusate lo humour macabro, ma mica è colpa mia. I grotteschi sono loro. Gli italiani sono come gli altri, sapete, cari organi di informazione? Muoiono, nascono, corrono, mangiano, corrompono, evadono le tasse, fanno i cazzi loro in macchina e vanno a puttane anche se poi la domenica vanno in chiesa. Non è una notizia.

-perchè non si sente mai il risultato o non si vedono almeno alcune immagini di uno straccio di partita di tennis, o basket o che ne so quale altro sport sui canali non a pagamento? Sempre e solo calcio? Dopo è troppo comodo, ogni quattro anni durante le Olimpiadi, fare i gradassi e bastonare a destra e a sinistra gli italiani in gara nelle varie discipline (dure quanto mai il calcio potrà essere) che non portano a casa medaglie. Ma che ne sapete voi, cosiddetti giornalisti sportivi italici, delle realtà internazionali del triathlon o del salto con gli sci? O meglio, dove sono andati i giornalisti specializzati in quegli sport? Tutti a lavorare nei call center, scommetto, per dar spazio ai cacciatori di gossip del pallone e notizie di calcio mercato.

-qual’è il ruolo esatto della soubrette nel panorama tv italico? Io non vedo soubrette nella televisione olandese, siamo sicuri che sia obbligatorio? Se sì, che almeno canti come si deve o faccia un balletto, o qualcosa. Personalmente i varietà di quel tipo mi fanno CACARE, ma magari all’italiano medio… Se invece non fanno altro che stare accanto all’abbronzato presentatore di turno sfoggiando un sorriso da ehm… testa tra le nuvole, scosciate e scollate, mimando sì o no con la testa a seconda che la frase detta dall’abbronzato sia positiva o negativa, per poi lanciare la pubblicità beccandosi in risposta migliaia di ‘cagna bonazza’ mormorato tra i denti dai telespettatori di sesso maschile in ascolto, allora non so. E anche programmi che si reputano più ‘culturali’ rispetto alla norma fanno così, mi sembra, tipo ‘che tempo che fa’. Il perchè non lo so. Ma che sia ora di scuotere un campanello di dimensioni gigantesche, ridestarsi tutti e finalmente cambiare rotta?

La mia proposta: un talk show con gente seduta attorno a un tavolo, vestita come capita (maglioni, tshirt), che parla una per volta, ascolta, ironizza, ride e un presentatore che agevola, lascia spazio, non seppellisce di complimenti, non osanna, nè accomoda, semmai fa domande spigolose, sempre con un taglio divertente, e cerca di scoprire il lato più interessante dell’ospite. Oppure, forse meglio ancora: niente talk show. Cinema muto d’avanguardia, a reti unificate, alle 20:45. Così, per prendere una boccata d’aria fresca.

Best of

Allora, questa settimana è pasqua e io, da buon pagano, la festeggerò bevendo sangue appena sgorgato da pipistrelli sezionati all’uopo, frastornato da musica heavy metal di ispirazione satanica e circondato da giovani suicide girls che non vorranno altro che sesso, sesso, sesso. Vorrei tanto raccogliermi in preghiera e meditazione come voialtri fedeli – perlomeno, essendo battezzati e NON sbattezzati figurate ancora come tali – che magari senza saperlo continuate a contribuire al versamento nelle casse di… quelli là di quote della vostra dichiarazione dei redditi (ricordate, un ‘cinque per mille’ non assegnato significa ripartito in proporzione tra i beneficiari maggiori, e indovinate chi è il primo della lista?). Vorrei fare penitenza ma non posso proprio, il destino mi ha condannato ad errare in eterno e a perdermi tra le caducità umane, come un empio qualsiasi. Come dite? No, vi sbagliate, le mie figlie da teenager saranno invece tutte casa e scuola e chiesa, non fate gli spiritosi…

Dunque questa settimana niente post fresco di giornata della serie ‘vista dal basso’. A proposito, questo è il link alla pagina che li contiene tutti:  https://kaizenology.wordpress.com/category/vista-dal-basso/ Scusate ma alcuni parenti da Abbadia di Montepulciano mi hanno chiesto dove trovarli, e io ho detto loro che è presto per l’antologia allegata al New Yorker e tardi per leggerli in homepage a questo indirizzo. Oggi pubblico un post della selezione Best of. Che cazzo, lo fanno tutti, perchè non lo posso fare io? E, come tutti, la motivazione è puramente paraculistica. Non ho voglia di scriverne uno nuovo, ma voglio incassare visite al sito lo stesso. Anzi, già che ci sono dò l’annuncio shock: a breve la rubrica terminerà per fare spazio a qualcos’altro. Sì, avete capito bene, vi abbandonerà per sempre. Oddio, cos’è stato? Un internauta che ha deciso di farla finita dopo aver letto? No, un momento: era più il suono dello stappare di spumanti. Bastardi. Vi mancherà ‘vista dal basso’ un giorno, io lo so. Ma allora sarà troppo tardi. Ah!

Autobahn

Come vedere una divertente commedia con Walter Matthau e Jack Lemmon e subito dopo una puntata di Report. O ascoltare tutto il repertorio di Johnny Cash, quella voce impareggiabile, con il miglior impianto hi-fi del mondo e non sapere più come spegnerlo quando scivola dentro per sbaglio il greatest hits di Eros Ramazzotti. E la porta della stanza è bloccata. O come farsi un lungo bagno rilassante in una lussuosa vasca idromassaggio e poi sottoporsi a un energico peeling con la carta vetrata (gli amanti delle SPA dovrebbero gradire quest’ultima similitudine, poi magari mi spiegano perchè quando si chiamavano ‘terme’ non interessavano a nessuno se non a vecchie megere e adesso invece che si chiamano ‘SPA’ le vogliono tutti e costano un occhio della testa).
Fastidio estremo.
Quello che provo ogni volta che viaggio rientrando in Italia dal Nord Europa, in automobile. Mi succede sempre, non so come evitarlo. Parto di buon’ora da Lochem, situato a est del fazzoletto di terra nederlandese, vicino alla Germania, ‘dove abitano i contadini’ direbbero a Rotterdam o Amsterdam. Panini, mele e i corrispondenti olandesi dei ‘Billy’ pronti nello zainetto, famiglia debitamente allacciata alle cinture. Inanello le ormai consuete 34 rotonde nell’arco di cinque chilometri in direzione dell’autostrada, in mezzo ai campi, accendo la radio che trasmette i migliori successi natalizi (o estivi), fischietto felice lasciando scivolare la mia gloriosa Fiat Punto azzurra metallizzata sull’asfalto bagnato di una finissima pioggerella, con punte di velocità che rasentano addirittura i 70 chilometri all’ora. In Olanda hanno una decina di nomi diversi per definire i vari tipi di pioggia, ma adesso non me li ricordo. E non ridete, noi abbiamo una decina di nomi diversi per definire i vari tipi di mafia (camorra, ‘ndrangheta ecc..).
L’autostrada – gratuita – è praticamente sempre deserta o quasi, le ampie corsie occupate in prevalenza nella parte destra, la distanza di sicurezza tra i veicoli addirittura esagerata. Secondo gli standard italiani, ovvio. Per il resto del mondo è quello che dovrebbe essere. Guidare in Olanda è bellissimo, una volta vinto il panico all’inverso dei primi minuti: tutti sono lenti, lentissimi, al limite dell’imbranato. Le biciclette la fanno da padrone, ai semafori l’incolonnamento è imbarazzante da tanto che è preciso, onesto, pulito. Devo affrontare sempre un primo momento di estrema difficoltà, vorrei sgommare a 130 all’ora con giù i finestrini e Fabri Fibra nell’autoradio, così, giusto per essere ‘contro’. Poi realizzo che non siamo in Italia, che essere ‘contro’ non ha molto senso se non c’è qualcosa dall’altra parte, e comincio a godermi il relax di una guida mai sperimentata nel perimetro dei nostri confini nazionali.
Poi si attraversa la Germania. Autostrada anche qui gratuita, traffico più sostenuto ma sempre ordinato, corsie di destra sempre occupate, distanze e sicurezza sopra ogni cosa. Macchinoni di lusso dalle grosse cilindrate in rispettosa attesa della manovra o del sorpasso anche della più sfigata scatola di sardine viaggiante. Ci mancherebbe. Crepi l’avarizia, mi fermo anche all’autogrill tedesco, che non è Autogrill ovviamente. E qui un pò il Fattoria e il Camogli italici mi mancano. Prendo mezzo litro di brodaglia scura calda, osservo il delizioso cattivo gusto nel vestiario degli avventori, faccio la mia migliore faccia impotente al tizio che mi rimprovera per non avere moneta, davanti ai gabinetti. E proseguo. Mancano solo otto/nove ore di viaggio, che vuoi che sia…
Mi sono sempre chiesto DOVE SONO le città tedesche. Ho percorso centinaia di chilometri di autostrada tedesca nella mia vita e non ho mai visto un agglomerato urbano dalle corsie di marcia. Solo verde, foresta, rast hatte (le aree di sosta) e ancora verde. Niente case o balconi a 5 metri di distanza dai guard rail come nella Serravalle (Milano-Genova), niente sfilza di capannoni fatiscenti o troppo nuovi lungo le tangenziali, con montagnette di rifiuti annessi. Niente di tutto questo. Dunque forse è meglio fare prima un progetto per stabilire dove far passare le strade e poi organizzare l’espansione del territorio, piuttosto che lasciare che ognuno si espanda come crede e poi dover stendere la lingua d’asfalto tratteggiata di bianco a zig zag.
Dettagli.
Procedo. Entro in Svizzera. Basilea. Questa sì, brutta a vedersi. Ma per l’autostrada paghi un bollino annuale, dal prezzo ragionevole, e nulla più. Tra l’altro, così facendo, giustamente favorisci i cittadini locali, che pagano quanto il turista solo di passaggio. Sulla Svizzera non entro nel merito. Magari farò un post a parte. Molti credono gli svizzeri siano una specie di pastori dalle guance rosse e la piuma sul berretto verde, ma se li frequenti e li conosci, soprattutto i giovani, ti accorgi che sono molto più avanti della sedicente avanguardia dello stile italiana, catalana o berlinese che sia. Andateci, incontrate giovani svizzeri e decidete di persona.
D’un tratto, dopo la galleria del San Gottardo, si respira già un pò l’aria del Sud Europa. Mi piace, così come mi piace constatare che quasi sempre le nubi nel cielo sono svanite o si sono diradate, dopo. E’ un pò uno spartiacque, il San Gottardo. Di qui la tarantella, di là il duro accento degli svizzeri tedeschi. Ma non è questo il punto. Il punto è che, passati Airolo, Ambri-Piotta, Biasca, Bellinzona, Rivera, Lugano, Mendrisio e Coldrerio c’è la frontiera autostradale di Chiasso, dopo la quale nulla è come prima. Ogni volta imploro un qualche dio che non sia più così, provo a convincermi che forse, durante i miei dieci giorni di assenza, qualcosa è successo, qualcuno ha visto la luce, il paese è cambiato, gli italiani sono diversi. Povero illuso. Passo davanti alle facce annoiate del poliziotto o finanziere di turno, dentro il gabbiotto o lì accanto, in piedi, che fanno cenno di ‘circolare, circolare’. Sorrido contento, come se fossi riuscito a entrare in suolo italico con della droga, e non è un fatto da escludersi a priori, in ogni caso. Sorrido perchè tutto è andato bene, perchè in dieci ore circa ho attraversato l’Europa con un viaggio sereno, tranquillo, quasi in scioltezza. Però manca ancora il tratto Como-barriera di Milano. Una cinquantina di chilometri scarsi.
Cerco ‘lifegate’ alla radio e a meno di dieci secondi dall’entrata in Italia mi prendo la prima immancabile scarica di abbaglianti nello specchietto: la bmw dietro di me, con quei maledetti fari bianchi come il ghiaccio che glieli frantumerei con un blocster, che fino a due chilometri prima si era comportata come un agnellino spaesato nel paese delle regole certe, mi sta appiccicata al culo in corsia di sorpasso, continua a sventagliare i prodigiosi fari sulla mia targa posteriore e pretende strada libera. Non ho voglia di litigare, ma ben volentieri la tengo dietro apposta per svariati secondi (fosse per me non la farei più passare, ma devo fare i conti con chi è con me in macchina). Poi la faccio passare, e mi prendo un bel dito medio che ricambio con soddisfazione. Poi sento un clacson impazzito appena dietro, due auto che litigano, in corsia di sorpasso vedo in lontananza un mostro gigantesco a quattro ruote che piomba a 160 all’ora minimo e fa gli abbaglianti a chiunque, per tenere la strada sgombra dai pezzenti. Non ci posso credere. Auto incollate una all’altra, auto che cambiamo corsia d’improvviso e senza freccia, auto che sorpassano a destra. Bentornato in Italia. Sorrido amareggiato. Alzo il volume della musica. ‘Psycho Killer Qu’est-ce que c’est?‘ Devo ricordarmi di fondare le Brigate Anti-Criminali della Strada, un giorno. Con tanto di blocster e passamontagna in dotazione.

Ascolta un cretino

Non me li ha chiesti nessuno, ma oggi mi sento di nuovo Paulo Coelho e voglio dispensarti consigli di vita, dall’alto (basso) della mia visione del mondo. Faresti meglio a prendere nota. Oppure mandami affanculo e guardati Boris serie 3: dio bonino quanto lo adoro. Bene, kaizenologysta avvisato…

-non comprare in eccesso, anzi non comprare quasi niente. Va abbastanza di moda e, tra l’altro, è il modo migliore per risparmiare 🙂 Perchè spendere quando non è indispensabile? Mi rendo conto che il tic dell’estrarre il portafoglio è ormai difficile da vincere e che il consiglio sembra quello di un taccagno, ma come prova di forza e determinazione umana cosa c’è di meglio che resistere all’acquisto di qualcosa? Sfida te stesso: è come un corso di sopravvivenza in situazioni estreme – molto popolari di questi tempi – ma senza doversi impantanare di fango e perdipiù senza costo di iscrizione. Appunto. Il concetto è semplice: abituati a cavartela con poco, pochissimo, per poi stare da dio con qualche soldo in più. In pratica, Lapalisse + il perfetto risparmiatore di Alan Friedman. Cosa vuoi di più? Quindi, non comprare. Tieniti piuttosto un pò di soldi per uscire qualche volta: un cinema, una birra, quattro salti in qualche balera del liscio. Cibo per l’anima. Ma non oggetti. Che ti servono a fare? Hai già tutto alla tua età, butti via periodicamente sacchi di roba e ne vorresti ancora? Lascia perdere. Che poi, visto che tra il comprare roba economica cinese e roba carissima locale non sai decidere, non comprare e basta. E fatti un giro in bicicletta nel primo fazzoletto di verde che trovi, cantando Baby Jane di Rod Stewart.

-non esagerare in tecnologia. Non sei credibile. Manco fossi coreano del sud, o finlandese. Prenditi quello che ti serve, un telefono, un computer, una connessione decente, e mettiti al riparo dal bombardamento costante di media, pubblicità e guru vari: è quella la cosa più difficile. O comunque chiediti sempre se ti senti nerd abbastanza per usare l’apparecchio che stai usando con quell’assiduità da svitato: in caso affermativo non ho altro da dirti, in caso negativo poniti il problema. Essendo italico e dunque romantico – in senso lato – e passionale, non sei in grado di filtrare il tuo temperamento focoso attraverso apparecchiature elettroniche. Guarda che casino viene fuori quando si litiga per email o sms. Molto meglio trovarsi al muretto davanti all’italica gelateria, con maglione color pesca appeso sulle spalle e le maniche annodate, a discutere faccia abbronzata a faccia abbronzata, capello con gel a capello lungo e lucido come una maledetta presentatrice tv, con un bel cono menta e liquirizia e tanta panna montata. Al massimo va a finire a coni in faccia, che è più divertente e meno costoso che raccogliere pezzi di silicio dal pavimento. Troppa tecnologia ti abbruttisce, ti de-italianizza (mannaggia, qui però rischio di creare l’effetto contrario…), ti rende antipatico e non sarai più neanche in grado di fare sesso in modo decente.

-per un giorno alla settimana forzati a non curare il tuo aspetto. Così, per vedere se vieni apprezzato anche con l’alito pesante o completamente spettinato. Perchè questa follia? Innanzitutto perchè mi fa impazzire dal ridere, poi perchè prendersi per il culo da soli ha la sua importanza. In quanto italici siamo pieni di stile, sì, ma anche un pò troppo di noi stessi. Crediamo di saperne di più su tutto e invece spesso, specialmente negli ultimi decenni, ci accorgiamo di saperne di meno. Per raddrizzarci dobbiamo provare a sentirci a disagio nelle cose che ci caratterizzano di più. Quindi da domani tutti spettinati e con vestiti inguardabili, ma accodati in file impeccabili, silenziosi e con libri di filosofia aperti in mano. così, per stupirci e vedere l’effetto che fa. Sperando che i soliti maledetti creativi della notte milanese non trasformino la cosa nella serata a tema più cool della città…

Regole

Forti dell’idea che è meglio impartire poche regole e farle rispettare in pieno piuttosto che vivere sommersi da una marea di dettami, condizioni, rifiuti e dinieghi poi puntualmente disattesi, a casa ‘Italia-Olanda 0:3’ (risultato finale dell’ultimo match calcistico, tra l’altro visto da noi in una dozzina di italiani, sguardo basso e coda fra le gambe, e un’olandese di arancione vestita che godeva a più non posso, ma anche eloquente metafora numerica della relazioni di potere a casa mia) si è deciso di allevare i figli così. Facciano più o meno quello che vogliono, ma non si azzardino a prendere sotto gamba quanto segue. E notate bene il retrogusto delle scelte fatte, la filigrana in controluce: educazione, sì, il loro bene, certo, ma anche un pò come fa più comodo ai genitori. E che diamine, altrimenti a noi chi ci pensa? Perchè, alla fine, chi paga per tutto questo? Chi cambia pannolini e analizza tipologie di feci con piglio da esperto? Chi non dorme (o non ha dormito, o ha dormito di merda per almeno un paio di anni)? Chi cena interrotto una ventina di volte buone a sera? Noi, sempre noi. I genitori. E così va la vita, lo so bene. Ma che almeno si tenti di far girare le cose come meglio ci aggrada, di agevolarci. Non trovate sia giusto? No? Davvero? Italiani che non siete altro…

Le regole:

-Poco casino a tavola. Si mangia quanto preparato e somministrato, tutto, si sta seduti fino alla fine, si chiede il permesso prima di scendere (che il papà negherà a sua odiosa discrezione, ovvio). Si assume ogni giorno una quantità variabile, ma sempre cospicua, di verdure. Sempre, in ogni caso. E incluse quelle più famigerate, tipo broccoli, cavoli, spinaci e via dicendo. Perchè? Perchè d’inverno sono talmente tanto meglio dei maledetti medicinali che non ve lo sto neanche a dire. E così spesso si saltano a piè pari fior di raffreddori, tossi e altre maledizioni rovina-ulteriori notti. Tanto se parliamo la stessa lingua, capite. Altrimenti strafatevi pure di Bayer o Angelini o che ne so quale altra casa crimin.. EHM voglio dire farmaceutica.

-Lavarsi i denti come natura comanda. Scusate, ma non sono un credente. O meglio, credo nella natura. Ma questo è un altro post. A casa ‘Italia-Olanda 0-3’ ci si lava i denti ALLA GRANDE, per un paio di minuti almeno, sotto il fuoco incrociato di parole, consigli, stimoli, osservazioni (insomma, rotture di cazzo) del genitore incaricato. Sopra, sotto, a destra, a sinistra. Forte, per favore, e bene. E fare schiuma. Come una lavatrice. Avanti. Ecco. Sciacquare adesso. Non fare le furba (rivolto alla figlia di turno). Sciacqua bene. Ora la faccia. A due mani. Ancora. Ecco. Asciuga. Perfetto. 

-Si va a dormire senza troppe storie. All’ora che decidono i genitori, nella modalità decise dai genitori. Nella fattispecie, senza eccessivi prolungamenti tipo fiabe lunghissime da leggere, prima. La fiaba, il libro, la storia si leggono eccome, ma negli orari di gioco. Dopo la sessione in bagno (vedi sopra), un goccio d’acqua, un bacino ai presenti – ma non è obbligatorio per i non componenti del nucleo eventualmente in visita.. ricorderete quanto si odiava dare i bacini da piccoli.. no? – e via sotto le coperte. Drasticità, amici. Senso pratico. Sì, accanto alla dolcezza ci vogliono anche quelli. Papà e mamma vogliono magari anche loro rilassarsi, stare bene, giocare un pò tra loro se capita. Dunque a nanna, bimbi. Non c’è peggior bambino del bambino stanco. E non c’è miglior cosa per un bambino di dormire. Senza storie, da subito.

-Comportamenti esagerati non vengono tollerati. Tipo, capricci eccessivi per cose non comprate, o non permesse. No è no e rimane no, cito dall’olandese. Mai cambiare opinione. Sulle cose serie, intendo. Per tutto il resto non elencato sopra, da noi si cercano di evitare mitragliate di ‘no, non farlo’, ‘no, non si può’, ‘no’, ‘no’, e ancora ‘no’. Altrimenti il ‘no’ mi perde valore, poi diventa un ‘forse’ e ben presto un ‘ma certo, non hai ancora capito che se insisti un pò cedo e mi affloscio come un sedano biologico di una settimana?’

Ora vi lascio, kaizenologysti, sono già le 23:00 e devo leggere Pinocchio in versione integrale a mia figlia prima di dormire. Avesse almeno mangiato qualcosa e lavato i denti, prima…