Coccodrillo

Qualche tempo fa mi capitò di intervistare Mario Monicelli, fu una conversazione piacevole e divertente. Parlammo di diverse cose e da qualche parte deve esserci pure il file audio di quello scambio. Al magazine per cui scrivevo interessava una certa statua che il regista aveva acquistato e il pezzo ruota attorno a quello, il ricordo che serbo di quella chiacchierata va ben oltre. Ora che Monicelli ha scelto la libertà non mi resta che questo frammento, la punta di un iceberg, poche battute ma molto molto efficaci:

«Da duemila anni Gesù si vendica su di noi di non essere morto su un divano.» Così Emil Ciorani in “Sillogismi dell’amarezza”. In molti, dopo e prima di lui, hanno ragionato, ricamato, filosofeggiato e scherzato sul tema. Di recente, in chiave pop, Davide Colombo del collettivo multimediale milanese “il Deboscio”, ha lavorato a un progetto in questa direzione partendo da quello che in narrativa anglosassone si definirebbe un what if : quale sarebbe ora il logo della chiesa cristiana se Gesù fosse stato decapitato?
Con l’aiuto di uno sculture specializzato in calchi ha realizzato una statua che rappresenta Cristo inginocchiato su un ceppo; poco distante la testa mozzata poggiata su un cuscino. Nessuna traccia di sangue, colori neutrali e soprattutto nessuna ascia in vista. In termini simbolici, l’assenza dell’ascia è in realtà una presenza. E infatti “il Deboscio” ha approntato una serie di fotomontaggi, in cui i luoghi della cristianità, dalla chiese ai cimiteri, sono adornati di asce e non di croci. Da qui il titolo dell’opera: “L’immagine coordinata”, l’immagine, il logo, mancante da abbinare alla scena della “sacra decapitazione”. Il regista Mario Monicelli, piacevolmente colpito dal lavoro di Colombo ha deciso di comprare l’opera. L’ho intervistato.
Come mai hai scelto di acquistare “L’immagine coordinata”?
L’ho comprata… In realtà è rimasta ancora alla “Littleitalygallery” a Milano, l’ho vista solo in foto, non ne conosco nemmeno le dimensioni.
È più o meno a grandezza naturale. A questo proposito dove la metterai?
Be’ io abito in quaranta metri quadrati, il posto si trova (ride).
Tornando alla domanda iniziale…
È un riconoscimento nei confronti di un lavoro artistico che reputo intelligente. Mi piace l’idea spiritosa, leggera e allo stesso tempo dissacrante che c’è dietro. È un’opera molto carica di ironia. È questo il motivo principale che mi ha spinto a comprarla. ne ho parlato con Davide Colombo e siamo entrati in sintonia immediatamente, proprio sulla caratura ironica del suo lavoro. Di questi tempi l’ironia è merce rara. E su certi temi poi… Ne parla anche il mio ultimo film (Le rose del deserto N.d.R.). C’è una scena in particolare in cui alcuni soldati, per irritare un frate che è con loro, guardando la luna commentano: “certo che la mezzaluna è molto bella, esile, romantica… meglio della croce, simbolo di morte.”
A livello formale, come giudichi l’opera?
L’opera mi è piaciuta sia a livello estetico che poetico. Ne ho apprezzato il disegno, la composizione, i piani e la luce. Spero poi sia davvero così, ripeto ho visto solo l’immagine e a meno che non sia merito esclusivo di un grande fotografo…
Un acquisto fatto da un nome come il tuo non può che dare visibilità a “il Deboscio”…
Volevo dare un attestato di stima a questi giovani artisti, e aiutarli per quanto possibile. Sono molto bravi e arguti. La curiosità nei confronti de “L’immagine coordinata mi è venuta leggendo il depliant di presentazione: preciso, simpatico e scritto bene, cosa da non sottovalutare affatto, in quanto abbastanza insolita. Ormai i ragazzi non sanno più scrivere… non conoscono più la sintassi.
C’è chi ha definito l’opera una blasfemia gratuita e scontata…
Ognuno la pensa come vuole, io ho intravisto del concetto nel lavoro di Colombo. Il resto lascia il tempo che trova.

 

 

 

Annunci

Il sentiero degli dei – intervista

More about Il sentiero degli dei

Con la TAV da Bologna a Firenze a 120 km all’ora si impiegano 37 minuti. Con Wu Ming 2 a piedi da piazza Maggiore a piazza della Signoria a 5 km all’ora, 5 giorni. Pochi mesi fa usciva per Einaudi, “Altai”, il romanzo dell’autore multiplo Wu Ming che a distanza di dieci anni tornava dalle parti di “Q”, il romanzo che ha segnato una vera e propria svolta per il panorama narrativo italiano. Da un paio di giorni è in libreria “Il sentiero degli dei” (Ediciclo, 208 pp. € 17,50) a firma Wu Ming 2, nome di battaglia dietro cui si cela Giovanni Cattabriga, uno dei quattro membri del collettivo. Il libro, o forse sarebbe più corretto dire l’oggetto narrativo è un ibrido inedito che fonde felicemente in un’unica formula letteraria guida turistica, diario di viaggio, pamphlet, romanzo e reportage. La penna agile di Cattabriga segue le sue scarpe lungo il sentiero che da Bologna arriva a Firenze scavalcando gli appennini: la cosiddetta Via degli Dei. Con sguardo lucido e impietoso ma incantato e poetico al tempo stesso, lo scrittore bolognese mette le carte in tavola fin dall’esergo: ogni atto sul territorio è un atto politico.

Ho incontrato Giovanni / Wu Ming 2.

Wu Ming è molto attento oltre che alla sostanza dei propri lavori anche alla forma, ogni pubblicazione è calibrata e ponderata nei dettagli, finanche la “scelta” dell’editore. Come mai hai scelto di pubblicare con una casa editrice come Ediciclo?

Quando Enrico Brizzi (curatore della collana “A passo d’uomo” N.d.R.) mi ha proposto di scrivere un libro per Ediciclo, ho pensato che poteva essere un’ottima occasione per fare qualcosa di nuovo e rischioso. Partire dal formato “diario di viaggio con guida pratica” per poi arricchirlo con elementi romanzeschi, da un lato, e brani di inchiesta giornalistica, dall’altro. L’obiettivo era creare un amalgama tra questi elementi, senza grumi e discontinuità, ma rispettando i diversi sapori. Un progetto del genere doveva per forza partire da una casa editrice già specializzata in libri di viaggio, perché quello era il genere che intendevo forzare. Scrivendo per Einaudi, come faccio di solito, avrei finito per tenere il romanzo come punto di partenza e invece mi sembrava interessante deformare la gabbia stretta di una “guida per escursionisti”, per vedere di nascosto l’effetto che fa.

Gerolamo, il narratore de Il sentiero degli dei è l’alter ego di un alter ego. Un approccio insolito per una “guida turistica”, in terza persona e con afflato romanzesco….

Sono piuttosto allergico all’autobiografia diretta. Un personaggio fittizio offre sempre più libertà di manovra. Io vado per sentieri da quando so camminare, ho una mia filosofia di viaggio e non mi andava di spiattellarla in faccia al lettore. Così ho pensato di far fare il mio stesso tragitto a un uomo molto simile a me, ma con una differenza fondamentale: è la prima volta che Gerolamo tenta un’impresa del genere, con lo zaino in spalla e gli scarponi ai piedi.

Il sentiero degli dei non è (solo) una guida e ha un coté marcatamente “ecopolitico”…

Trovo che una guida non debba limitarsi a descrivere la bellezza del paesaggio. La Via degli Dei, tra Bologna e Firenze, passa per una zona di gravissime emergenze ambientali, dovute ai lavori della Tav, della Variante di Valico e di altri progetti sconsiderati. Attraversare un territorio come questo e raccontare solo storie di santi e cavalieri sarebbe una grave omissione. Come disse il grande geografo Eugenio Turri, ogni atto sul territorio è un atto politico. Chi crede di potersene andare in montagna per voltare le spalle ai dilemmi della civiltà, ha quantomeno sbagliato paese.

Prima della TAV, il percorso ferroviario tra Bologna e Firenze durava poco meno di un’ora. Con la TAV ci vogliono trentasette minuti. Venti minuti di meno valgono il costo in termini ecologici ed emotivi che gli abitanti del Mugello stanno pagando?

Tra Bologna e Firenze, in un corridoio largo venti chilometri, in mezzo alle montagne, passano due autostrade, due ferrovie nazionali, due linee locali, tre strade statali… Io sono convinto che se il territorio venisse percepito come serbatoio di storie e di vita, una linea come la TAV non sarebbe mai nata. Puntando sulla tecnologia – come ai tempi del “Pendolino” – si potevano ottenere risultati simili a un costo molto inferiore, in termini ambientali, economici, di vite umane e animali. Ma scommettere sulla tecnologia non rende abbastanza sul breve periodo, e in Italia sono i Grandi Appalti che giustificano le Grandi Opere, non viceversa. Per questo si è puntato sul cemento, sui viadotti, sugli scavi e sulle gallerie – con la scusa che un treno sotterraneo non avrebbe danneggiato le “bellezze naturali”. Ma l’ambiente è qualcosa di molto più complesso, non è una questione di estetica. Gli abitanti del Mugello, purtroppo, lo hanno capito sulla loro pelle.

Altai – intervista on air

More about AltaiQui potete ascoltare la puntata di Mompracem (radio città del capo – popolare network) interamente dedicata ad Altai. Quasi un’ora di chiacchierata tra il vostro affezionato Kai Zen i quartiere J e Wu Ming 4 con le musiche di Perry Farrell, Clash, Cranes e CCCP.

Settanta

More about SettantaQuesta sera da Modo Infoshop a Bologna, il vostro affezionato Kai Zen di quartiere J incontra Simone Sarasso per una furibonda chiacchierata sulla sua ultima fatica (quasi 700 pagine mica pizza e fichi).

Settanta un libro di Simone Sarasso (Marsilio): Una furibonda cavalcata attraverso gli anni di piombo. Dopo Confine di Stato, il secondo volume della “Trilogia sporca dell’Italia” Italia, anni settanta: il decennio più buio e violento della storia repubblicana raccontato attraverso le voci di uno stragista, di un ladro, di un magistrato e di un attore di successo. Andrea Sterling, il fiore all’occhiello dei servizi deviati, ha un piano. Ettore Brivido, l’enfant prodige della mala milanese, è pronto a fare il salto di qualità. Domenico Incatenato, giovane giudice del Sud, sgobba per fare carriera tra Roma e Milano. Nando Gatti è l’astro nascente del poliziottesco all’italiana e prende sul serio il proprio lavoro. Le loro vite s’intrecciano mentre il paese va a fuoco: nelle piazze e nelle fabbriche ribolle la rivolta, le Brigate Rosse sfidano il potere costituito e la strategia della tensione continua a mietere vittime civili. «Un noir sorprendente, messo in pagina con una prosa incalzante e martellata… raccontato con la potenza di una realtà più forte dell’invenzione» Irene Bignardi, La Repubblica «Imperdibile. La prima parte di una trilogia scatenata, complottistica e dichiaratamente ispirata alle strategie di scrittura di James Ellroy» Giancarlo De Cataldo, Hot «Con un abile congegno narrativo Sarasso conduce il lettore in un viaggio irato e tempestoso, illuminato da squarci improvvisi, attraverso gli anni più difficili della nostra storia recente» Giorgio Boatti, Il Manifesto «Un affresco potente del nostro paese a partire dal dopoguerra… Un lavoro ambizioso che ha alcuni modelli espliciti (uno su tutti American Tabloid di James Ellroy) e un’originalità che conforta scoprire in un quasi trentenne» Pietro Cheli, Diario «Piazza Fontana, 1969. Simone Sarasso sarebbe nato undici anni dopo. Eppure questo libro sembra scritto da chi c’era. Anzi, forse ha in più il vantaggio del distacco» Dario Olivero, Repubblica.it Simone Sarasso, classe ’78, scrive storie nere per la narrativa, i fumetti, il cinema e la TV. Vive a Novara, e nel (poco) tempo libero fa l’educatore in una scuola elementare. Ha pubblicato racconti in diverse antologie e collabora con alcune riviste («Carmilla», «Milano Nera Web Press», «Satisfiction», «Hot»). Settanta è il secondo capitolo di una trilogia noir sui misteri e le trame della Storia d’Italia dal dopoguerra a Tangentopoli. Il primo volume, Confine di Stato (2007, finalista al Premio Scerbanenco-La Stampa 2007), è edito da Marsilio. Nell’autunno 2009, sempre per Marsilio, uscirà la graphic novel United We Stand, realizzata con Daniele Rudoni. Il suo blog  è confinedistato.blogspot

::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

MODO infoshop, – via Mascarella 24/b e 26/a – Bologna

Vampiri a Bologna

Più riguardo a Il diciottesimo vampiroSe il noir ha rotto i maroni, i vampiri hanno proprio stracciato le palle. Eppure il vostro affezionato Kai Zen di quartiere, J, ha scovato un testo interessante e lo presenta in ottima compagnia questa sera alle 21:30 in quel di Bologna.

Il 18° vampiro un libro di Claudio Vergnani (Gargoyle Books)

Incontro con Claudio Vergnani, Jadel Andreetto, Antonella Beccarla, Sergio Rotino

A Modena uno squinternato gruppo di individui dai vissuti più diversi – body builder, operai, profughi, presunti agronomi, attori porno, giocatori di scacchi – viene assoldato da un’enigmatica donna, denominata “l’amica”, per uccidere vampiri. Se di giorno la situazione è sotto controllo perché i succhiasangue restano immobili, nascosti in ambienti degradati designati a covi – case abbandonate, cisterne, chiuse di fiume, palazzi fatiscenti –, di notte, le orrende e feroci creature escono allo scoperto attaccando soprattutto soggetti indifesi come vagabondi, immigrati e persone sole. È allora che bisogna vigilare e agire.

Tra sinistri sopralluoghi, massacranti turni di guardia, visite a un’antica e misteriosa Rocca dove si compiono sconvolgenti rituali, suggestive visioni tra le acque di Venezia, la squadra di moderni Van Helsing fa la conoscenza di Grimjank, il 18° vampiro…

Claudio Vergnani è nato a Modena nel 1962. Svogliato studente di Liceo Classico e ancor più svogliato studente di Giurisprudenza, preferisce passare il tempo leggendo, giocando a scacchi e tirando di boxe. Dopo una parentesi militare, sbarca il lunario alla meno peggio, passando da un mestiere all’altro. Dalle palestre di body building alle ditte di trasporti, alle agenzie di pubblicità, alle cooperative sociali, è sempre perennemente fuori parte e costantemente in fuga. Il 18° vampiro è il suo primo romanzo.

::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

MODO infoshop, – via Mascarella 24/b e 26/a – Bologna

SS’sS, Simone Sarasso’s Settanta (Intervista)

More about Settanta

Simone Sarasso torna in libreria in questi giorni con Settanta (Marsilio, pp. 693 € 21,50 ), poderoso secondo volume della trilogia sporca dedicata alla storia di questo paese, il cui titolo si riferisce naturalmente al decennio più oscuro di tutta la stagione repubblicana.
Laddove il primo capitolo, Confine di Stato era rutilante, “fumettoso” e marcatamente debitore di James Ellroy, Settanta è più denso, articolato e guarda a Romanzo Criminale di De Cataldo. Lo stile di Sarasso è sempre cinematico e frizzante, come nel lavoro precedente, ma mentre in quel caso si è rischiato di semplificare la storia d’Italia concentrando fatti e responsabilità in Andrea Sterling, l’antieroe per eccellenza, in Settanta il tiro è stato aggiustato alla perfezione: l’Italia non è mai stata innocente, recita lo strillo in quarta, e qualcuno ne è responsabile, verrebbe da aggiungere. Ho incontrato Simone.
L’Italia non è mai stata innocente…
La frase è “ellroyana”, è la commutazione in salsa spaghetti dell’incipit di American Tabloid e credo che ben descriva l’aria che si respirava nelle strade durante il decennio più buio della nostra storia patria. Se penso all’establishment di quegli anni, tolti forse coloro che furono fatti fuori, non scorgo molte facce innocenti. Allo stesso modo, se penso alla criminalità o al mondo dello spettacolo, vedo squadrenarsi di fronte ai miei occhi un mare di miseria, bassezza e iniquità. E, ancora una volta, il numero di colpevoli mi sembra nettamente maggiore di quelli degli innocenti.
Confine di Stato era forse più “ellroyanao”, Settanta sembra “decataldiano”.
Bè direi che è molto “decataldiano” nell’approccio ai personaggi. Ma è anche “wumnghiano” nell’impostazione, “biondilliano” nel linguaggio e nuovamente “ellroyano” nel ritmo.
Come ti sei documentato?
Il mio lavoro di documentazione è un processo a cascata: prima la rete, poi le biblioteche, infine gli archivi. Parto dalle voci di corridoio e pian piano mi avvicino ai fatti: che sanno di polvere e hanno l’odore della carta ingiallita dal tempo.
Quale è la percentuale di fiction e quale di realtà?
Se in Confine di Stato la percentuale era sicuramente sbilanciata verso il reale (direi 70-30), qui le proporzioni cambiano: a occhio e croce 50-50, dal momento che molti eventi assomigliano a fatti realmente accaduti ma poi cambiano volto repentinamente.
Hai scelto di usare, in molti dialoghi e descrizioni, il dialetto, come mai?
Perché nell’Italia dei Settanta, specie negli ambienti che racconto io, era sicuramente più diffuso dell’italiano. In secundis, c’è una questione poetica: se Confine di Stato era assolutamente improbabile dal punto di vista linguistico, e nella Roma dei Cinquanta si muovevano loschi figuri che parlavano come Bruce Willis, in Settanta l’aderenza alla lingua reale è pressoché totale. Succede l’inverso per quanto riguarda il mix storia-finzione che percorre i romanzi: gli accadimenti di Confine di Stato erano più verosimili, quelli di Settanta sono spiccatamente ucronici. Non didascalicamente (il sequestro Argento assomiglia molto al sequestro Moro) ma di sicuro negli esiti.
Che tipo di oggetto narrativo è Settanta?
È un romanzo. Niente di più, niente di meno. Mi piacerebbe dire che è un romanzo storico, ma, come ho già accennato, in Settanta ciò che è realmente accaduto è un semplice trampolino di lancio. Si parte presto per la tangente. Si va piuttosto in là. Ma non così in là da poter definire il mio secondogenito un romanzo ucronico. Il termine inglese alternate history fiction potrebbe calzare. Settanta è un esempio di alternate history fiction.
Confine di Stato e Settanta fanno parte di una trilogia…. il prossimo è in cantiere, che segmento di storia coprirà?
Direi indicativamente 1981-1994. E sarà costruito per gran parte intorno a una figura femminile.
C’è altro in cantiere ?
Parecchio altro: un fiction a tre mani che probabilmente uscirà nel 2010, la graphic net novel Unite We Stand che sarà in libreria in ottobre, un libro di cui non ho ancora parlato nemmeno al mio editor (solo mia moglie ne sa qualcosa), una spy story, un romanzo apocalittico e uno storico. Sarà un’estate intensa.

Intervista realizzata per il fu Panorama.it

La filosofia di Lost (intervista)

More about La filosofia di Lost

La filosofia di Lost. La filosofia di Lost? Davvero una serie tv può avere a che fare con la metafisica? O meglio può la metafisica avere a che fare con una serie tv? Fenomenologicamente la risposta affermativa è ineccepibile e La filosofia di Lost (Ponte alle Grazie, pp. 166; 10,20 euro) a firma Simone Regazzoni è la prova che si può condurre un’indagine rigorosa sul terreno della cultura pop sviscerando gli interrogativi “principe” dell’intera storia delle idee. Da Derrida a Heidegger, da Foucault a Freud passando per Cartesio, Gramsci, Aristotele, Nietzsche, Pascal, Schopenhauer, Sartre e Deleuze. Regazzoni, professore alla Cattolica di Milano, riesce, con una scrittura fluida, “narrativa” e accattivante laddove nessuno si era nemmeno avventurato – se non con risultati deludenti, nell’esplorazione della philosphy fiction. Dopo Harry Potter e la filosofia (Il Melangolo, 2008) e La filosofia del dr. House (Ponte alle Grazie, 2007 – con il collettivo Blitris), scandaglia l’Isola con gli strumenti della speculazione, evitando la forma saggio e costruendo uno spin off, un rizoma, di stampo filosofico della serie. Lo ho incontrato.

Tra tutte le serie televisive, perché Lost?

Cominciamo con il dire che molte, tra le nuove serie tv americane, meriterebbero attenzione da parte della filosofia, proprio nella misura in cui rappresentano le grandi narrazioni del nostro tempo. È come se la fine delle grandi narrazioni ideologiche avesse lasciato spazio a un ritorno delle narrazioni forti e strutturate nell’ambito del cinema, della letteratura e in particolare nelle nuove serie tv statunitensi. Con queste narrazioni credo sia urgente confrontarsi, anche inventando nuove forme mutanti di filosofia. Perché oggi più che mia la fiction è parte integrante di ciò che chiamiamo “realtà”. Non a caso, prima di Lost, mi sono occupato di dr. House e di Harry Potter. Quanto a Lost, ciò che in questa serie mi ha affascinato (perché prima di qualsiasi calcolo o ragionamento c’è questo: fascinazione, amore, ossessione da fan: non è possibile lavorare con la cultura di massa senza una certa dose di partecipazione) è stata la capacità di unire complessità e popolarità. Lost è un’opera d’arte – non esito a dirlo – che mostra come si possa essere, al contempo, radicalmente sperimentali e insieme popolari (stiamo parlando di milioni di telespettatori), mescolando filosofia e disaster movie, riferimenti biblici e fantascienza. Il tutto inserito in una narrazione di grande potenza ed efficacia, che sembra avvalorare la tesi di Orson Welles secondo cui la televisione ha una forza narrativa che il cinema non può eguagliare. Ecco il primo fattore di interesse, ai miei occhi, cui si connette immediatamente il secondo: l’effetto poetico di Lost. Umberto Eco, nelle sue Postille a Il nome della rosa, definisce “effetto poetico” la capacità di un’opera di generare sempre letture diverse senza esaurirsi. Ora, Lost è una macchina progettata per produrre le letture più disparate, rendendo lo spettatore una sorta di co-autore. Basta vedere che cosa accade in rete per capire fino a che punto funzioni la macchina narrativa di questa serie. Lost, detto altrimenti, è un universo narrativo in espansione transmediale. Alcune dichiarazione di Damon Lindelof, uno dei creatori della serie, sono a questo proposito molto significative: “Quando la serie sarà finita, e magari secondo le nostre volontà, il pubblico potrà ancora tornare indietro e ci sarà ancora spazio di interpretazione, come in qualsiasi opera letteraria”.

La filosofia e la tv, un rapporto burrascoso…

Sì, per molti filosofi oggi è ancora così. Ma questi filosofi non vanno presi troppo sul serio (Popper in primis naturalmente) se non come sintomo di una resistenza a un processo irreversibile di trasformazione della filosofia di fronte alla tv e, più in generale, ai nuovi media. Oggi non è più credibile, se mai lo è stato, il filosofo che, di preferenza in televisione, dichiara di non guardare la tv o di non possederla. È puro kitsch intellettuale: una caricatura del filosofo buona, ad esempio, per una serie televisiva italiana per famiglie. Certo, le caricature di filosofo non mancano, e devo dire che in fondo le amo molto. Non a caso spesso le uso nei miei libri come personaggi concettuali. C’è chi si chiede dalle colonne dei quotidiani, cito a memoria, “Guardare o non guardare Lost, 24, CSI, e quant’altro?” e chi accusa la televisione di essere un “paradigma pornografico”. Ora, è chiaro che queste accuse non sono altro che una forma di esorcismo verso un oscuro e inconfessabile oggetto del desiderio. Ma come ho già avuto modo di dire, questi filosofi sono dinosauri destinati a estinguersi. Non a caso la più importante rivista italiana di filosofia, Aut aut, dedicava nel 2007 un intero numero alla televisione dal titolo Davanti alla televisione, in cui si parlava anche dell’altro spauracchio di ogni intellettuale culturalmente corretto: i reality, a partire dal Grande Fratello. Presto occorrerà occuparsi anche di questo, a costo di scatenare nuove burrasche.

Locke, Rousseu, Hume, Bentham, Bakunin: troppo facile…

Troppo facile e banale. Lost fortunatamente non è un compendio di storia della filosofia. Altrimenti, almeno per quanto mi riguarda, sarei passato immediatamente ad altro. Sull’Isola ci sono nomi di filosofo come ci sono mille altri indizi letterari, mitologici, tratti dalla storia delle religioni. Sono tutti elementi di un gioco cui prendere parte, ma che non tollera strategie troppo prevedibili. Per questo se ci sono filosofi di cui non mi occupo nel mio libro sono proprio quelli il cui nome compare nella serie. Al di là dei nomi, sono le questioni filosofiche che l’Isola pone a interessarmi, a partire da quelle legate alle idee di mondo (è Desmond che dice: “Non esiste il mondo esterno”), di verità e, più in generale, di complessità. Leggo l’Isola come un sistema complesso cioè un sistema composto da un gran numero di parti che interagiscono in modo non semplice e in cui l’insieme è qualcosa di più della somma delle parti. Per questo chi sostiene, come il razionale Jack, che l’Isola è solo un’isola non arriverà mai a comprenderla. La razionalità di Jack sull’Isola, come nella realtà, è una semplificazione pericolosa. In un momento in cui anche importanti filosofi come Žižek o Badiou sembrano tentati di riproporre le virtù di un mondo ordinato che rompa con le logiche della complessità (tentazione che giudico pericolosa) mi sembra oltremodo interessante riflettere attorno alla questione della complessità così come viene messa in scena in Lost.

La questione dell’alterità, dell’altro, è un tema filosofico (di questi tempi più tangibile che mai) per eccellenza. In Lost è un punto centrale del meccanismo narrativo…

Sì, è centrale al punto che il termine “Altri”, con la maiuscola, diventa nella serie il nome di coloro che si trovano già sull’Isola al momento dell’incidente aereo. La tentazione potrebbe essere qui quella di evocare la filosofia di Levinas, in cui il concetto di “Altri” svolge un ruolo capitale. Ma se non chiamo in causa Levinas è perché in Lost gli Altri sono molto più traumatici di quanto non lo sia Altri in Levinas. Non a caso cito Sarte, en passant, che in una sua famosa opera teatrale fa dire a uno dei suoi personaggi: “L’inferno sono gli altri”. Gli Altri, sull’Isola, sono traumatici, sono una Cosa traumatica. Chi sono davvero? Che cosa fanno? Perché ci rapiscono? Perché ci attaccano? Perché ci imprigionano e torturano? Ecco tutta una seria di questioni che assillano i superstiti nel loro rapporto con gli Altri. Gli Altri, qui, non si lasciano facilmente addomesticare, non c’è nessuna fascinazione esotica verso di loro, ma prima di tutto conflitto e poi interazioni complesse. Ma quello che è più interessante è che agli occhi degli Altri sono proprio i superstiti ad essere Altri: dal punto di vista degli Altri i superstiti sono minacciosi, sono anch’essi Altri, gli Altri degli Altri. Il che significa che siamo sempre Altri per coloro che chiamiamo Altri. Altri è un concetto relativo alla posizione ci chi lo enuncia, come mostra bene John Locke quando afferma che Sayid è uno degli Altri per la Rousseau.

L’Isola viene paragonata alla radura di Heidegger…

Niente di più semplice per chi conosca un poco Heidegger. Credo che Heidegger ci abbia regalato, nel Novecento, uno dei più radicali e interessanti ripensamenti dell’idea di verità. Per farla breve, Heidegger pensa la verità non come adeguazione del linguaggio alla cosa, ma come non-nascondimento, come apertura di un orizzonte che nel suo aprirsi conserva sempre in sé un elemento di opacità, enigmatico e insondabile, una sorta di cuore di tenebra della verità. Per spiegare questa sua idea, Heidegger ha usato la figura della radura: la verità è una sorta di radura che si apre nel cuore di un bosco o di una foresta. Ora, ogni una radura per essere tale – uno spazio illuminato che si dischiude in una foresta – ha bisogno di conservare attorno a sé l’oscurità della foresta. Questa oscurità non è un difetto che nuoce alla radura, ma un elemento essenziale alla radura stessa. Se questa oscurità venisse eliminata, verrebbe eliminata anche l’apertura della radura. Lo stesso accade secondo Heidegger alla verità come radura: essa necessita sempre di un fondo di oscurità per manifestarsi. In Lost incontriamo spesso radure che si aprono nella foresta e che dischiudono una qualche verità: sempre parziale, che conserva sempre un elemento di opacità. Ecco perché ho evocato Heidegger. Più in generale, questa idea di verità è in assoluta consonanza con l’idea di sistema complesso di cui l’Isola è l’incarnazione. E questo con buona pace di quanti pensano che Heidegger sia una sorta di pensatore arcaicizzante e antimoderno. Non a caso il filosofo spagnolo Daniel Innerarity, parlando di come i sistemi complessi abbiano messo in crisi l’idea secondo cui i fenomeni possono essere sempre completamente svelati, ha evocato Heidegger che per primo ha posto l’accento sull’inevitabilità dell’occultamento. Venendo a Lost, direi che l’Isola ci mette proprio di fronte all’enigma di questo occultamento che sta alla base dei sistemi complessi.

Deleuze, Derrida e lo stesso Heidegger. Che cosa c’entrano con Lost?

Cominciamo con il dire che il mio libro non è, né non vuole essere, un saggio su Lost. La filosofia di Lost si presenta come uno spin-off filosofico (non a caso il sottotitolo è philosophy fiction) che prende spunto da un certo numero di questioni sollevate dalla serie per comporre un testo filosofico mutante, che si contamina con l’oggetto con cui si confronta, ne riprende alcuni elementi e strategie, e si propone esso stesso come oggetto filosofico in grado di circolare nella cultura di massa. Come testo filosofico pop. Date queste premesse mi sono preso la libertà di far interagire con l’Isola filosofi che in qualche modo mi sembravano in consonanza con alcune questioni sollevate dall’Isola. Questi filosofi sono i miei fantasmi che ho incontrato sull’Isola. Perché proprio loro? Di Heidegger ho già detto. Per quanto riguarda Deleuze e Derrida, sia l’uno sia l’altro si sono occupati, in momenti diversi, proprio di isole per elaborare una riflessione sullo statuto ontologico della realtà. Come se interrogarsi su che cos’è un’isola significasse interrogarsi nel modo più radicale su che cos’è la realtà o il mondo. Ciò significa che questi filosofi, per altro considerati difficili, si prestavano ottimamente a entrare con le loro questioni radicali nel mio testo mutante. Credo che quanto Wu Ming 1 ha scritto in Noi dobbiamo essere genitori a proposito di un certo modo di fare e concepire la letteratura valga oggi anche per un nuovo modo di fare filosofia: si tratta di portare dentro la popular culture un certo polemos filosofico per non ridurlo semplicemente a un gioco da tavolo accademico. Per parte mia cerco di portare una certa radicalità decostruttiva nell’ambito della pop culture. Perché credo abbia ragione Mark Taylor quando afferma che Derrida aveva sottovalutato il crescente impatto dei media e della cultura popolare.

C’è anche chi accusa Lost, 24, Battlestar Galactica, Prison Break, Dollhouse, ecc. di giustificare la tortura…

Niente di nuovo sotto il sole. C’era chi accusava Il Padrino di giustificare la mafia. Direi che è sempre buona regola di fronte alle opere di fiction attenersi all’idea che non ci dobbiamo aspettare storie con la buona morale incorporata. Altrimenti corriamo il rischio di introdurre anche nell’arte i politicamente o il moralmente corretto. Se c’è un’etica nell’ambito dell’arte, si può star certi che essa non ha nulla a che fare con l’idea di dover produrre messaggi edificanti. Poi naturalmente ciascuno è libero di preferire Il maresciallo Rocca a 24 o Lost. Per parte mia troverei artisticamente preoccupante non vedere in scena la questione della tortura e dei suoi dilemmi in opere d’arte del nostro tempo. E troverei francamente noiose opere che mostrassero quanto è brutta e cattiva la tortura. A un’opera d’arte chiedo che mi metta di fronte anche alla fascinazione che la tortura opera su di noi, alla tentazione che in certi contesti politici essa può suscitare. Mi pare che Lost e 24 facciano bene questo, proprio perché sono opere complesse. E poi non dimentichiamo che il rapporto tra un messaggio e colui che lo decifra non è un meccanismo semplicistico del tipo: vedi la tortura giustificata in una narrazione di finzione quindi giustificherai anche tu la tortura nella realtà. Per capire che tipo di fruizione sia oggi quella della cultura di massa basta vere che cosa accade in rete attorno alle serie tv: non si è mai vista un’interazione così attiva con l’opera d’arte.

C’è anche un pubblico, quello dei giovanissimi per esempio, a cui forse non vengono forniti tutti gli strumenti per confrontarsi con il “meccanismo semplicistico” della giustificazione della tortura…

Che strumenti dovrebbe avere? Chi decide quali dovrebbero essere? Dipende dall’età, dal genere, dal livello di cultura, dal tipo di formazione, dalla classe sociale, dal quoziente intellettivo? Credo che inoltrarsi su questa strada sia molto pericoloso: si arriva inevitabilmente ai comitati dei genitori, dei saggi o degli esperti, fino alla censura. Preferisco il rischio della libertà alla sicurezza della censura.

Il libro usa l’espediente dell’apostrofe, si rivolge a un lettore, anzi a una lettrice…

Sì, mi rivolgo per tutto il libro a un tu femminile (cosa insolita per un testo di filosofia) cui talvolta attribuisco idee e gusti diversi dai miei. All’inizio, nei miei appunti, il tu funzionava come una sorta di sparring partner – non pensavo che avrei mantenuto quella forma. Poiché però, al momento di dare forma al libro, non sapevo bene come orientarmi nel sistema complesso di Lost, ho scelto di farmi accompagnare e forse guidare da una figura femminile. Hai presente quando Kate aiuta Jack o Sawyer a seguire delle tracce nella foresta? Ecco, anche io avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse. Non volevo creare mappe che semplificassero la complessità, così ho scelto qualcuno che mi aiutasse a seguire delle tracce. Perché un tu femminile? Me lo sono chiesto anch’io e anche il mio editor (una donna, Cristina Palomba) che subito non era convinta di questa scelta. Non so perché, ma il fantasma del tu femminile era la dimensione più naturale per la mia scrittura in quel momento. A un certo punto questa forma mi si è imposta. E l’ho accolta senza nessun problema, tanto più che penso, proprio come Derrida, che i filosofi a venire siano donne.

Articolo pubblicato su Panorama.it (quando ancora mi ci facevano scrivere…)

Kai Zen on the Rap Sheet

rapsheetKai Zen: The Future of Publishing?

It was during this spring’s A Qualcuno Piace Giallo crime-fiction festival in Brescia, Italy, that I had the opportunity to sit down over breakfast one morning with the four young Italian guys who make up the extraordinary “narrative ensemble” known as Kai Zen.

Jadel Andreetto, Bruno Fiorini, Guglielmo Pispisa, and Aldo Soliani have been writing together via the Internet since 2003, though they didn’t actually meet until the publishing party for their 2007 debut novel, La strategia dell’ariete (The Strategy of the Ram), an “epic novel of adventure and history.” It was principally about that work that these four were invited to speak in Brescia. However, they also filled their audiences in on the publication in book form of two other online “experimental” thriller-writing projects, La potenza di Eymerich (Bacchilega Editore, 2004) and Spauracchi (Bacchilega Editore, 2004). The latter work is described as “a horror western set in Alto Adige,” a quiet little region in the Italian Alps (aka South Tyrol or “Heidi Land”)–which gives you some idea of just how wacky Kai Zen are. But the plot of La strategia dell’ariete also reflects their idiosyncratic writing tastes. Here’s a translation of that novel’s cover notes:

What is a hit man of the Triads doing at the First Congress of the Chinese Communist Party in 1920?

Does the recovery of two ancient vases from the China Sea by tormented archaeologist, Professor Heinrich Hofstadter, have anything to do with it? And what is Hofstadter’s son, a Nazi freemason, doing in the rain forests of the Mato Grosso 20 years later?

Shelley Copeland of the CIA is racing across the Texas plains one night in 1957 with a mysterious container in her luggage, a million dollars waiting in a deposit box, and a murder on her mind.

Al-Hàrith is the name of the secret. Al-Hàrith is protected by centuries of silence. Al-Hàrith: the strategy of the Ram …

On the day I spoke with this group, Pispisa (the most prolific member–he’s published several novels under his own name, in addition to those he’s penned with Kai Zen) was not present. He was home in Sicily attending to his pregnant wife, Germana, who had to undergo some clinical tests–the “creepy details,” according to Pispisa, involved a lengthy syringe, various injections, and the extraction of a fair amount of amniotic fluid.

It’s hard to give a sense of what it’s like to meet Kai Zen. Let’s call it an enjoyable nightmare for an amateur interviewer like me, because they take the piss out of each other (and their questioner) all the time. Imagine Bedlam, and you’ll have a limited idea of the experience. I taped our whole exchange, and what follows is the English-translated version. I admit to having edited it for the sake of some degree of clarity.

Michael Gregorio: How did Kai Zen come together as a writing team?

Aldo Soliani: Quite by chance, really. Three of us took part in an Internet writing experiment. We didn’t know each other. We just sent in material to a Web site. It was a story with multiple characters, including a fictional Japanese “industrial rock” group called Kai Zen. …

Jadel Andreetto: Talking about industrial rock, do you know the Nine Inch Nails? Kai Zen are a bit like them–mixing, spreading, manipulating, sharing, and working within a Creative Commons license. Nine Inch Nails do it with sounds; we do it with words. …

Soliani: When we did eventually get together, we needed a name, and Kai Zen was as good as any other that we could come up with. It’s meaning in Japanese is “continuous improvement,” which seemed about right for us. [Hilarious laughter ensues–the members of Kai Zen laugh a great deal]. In Japan and lots of other places, they use Kai Zen philosophy as a company training method to persuade factory managers to work harder. We liked the idea. We found it ironically well-suited to what we were doing, so we just picked it up and used it.

MG: So, how did you guys physically meet?

Bruno Fiorini: Destiny played its part. The other three had taken part in this collective online writing experiment, and their chapters were selected as part of the final work, which resulted in a printed book, Ti chiamerò Russell [Bacchilega Editore, 2003]. The whole thing was organized by Wu Ming, the best-known Italian writing collective; they first published Q as “Luther Blisset” in 1999, and Manituana in 2007. When Ti chiamerò Russell was finally published, the three of them met up for the very first time at the launch party in Bologna in central Italy. … I had been invited to the party, I met the others, and we became friends. On that occasion, the four of us decided to launch a writing project together. We wanted to work on some­thing historical. A novel … That is, I was really interested in the history angle. So, we decided to have a go, and see

what came of it.

MG: What did that Wu Ming writing project involve?

Andreetto: Just to finish off a story: Paolo Bernardi, an editor with the publisher Bacchilega Editore, and Wu Ming had this spy-thriller story idea. Giovanni Cattabrigha [aka Wu Ming 2–there are five members of that writing collective] had written Chapter One of a novel featuring a spy named Russell; it was a sort of international intrigue set in an unspecified foreign country. They invited anyone to submit the next chapter, selecting the “best” chapter each time, then adding on to that one, building the book up step by step. The first experiment was pretty rough, but we were keen. It was, more or less, a test run to see if the thing was possible, using the Internet as a means of creative collaboration. It ended happily enough by creating a master­piece! [Lots of laughs.] Well, OK, it was an interesting document, and it produced … Ti chiamerò Russell. That’s how we started out …

Soliani: Every one of us has his own version of the story …

MG: Let’s talk about the first novel you wrote together as a group. La strategia dell’ariete was published by Mondadori in 2007. In Italy, this sort of collaborative authoring has been quite successful. It has led to Wu Ming, Kai Zen, and several other similar partnerships. However, the idea hasn’t really taken off in other countries, leading to publishing contracts and books on store shelves. How would you explain that fact?

Fiorini: Let me clarify by saying that Wu Ming don’t do much on the Net. Russell was a one-off thing. The fact is that they all live in the same city [Bologna], while we live in different towns from one end of Italy to the other. We have no choice. If we want to work together, we have to use the Net. I live in Bolzano, while Guglielmo lives down in Sicily. That’s a million miles away …

Andreetto: We are conditioned by our circumstances. Living in distant places, the Net was the ideal communications system for us. And at a creative level, we’ve been greatly inspired by Net-writing. We started out as Kai Zen in 2003, coinciding almost precisely with the explosion of the Internet in Italy–Web 2.0 has led to an immense expansion of the possibilities in a very short time …

The members of Kai Zen (left to right): Guglielmo Pispisa, Jadel Adreetto, Bruno Fiorini, and Aldo Soliani.

MG: Yes, but why do young Italians write together on the Net?

Soliani: My partner is from Northern Europe, so I think I can add to what Jadel was just saying. In my opinion, it all ties in with the Italian “character.” Italians are sociable; the question of friendship and belonging to a family type group is incredibly important for guys like us. In other countries, maybe, individualism is the big thing. Here, instead, it’s second nature to share what you’re doing with your pals–it makes what you’re doing even more interesting. I write something, and I think: Hey, I’ll show this to Jadel, Bruno, and Guglielmo and see what they think. Obviously, they write back. … This sense of fraternal belonging isn’t so strong in most other European countries. OK, on the one hand it is a great feeling, but maybe it’s a weakness too. But that’s the way Italians are. It may be a limitation in the sense that we can’t work alone; we need someone close, someone to trust, someone to lend you a hand and offer you their support.

MG: I want to talk about your “total novel” (il romanzo totale) project. I understand that every year you put one of these together, and anyone can take part via the Web. They get to write sections of the thriller with you. How did that come about, and how does it work?

Soliani: We started out by working on the Net, developing a story which already had a starting-point–the incipit, or opening chapter. So, after we met, we decided to specialize in this sort of experimentation. We liked the idea, and we started talking about what would be the best way to organize the work. In the first place, we set up a Web site dedicated solely to the “total novel” project.

MG: Does that mean that there is a different Web site developed for every new project/book?

Soliani: Ideally, yes. Every book of this type has its own characteristics and peculiarities; each story has a developing history of its own …

MG: So each new site details the step-by-step development of how the story unfolds?

Soliani: Right. For example, you can consult the version of the total novel as it was in, say, 2003, if that’s what you want to do. You just go to the online edition of La potenza di Eymerich [the story was published as a book by Bacchilega Editore in 2004], and you can check out how it was at any time during its creation [see here and here].

MG: Because it was always evolving and changing online?

Soliani: Right again. And it is always going to be there in that “historical” form. If you want to access it and see how things stood then, you can. And you can intervene if you want to. Now we are trying to launch an international edition. The idea is so vast, why limit it only to Italy?

MG: What would you do in that case? Write a first chapter in English? I mean to say, is your English up to it? Then again, I suppose the limitations and style of your English would affect the direction that the work takes, wouldn’t it? English is no longer a national language, but a lingua franca, an international shorthand for ideas, a means to an end, not the end in itself.

Fiorini: We all use English in our jobs and in our lives. It isn’t

really such a problem.

MG: Jobs? What do you do when you aren’t writing?

Fiorini: I’m a video technician.

Soliani: I work as an accountant for a British law firm with branches all over the world. Honest!

Andreetto: I am a journalist, and Guglielmo is a lawyer. I should also add that the next edition of our total novel will be in Spanish. It will be set in Argentina, and we’ll be working with the guys from [a Buenos Aires-based writing-collective called] FM la tribu. English is not the only lingua franca. I mean, Spanish is one of the most widely spoken languages in the world.

MG: Let’s move on and talk about the second, unfinished Kai Zen book. What can you tell us about it?

Fiorini: We are working on [he lets out a whooping laugh] … eh, different hypotheses. Some of us are busy on Book 2, while others are already looking beyond it. To be honest, we’re in a bit of a mess at the moment, what with jobs, families, and so on, and we’ve got so many ideas and projects lining up for the future. Regarding Book 2, my colleagues [there’s such a sudden uproar over this highfalutin word, that a waitress in the hotel lobby drops a pot of coffee] … yep, my colleagues are working away on Book 2. They’re about halfway through it, and Book 3 is also off the ground. The historical research is piling up. Fresh ideas just keep coming!

MG: How does each new project start? Does one of you propose an idea, then see how the others react?

Andreetto: It’s a matter of intuition, the way it happened after we’d finished La strategia dell’ariete. The second book–the working title is Mi Buonos Aires querido–was conceived as a sequel, and the third (still untitled) follows on from there, though each book was meant to be quite distinct. You know, a totally different, wholly

independent story.

We start by working on a general theme: blood in the first book, metal in the second. OK, the themes are different, but the idea is to handle them with the same driving impulse through Books 1 and 2, look­ing at the world from a certain point of view. Book 3 was a new development; it just fell into place. It’s theme is money. … We were invited to a literary festival in Benevento [Italy], and we were reading and talking about an article in the daily newspaper, Il Corriere della Sera, which spoke about the origins of today’s multinational enterprises …

Soliani: Colonialism!

Andreetto: You know, the East India Company, the South Sea Bubble, that that sort of thing. We’d been talking about the economy–times being what they are–and the article had caught our attention. So we started to work on this theme, too. Who knows what will come of it? [Here he looks pointedly at Bruno Fiorini, the historian of this group, who champions Book 3.] Still, it is an incredibly interesting historical moment–AD 1600, exploration, automata, the start of the Enlightenment, Descartes, money being made all over the place–the whole world changing overnight–and then there’s a moment when money is no longer weighed or made in gold, and the whole thing explodes, and implodes, all the way up to the present global crisis. [Again, he looks at Bruno.] We’ll see. We will see …

MG: Publishing a book, and publishing online, are presumably totally different things. For the book you need the backing of a publisher; online, you are free to do whatever you want. Which do you prefer?

Andreetto: We enjoy trying to do both. We still live in a world where paper rules, of course.

MG: Though you publish your books under a Copyleft licensing scheme, don’t you?

Soliani: La strategia dell’ariete was published in Creative Commons or Copyleft, which means that the text can be used in whole or part by anyone at all. Even you, Michael! You can download the book from the Internet, and do what you like with it. But not for profit-making activities. You can chop it, change it, do whatever you want to do …

MG: Did publisher Mondadori like the idea of Copyleft?

Soliani: We insisted, and they accepted, though they didn’t seem to know what it was all about. They realized that it was part of the Kai Zen project, and that it is how we work. It’s our history, if you like. Maybe they understood that it was a frontier that they had to cross. Maybe they were looking towards the future, too. La strategia dell’ariete was, however, the first book that Mondadori had ever published with this particular kind of license.

MG: Have they continued with the trial?

Andreetto: With another pair of writers, I think, though I’m not certain. So far Mondadori have only published one short graphic novel written by Wu Ming 2 for an anthology entitled Alta criminalità.

Soliani: Most people don’t know what it is, or how it works.

MG: Me, for example! How does Copyleft work? What are the advantages for you, the authors?

Soliani: We don’t believe that the printed book will disappear and be replaced by PDF files, but as a way of sampling a book, of getting a first “taste” of a story–a bit like hearing a song on the radio–Copyleft is a new approach, and we think that it is positive. A lot of people do buy the book after playing around with it on the Net.

MG: We promote our new book [A Visible Darkness] by offering a sample chapter on our Web site. [This “old-fashioned” approach incites loud and riotous laughter from the Kai Zen guys.]

Fiorini: We work with readers and writers who are more–extreme, let’s say, more radical. For them, it’s hands-on, and start ripping! But we believe that the exposure and the Web interest more than cover the risks …

Andreetto: And it is a form of intellectual honesty, too. The printed edition of our book costs €16.50. Not everyone can go out and spend that much money. But if they read the book [online] and like what they read, they may just buy it anyway. In the second place, if you decide that you want to give it to someone as a gift, then you have to go out and buy it! Remember, readers, if you print it out from the Net, use recycled paper. If you don’t, then you’re a bastard!

Soliani: In many remote places, out in the mountains, for example, and in small towns and villages in the country, there are no book­shops, no libraries; but there is the Internet.

Fiorini: Our “shelf-life” is unlimited! Right now, the printed edition [of La strategia dell’ariete] is momentarily out-of-print. … People did buy it! But you can download it, if you want. You can read it, review it. Just yesterday, we were talking to classes of teenagers, school kids, and we advised them to read it online. Maybe in the future, when they start earning money … Who knows?

Andreetto: In this form the book has an unlimited print run.

Fiorini: Wow, worldwide and virtually free!

Andreetto: Then again, the reader can alter the online version. In our books, the story is central, not the writer. Anyone can take a bit out of our book–a character, a place, or an idea–and use it in the novel or story that he or she is writing. They can change it, write a new ending, do whatever they like with it. We really are the literary equivalent of the Nine Inch Nails. They publish their music free on the Net, and they still sell CDs–not only in MP3 format, but in “Garage Band” format, too, so other musicians can remix, reuse, add, take away, elaborate, or rewrite the original material. Then they publish the fans’ remixed versions of their music on the Nails’ Web site. Now, that means that there are literally thousands of versions of their songs going around. That’s what I call publicity! In our case, there’s a creative exchange between the writers and the readers; in their case, it’s between the listeners and the musicians. This is what using the Net in a meaningful way amounts to.

Fiorini: Jadel’s right. I mean, this is the great advantage of working and writing via the Net. It’s totally unrestricted, and that can be a strength. Can you imagine how many people have “lifted” a character or an idea from a story or a novel, and then they’ve been made to pay for it by some guy’s lawyer?

Andreetto: Look at you two. I mean, you stole Immanuel Kant [for the first Michael Gregorio novel, Critique of Criminal Reason, 2006].

MG: Oh yeah, right. Still, it’s a bit late for legal action now. Kant’s been dead for over 200 years.

Fiorini: Anyway, that’s what we do with the total novel and on the Web. We create a character, an idea, a story, and we offer it to anyone who is interested. You can add to his life, his back story, you can give him a new life, a new career, or make him move in a totally different setting. That’s our contribution, let’s say.

Il 18° Vampiro (intervista)

Più riguardo a Il diciottesimo vampiroL’horror e il gotico italiano sembrano “emergere dalle tenebre” dopo anni passati come cugini minori, come parenti poveri, di altri generi. Snobbati dalla critica, ma non dai lettori, ora vengono legittimati anche dalle case editrici più prestigiose o da quelle più grandi. E poi c’è Gargoyle. l’editore romano indipendente che fin dall’inizio, con tenacia e coraggio, ha puntato tutto su questi generi. Ora che i vampiri impazzano, tutti fanno la corsa ad accaparrarsi questo o quel libro in arrivo da oltreoceano o da oltremanica, eppure, pensandoci bene, il gotico nasce sì dal romanticismo decadente del nord Europa, ma con un’ambientazione tutta italiana con Walpole e Il castello di Otranto. L’autore scrisse nella prefazione che il libro “fu un tentativo di miscelare le due anime della narrativa, l’antico e il moderno. In principio era tutto immaginazione e improbabilità: in seguito, la natura è sempre stata copiata con successo… “.
Allo stesso modo Claudio Vergnani tenta di miscelare l’antico e il contemporaneo, incrociando quotidiano e soprannaturale. Il suo romanzo dal titolo Il 18° Vampiro (Gargoyle, p.p. 544, 14 euro) mette in scena il gotico, con tutti i crismi della narrazione odierna legata alla “probabilità” delle miserie umane, e lo ambienta nella pianura padana: luogo perturbante per eccellenza, con le sue nebbie, i casolari abbandonati, le cisterne arrugginite, i fossati putridi …
Il protagonista, schiacciato dalla vita, sbarca il lunario uccidendo vampiri. Non è un compito difficile – recita la quarta di copertina – ed è sempre meglio che lavorare […] Un paio di colpi di mazzuolo ed è fatta. Forse non è il mestiere più bello del mondo, ma è facile e socialmente utile. Non occorre coraggio o particolare determinazione. Non serve essere animati dal sacro fuoco della giustizia. Serve solo un po’ di pratica e tanta disperazione.
Panorama.it ha incontrato l’autore.
Vampiri… a Modena?
Ho descritto ciò che ho sotto gli occhi e conosco. Non avrei potuto fare diversamente. Per come la vedevo io, la sfida non era azzeccare una location, ma scrivere un bel romanzo, semplicemente. In quest’ottica, come ci insegna Stephen King, meglio allora descrivere ciò che si conosce bene (di Salgari ce n’è uno solo), per cui sono andato avanti con Modena, che è la mia città, e in alcuni luoghi dell’Appennino, a Bologna, e a Venezia che conosco bene e che amo. Certamente c’era anche il piacere di vedere un po’ di anarchia vampiresca dove di solito trovano spazio solo i soliti triti simboli cittadini: zampone, Ferrari, tortellini, ecc… Perciò, come dicevo, il problema era tutto nel raccontare una storia nuova e interessante, per gli appassionati del genere e non. Il dubbio non era quindi dove ambientarla, ma se la storia sarebbe stata valida e piacevole.
Ne Il 18° vampiro uccidere non morti non è una professione eroica e i signori della notte non sono nobiluomini emaciati e galanti….
No, verrebbe anzi da dire che per certi versi ci troviamo di fronte alla classica lotta tra poveri. Una lotta tanto più atroce e impietosa perché sotterranea, priva di regole, dai risultati comunque tragici, chiunque sia a prevalere. Ammesso che qualcuno prevalga e ci sia qualcosa da vincere. I vampiri non vestono marsine o mantelli e i loro uccisori non brandiscono crocifissi. La loro è una professione oscura dove c’è spazio solo per l’amarezza, il disgusto, la frustrazione e la paura. È la lotta di uomini e donne disperati che fanno ciò che fanno non per convinzione, ma unicamente per necessità e per caso, che spesso si intrecciano. È una lotta senza onore che non risparmia né vincitori né vinti, e che entrambi mette di fronte allo specchio impietoso dell’inutilità dei loro atti. Non c’è gloria, non c’è speranza, non c’è scampo. Che poi alcuni dei personaggi siano anche depressi, demotivati e anche francamente limitati rende il tutto più difficile. Ma anche più divertente. I protagonisti scopriranno qualcosa di loro nell’evolversi degli eventi. Alcune rivelazioni saranno scoraggianti, altre saranno invece inaspettatamente consolatorie. Come in ogni vita, del resto.
Come è approdato all’horror?
Bè, per una considerazione un po’ meschina, devo ammettere. O forse solo infantile. Non facevo che leggere ovunque che il genere horror non era “roba” per scrittori italiani, e che non esistevano romanzi italiani puramente horror degni di essere pubblicati, e così ho pensato che forse si poteva provare a sfatare questo mito molto simile ad una condanna senza appello. Per come la vedo io, il genere è solo un fondale, una struttura portante, indispensabile ma limitata. È quello che riuscirai a inserirvi all’interno che farà la differenza. Sono partito dal presupposto di provare a scrivere un racconto originale e al contempo interessante (che nell’ambito letterario è di per sé l’obiettivo più ambizioso di tutti). Ho usato i “binari” horror per orientarmi da un lato e per sperimentare dall’altro. Lasciando libero spazio ad un’avventura nella quale un lettore non potesse che trovare continuamente (e spero con piacevole stupore) qualcosa di nuovo e non scontato in un contesto, quello della caccia ai vampiri, che nell’ambito della letteratura horror è un vero e proprio “classico”.
C’è spazio per questo genere in Italia?
Non lo so. Dico sul serio. Ma credo che l’esito di questo particolare romanzo ci darà una risposta. Magari parziale e non definitiva ma comunque attendibile.
Come ti sei trovato con Gargoyle?
Posso rispondere in due parole. Alla casa editrice Gargoyle sono a un tempo gentiluomini (e gentildonne) e solidi professionisti. Due caratteristiche che raramente, a mia esperienza, vanno d’accordo. Non mi chieda come perché non saprei rispondere, ma è un fatto che loro ci riescano. È più soprannaturale questo che trovare dei vampiri a Modena

Jonathan Carroll (intervista)

Immagine di Black Cocktail Jonathan Carroll è uno scrittore bizzarro, o meglio le sue storie sono bizzarre. Tra cani parlanti, amici immaginari che si presentano dopo anni alla porta di casa, padri defunti che tornano per salvare i figli, anime gemelle il cui numero perfetto è cinque, come le dita di una mano; fantasmi, ossessioni, follie e una sarabanda di personaggi degni di un circo, Carroll sta tracciando la sua personale mitologia narrativa, fuori da ogni incasellamento. Qualcuno, e tra questi qualcuno ci sono Neil Gaiman, Stephen King e James Ellroy, pensano sia geniale. Altri, pensano semplicemente sia un narratore con molta, moltissima, fantasia (a partire dai titoli dei suoi romanzi), con un certo gusto per il noir e per l’horror e un vago spessore metafisico. (Personalemente, né l’uno, né l’altro) Lo ho incontrato.
Fazi ha appena dato alle stampe Black Cocktail (pp. 93, euro 13,50), un romanzo breve del ‘90. Potresti fare il mio lavoro e scriverne una recensione?
Il narratore di Black Cocktail, Ingram York, è affascinato dalle storie che racconta Michael Billa, il suo amante buontempone. Billa racconta a Ingram molte storie sul suo pericoloso migliore amico delle superiori, Clinton Deix, il ragazzo più arrabbiato e minaccioso della scuola. Il problema è che Clinton Deix è riapparso nella vita del quarantenne Billa, ma ha ancora quindici anni e “ha delle cose da fare” per le quali gli serve l’aiuto del suo vecchio amico, cose che porteranno a sconvolgere le vite di tutte le persone coinvolte nella vicenda.
Non rileggo mai i miei lavori comunque e quindi non potrei darne un giudizio critico. L’unica volta che ho riletto uno dei miei libri è stato negli anni ‘90, a Hollywood, quando mi chiesero di lavorare alla stesura del soggetto di un film tratto da L’Assenza. Rileggendo quel romanzo, anni dopo averlo scritto, avrei voluto cambiare o editare alcune cose, anche se nonostante tutto devo dire che andava bene.
Il romanzo mette in scena il tema della complementarità tra persone, della felicità, dell’aura che può scaturire dall’incontro tra anime gemelle, eppure il finale è amaro.
Molti pensano che prima o poi si possa incontrare la persona in grado di completarci, come ipotizzato da Platone, e in seguito a questo incontro trovare la felicità. Ma la premessa di Black Cocktail è che non è detto che la completezza sia esattamente come ce la si aspetti o come la si desideri. Come dice l’adagio: “stai attento a ciò che vuoi perché potresti ottenerlo”.
In molti ascrivono i tuoi libri al genere fantastico…
Penso che i critici definiscano il mio lavoro come fantastico perché a loro piace infilare le cose in scatole comode (per loro). Se c’è un detective in una storia allora deve essere un giallo. Se c’è un fantasma, allora sarà horror. In tutti i miei libri uso diversi topos letterari. Un po’ di romanticismo, un po’ di psicologismo, ma questo non significa che io scriva storie romantiche o psicologiche eccetera. Quando mi domandano che tipo di storie racconti, rispondo sempre: “insalate miste”. Quando fai un’insalata mista, usi diversi ingredienti, pomodori, cipolle, capperi, lattuga… Li mescoli un po’, versi il condimento et voilà ecco l’insalata mista. Io mi limito a usare i topos letterari al posto della lattuga nelle mie insalate.
Black Cocktail parte come un noir per poi virare verso il surreale, il magico e il metafisico…
Esatto. È questo che intendo quando dico che scrivo insalate miste. Mi piacciono i piatti con molti ingredienti. Non scrivo hamburger.
Vivi a Vienna da molto tempo…
Molti dei miei romanzi sono ambientati a Vienna come Sleeping in flame, Voice of our shadow e Gli artigli degli angeli.
… è diverso scrivere un romanzo americano da uno europeo?
In molti mi chiedono se c’è differenza tra un romanzo americano e un romanzo europeo. Penso piuttosto che siano i lettori a fare la differenza. Quelli europei sono più aperti e apprezzano diversi generi senza problemi. Gli americani amano particolarmente incasellare i libri, la musica, la pittura. Gli europei sono molto più liberi e trasgressivi. Per esempio non so se Federico Fellini avrebbe potuto avere successo in Usa, cominciando come ha cominciato. La sua opera era fuori dagli schemi, dalla scatola, e questa è una cosa che la sensibilità americana non riesce a comprendere.
Un film come La strada è un racconto fantastico, una fairy tale, ma anche una storia d’amore; ha risvolti sociali e una morale da fiaba ecc. Quando venne filmato, negli Stati Uniti quel tipo di pellicola era una cosa inaudita. Il film e Fellini stesso erano davvero trasgressivi e solo anni più tardi il pubblico americano cominciò a capire la sua grandezza. Lo stesso vale per i libri.
Ambienteresti un romanzo in Italia?
L’Italia è probabilmente il mio paese preferito. Mi piacerebbe viverci, ma avrei bisogno di un benefattore generoso che mi dica: hey eccoti un bel appartamento a Siena, Lucca o Roma, un po’ di soldi in banca, e tutto il tempo che vuoi per andartene a spasso a trovare un’idea brillante per il prossimo romanzo. Magari anche solo per il tempo di scriverlo. Un bel sogno. Nel frattempo vengo in Italia ogni volta che posso, due volte l’anno se sono fortunato, anche solo per perdermi, quasi in coma estatico, a guardare l’andirivieni, giorno e notte.
Cosa hai letto ultimamente che ti ha colpito particolarmente?
Shantaram di Gregory Roberts, Light years di James Salter, Il quinto incomodo di Robertson Davies, The world I made for her di Thomas Moran.
Hai mai letto narrativa italiana?
Molta. Pirandello, Quasimodo, Pavese, Elsa Morante, Eco, Fo, Dino Buzzati… e la lista potrebbe allungarsi.
Hai mai pensato di pubblicare in copyleft?
No.