Sepultura – Roots (1996 Roadrunner)

Nel mondo di Roots tutto è già successo. Nel 1996 sentiamo già lo schianto delle Twin Towers, il sud del mondo che si impadronisce dei mezzi del nord per reclamare il suo spazio. I conterranei Angra avevano già mescolato samba e metal, ma il loro risultato era solare: i Sepultura vedono un altro Brasile, senza speranza, e lo traducono in musica. Il risultato è devastante, e i frutti li ascoltiamo ancora oggi. In Lookaway ospitano DJ Lethal, Jonathan Davis e Mike Patton: passato e futuro del metallo contaminato in un incubo oscuro e confuso. Percussioni tradizionali, canti indios, chitarre heavy metal, una ritmica gelidamente precisa e inumana. Testi di disperazione, lotta e alienazione. Furia tribale e precisione metallica. Un mondo di nuova barbarie. Un suono che è come un pozzo dicatrame, da cui esce a tratti la voce lacerata di Max Cavalera.

Oggi, parecchi anni dopo, quel suono è diventato la base di quello che, in mancanza di termini migliori, viene chiamato nu metal. C’è chi ha preso solo il suono, o l’incedere ritmico, e chi è stato invece capace di proseguire il discorso autonomamente, ma tutti passano da qui, dai discutibili Limp Bizkit ai sublimi System of A Down. All’epoca parecchi deathster di stretta osservanza non lo accolsero molto bene, complice un buon successo commerciale, ma la verità è che probabilmente Roots è uno dei più intelligenti dischi metal degli ultimi dieci anni, e un’ottima colonna sonora per questi tempi di moderna e scintillante barbarie globalizzata (Alessandro Vicenzi)

Korn – Life is peachy (Sony, 1996)

Proviamo per un attimo a non pensare all’ultima dozzina di anni. A tutta la robaccia che l’industria discografica ha siringato a noi poveri pazienti ‘musicali’, sulla scorta di una presunta prescrizione medi(ati)ca di forti dosi di nu metal, o qualsiasi altro brutto nome si sia utilizzato per tentare di definire il rock pesante, metallico riletto in chiave anni ’90.

Proviamo a dimenticare, o meglio a fare semplicemente rewind. C’era un gruppo che portò all’altare del mondo un suono nuovo, crudo, pesantissimo, irresistibile. Un gruppo di pseudo-macho californiani dall’attitudine parecchio oscura, un po’ troppo pompata forse, tuttavia sincera e musicalmente ben dotata. Con un leader d’eccezione, a metà tra lo psicopatico più sexy del mondo e l’ennesimo poeta maledetto. Incesto, abuso di minori, sezionamento di cadaveri, storie di violenza e atroce sofferenza messe in fila per due da brave bambine all’interno di potenti filastrocche psycho dall’impatto terribile, che colpiscono al basso ventre e lasciano per terra.

Erano i Korn, quelli dell’esordio omonimo del 1994, ma soprattutto la band che pubblicò Life is peachy per la Epic/Sony music nel 1996. Un album eccellente, sotto ogni punto di vista. Musicalmente arrivò dove la band, ahimè, non riuscirà più nei seppur prolifici anni successivi, fino ai giorni nostri. Colpa forse di un senso di marketing troppo sviluppato nelle teste dei membri stessi e del loro manager, che li porterà a firmare contratti molto impegnativi (come numero di album da pubblicare) per sfruttare il successo economico del nome. Non è detto che si riesca sempre a fare un buon disco, anzi. Una zappa sui piedi per i Korn, si direbbe, ma questo non toglie valore a un album e a un gruppo che hanno di certo lasciato il proprio segno nella storia del rock della nostra epoca.

Ascoltarlo anche a più di dieci anni dalla sua uscita è eccitante, dà una grandissima carica e lascia un po’ di nostalgia per le brutte cose che si sentono oggi. Un tappeto ritmico da urlo, con il famoso basso pulsante (vedi Lost) a combinarsi con la potenza e la precisione di una batteria scalpitante. Cambi di ritmo, intrecci, trame ricercate, ripartenze ed esplosioni di furia. Le chitarre: il loro suono unico, ribassato, abrasivo, soffocante. I riff brevi e tetrissimi, spaventosi, gli arpeggi sospesi, le combinazioni tra i due chitarristi che lasciano col fiato sospeso. E poi la voce, Jonathan Davis il perfetto: paranoico, duro, selvaggio e poi d’incanto dolcissimo, indifeso, persino raffreddato! Melodie prese di peso dagli anni ’80 squarciate da urlate degne del più violento singer straight-edge in giro, senza rispetto per la salute mentale dell’ascoltatore. Ma dal vivo erano poi così? La risposta è X. Si e no, un po’ e un po’. C’è chi dice sì e chi afferma che sono cazzate, chi, come me, c’era quel giorno di un milione di anni fa al Palalido di Milano a vedere Korn + Incubus e ha i suoi dubbi, e altra gente disposta a giurare che alcune loro gigs sono state memorabili.

Lost, Porno creep, Good god, la celeberrima A.D.I.D.A.S., simpatica trovata di arty business che però avrebbe dovuto fermarsi lì per rimanere tale (nei credits del disco, trovare KORNWEAR: con l’elenco degli sponsor per il loro abbigliamento trendy francamente non è mai bello), sono canzoni bellissime, violente e melodiche, cariche di emotività. Wicked, che ospita alla voce Chino Moreno dei Deftones, è un altro pezzo notevole. Ma è nel suo complesso – produzione e grafica inclusi -che Life is peachy si può valutare come un ottimo disco, in grado di rappresentare a pieno un suono e un’attitudine musicale precisi. (KZA)

Helmet – Meantime (Interscope 1992)

Sorprende un pò non trovare il nome dei newyorkesi Helmet tra i seicento artisti scelti da Blow Up per l’almanacco Rock e altre contaminazioni. Certo il loro successo di vendite non è stato mai notevole, ma è senza dubbio inferiore alla reputazione della band tra gli addetti ai lavori e alla loro effettiva influenza sulle coordinate sonore di un’epoca musicale. Centinaia di gruppi e gruppetti nel mondo hanno avuto – e hanno tutt’oggi – ben presente l’ottimo lavoro di Hamilton e i soci di turno, schivi personaggi del sottobosco della Grande Mela. Alcuni dipendono in modo assoluto dal loro sound e dall’approccio alla musica ‘pesante’ così fuori dagli schemi e dai luoghi comuni. Nessun capellone qui, nessun vampiro. Non ci sono tatuaggi sparsi sulla pelle dei musicisti degli Helmet e non c’è ricerca forzata di coolness nei vestiti e nelle pose.

Parla il suono. Parlano le chitarre, veri e propri bisturi a sezionare le forme-canzone che riempiono il loro lavoro forse più importante, Meantime, del 1992. Parlano le pelli tiratissime e violentate con potenza immane e allo stesso tempo chirurgica della batteria, il pulsare evoluto del suono di basso. Non è ridicolo dire che c’è del blues tra queste tracce. Sì, blues, quello stato d’animo intriso di tristezza e negatività della metropoli fredda e ostile. Gli Helmet lo avvolgono di una patina di aggressività hardcore e lo forgiano a mille gradi, con acciaio inossidabile. La disillusione di vivere.

Page Hamilton scrive bene, assai. Oltre al singolo omonimo dell’album, costruito su un memorabile riff tipicamente Helmet spezzato in quel modo ossessivo, affettato, così da moltiplicarne la potenza all’infinito, ci sono Ironhead e Give it, ossia la raggiunta maturità del suono heavy. La scoppiettante Unsung, che apre alla melodia con intelligenza e gusto. E poi i pezzi duri, sulla scia dell’esordio Strap it on, meravigliosi: da Better, asfissiante, a FBLA II, metallo urlante. Ogni brano di Meantime segna l’evoluzione di un approccio musicale che mescola senza preconcetti metal, hardcore, noise, punk. Lo stesso che porterà poi a tutto il buono e il cattivo dei nostri giorni.

Gli Helmet sono una band fondamentale per capire quanto la musica ‘pesante’ possa e debba essere libera da preconcetti di genere o clan di appartenenza, e sia in grado di raggiungere un livello di conoscenza e cultura che ridicolizza chi vede il rock e la musica di oggi per definizione inferiori e insignificanti. Questo disco andrebbe prestato allo sbarbato ribelle della porta accanto, per contrastare e polverizzare le pagliacciate mtv o rocktv che spesso gli tocca di sorbire.

Questo è il cuore pulsante che ti fa sopravvivere nella metropoli. (KZA)

Rage Against The Machine – Rage against the machine. (1992 Epic/sony music)

Ci sono dischi per i quali non è possibile scindere del tutto il valore puramente tecnico-artistico dal significato ‘storico’ del periodo in cui sono stati pubblicati. Tutto bene fino a quando si tratta di grandi dischi, trovo; è come dare uno spessore alla bellezza. Ricordo bene le prime assurde circostanze nelle quali sentii parlare di questo gruppo e ancora meglio quando ascoltai per la prima volta il disco. Non c’era niente di simile in giro. Mi guardai attorno sconvolto poi ricacciai gli occhi sul display. Skip. Killing in the name. Skip. Take the power back. Madonna santa… Pura dinamite. Oltre ogni cosa per impatto e incisività. Oltre ogni cosa il cantato. Chi erano questi signori?! Imparai il loro nome al prezzo di attorcigliarmi la lingua. Mi documentai.
Vidi il loro mitologico concerto di spalla a tool e fishbone (promoters di oggi, buongiorno!): immensi. Sento ancora i brividi lungo la spina dorsale. Non erano i primi a fare rap/metal, nemmeno gli unici, d’accordo, ma quel disco è una perla assoluta. Suono, scaletta, idea, messaggio. Tutto perfetto. E lo sapevano anche loro, troppo perfetto. Una vera disgrazia per una band agli inizi.
Settle for nothing. Bullet in the head. Know your enemy. KNOW YOUR ENEMY! Riascoltatevi l’inizio, per la millesima volta. Quel riff, il più vecchio e potente del mondo, dopo l’intro funky. Quell’entrata. La rappata di strofa e poi ancora. La forza di questo disco è l’insieme, la semplicità, l’immediatezza. I limiti dei ratm si vedranno in seguito, più prettamente stilistici che altro, ma fino a qui nessuna traccia. È musica potente e sovversiva, forte come l’acciaio e di anima meticcia.
Per molti (troppi?) un disco che ha cambiato la vita, non può essere fuori dalla lista dei 600 di Blow Up. (KZA)

Depeche Mode – Black Celebration (Mute 1986)

Oggi i Depeche Mode sono pesi massimi dell’industria musicale, al pari di U2 e R.E.M., si sentono ovunque, fanno il sold out dal vivo, escono con dischi eleganti e ben scritti, contando su un Martin Gore a livello di songwriting stellare. Hanno anche molto appeal, nonostante probabilmente non lo cerchino sempre. Ma i Depeche Mode hanno un passato glorioso nell’immaginario mondiale della new wave, l’ondata alternativa pop/rock degli anni ’80. L’acerbo e bellissimo Construction time again, la perla riconosciuta Some great reward, più tardi Music for the masses – recensito nei 600 di Blow Up – e Black Celebration, album del 1986 sempre per la Mute records. Questo disco ha un fascino diverso e unico, per certi versi dal mio punto di vista è la massima espressione artistica dell’allora quartetto di Basildon, Essex. Certamente la più rituale, celebrativa. La celebrazione del nero, appunto. La morte è dappertutto, ci sono mosche sul parabrezza, tanto per cominciare, a ricordarci che potremmo essere spazzati via stasera. Fly on the windscreen alza subito il tiro, dopo la liturgia del brano di apertura. Poi una serie di ballate e pillole pop di melodia e dolcezza, firmate Martin Gore, a dimostrare che rabbia e oscurità sono solo aspetti di una personalità profonda e completa. Livello qualitativo altissimo. Poi A question of time, martellante e sintetica. Stupenda. I testi bucano la mente, ti si appiccicano addosso, girano perfetti, forse anche a causa dell’averli imparati a memoria senza capirli davvero, anni prima. Effetto sorprendente. A seguire la canzone più tipicamente Depeche Mode, per come li ha vissuti il sottoscritto: Stripped. Notte, freddo, ambientazione industriale. Vestiti di pelle nera, facce pallide, tagli di capelli aerodinamici. Prendere a martellate un’auto, bruciare con la fiamma ossidrica una televisione. Lasciare la città, spogliarsi di tutto. Lascia che ti veda nudo fino all’osso. Lascia che ti senta prendere decisioni senza la tua tv. Che ti senta parlare solo per me. Here is the house è gommoso pop intelligente, un marchio di fabbrica negli anni per i DM, poi ancora emotività teenager e vera con World full of nothing e Dressed in black. Infine New dress, a spiegare come stanno le cose. I Depeche Mode di quegli anni sono stati un simbolo per moltitudini di giovani sparsi per il globo come pochi altri gruppi hanno saputo fare. Il loro gusto musicale e artistico, la loro visione del mondo, l’approccio politico e ‘contro’ nelle liriche, supportati dalla miscela irresistibile di melodia, atmosfere cupe, gusto pop e venature dark/industriali hanno tenuto per lungo tempo alta la bandiera di una generazione per fortuna sopravvissuta ai paninari e agli yuppies. Gli stessi che oggi, forse, a capo di affermate agenzie pubblicitarie, li mettono in filodiffusione nei loro loft affollati di creativi in mezzo mondo. (KZA)

Cake – Fashion Nugget (Capricorn Records 1996)

Giorno presumibilmente lo stesso e il tavolo resta trapezoidale a qualche distanza da me, il bicchierino vuoto del deca come portacicche, ma la cenere cade sul pigiama da questa sigaretta che resta sempre accesa nella mia mano e il televisore non lo sento, là di fronte, in fondo, non si può cambiare canale, so che sono sempre quelli, che si scambiano le divise restando gli stessi a parlare di politica, di farmaci, le mie dita lasciano strisciate di cenere sulla giacca, dentro la tv le persone che ho intorno discutono di non so che, alcuni con la divisa da infermiere, altri con la tuta da ballo, le cravatte da dibattito, ma non posso cambiare, cambiano loro, purché sugli altri canali ci sia la stessa cosa, solo una volta mi interessava un film, una notte, e non c’era nessuno nel mondo circostante a interrompere la storia, ero nella parte principale, ma non era il mio corpo, e gli altri arrivavano dopo ed erano felini con lunghi artigli e un aspetto parzialmente umano e quando c’è stata la scossa più forte e la terra è diventata tutta un piano inclinato, sono rimasti avvinghiati lassù dove l’immagine è unita all’esistenza, lasciando scivolare giù solo le immagini di riserva, mentre io sono caduto intero con la parte vulnerabile e la mia immagine insensibile è rimasta là, sola, ogni tanto la vedo, quelli che stanno bene la maltrattano e la deridono, tanto non soffre, dicono, anche se si restringe fino ad arrivare alle dimensioni di un bambino, la legano con le cinghie al letto e gli infermieri vanno a ballare in tv mentre i dottori commentano le partite e danno i voti ai giocatori, ora c’è poco da fare, così mi tengo occupato davanti al tavolo progettando di fare le stesse cose nello stesso modo, per farle restare le stesse, sapendo che è un’impresa vana, che tutto diventa presto diverso, forzato, solo apparente, e devo mostrare di credere che funzioni così, anche se non si spiega perché a volte sono ospite di ricevimenti imperiali, con la selvaggina e la frutta dei quadri fiamminghi mantenuta fresca da una luce che non si estingue, e le belle dame mi accarezzano i capelli e il viso, invece altre volte sono incatenato al buio per punizione, certo non per colpa mia, ricevo acqua sporca, croste di pane e di formaggio, so che una donna c’era e non c’è più, non importa se ride di me, se ricorda, chissà, ma non importa, mi dicono che tutto andrà a posto con la terapia, mi addormento e per un po’ non ci penso, forse succede quando voglio far sapere la mia preoccupazione, perché mi hanno messo dentro una bomba che prima o poi scoppia e mi uccide e anche che il dottore dovrebbe starci attento e se conosce un modo per disattivarla, ah, ma vedrà con l’aggiustamento della terapia, ma la terapia un bel niente, io so che prima della terapia c’è la musica dentro la testa, poi va via, poi torna, poi a un certo punto non sento altro, non che ce la farò, che andrà meglio o che sarà diverso, sento solo che sopravvivrò, che sopravvivrò, che sopravvivrò… (Invisible Monster)

Café Tacuba – Reves/Yosoy (Warner Bros 1999)

Nel ritratto che Cioran traccia di Borges in Esercizi di Ammirazione, a proposito della periferia del globo, quale spazio culturale minore, anonimo, simile ai Balcani della sua giovinezza, scrive che esso non ha nulla da offrire. Dramma e vantaggio di esserci nati. Tutto ciò che è straniero si illumina di una luce diversa che conferisce una sete quasi malsana di peregrinazione attraverso le filosofie e le letterature di tutto il mondo. Come nell’Europa dell’est, in Latinoamericana, il livello di curiosità e informazione è molto più elevato di quello provinciale degli occidentali. È il nulla di questi luoghi marginali, a rendere gli scrittori, i filosofi, i pensatori più aperti e vivi degli europei, immobili, imprigionati dalle loro tradizioni e incapaci di sfuggire alla «loro prestigiosa sclerosi.»
Il caso dei Café Tacuba, in un ambito più leggero come il rock, è emblematico in proposito. Un vero e proprio paradigma di come l’essere periferia di un impero renda vitali e oltremodo originali.
Mentre dalle nostre parti non si fa altro che riciclare e riciclarsi, qualcosa di inaudito sboccia là dove non ci degniamo nemmeno di guardare. Peggio per noi perché in Reves/Yosoy c’è tutto quello di cui il rock (e non solo) ha bisogno per darsi una scrollata dalla polvere. L’album è un doppio speculare: il primo disco venato di suoni tradizionali e di echi mariachi rivisti e reinventati con meraviglia e naturalezza e il secondo più sperimentale e ardito, con puntate nell’elettronica e nella musica da camera (Kronos Quartet in collaborazione), nell’elletroacustica e nell’ambient. Il tutto reso coerente e per nulla lezioso dal talento incredibile di questi insospettabili messicani.
Noi comunque continuiamo ad accontentarci degli insopportabili Wilco.

Blonde Redhead – Melody of Certain Damaged Lemons (Touch and Go – 2000)

Noise rock figlio del genio dei Sonic Youth: scena indie americana, prima metà degli anni Novanta. New York: i gemelli Amedeo (chitarra e voce) e Simone Pace (batteria), italoamericani, assieme a Kazu Makino (voce e chitarra), di origine nipponica, danno vita ai Blonde Redhead. Eccettuato il primo disco, che vedeva la presenza della bassista Maki Takahaski, la formazione è rimasta fondamentalmente inalterata, nell’arco dei sei album a oggi registrati.
Il sound della band sta conoscendo una prima trasformazione e la prima, intelligente e fascinosa contaminazione melodica: “Damaged Lemons” è un disco dalle sonorità dream-rock, inquiete e malinconiche. Il titolo dell’album «“È un riferimento alla nostra concezione della melodia – spiega Kazu Makino -. In slang americano, Damaged Lemons sta per macchine in panne lungo l’autostrada, per auto ferme in stato d’emergenza. Un po’ come le nostre melodie, che sembrano perennemente in panne e in stato d’emergenza, con l’urgenza di essere espresse e con la consapevolezza che da un momento all’altro possono andare in panne”. L’album ammorbidisce il fervore allucinato dei loro arrangiamenti, senza rinunciare però alla sperimentazione, che si concentra soprattutto sul ritmo».
L’incipit è sintetico, strumentale e dolciastro. Sembra svanita l’influenza Sonic Youth – il sound è piuttosto personale, figlio d’una commistione tra un rock leggero e trasgressivo e un’interpretazione canora indecifrabile – isterica, parossistica e morbosa che può tranquillamente valere come trait d’union tra i Blonde Redhead di “In an Expression of the Inexpressible” e i nuovi, più vicini a concessioni nette e limpide all’armonia: finalmente equilibrati ma ancora, inequivocabilmente, rock. I pezzi che, letti alla luce della decennale carriera della band americana, rivelano una transizione a un passo dal suo compimento e non mancano divertissement sperimentali come Ballad of Lemons, che sembra quasi un incontro della band newyorchese con le sperimentazioni elettroniche dei Radiohead di Kid A; mentre This is Not, sembra un ibrido tra gli Air di “Kelly Watch The Stars” e gli Hefner – è un giocattolo pop, stile-Ottanta. Male di vivere e intimismo esasperato invece nella lenta e cupa traccia seguente. Spirito del brano perfettamente corrispondente a quello della successiva ballata, Loved Despite of Great Faults.
Concludo segnalando il brano che vale e impone l’acquisto del disco: For The Damaged, pregiato da una reprise, adottata come ultima traccia. È una canzone d’amore scritta e composta con una dolcezza incredibile. Non credevo che potesse nascere da un gruppo come i Blonde Redhead, che mi parevano riottosi ai sentimentalismi e al romanticismo: smentito, come migliaia d’altri innamorati del rock; ma ammetto – felice d’esser stato smentito. Chi ha ascoltato For The Damaged ha già capito: gli altri dovranno nutrirsene, prima di questionare. (Gianfranco Franchi – Lankelot)

The Birthday Party – The Birthday Party (4AD 1983)

Tralasciando il 45 giri live “Drunks on te Pope’s blood” registrato nel novembre del 1981 e con un lato B di tutto rispetto che vede Lydia Lunch prodigarsi in un assolo di quasi venti minuti sulle note, se si possono chiamare così, di “THE AGONY IS THE ECSTASY”, lasciando stare questo dirompente mini ep live, dicevo, io avrei inserito nella lista dei cento migliori album del XX secolo il primo album dei BP, registrato tra il 1979 e l’80, dal titolo omonimo “THE BIRTHDAY PARTY”.

Perchè chi apprezza Nick Cave lo stima soprattutto per i suoi lavori iniziali con i Boys Next Door e i Birthday Party prima e come solista dopo, fino diciamo all’album Tender Prey (1988).
Il primo album dei B.P. è composto da soli cinque pezzi, pochi ma buoni.
Siamo alla fine degli anni settanta, la New Wave sta prendendo il sopravvento sul punk e i cinque ragazzoni australiani che formano la band si stanno trasferendo dalla loro terra natia a Londra, grazie ad un contratto con la 4AD, la mitica etichetta portabandiera della dark music.
Il singolo Mr. Clarinet diventa subito il brano più gettonato durante l’appuntamento radiofonico di John Peel e i giornali musicali inglesi tipo il Melody Maker, danno ampio spazio al quintetto nelle
loro recensioni definendoli “cinque anime folli che producono un suono simile a quello che darebbe vita una terza guerra mondiale combattuta dentro un bunker”.
Questo album segna decisamente un crocevia tra vari generi che di lì a poco sarebbero esplosi oppure scomparsi: è punk per quello che riguarda alcuni suoni di chitarra (The Friend Catcher) e lo stile di vita della band, è dark per le atmosfere cupe rese dai testi e dalla voce di Nick (Happy Birthday), è anche un po’ rock and roll per la costruzione melodica dei brani, penso al già citato Mr. Clarinet, e infine è sicuramente anticipatore di quel genere musicale che sarà conosciuto col nome, forse non troppo azzeccato, di electro-wave per i richiami ipnotici e la distorsione perenne della alte frequenze soprattutto a opera della tastiera e della chitarra elettrica (Release The Bats). Sicuramente un album e una Band non trascurabili.

Big Black- The Rich Man’s Eight Track Tape (Homestead 1992)

Questo CD è fatalista, grottesco, claustrofobico, industriale, metallico, distorto, violento, sincopato, omicida, funereo, scordato, artigianale, cupo, robotico, stridente, demoniaco, volgare, nazista, omofobico, depresso, macabro, criminale, brutale, psicotico, paranoico, scorticato, lacerato, esasperato, nichilista, depravato. Steve Albini con i Big Black negli anni ’80 ha realizzato dei capolavori della musica rock e questo cd (che include l’album “Atomizer”, “Heartbeat ep” e “Headache ep”) ne è la documentazione. Vi Può bastare? (Maurizio Lapenta)