Paris La Nuit

BAD BOY BUBBY (R. de HEER)

Ho sempre avuto qualche riserva a parlare di questo film, non tanto per alcuni temi forti trattati quali l’incesto, il feticismo e la sodomia, quanto per la crudezza di alcune scene che ritraggono il protagonista della pellicola mentre pratica feroci sevizie su piccoli, inermi e docili felini da compagnia fino a provocarne la morte (si lo so avrei potuto dire semplicemente gatti, ma questa enfasi mi serve per preparare voi lettori a quello che sto per dire). Purtroppo da più fonti si accusò Rolf de Heer, era il 1993, di aver fatto sul serio; cioè alcuni critici cinematografici, seguiti a ruota da innumerevoli sigle  di associazioni dedite alla tutela degli animali, sostennero che le scene in cui si maltrattavano animali non fossero finzione. Avendo visto il film al cinema nel lontano 1994, ricordo che alla comparsa sullo schermo di un gatto soffocato dentro un sacchetto di plastica, pensai immediatamente che la sequenza fosse stata realizzata con un povero animale in carne e ossa. Fu davvero terribile, shoccante per uno come me che ha sempre adorato gli animali, cani e gatti su tutti. E in più sul momento pare che de Heer non avesse smentito le accuse. E comunque, nonostante tutto questo, posso affermare con franchezza che si tratta di un’opera davvero intensa, magistrale. È la storia di Bubby, un bambino imprigionato nel corpo di un uomo 35enne (interpretato dall’eclettico e bravissimo attore Nick Hope) , dato che nel corso della sua esistenza non è mai uscito di casa perchè l’oppressiva madre è convinta che l’aria del mondo esterno sia avvelenata. Essendo rinchiuso nelle quattro mura domestiche sporche e fatiscenti, non ha cognizione di cosa significhi vivere: non parla quasi mai (anche perchè, tra l’altro, ha un bagaglio lessicale scarsissimo), si nutre solamente di latte con pane e zucchero e vegeta nel più completo isolamento. Oltretutto non è assolutamente in grado di badare a se stesso: gli capita anche di orinarsi addosso e in questi casi la mamma lo picchia fino a farlo piangere. Non essendo in grado di ribellarsi a questo trattamento, sfoga tutte le sue frustrazioni su un povero gatto che gli fa compagnia. Inoltre la madre lo costringe ad intavolare con lei rapporti sessuali incestuosi; ciò però non dispiace a Bubby dato che la cosa che più gli piace fare al mondo è palpare il cascante, floscio e abbondantissimo seno dell’obesa genitrice: queste esperienze gli faranno germogliare una passione feticista, destinata a durare tutta la vita, per le mammelle enormi. L’improvviso ritorno a casa di suo padre Pop, che gode in maniera monopolistica delle grazie della madre, fa scattare nella mente di Bubby una sorta di primordiale autocoscienza: ecco quindi che il rocambolesco omicidio dei genitori diventa per lui il primo passo verso la libertà. Una libertà che pian piano lo trasformerà in un uomo dalle doti eccezionali: diventerà il leader di una rock-band, riuscirà a interpretare il linguaggio incomprensibile dei ragazzi afflitti dalla sindrome di down dimostrando una sensibilità verso “l’altro” fuori dal comune. Riuscirà anche a trovare una ragazza di cui innamorarsi, una cara fanciulla con una sesta di reggiseno, accomodandosi in un morbido e tenero lieto fine che credo quasi nessuno, dopo i primi dieci minuti di pellicola, avrebbe mai potuto pronosticare. Leone d’argento alla Mostra del Cinema di Venezia, Bad Boy Bubby è un film australiano (coproduzione italiana di Domenico Procacci) divenuto un cult per i cinefili di mezzo mondo, in cui  la critica metaforica della famiglia e della società è durissima ma ciò nonostante la conclusione ottimista coincide con il sogno di sopravvivenza di tanti ragazzi contemporanei in difficoltà: anche nel mondo più lurido si può trovare una maniera propria, anomala, di essere felici. Spero riusciate ancora a recuperare questo film, magari  in qualche videoteca non ancora fallita oppure remasterizzato  da un amico su dvd; diversamente vi suggerisco di salire sul simpatico mulo bendato che trotterellante vi porti alla meta.

P.S.: ma secondo voi Nick Hope non è il sosia di un altro Nick, sempre australiano, che di mestiere fa il cantautore depresso cronico???

LA SPOSA TURCA

GEGEN DIE WAND (2004 – Fatih Akin)

Da molto tempo ormai ho un dubbio che mi assilla: perché mai noi italiani dobbiamo sempre stravolgere i titoli originali dei film? E soprattutto perché dobbiamo per forza trovare il titolo “acchiappa-pubblico”, rischiando, come poi spesso accade, di rimediare figuracce agli occhi della critica e dei cinefili stranieri? Non so se è il caso del film Gegen Die Wand, “Contro Il Muro” letteralmente, anche perché la traduzione italiana scelta per l’occasione, La Sposa Turca, non è forse fra le peggiori mai scaturite dalle menti creative nostrane. Senza dubbio, però, il titolo italiano non ha la stessa carica emotiva di quello originale dove  la frase “contro il muro” rimanda a un gesto forte, estremo, un tentativo di suicidio di uno dei protagonisti il quale si lancia con la sua auto contro la parete di un palazzo. Devo dire che come traduttori di titoli di film stranieri, a mio avviso, noi italiani abbiamo dato il peggio tutte quelle volte che si è cercato di creare la classica “frase tormentone” che potesse essere utilizzata più volte su pellicole differenti cambiando semplicemente l’oggetto oppure il complemento oggetto. Un esempio su tutti: abbiamo iniziato con Non Guardarmi Non Ti Sento (commedia del 1989 con Gene Wilder e Richard Pryor dal titolo originale See No Evil, Hear No Evil) continuando con Non Dirmelo Non Ci Credo (altra commedia del 1991 sempre con la stessa coppia di attori il cui titolo originale inglese è Another You)  per finire con Se Mi lasci Ti Cancello, bellissimo film drammatico del 2004 con Jim Carrey il cui titolo originale recita Eternal Sunshine of the Spotless Mind. Soprattutto per questo ultimo film mi chiedo che diavolo di significato può avere il titolo italiano messo in relazione con quello originale inglese (tratto da una poesia di Alexander Pope) e scelto per rappresentare un film drammatico e psicologicamente visionario? La domanda è retorica perché è abbastanza chiaro a tutti che il titolo italiano è uno specchietto per le allodole creato ad hoc per richiamare la massa che appartiene a un target cinematografico che si nutre di spensierate commedie  americane. Ma chiudiamo la doverosa parentesi di critica dell’etimologia cinematografica speculativa e ritorniamo alla splendida pellicola turco-tedesca. Dicevamo che il film si apre con il tentativo di suicidio del quarantenne Cahit (Birol Ünel), un immigrato turco di seconda generazione che vive ad Amburgo, trasandato ed alcolista, che si è deciso per quel gesto estremo perché fortemente provato dal dolore per la perdita della giovane moglie. Ricoverato in ospedale incontra un altro aspirante suicida, una donna di nome Siebel (Sibel Kekilli), che ha provato a tagliarsi le vene. I due fanno amicizia in fretta, forse perché anche la ragazza è di origine turca. Siebel rivela all’uomo che è in cerca di un matrimonio di facciata che la liberi dalla tutela opprimente di genitori e fratello estremamente conservatori e propone a Cahit di sposarla. Dopo l’iniziale rifiuto, Cahit decide infine di assecondare la richiesta della ragazza e, con la complicità dell’amico fraterno Seref (Güven Kiraç), anch’egli turco, convince la famiglia di lei a dare il consenso alle nozze e la sposa.
I due in realtà vivono insieme come coinquilini, dividono le spese per la casa e conducono ognuno la propria vita frequentando altri partner. Lentamente però da questa convivenza nasce anche quell’amore che entrambi hanno all’inizio rifiutato e sembrano sul punto di dare una svolta alla loro relazione. La situazione, però, finisce per complicarsi anche perché la gelosia reciproca non rende più così facili i rapporti fra i due ragazzi e fra questi e i rispettivi partners occasionali. La tragedia è ormai dietro l’angolo. È un film coinvolgente, crudo ed essenziale sia nella sceneggiatura che nella fotografia ma allo stesso tempo sa essere anche poetico, di quella poesia che scaturisce dal basso ventre, decisa nei toni e nelle forme, immediata. Consiglio a tutti di vederlo, anche perché sfata un sacco di luoghi comuni sugli usi e costumi del popolo turco e ci restituisce una Mittel-Europa e una Turchia più simili di quanto non si creda, sia come stili di vita che come architetture e paesaggi. Insomma, la Turchia e già Europa e la Germania è  sempre stata medio-oriente, è inutile illudersi.

QUESTO E QUÈLO…

OVVERO: MENO MALE CHE CORRADO C’È.

Qualche anno fa mentre ero a una cena di lavoro, ebbi modo di sentire Gene Gnocchi, il comico, pronunciare questa frase: “Bè, se parliamo di bravura, Corrado Guzzanti è una spanna sopra tutti noi.” Quanto aveva ragione. L’ennesima riconferma della sua immensa bravura l’ho avuta il 10 febbraio scorso seguendo il suo spettacolo dal vivo al Pala Dozza di Bologna.  Il sempre verde Guzzanti ha proposto una carrellata di classici, da Vulvia con il suo Rieducational Channel a Scafroglia, da Quèlo a Gabriele La Porta, passando per Tremonti e Gianni Livore, sempre accompagnato dalla  bravissima sorella minore (se non avete ancora visto la serie-tv Boris fatelo al più presto) e dal sempre più apprezzato Marco Marzocca (ormai una vera e propria spalla di Corrado). Due ore piene in cui praticamente non ho mai smesso di ridere. E non solo. perché con Guzzanti sul palco, si sa, non ci si limita alla comicità. Il suo punto forte, da sempre, è l’abilità di proporre personaggi della vita reale o immaginari e attraverso di loro analizzare la realtà che ci circonda giungendo a delle verità sconcertanti, che sono sotto gli occhi di tutti, ma che solo i suoi personaggi strampalati e forzatamente grotteschi ci sanno restituire nella loro cruda essenza. Ne ridiamo ma allo stesso ne siamo angustiati e si finisce sempre col dire “è vero, è proprio così.” È forse per questo che lo tengono lontano dalla televisione, la vox e la mens populi degli italiani; il suo ultimo programma “Il Caso Scafroglia”, un capolavoro per chi vi scrive, andato in onda in seconda serata su Rai Due è passato quasi inosservato al grande pubblico. Questa è l’Italia, anche se per fortuna non è certo l’indice di gradimento nel tubo catodico che fa di un attore un grande attore. E allora non resta che il teatro, la mimica dal vivo, il lavorare sotto. E resta il suo genio. Indiscusso, palpabile e travolgente.

Qualcuno Con Cui Correre (Oded Davidoff – 2006)

Come spesso accade per i film d’autore stranieri che non appartengono alla categoria dei Blockbuster, anche per questa pellicola israeliana la distribuzione nel nostro Belpaese è stata breve e a macchia di leopardo. Peccato, perché a mio parere meritava migliori fortune. Per me, che ho avuto occasione di vederlo  su una pay-tv in orario notturno, devo dire che questo film, tratto dal romanzo omonimo di David Grossman, è un piccolo capolavoro. È la storia di Assaf, un giovane studente di Gerusalemme che per sbarcare il lunario si fa assumere al canile della città. Fra i vari randagi che vengono accolti al ricovero, capita un meticcio che si è appena smarrito. Assaf scopre che il cane appartiene a una ragazza di nome Tamar, che pare giri come una vagabonda per Gerusalemme. Quello che il ragazzo non sa è che la ragazza è a Gerusalemme perché alla ricerca di suo fratello, Shai, un chitarrista di grande talento ma tossicodipendente, che vive recluso insieme ad altri musicisti in una specie di “Comune”. Il proprietario di questo Ostello per Artisti è Pesach, un violento trafficante d’eroina a capo di una banda di spacciatori e copre i propri traffici illeciti con la gestione dell’Ostello. I ragazzi soggiogati da Pesach sono tutti musicisti di talento, ma tossici, e per questo schiavizzati dall’uomo che ogni mattina dopo averli riforniti delle dosi necessarie a “rimetterli in piedi”  li spedisce in giro per la città in piccoli gruppi a esibirsi con i loro strumenti nelle piazze, sempre controllati dai suoi scagnozzi. Tamar, anche lei musicista di talento, per tirare fuori il fratello dai guai si farà “assumere” da Pesach infiltrandosi nella sua Casa Per Gli Artisti. Assaf che si è messo sulle tracce della ragazza insieme al cane si caccerà in una infinità di casini, ma grazie alla sua tenacia e alla testardaggine riuscirà infine a ritrovare Tamar. Ma purtroppo i problemi non saranno ancora finiti… È una bellissima storia questa, di due ragazzi che si perdono, si inseguono e infine si ritrovano. È una storia israeliana di quelle che non ti aspetti, con una Gerusalemme incredibile, piena di Punk, musicisti, vagabondi, ebrei ortodossi, Kebab, insomma una nuova Babilonia dove tradizione arabo-israeliana e cultura occidentale si fondono in un magma che lascia spiazzati. La fotografia di Yaron Scharf accentua il senso di smarrimento di una metropoli che sembra appartenere a tutti ma che in realtà non è di nessuno. Non è dei giovani che vivono per strada bucandosi, rapinando e rubando tutto ciò che trovano, non è degli arabi che vendono ogni tipo di cianfrusaglia nei banchetti lungo le strade affollate di gente, non è dei terroristi palestinesi che provano a terrorizzare una popolazione che ormai sembra essersi abituata a tutto, compresi gli allarme bomba seguiti dall’arrivo dei robot teleguidati della polizia israeliana. In questo film Gerusalemme è una metropoli fatta di pezzi di altre metropoli, è un po’ Berlino con i punkabbestia e i chitarristi per strada, un po’ Parigi con i caffè eleganti pieni di tavolini all’aperto, un po’ Beirut con i palazzi diroccati, un po’ Baghdad con la gente vestita in stile arabo-palestinese, un po’ Amsterdam con la vita notturna che dura fino all’alba e un po’ Rimini con le sue spiagge piene di ombrelloni al sole.  Assaf e Tamar si muovono in questo caleidoscopio di orizzonti metropolitani aiutati dagli amici e ostacolati dai nemici, in una storia che è avventura e insieme ricerca di se stessi. Bravissimi i due attori protagonisti (Bar Belfer/Tamar e Yonatan Bar-Or/Assaf) e anche se non ho letto il libro di Grossman vi consiglio caldamente la visione di questa pellicola. Attenzione: sui titoli di coda potrebbe scattare la lacrimuccia…

Sherlock Holmes (Guy Ritchie – 2009)

Per chi, come me, è stato un assiduo lettore dei romanzi di sir Arthur Conan Doyle, l’approccio visivo a questo Holmes potrebbe risultare un vero e proprio shock. Il film di Guy Ritchie, forse perché ispirato in gran parte al fumetto scritto per l’occasione da Lionel Wigram, presenta un Holmes che è fuori da tutti i canoni tipici a cui Doyle ci aveva abituato: sgarbato, ubriacone, poco dedito alla pulizia personale, usa il proprio cane come cavia da laboratorio per testare sonniferi, calmanti e altre diavolerie chimiche di sua invenzione. Il mai domo Robert Downing Junior nei panni dell’investigatore più famoso d’Inghilterra pare proprio l’antitesi cinematografica del personaggio letterario creato da Doyle. Una sola costante viene traghettata dalla carta alla cellulosa: il genio, che si esplica in entrambi gli Holmes attraverso la capacità di osservare ogni minimo particolare del reale ed elaborarlo all’istante in funzione del proprio processo investigativo e la facoltà di improvvisare azioni e reazioni immediate alle circostanze che vengono via via creandosi. “Che cos’è il genio? Capacità di improvvisazione, rapidità di movimento…” dice a un certo punto Ugo Tognazzi nei panni del Conte Mascetti in AMICI MIEI, primo dei tre film che compongono la fortunata omonima trilogia. E Holmes-Downing Junior è tutto questo e anche qualcosa di più. Non possiamo dimenticare, infatti, il suo lato romantico che è però allo stesso tempo il suo punto debole: l’amore segreto e forse corrisposto per la splendida Irene Adler (interpretata da Rachel McAdams) l’abile ladra che fa arrossire Holmes e gli annebbia la mente. IN verità è un personaggio già apparso negli scritti di Doyle ma con altre caratteristiche; in questo film, infatti, la dolce Irene si prenderà spesso gioco di Holmes (e si intuisce essere una prassi già consolidata ai danni del povero investigatore) e saprà essere astuta quanto lui se non di più (ed è forse per questo che H ne è innamorato). H perderà completamente la testa per lei, disorientandosi, traballando, cadendo e poi rialzandosi grazie  all’aiuto del fido dottor Watson (un fantastico Jude Law) compagno di mille avventure. Anche il Watson cinematografico è lontano mille miglia da quello letterario. Pur mantenendo alcune caratteristiche del profilo romanzesco, il Watson di cellulosa ha delle grandi debolezze proprio come il suo capo: scommette indebitandosi con gli allibratori ed è psicologicamente succube del suo principale; non può fare a meno di seguirlo in ogni folle impresa, al di là dei rischi che è cosciente di correre. Ritchie costruisce una coppia all’apparenza sconclusionata, simili in tutto e per tutto a una banda di delinquenti di media tacca piuttosto che a due investigatori al servizio dell’Impero Britannico. Ma forse sta proprio qui il loro fascino: questi Holmes e Watson sono persone reali, pieni di debolezze e tentazioni, sono uomini che sbagliano, sparano per difendersi, picchiano quando ce n’è bisogno (H lo fa addirittura come secondo lavoro per arrotondare) e sono ben lontani dalla raffinata coppia pipa e bombetta uscita dalla penna di Doyle. Comunque, se proprio vogliamo trovare qualcuno di veramente raffinato in questo film, nei modi e nelle gesta per lo meno, allora dobbiamo guardare ai cattivi, dobbiamo volgerci verso Lord Blackwood, il potente uomo d’affari dedito alla magia nera e alle sperimentazioni alchemiche, il novello Dracula senza denti aguzzi capace di sopraffare le menti deboli solo con lo sguardo. È lui il vero uomo di stile, a metà fra l’elegante e il tenebroso, e darà filo da torcere a H tornando dall’aldilà per compiere il suo colpo di stato “magico” e per comandare il mondo intero. Holmes gli darà una caccia senza quartiere e non mancheranno gli omicidi, i tradimenti, le sparatorie. In fondo è anche per questo che ho assai gradito questo film: ha molti degli spunti del Holmes letterario, ma ha anche elementi di novità, come la crudezza (a tratti mi ha ricordato The Shield), l’atmosfera(la scenografia era molto simile a quella di From Hell-La vera storia di Jack Lo Squartatore e fra l’altro i due film sono ambientati quasi nello stesso periodo storico), l’ironia  e l’avventura(come non pensare all’Harrison Ford di Indiana Jones). Sarà che l’ho visto dopo aver subito tre cocenti delusioni da Multisala (Parnassius, Christmas Carol e New Moon) ma devo proprio ammettere che Guy Ritchie ha dato nuova vita al personaggio di Sherlock Holmes. E non era un impresa facile riprendere in mano un soggetto come questo, da cui sono nate decine di versioni cinematografiche e televisive. E allora: lunga vita a Sherlock Holmes!

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