Sesso e lucertole a Melancholy Cove

More about Sesso e lucertole a Melancholy CoveChristopher Moore, “Sesso e lucertole a Melancholy Cove” (Elliot, pp. 220, € 17,50)

Uno sbirro strafatto di erba, un bluesman cinico sul viale del tramonto, un biologo trasandato preoccupato per dei topi in fuga, un’ex attrice di b-movie postapocalittici affetta da schizofrenia e accompagnata da un “narratore”, uno sceriffo corrotto, dei narcotrafficanti, un nerd bulimico, una psichiatra che sostituisce i farmaci di un’intera comunità con dei placebo, un farmacista morbosamente attratto da pesci e cetacei, un paese in preda alle scalmane e, in pratica, Godzilla. Ecco un romanzo così, sulla carta, non ha alcuna speranza di essere credibile, ma la storia in questione ha una variabile non trascurabile che lo rende un ottimo romanzo: l’autore.
Christopher Moore è un genio. Sì, un fottuto GENIO, uno in grado di mescolare gli elementi di cui sopra con eleganza, ironia e una fantasia prorompente, quasi devastante. “Sesso e lucertole a Melancholy Cove”, tradotto con maestria da Luca Fusari, è un tassello della produzione straripante di questo scrittore che ci ha regalato alcuni dei migliori romanzi in assoluto, “Il vangelo secondo Biff”, e di genere, “Un lavoro sporco”, degli ultimi cinque anni.
Sesso e lucertole è forse il più surreale del lotto, quello più scanzonato eppure poetico, con una costruzione narrativa polifonica che sposta di continuo il punto di vista del narratore, arrivando a mettere i lettori nei panni di un cane e del mostro marino ma rendendo tutto spassosamente plausibile e ridicolmente vivido.
Ma attenzione non si tratta di umorismo fine a se stesso o di demenzialità tout court, Moore sa il fatto suo, ha il dono della scrittura agile ma profonda, è in grado di far ridere a crepapelle ma anche di strappare qualche sorriso amaro. Se non lo avete mai letto “Sesso e lucertole a Melancholy Cove” potrebbe essere una buona porta d’ingresso alla sua produzione, è un romanzo che risale a un decennio fa, uno dei primi, ma sappiate che una volta entrati nel suo mondo sarà difficile uscirne. Moore è tossico, dà dipendenza. Lettore avvisato… www.chrismoore.com

recensione pubblicata da Blow Up (dicembre 2010)

Alan Moore & Eddie Campbell: Un disturbo del linguaggio

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Ipnagogico, esoterico ma semplice e potente come un gancio al mento. Alan Moore è un genio. Su questo tutti gli amanti di fumetti e graphic novel sembrano concordare, ma ora che la BD pubblica Un disturbo del linguaggio anche i fan più accaniti dell’autore inglese potrebbero trasalire. Un disturbo del linguaggio non è un fumetto, non è un racconto e non è nemmeno il resoconto disegnato da Eddie Campbell di una performance teatrale di Moore. O meglio è tutte è tre le cose ma è anche, olisticamente, qualcosa di più.
Il volume raccoglie due storie illustrate, Sacco amnioticoSerpenti e scale e una lunga intervista – chiacchierata delirante tra disegnatore e autore.
La narrazione ha una prosa lirica, che dalla penna di chiunque altro risulterebbe stucchevole, eccessiva, forzata.E con un gioco di scatole cinesi mette in scena una scena. Si tratta di un monologo mistico, magico, scientifico che Moore ha portato sul palco dell’Old County Court di Newcastle Upon Tyne dopo la morte della madre, e che Campbell ha tratteggiato per immagini, rielaborazioni e patchwork di Hokusai, Lichtenstein, Bosch, van Gogh, Tjapaltjarri ed Escher. Un viaggio a ritroso attraverso e oltre la nascita, superando la barriera del linguaggio mondano alla ricerca dell’elica del DNA, il verbo primordiale, l’essere dell’esserci avrebbe detto Heidegger, il nulla. Una ricerca del sé originario, non contaminato dalle convenzioni illusorie che fin dalla più tenera infanzia vengono filtrate e assorbite attraverso le parole. Il disturbo di cui parla Moore è quella sensazione perturbante di straniamento che ci coglie a tratti, quando per caso osserviamo il reale senza darlo per scontato, intravedendo l’essenza delle regole sociali: finzioni. Perché andiamo a lavorare? Perché ci comportiamo in questo o quel modo? Perché scegliamo di passare la nostra vita con quel partner? Perché votiamo? Cosa stiamo facendo?
In V for VendettaFrom Hell la narrazione mooriana era intrisa di critica di stampo sociopolico, in Watchmen si aggiungeva l’elemento eticomorale, in Un disturbo del linguaggio il tratto e il testo hanno un’essenza prettamente evocativa. Si opera magicamente (Moore ha deciso di diventare un “mago” all’età di quarant’anni, come spiega, assieme alla sua bislacca teoria sull’Ideaspazio, nell’intervista al termine del volume) si sovverte l’ordine, si sobilla il subconscio. L’oggetto e la tipologia della critica non sono definiti eppure sono, quasi a livello preconcettuale, limpidi. Per questo si tratta di un’opera esoterica ma chiara. Moore e Campbell agiscono a livello inconscio. Il loro è un incantesimo (per questo evoca), come lo era l’opera di Austin Osman Spare, a cui Moore fa più volte riferimento sia come modello artistico e umano sia come iniziato di un sapere anarchicamente occulto. Serpenti e Scale universalizza Sacco amniotico. Il secondo infatti prende le mosse da presupposti personali, dal vissuto dell’autore, va dal particolare all’universale, dal presente al passato, mentre il primo parte da una riflessione cosmogonica, che equipara l’elica del DNA al serpente creatore di molte mitologie; dal punto zero, dal big bang in avanti attraverso alcuni personaggi, anzi i loro cadaveri, attraverso la storia e l’arte porta a compimento il rituale del linguaggio. La trasmissione di un intero mondo caotico e in fibrillazione attraverso immagini e segni.
Parafrasando l’esergo dello Zarathustra di Nietzsche, un fumetto per tutti e per nessuno.

Articolo realizzato per il fu Panorama.it

SS’sS, Simone Sarasso’s Settanta (Intervista)

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Simone Sarasso torna in libreria in questi giorni con Settanta (Marsilio, pp. 693 € 21,50 ), poderoso secondo volume della trilogia sporca dedicata alla storia di questo paese, il cui titolo si riferisce naturalmente al decennio più oscuro di tutta la stagione repubblicana.
Laddove il primo capitolo, Confine di Stato era rutilante, “fumettoso” e marcatamente debitore di James Ellroy, Settanta è più denso, articolato e guarda a Romanzo Criminale di De Cataldo. Lo stile di Sarasso è sempre cinematico e frizzante, come nel lavoro precedente, ma mentre in quel caso si è rischiato di semplificare la storia d’Italia concentrando fatti e responsabilità in Andrea Sterling, l’antieroe per eccellenza, in Settanta il tiro è stato aggiustato alla perfezione: l’Italia non è mai stata innocente, recita lo strillo in quarta, e qualcuno ne è responsabile, verrebbe da aggiungere. Ho incontrato Simone.
L’Italia non è mai stata innocente…
La frase è “ellroyana”, è la commutazione in salsa spaghetti dell’incipit di American Tabloid e credo che ben descriva l’aria che si respirava nelle strade durante il decennio più buio della nostra storia patria. Se penso all’establishment di quegli anni, tolti forse coloro che furono fatti fuori, non scorgo molte facce innocenti. Allo stesso modo, se penso alla criminalità o al mondo dello spettacolo, vedo squadrenarsi di fronte ai miei occhi un mare di miseria, bassezza e iniquità. E, ancora una volta, il numero di colpevoli mi sembra nettamente maggiore di quelli degli innocenti.
Confine di Stato era forse più “ellroyanao”, Settanta sembra “decataldiano”.
Bè direi che è molto “decataldiano” nell’approccio ai personaggi. Ma è anche “wumnghiano” nell’impostazione, “biondilliano” nel linguaggio e nuovamente “ellroyano” nel ritmo.
Come ti sei documentato?
Il mio lavoro di documentazione è un processo a cascata: prima la rete, poi le biblioteche, infine gli archivi. Parto dalle voci di corridoio e pian piano mi avvicino ai fatti: che sanno di polvere e hanno l’odore della carta ingiallita dal tempo.
Quale è la percentuale di fiction e quale di realtà?
Se in Confine di Stato la percentuale era sicuramente sbilanciata verso il reale (direi 70-30), qui le proporzioni cambiano: a occhio e croce 50-50, dal momento che molti eventi assomigliano a fatti realmente accaduti ma poi cambiano volto repentinamente.
Hai scelto di usare, in molti dialoghi e descrizioni, il dialetto, come mai?
Perché nell’Italia dei Settanta, specie negli ambienti che racconto io, era sicuramente più diffuso dell’italiano. In secundis, c’è una questione poetica: se Confine di Stato era assolutamente improbabile dal punto di vista linguistico, e nella Roma dei Cinquanta si muovevano loschi figuri che parlavano come Bruce Willis, in Settanta l’aderenza alla lingua reale è pressoché totale. Succede l’inverso per quanto riguarda il mix storia-finzione che percorre i romanzi: gli accadimenti di Confine di Stato erano più verosimili, quelli di Settanta sono spiccatamente ucronici. Non didascalicamente (il sequestro Argento assomiglia molto al sequestro Moro) ma di sicuro negli esiti.
Che tipo di oggetto narrativo è Settanta?
È un romanzo. Niente di più, niente di meno. Mi piacerebbe dire che è un romanzo storico, ma, come ho già accennato, in Settanta ciò che è realmente accaduto è un semplice trampolino di lancio. Si parte presto per la tangente. Si va piuttosto in là. Ma non così in là da poter definire il mio secondogenito un romanzo ucronico. Il termine inglese alternate history fiction potrebbe calzare. Settanta è un esempio di alternate history fiction.
Confine di Stato e Settanta fanno parte di una trilogia…. il prossimo è in cantiere, che segmento di storia coprirà?
Direi indicativamente 1981-1994. E sarà costruito per gran parte intorno a una figura femminile.
C’è altro in cantiere ?
Parecchio altro: un fiction a tre mani che probabilmente uscirà nel 2010, la graphic net novel Unite We Stand che sarà in libreria in ottobre, un libro di cui non ho ancora parlato nemmeno al mio editor (solo mia moglie ne sa qualcosa), una spy story, un romanzo apocalittico e uno storico. Sarà un’estate intensa.

Intervista realizzata per il fu Panorama.it

La filosofia di Lost (intervista)

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La filosofia di Lost. La filosofia di Lost? Davvero una serie tv può avere a che fare con la metafisica? O meglio può la metafisica avere a che fare con una serie tv? Fenomenologicamente la risposta affermativa è ineccepibile e La filosofia di Lost (Ponte alle Grazie, pp. 166; 10,20 euro) a firma Simone Regazzoni è la prova che si può condurre un’indagine rigorosa sul terreno della cultura pop sviscerando gli interrogativi “principe” dell’intera storia delle idee. Da Derrida a Heidegger, da Foucault a Freud passando per Cartesio, Gramsci, Aristotele, Nietzsche, Pascal, Schopenhauer, Sartre e Deleuze. Regazzoni, professore alla Cattolica di Milano, riesce, con una scrittura fluida, “narrativa” e accattivante laddove nessuno si era nemmeno avventurato – se non con risultati deludenti, nell’esplorazione della philosphy fiction. Dopo Harry Potter e la filosofia (Il Melangolo, 2008) e La filosofia del dr. House (Ponte alle Grazie, 2007 – con il collettivo Blitris), scandaglia l’Isola con gli strumenti della speculazione, evitando la forma saggio e costruendo uno spin off, un rizoma, di stampo filosofico della serie. Lo ho incontrato.

Tra tutte le serie televisive, perché Lost?

Cominciamo con il dire che molte, tra le nuove serie tv americane, meriterebbero attenzione da parte della filosofia, proprio nella misura in cui rappresentano le grandi narrazioni del nostro tempo. È come se la fine delle grandi narrazioni ideologiche avesse lasciato spazio a un ritorno delle narrazioni forti e strutturate nell’ambito del cinema, della letteratura e in particolare nelle nuove serie tv statunitensi. Con queste narrazioni credo sia urgente confrontarsi, anche inventando nuove forme mutanti di filosofia. Perché oggi più che mia la fiction è parte integrante di ciò che chiamiamo “realtà”. Non a caso, prima di Lost, mi sono occupato di dr. House e di Harry Potter. Quanto a Lost, ciò che in questa serie mi ha affascinato (perché prima di qualsiasi calcolo o ragionamento c’è questo: fascinazione, amore, ossessione da fan: non è possibile lavorare con la cultura di massa senza una certa dose di partecipazione) è stata la capacità di unire complessità e popolarità. Lost è un’opera d’arte – non esito a dirlo – che mostra come si possa essere, al contempo, radicalmente sperimentali e insieme popolari (stiamo parlando di milioni di telespettatori), mescolando filosofia e disaster movie, riferimenti biblici e fantascienza. Il tutto inserito in una narrazione di grande potenza ed efficacia, che sembra avvalorare la tesi di Orson Welles secondo cui la televisione ha una forza narrativa che il cinema non può eguagliare. Ecco il primo fattore di interesse, ai miei occhi, cui si connette immediatamente il secondo: l’effetto poetico di Lost. Umberto Eco, nelle sue Postille a Il nome della rosa, definisce “effetto poetico” la capacità di un’opera di generare sempre letture diverse senza esaurirsi. Ora, Lost è una macchina progettata per produrre le letture più disparate, rendendo lo spettatore una sorta di co-autore. Basta vedere che cosa accade in rete per capire fino a che punto funzioni la macchina narrativa di questa serie. Lost, detto altrimenti, è un universo narrativo in espansione transmediale. Alcune dichiarazione di Damon Lindelof, uno dei creatori della serie, sono a questo proposito molto significative: “Quando la serie sarà finita, e magari secondo le nostre volontà, il pubblico potrà ancora tornare indietro e ci sarà ancora spazio di interpretazione, come in qualsiasi opera letteraria”.

La filosofia e la tv, un rapporto burrascoso…

Sì, per molti filosofi oggi è ancora così. Ma questi filosofi non vanno presi troppo sul serio (Popper in primis naturalmente) se non come sintomo di una resistenza a un processo irreversibile di trasformazione della filosofia di fronte alla tv e, più in generale, ai nuovi media. Oggi non è più credibile, se mai lo è stato, il filosofo che, di preferenza in televisione, dichiara di non guardare la tv o di non possederla. È puro kitsch intellettuale: una caricatura del filosofo buona, ad esempio, per una serie televisiva italiana per famiglie. Certo, le caricature di filosofo non mancano, e devo dire che in fondo le amo molto. Non a caso spesso le uso nei miei libri come personaggi concettuali. C’è chi si chiede dalle colonne dei quotidiani, cito a memoria, “Guardare o non guardare Lost, 24, CSI, e quant’altro?” e chi accusa la televisione di essere un “paradigma pornografico”. Ora, è chiaro che queste accuse non sono altro che una forma di esorcismo verso un oscuro e inconfessabile oggetto del desiderio. Ma come ho già avuto modo di dire, questi filosofi sono dinosauri destinati a estinguersi. Non a caso la più importante rivista italiana di filosofia, Aut aut, dedicava nel 2007 un intero numero alla televisione dal titolo Davanti alla televisione, in cui si parlava anche dell’altro spauracchio di ogni intellettuale culturalmente corretto: i reality, a partire dal Grande Fratello. Presto occorrerà occuparsi anche di questo, a costo di scatenare nuove burrasche.

Locke, Rousseu, Hume, Bentham, Bakunin: troppo facile…

Troppo facile e banale. Lost fortunatamente non è un compendio di storia della filosofia. Altrimenti, almeno per quanto mi riguarda, sarei passato immediatamente ad altro. Sull’Isola ci sono nomi di filosofo come ci sono mille altri indizi letterari, mitologici, tratti dalla storia delle religioni. Sono tutti elementi di un gioco cui prendere parte, ma che non tollera strategie troppo prevedibili. Per questo se ci sono filosofi di cui non mi occupo nel mio libro sono proprio quelli il cui nome compare nella serie. Al di là dei nomi, sono le questioni filosofiche che l’Isola pone a interessarmi, a partire da quelle legate alle idee di mondo (è Desmond che dice: “Non esiste il mondo esterno”), di verità e, più in generale, di complessità. Leggo l’Isola come un sistema complesso cioè un sistema composto da un gran numero di parti che interagiscono in modo non semplice e in cui l’insieme è qualcosa di più della somma delle parti. Per questo chi sostiene, come il razionale Jack, che l’Isola è solo un’isola non arriverà mai a comprenderla. La razionalità di Jack sull’Isola, come nella realtà, è una semplificazione pericolosa. In un momento in cui anche importanti filosofi come Žižek o Badiou sembrano tentati di riproporre le virtù di un mondo ordinato che rompa con le logiche della complessità (tentazione che giudico pericolosa) mi sembra oltremodo interessante riflettere attorno alla questione della complessità così come viene messa in scena in Lost.

La questione dell’alterità, dell’altro, è un tema filosofico (di questi tempi più tangibile che mai) per eccellenza. In Lost è un punto centrale del meccanismo narrativo…

Sì, è centrale al punto che il termine “Altri”, con la maiuscola, diventa nella serie il nome di coloro che si trovano già sull’Isola al momento dell’incidente aereo. La tentazione potrebbe essere qui quella di evocare la filosofia di Levinas, in cui il concetto di “Altri” svolge un ruolo capitale. Ma se non chiamo in causa Levinas è perché in Lost gli Altri sono molto più traumatici di quanto non lo sia Altri in Levinas. Non a caso cito Sarte, en passant, che in una sua famosa opera teatrale fa dire a uno dei suoi personaggi: “L’inferno sono gli altri”. Gli Altri, sull’Isola, sono traumatici, sono una Cosa traumatica. Chi sono davvero? Che cosa fanno? Perché ci rapiscono? Perché ci attaccano? Perché ci imprigionano e torturano? Ecco tutta una seria di questioni che assillano i superstiti nel loro rapporto con gli Altri. Gli Altri, qui, non si lasciano facilmente addomesticare, non c’è nessuna fascinazione esotica verso di loro, ma prima di tutto conflitto e poi interazioni complesse. Ma quello che è più interessante è che agli occhi degli Altri sono proprio i superstiti ad essere Altri: dal punto di vista degli Altri i superstiti sono minacciosi, sono anch’essi Altri, gli Altri degli Altri. Il che significa che siamo sempre Altri per coloro che chiamiamo Altri. Altri è un concetto relativo alla posizione ci chi lo enuncia, come mostra bene John Locke quando afferma che Sayid è uno degli Altri per la Rousseau.

L’Isola viene paragonata alla radura di Heidegger…

Niente di più semplice per chi conosca un poco Heidegger. Credo che Heidegger ci abbia regalato, nel Novecento, uno dei più radicali e interessanti ripensamenti dell’idea di verità. Per farla breve, Heidegger pensa la verità non come adeguazione del linguaggio alla cosa, ma come non-nascondimento, come apertura di un orizzonte che nel suo aprirsi conserva sempre in sé un elemento di opacità, enigmatico e insondabile, una sorta di cuore di tenebra della verità. Per spiegare questa sua idea, Heidegger ha usato la figura della radura: la verità è una sorta di radura che si apre nel cuore di un bosco o di una foresta. Ora, ogni una radura per essere tale – uno spazio illuminato che si dischiude in una foresta – ha bisogno di conservare attorno a sé l’oscurità della foresta. Questa oscurità non è un difetto che nuoce alla radura, ma un elemento essenziale alla radura stessa. Se questa oscurità venisse eliminata, verrebbe eliminata anche l’apertura della radura. Lo stesso accade secondo Heidegger alla verità come radura: essa necessita sempre di un fondo di oscurità per manifestarsi. In Lost incontriamo spesso radure che si aprono nella foresta e che dischiudono una qualche verità: sempre parziale, che conserva sempre un elemento di opacità. Ecco perché ho evocato Heidegger. Più in generale, questa idea di verità è in assoluta consonanza con l’idea di sistema complesso di cui l’Isola è l’incarnazione. E questo con buona pace di quanti pensano che Heidegger sia una sorta di pensatore arcaicizzante e antimoderno. Non a caso il filosofo spagnolo Daniel Innerarity, parlando di come i sistemi complessi abbiano messo in crisi l’idea secondo cui i fenomeni possono essere sempre completamente svelati, ha evocato Heidegger che per primo ha posto l’accento sull’inevitabilità dell’occultamento. Venendo a Lost, direi che l’Isola ci mette proprio di fronte all’enigma di questo occultamento che sta alla base dei sistemi complessi.

Deleuze, Derrida e lo stesso Heidegger. Che cosa c’entrano con Lost?

Cominciamo con il dire che il mio libro non è, né non vuole essere, un saggio su Lost. La filosofia di Lost si presenta come uno spin-off filosofico (non a caso il sottotitolo è philosophy fiction) che prende spunto da un certo numero di questioni sollevate dalla serie per comporre un testo filosofico mutante, che si contamina con l’oggetto con cui si confronta, ne riprende alcuni elementi e strategie, e si propone esso stesso come oggetto filosofico in grado di circolare nella cultura di massa. Come testo filosofico pop. Date queste premesse mi sono preso la libertà di far interagire con l’Isola filosofi che in qualche modo mi sembravano in consonanza con alcune questioni sollevate dall’Isola. Questi filosofi sono i miei fantasmi che ho incontrato sull’Isola. Perché proprio loro? Di Heidegger ho già detto. Per quanto riguarda Deleuze e Derrida, sia l’uno sia l’altro si sono occupati, in momenti diversi, proprio di isole per elaborare una riflessione sullo statuto ontologico della realtà. Come se interrogarsi su che cos’è un’isola significasse interrogarsi nel modo più radicale su che cos’è la realtà o il mondo. Ciò significa che questi filosofi, per altro considerati difficili, si prestavano ottimamente a entrare con le loro questioni radicali nel mio testo mutante. Credo che quanto Wu Ming 1 ha scritto in Noi dobbiamo essere genitori a proposito di un certo modo di fare e concepire la letteratura valga oggi anche per un nuovo modo di fare filosofia: si tratta di portare dentro la popular culture un certo polemos filosofico per non ridurlo semplicemente a un gioco da tavolo accademico. Per parte mia cerco di portare una certa radicalità decostruttiva nell’ambito della pop culture. Perché credo abbia ragione Mark Taylor quando afferma che Derrida aveva sottovalutato il crescente impatto dei media e della cultura popolare.

C’è anche chi accusa Lost, 24, Battlestar Galactica, Prison Break, Dollhouse, ecc. di giustificare la tortura…

Niente di nuovo sotto il sole. C’era chi accusava Il Padrino di giustificare la mafia. Direi che è sempre buona regola di fronte alle opere di fiction attenersi all’idea che non ci dobbiamo aspettare storie con la buona morale incorporata. Altrimenti corriamo il rischio di introdurre anche nell’arte i politicamente o il moralmente corretto. Se c’è un’etica nell’ambito dell’arte, si può star certi che essa non ha nulla a che fare con l’idea di dover produrre messaggi edificanti. Poi naturalmente ciascuno è libero di preferire Il maresciallo Rocca a 24 o Lost. Per parte mia troverei artisticamente preoccupante non vedere in scena la questione della tortura e dei suoi dilemmi in opere d’arte del nostro tempo. E troverei francamente noiose opere che mostrassero quanto è brutta e cattiva la tortura. A un’opera d’arte chiedo che mi metta di fronte anche alla fascinazione che la tortura opera su di noi, alla tentazione che in certi contesti politici essa può suscitare. Mi pare che Lost e 24 facciano bene questo, proprio perché sono opere complesse. E poi non dimentichiamo che il rapporto tra un messaggio e colui che lo decifra non è un meccanismo semplicistico del tipo: vedi la tortura giustificata in una narrazione di finzione quindi giustificherai anche tu la tortura nella realtà. Per capire che tipo di fruizione sia oggi quella della cultura di massa basta vere che cosa accade in rete attorno alle serie tv: non si è mai vista un’interazione così attiva con l’opera d’arte.

C’è anche un pubblico, quello dei giovanissimi per esempio, a cui forse non vengono forniti tutti gli strumenti per confrontarsi con il “meccanismo semplicistico” della giustificazione della tortura…

Che strumenti dovrebbe avere? Chi decide quali dovrebbero essere? Dipende dall’età, dal genere, dal livello di cultura, dal tipo di formazione, dalla classe sociale, dal quoziente intellettivo? Credo che inoltrarsi su questa strada sia molto pericoloso: si arriva inevitabilmente ai comitati dei genitori, dei saggi o degli esperti, fino alla censura. Preferisco il rischio della libertà alla sicurezza della censura.

Il libro usa l’espediente dell’apostrofe, si rivolge a un lettore, anzi a una lettrice…

Sì, mi rivolgo per tutto il libro a un tu femminile (cosa insolita per un testo di filosofia) cui talvolta attribuisco idee e gusti diversi dai miei. All’inizio, nei miei appunti, il tu funzionava come una sorta di sparring partner – non pensavo che avrei mantenuto quella forma. Poiché però, al momento di dare forma al libro, non sapevo bene come orientarmi nel sistema complesso di Lost, ho scelto di farmi accompagnare e forse guidare da una figura femminile. Hai presente quando Kate aiuta Jack o Sawyer a seguire delle tracce nella foresta? Ecco, anche io avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse. Non volevo creare mappe che semplificassero la complessità, così ho scelto qualcuno che mi aiutasse a seguire delle tracce. Perché un tu femminile? Me lo sono chiesto anch’io e anche il mio editor (una donna, Cristina Palomba) che subito non era convinta di questa scelta. Non so perché, ma il fantasma del tu femminile era la dimensione più naturale per la mia scrittura in quel momento. A un certo punto questa forma mi si è imposta. E l’ho accolta senza nessun problema, tanto più che penso, proprio come Derrida, che i filosofi a venire siano donne.

Articolo pubblicato su Panorama.it (quando ancora mi ci facevano scrivere…)

Il 18° Vampiro (intervista)

Più riguardo a Il diciottesimo vampiroL’horror e il gotico italiano sembrano “emergere dalle tenebre” dopo anni passati come cugini minori, come parenti poveri, di altri generi. Snobbati dalla critica, ma non dai lettori, ora vengono legittimati anche dalle case editrici più prestigiose o da quelle più grandi. E poi c’è Gargoyle. l’editore romano indipendente che fin dall’inizio, con tenacia e coraggio, ha puntato tutto su questi generi. Ora che i vampiri impazzano, tutti fanno la corsa ad accaparrarsi questo o quel libro in arrivo da oltreoceano o da oltremanica, eppure, pensandoci bene, il gotico nasce sì dal romanticismo decadente del nord Europa, ma con un’ambientazione tutta italiana con Walpole e Il castello di Otranto. L’autore scrisse nella prefazione che il libro “fu un tentativo di miscelare le due anime della narrativa, l’antico e il moderno. In principio era tutto immaginazione e improbabilità: in seguito, la natura è sempre stata copiata con successo… “.
Allo stesso modo Claudio Vergnani tenta di miscelare l’antico e il contemporaneo, incrociando quotidiano e soprannaturale. Il suo romanzo dal titolo Il 18° Vampiro (Gargoyle, p.p. 544, 14 euro) mette in scena il gotico, con tutti i crismi della narrazione odierna legata alla “probabilità” delle miserie umane, e lo ambienta nella pianura padana: luogo perturbante per eccellenza, con le sue nebbie, i casolari abbandonati, le cisterne arrugginite, i fossati putridi …
Il protagonista, schiacciato dalla vita, sbarca il lunario uccidendo vampiri. Non è un compito difficile – recita la quarta di copertina – ed è sempre meglio che lavorare […] Un paio di colpi di mazzuolo ed è fatta. Forse non è il mestiere più bello del mondo, ma è facile e socialmente utile. Non occorre coraggio o particolare determinazione. Non serve essere animati dal sacro fuoco della giustizia. Serve solo un po’ di pratica e tanta disperazione.
Panorama.it ha incontrato l’autore.
Vampiri… a Modena?
Ho descritto ciò che ho sotto gli occhi e conosco. Non avrei potuto fare diversamente. Per come la vedevo io, la sfida non era azzeccare una location, ma scrivere un bel romanzo, semplicemente. In quest’ottica, come ci insegna Stephen King, meglio allora descrivere ciò che si conosce bene (di Salgari ce n’è uno solo), per cui sono andato avanti con Modena, che è la mia città, e in alcuni luoghi dell’Appennino, a Bologna, e a Venezia che conosco bene e che amo. Certamente c’era anche il piacere di vedere un po’ di anarchia vampiresca dove di solito trovano spazio solo i soliti triti simboli cittadini: zampone, Ferrari, tortellini, ecc… Perciò, come dicevo, il problema era tutto nel raccontare una storia nuova e interessante, per gli appassionati del genere e non. Il dubbio non era quindi dove ambientarla, ma se la storia sarebbe stata valida e piacevole.
Ne Il 18° vampiro uccidere non morti non è una professione eroica e i signori della notte non sono nobiluomini emaciati e galanti….
No, verrebbe anzi da dire che per certi versi ci troviamo di fronte alla classica lotta tra poveri. Una lotta tanto più atroce e impietosa perché sotterranea, priva di regole, dai risultati comunque tragici, chiunque sia a prevalere. Ammesso che qualcuno prevalga e ci sia qualcosa da vincere. I vampiri non vestono marsine o mantelli e i loro uccisori non brandiscono crocifissi. La loro è una professione oscura dove c’è spazio solo per l’amarezza, il disgusto, la frustrazione e la paura. È la lotta di uomini e donne disperati che fanno ciò che fanno non per convinzione, ma unicamente per necessità e per caso, che spesso si intrecciano. È una lotta senza onore che non risparmia né vincitori né vinti, e che entrambi mette di fronte allo specchio impietoso dell’inutilità dei loro atti. Non c’è gloria, non c’è speranza, non c’è scampo. Che poi alcuni dei personaggi siano anche depressi, demotivati e anche francamente limitati rende il tutto più difficile. Ma anche più divertente. I protagonisti scopriranno qualcosa di loro nell’evolversi degli eventi. Alcune rivelazioni saranno scoraggianti, altre saranno invece inaspettatamente consolatorie. Come in ogni vita, del resto.
Come è approdato all’horror?
Bè, per una considerazione un po’ meschina, devo ammettere. O forse solo infantile. Non facevo che leggere ovunque che il genere horror non era “roba” per scrittori italiani, e che non esistevano romanzi italiani puramente horror degni di essere pubblicati, e così ho pensato che forse si poteva provare a sfatare questo mito molto simile ad una condanna senza appello. Per come la vedo io, il genere è solo un fondale, una struttura portante, indispensabile ma limitata. È quello che riuscirai a inserirvi all’interno che farà la differenza. Sono partito dal presupposto di provare a scrivere un racconto originale e al contempo interessante (che nell’ambito letterario è di per sé l’obiettivo più ambizioso di tutti). Ho usato i “binari” horror per orientarmi da un lato e per sperimentare dall’altro. Lasciando libero spazio ad un’avventura nella quale un lettore non potesse che trovare continuamente (e spero con piacevole stupore) qualcosa di nuovo e non scontato in un contesto, quello della caccia ai vampiri, che nell’ambito della letteratura horror è un vero e proprio “classico”.
C’è spazio per questo genere in Italia?
Non lo so. Dico sul serio. Ma credo che l’esito di questo particolare romanzo ci darà una risposta. Magari parziale e non definitiva ma comunque attendibile.
Come ti sei trovato con Gargoyle?
Posso rispondere in due parole. Alla casa editrice Gargoyle sono a un tempo gentiluomini (e gentildonne) e solidi professionisti. Due caratteristiche che raramente, a mia esperienza, vanno d’accordo. Non mi chieda come perché non saprei rispondere, ma è un fatto che loro ci riescano. È più soprannaturale questo che trovare dei vampiri a Modena

Jonathan Carroll (intervista)

Immagine di Black Cocktail Jonathan Carroll è uno scrittore bizzarro, o meglio le sue storie sono bizzarre. Tra cani parlanti, amici immaginari che si presentano dopo anni alla porta di casa, padri defunti che tornano per salvare i figli, anime gemelle il cui numero perfetto è cinque, come le dita di una mano; fantasmi, ossessioni, follie e una sarabanda di personaggi degni di un circo, Carroll sta tracciando la sua personale mitologia narrativa, fuori da ogni incasellamento. Qualcuno, e tra questi qualcuno ci sono Neil Gaiman, Stephen King e James Ellroy, pensano sia geniale. Altri, pensano semplicemente sia un narratore con molta, moltissima, fantasia (a partire dai titoli dei suoi romanzi), con un certo gusto per il noir e per l’horror e un vago spessore metafisico. (Personalemente, né l’uno, né l’altro) Lo ho incontrato.
Fazi ha appena dato alle stampe Black Cocktail (pp. 93, euro 13,50), un romanzo breve del ‘90. Potresti fare il mio lavoro e scriverne una recensione?
Il narratore di Black Cocktail, Ingram York, è affascinato dalle storie che racconta Michael Billa, il suo amante buontempone. Billa racconta a Ingram molte storie sul suo pericoloso migliore amico delle superiori, Clinton Deix, il ragazzo più arrabbiato e minaccioso della scuola. Il problema è che Clinton Deix è riapparso nella vita del quarantenne Billa, ma ha ancora quindici anni e “ha delle cose da fare” per le quali gli serve l’aiuto del suo vecchio amico, cose che porteranno a sconvolgere le vite di tutte le persone coinvolte nella vicenda.
Non rileggo mai i miei lavori comunque e quindi non potrei darne un giudizio critico. L’unica volta che ho riletto uno dei miei libri è stato negli anni ‘90, a Hollywood, quando mi chiesero di lavorare alla stesura del soggetto di un film tratto da L’Assenza. Rileggendo quel romanzo, anni dopo averlo scritto, avrei voluto cambiare o editare alcune cose, anche se nonostante tutto devo dire che andava bene.
Il romanzo mette in scena il tema della complementarità tra persone, della felicità, dell’aura che può scaturire dall’incontro tra anime gemelle, eppure il finale è amaro.
Molti pensano che prima o poi si possa incontrare la persona in grado di completarci, come ipotizzato da Platone, e in seguito a questo incontro trovare la felicità. Ma la premessa di Black Cocktail è che non è detto che la completezza sia esattamente come ce la si aspetti o come la si desideri. Come dice l’adagio: “stai attento a ciò che vuoi perché potresti ottenerlo”.
In molti ascrivono i tuoi libri al genere fantastico…
Penso che i critici definiscano il mio lavoro come fantastico perché a loro piace infilare le cose in scatole comode (per loro). Se c’è un detective in una storia allora deve essere un giallo. Se c’è un fantasma, allora sarà horror. In tutti i miei libri uso diversi topos letterari. Un po’ di romanticismo, un po’ di psicologismo, ma questo non significa che io scriva storie romantiche o psicologiche eccetera. Quando mi domandano che tipo di storie racconti, rispondo sempre: “insalate miste”. Quando fai un’insalata mista, usi diversi ingredienti, pomodori, cipolle, capperi, lattuga… Li mescoli un po’, versi il condimento et voilà ecco l’insalata mista. Io mi limito a usare i topos letterari al posto della lattuga nelle mie insalate.
Black Cocktail parte come un noir per poi virare verso il surreale, il magico e il metafisico…
Esatto. È questo che intendo quando dico che scrivo insalate miste. Mi piacciono i piatti con molti ingredienti. Non scrivo hamburger.
Vivi a Vienna da molto tempo…
Molti dei miei romanzi sono ambientati a Vienna come Sleeping in flame, Voice of our shadow e Gli artigli degli angeli.
… è diverso scrivere un romanzo americano da uno europeo?
In molti mi chiedono se c’è differenza tra un romanzo americano e un romanzo europeo. Penso piuttosto che siano i lettori a fare la differenza. Quelli europei sono più aperti e apprezzano diversi generi senza problemi. Gli americani amano particolarmente incasellare i libri, la musica, la pittura. Gli europei sono molto più liberi e trasgressivi. Per esempio non so se Federico Fellini avrebbe potuto avere successo in Usa, cominciando come ha cominciato. La sua opera era fuori dagli schemi, dalla scatola, e questa è una cosa che la sensibilità americana non riesce a comprendere.
Un film come La strada è un racconto fantastico, una fairy tale, ma anche una storia d’amore; ha risvolti sociali e una morale da fiaba ecc. Quando venne filmato, negli Stati Uniti quel tipo di pellicola era una cosa inaudita. Il film e Fellini stesso erano davvero trasgressivi e solo anni più tardi il pubblico americano cominciò a capire la sua grandezza. Lo stesso vale per i libri.
Ambienteresti un romanzo in Italia?
L’Italia è probabilmente il mio paese preferito. Mi piacerebbe viverci, ma avrei bisogno di un benefattore generoso che mi dica: hey eccoti un bel appartamento a Siena, Lucca o Roma, un po’ di soldi in banca, e tutto il tempo che vuoi per andartene a spasso a trovare un’idea brillante per il prossimo romanzo. Magari anche solo per il tempo di scriverlo. Un bel sogno. Nel frattempo vengo in Italia ogni volta che posso, due volte l’anno se sono fortunato, anche solo per perdermi, quasi in coma estatico, a guardare l’andirivieni, giorno e notte.
Cosa hai letto ultimamente che ti ha colpito particolarmente?
Shantaram di Gregory Roberts, Light years di James Salter, Il quinto incomodo di Robertson Davies, The world I made for her di Thomas Moran.
Hai mai letto narrativa italiana?
Molta. Pirandello, Quasimodo, Pavese, Elsa Morante, Eco, Fo, Dino Buzzati… e la lista potrebbe allungarsi.
Hai mai pensato di pubblicare in copyleft?
No.

Luchadoras, una storia violenta

Immagine di LuchadorasUna storia violenta, cruda, senza spazio per facile retorica o sociologia da strapazzo. Una storia violenta, al femminile, che non lascia scampo né redenzione. “Luchadoras” (001 edizioni, pp. 96, € 15), il graphic novel della francese Peggy Adam; mette in scena la drammatica realtà di Ciudad Juárez, Chihuahua, Messico; attraverso la vicenda di Alma, una ragazza giovane che deve lottare quotidianamente con la ferocia machista. Lo scenario è quello portato alla ribalta nel dalla denuncia di Amnesty International, dalla associazione “Nuestras Hijas de Regreso a Casa” e dal libro del giornalista Sergio González Rodríguez, “Ossa nel deserto” pubblicato in Italia da Adelphi. Negli ultimi tre lustri, oltre seicento donne sono scomparse, di queste, quattrocento sono state ritrovate cadavere: tutte vittime di violenze sessuali e decedute in seguito a strangolamento. Il colpevole o, più ragionevolmente, i colpevoli sono avvolti nel mistero e le autorità non sembrano portare avanti le indagini con la dovuta solerzia, tanto da destare non pochi sospetti di un coinvolgimento diretto. Gli omicidi si ripetono e si somigliano, e riguardano donne adulte, adolescenti e persino bambine. Un’ecatombe senza precedenti che ha reso Ciudad Juárez il luogo più pericoloso del mondo per il sesso femminile. 
Alma rientra nella descrizione tipo della vittima: origini umili, minuta, capelli scuri e lunghi. La sua è una storia di abusi domestici perpetrati da Romel, il marito violento e meschino, e di abusi sociali che la costringono, ogni giorno, a subire le “attenzioni” maschili, al bar dove lavora, per la strada, da un ufficiale di polizia che si propone di scortarla a casa dopo il ritrovamento dell’ennesimo cadavere e dagli amici teppisti del marito. Ma Alma cammina a testa alta, è una combattente, una luchadora appunto. Al contrario della sorella, che rimane incinta proprio del cognato, non si dà per vinta e reagisce. Spera in una vita migliore per la sua bimba e soprattutto vuole rispetto per sé, con grinta. Un dialogo su tutti: Romel: Non alzare la voce con me Alma – Alma: Se no? La tua banda di rammolliti viene qui a menarmi? In dieci contro una donna. Veri campioni di coraggio! 
L’unico uomo gentile che incontra sulla sua strada è Jean, un turista americano, che si infatua di lei e che verrà coinvolto nella spirale di violenza che risucchia l’esistenza della protagonista; alla fine anche lui le volterà le spalle, tornando alla sicurezza e alla “rispettabilità” del suo mondo. A lei non resta che una scelta brutale, una soluzione cruenta per un’esistenza cruenta. 
Il tratto semplice, “sgrammaticato”, naïf di Peggy Adam calza a pennello al tono realistico della vicenda, focalizzando l’attenzione sugli eventi, sui dialoghi, sulla cronaca del femminicidio e sui luoghi. I disegni non distraggono, ma raggiungono lo scopo e si attaccano dolorosi al polpaccio del lettore come un mastino, sgraziato e devastante.

Articolo pubblicato su Panorama.it il 18 marzo 2009

Coltrane, il graphic novel

Immagine di ColtraneColtrane (Black Velvet, 128 pp. 13 €) è un graphic novel jazz. Non solo perché narra a fumetti la vita di John Coltrane, ma perché del jazz ha la struttura, il ritmo, il fraseggio. Dopo tante biografie sul sassofonista per antonomasia, ecco finalmente il formato perfetto che si adatta in pieno all’ascolto e al ritmo della sua musica: il fumetto. Paolo Parisi esegue con gli strumenti della scrittura e del disegno una lunga suite, plasmata su A love supreme. Dal capolavoro di Trane prende le mosse la suddivisione in capitoli della storia, Acknowledgement, Resolution, Pursuance e Psalm, una suddivisione che non segue un ordine cronologico lineare ma che evoca l’itinerario mistico del disco e lo interseca con la vita del musicista e per traslato dell’America. Dall’infanzia difficile nella Carolina del Nord agli incontri con Thelonious Monk, Duke Ellington Archie Shepp, Elvin Jones, McCoy Turner, Bill Evans e naturalmente Miles Davis ed Eric Dolphy; il rapporto con questi ultimi due è forse il tema più toccante, un vero “assolo” che percorre tutta la storia. E poi Malcolm X, le Black Panther, il Ku Klux Klan, l’eroina, le donne – Naima e Alice – e la spiritualità, la politica, le sperimentazioni e le aperture al free jazz, le sessioni in studio e il mitico concerto al centro di cultura africana Olatunji a New York nel 1967. Il tratto è essenziale, scarno: bianco, nero e grigio sono per Parisi quello che Fa, La bemolle e Si bemolle sono per A love supreme, note base di partenza, un fulcro semplice su cui costruire un’opera vibrante, clamorosamente evocativa, dall’intreccio complesso e dalle sfumature ricche e profonde. I testi del giovane autore si muovono dal grave all’acuto, come un improvvisatore che segua o contrasti l’accompagnamento grafico. È una narrazione ostica, difficile, che va avanti e torna indietro di continuo, che subisce impennate improvvise e stacchi laceranti eppure scorre fluida ed energica perché ha un segreto: è puro suono, proprio come “fu in principio”. E per questo il modo migliore di leggere e guardare Coltrane è quello di mettere sul piatto A love supreme, abbassare la puntina e voltare le pagine.

Articolo pubblicato su Panorama.it il 27 febbraio 2009

Espianti (Intervista)

Immagine di Espianti Espianti (Transeuropa, pp. 300, € 14,90) è un calcio al basso ventre. Un meccanismo a orologeria potentissimo che fa girare i suoi ingranaggi tra cronaca, reportage, noir, thriller e metafisica aprendo un baratro profondo, un abisso in cui guardare. E come scriveva Nietszche, l’abisso ha cominciato immancabilmente a guardarci a sua volta. Espianti fa questo effetto. Un vuoto pneumatico di consapevolezza che si apre come una piccola crepa nella coscienza pulita di un intero paese di “brava gente”.
Una setta segreta di suicidi, tutti appartenenti all’alta società; un funzionario del ministero degli Esteri e l’omicidio di sua figlia, un fascicolo dei servizi segreti, un amore adolescenziale, il commercio di vite umane, il mistico fiume invisibile indiano e la storia del giovane Livio a fare da collante…
Ispirato a una vicenda reale – un’indagine della magistratura sul traffico di organi dal terzo mondo al nostro paese – il libro di Giuseppe Catozzella a poche settimane dalla pubblicazione è già in ristampa e Roberto Saviano lo ha commentato così: «questa è scrittura che fa aprire gli occhi sulla realtà più oscena. Quella più nascosta. Che nessuno vorrebbe mai vedere.»
Ho incontrato l’autore, che ha lavorato per due anni a contatto col magistrato incaricato della prima e più completa indagine sul traffico di organi umani verso cliniche italiane.
Come ti sei documentato per scrivere Espianti?
In Italia non esiste praticamente niente sul tema del traffico di organi nel nostro Paese. È appunto un tema “fantasma” che, peraltro, mette insieme benissimo quella che io reputo essere la struttura portante del Paese, la collusione tra criminalità organizzata, potere economico e amministratori pubblici. Quindi, dopo un lungo periodo di ricerche, sono faticosamente riuscito a entrare in contatto con un magistrato che sta collaborando alle prime indagini di una Procura italiana sul traffico di organi fino ai nostri ospedali.
Cosa hai scoperto? A che punto sono le indagini?
Ho scoperto quello che il segreto istruttorio ha permesso al magistrato di dirmi. Ovvero che in Italia c’è il sospetto – finché non sarà provato con una sentenza – di traffico di organi umani che arrivano da persone che provengono dai Paesi del cosiddetto Terzo mondo. Le indagini sono ancora sotto segreto istruttorio. Il segreto naturalmente è tassativo e finché non decadrà non si potrà dire nulla. Posso dire però che di certo le indagini sono il motivo per cui il ministro Maroni ha parlato pubblicamente di un coinvolgimento italiano nel fenomeno del traffico di organi.
Perché hai deciso di affrontare questo tema?
La fase delle ricerche è stata molto lunga, fino a entrare in contatto con il magistrato. Ho deciso di scrivere un libro perché credo nel potere della parola e nella necessità della testimonianza. È il modo che abbiamo per cambiare le cose. Il caso di Saviano è da questo punto di vista esemplare. In un Paese “addormentato” è necessario tenere vigile l’attenzione.
Cosa succede tra Italia e India?
Tra Italia e India c’è lo stesso rapporto – riguardo al tema del traffico di organi – che c’è tra Italia e altri Paesi del terzo mondo. Nel corso delle mie ricerche molte volte mi sono imbattuto in addetti ai lavori che tranquillamente parlano di un “buco” nella frontiera italiana all’altezza di Trieste, come spiego anche nel romanzo. Ecco, quello è uno dei canali privilegiati attraverso cui passano esseri umani per i quattro fatti malavitosi che riguardano il traffico di esseri umani: prostituzione, adozioni illegali, schiavitù e traffico d’organi. Recentemente ho scritto un articolo aggiornato all’ultimo congresso mondiale in tal senso che parlava di cifre spaventose. Si tratterebbe di 800 mila individui che ogni anno verrebbero trafugati dai loro Paesi di origine, e destinati al traffico di esseri umani.
Perché hai scelto di raccontare in particolare l’India e non un altro paese del terzo mondo?
L’India è un Paese con 1 miliardo e 300 milioni di abitanti ed è il ricettacolo perfetto per ogni criminalità che operi attraverso il commercio illegale di corpi umani. Nel corso del Kumbha Mela, poi, che è il più grande raduno dell’umanità con 60 milioni di persone ammassate per due mesi in una sola città, a ogni manifestazione decine di migliaia sono i dispersi. La mia scelta nel romanzo del Kumbha Mela come luogo in cui avviene la cattura dei corpi non è solo suggestiva da un punto di vista religioso e folcloristico ma è anche molto molto verosimile.
Sei laureato in filosofia teoretica, come ha influito la tua formazione sulla stesura di Espianti?
La mia formazione filosofica ha molto influito nella stesura del romanzo poiché ho tentato di “reinterpretare” la crisi che l’Occidente e l’Italia stanno vivendo in questi anni da un punto di vista strutturale. In questo senso la tradizione induista prima e buddista poi – alla luce delle quali leggo il razionalismo occidentale, che ne ha causato il nichilismo e l’abbrutimento materialista che oggi tutti stiamo vivendo in termini di crisi economica – hanno molto influito sulla mia formazione. Esse inverano infatti tutto il percorso del pensiero occidentale, a mio modo di vedere. La questione che percorre tutto il romanzo della Terza Via altro non è che la suggestione del superamento tutto occidentale della contrapposizione tra materialismo da una parte e spiritualismo dall’altra, con la decisa vittoria del materialismo (capitalistico) che ora sta inesorabilmente mostrando i vuoti di senso da cui è stato generato. Questa stessa separazione tra spirito e materia tutta tipica dell’occidente è la stessa causa del più aberrante dei crimini che il mondo occidentale ha prodotto – considerando il corpo come oggetto, appunto: il traffico di organi umani.
Perché hai preferito il registro narrativo a quello saggistico?
Il registro narrativo è l’unico che mi è congeniale, e poi ovviamente può arrivare a più persone. Nel mio romanzo si mischia però con alcune parti di filosofia occidentale e orientale e con tratti che ricordano la cronaca giudiziaria. È dunque un ibrido, come peraltro è già stato più volte definito. Credo che questa sorta di natura composta sia qualcosa da cui sarà difficile tornare indietro, se lo scopo rimane quello di voler dire la realtà dei nostri giorni. Credo non sia solo una forma in fieri, ma una forma essa stessa.
Come ti trovi con un editore come Transeuropa?
Transeuropa è una piccola casa editrice. Molto diversa da Mondadori, per esempio, per cui io lavoro come consulente freelance da molti anni. Ha i vantaggi e gli svantaggi delle piccole dimensioni. Rapporti molto più “umani”, molta attenzione al singolo titolo. Ma anche meno presa sull’immaginario collettivo, meno presa sui giornali, insomma meno visibilità. Certo dentro Transeuropa si fa un buon lavoro. E credo che Giulio Milani sia davvero un buon editore e anche un buon editor.
Quali sono le tue ispirazioni letterarie?
Leggo molto i classici, credo che per molte cose siano molto più cristallini e lucidi. Poi mi piace la letteratura di critica. Poi Hoellequebecq, Wallace, McCarthy, Zanzotto, McInerney.
Cosa pensi del dibattito in corso sul new italian epic? “Espianti” potrebbe essere un cosiddetto “oggetto narrativo non identificato”?
Espianti è certamente un oggetto narrativo non identificato – anche se mantiene un primato narrativo importante, appunto. Molto sinceramente credo che l’etichetta del NIE sia piuttosto grossolana, applichi maglie troppo larghe, anche se ricalca certamente ciò che dicevo prima sulla forma in fieri che si cristallizza in forma assoluta. E credo che questa questione della forma sia applicabile in generale alla realtà di oggi. Ancora in generale trovo che la critica in Italia manchi da troppo tempo di un punto di vista più profondo, come dire “filosofico”, nel senso di ben strutturato e coerente e coraggioso, anche (credo che vengano più privilegiate le appartenenze, invece, un certo signoraggio). In mancanza di un punto di vista forte non può che soffrire un po’ di rabdomanzia, per così dire. Trovo che il NIE sia uno spunto interessante. Da trattare come spunto per approfondire.

Articolo pubblicato su Panorama.it l’8 marzo 2009

Il NIE e il meridiano fantasy

newitalianepicUno dei “meridiani e paralleli” che lasciavo aperti in “in margine a un testo esplicito” sulla questione new italian epic era quello legato al fantasy, da allora ho raccolto un po’ di materiale, ne ho discusso in anobii e ne ho parlato con alcuni scittori di genere. Nel famigerato lavoro sul NIE scrivevo: “Se c’è  un filone che dal crollo delle Due Torri, ha ritrovato vitalità e nuova linfa vitale, è il fantasy,  quando non ripete i canoni dettati dal buon vecchio caro Tolkien offrendo ai lettori pochi e rari spunti interessanti, il più vituperato (assieme al rosa) dei “generi della letteratura di genere” spazza via tutti i concorrenti, e non solo in termini di numeri e di vendite. In questo, senza scomodare Harry Potter, basta andare a curiosare tra gli indici di vendita delle Cronache del mondo emerso della Troisi, che però rientra nel fantasy di ispirazione tolkeniana e dei suoi innumerevoli derivati. Il fantasy si richiama all’epica classica e anzi trova la sua genesi proprio nel mito, nelle saghe, nell’epos e contemporaneamente è narrativa popolare, creatrice di mondi e cosmogonie. È forse il filone che da più tempo, e in modo più efficace, ha fatto della transmedialità una sua caratteristica propria attraverso tutte le sue derive espressive: le fan fiction e la fan art, i giochi di ruolo, i videogame, le pellicole, le serie tv, i fumetti, il cosplay, le parodie perché no, i MMORPG, le illustrazioni, la cartografia, i saggi, i blog, i forum, i software, i siti, le miniature, le action figure, i giochi da tavolo, ecc. ecc. attraverso le quali si sviluppano le storie (lo stesso si potrebbe dire di certa fantascienza, strettamente imparentata con il fantasy come quella di Dune o di Star Wars). In Italia, non c’è solo la trilogia troisiana, con i suoi sequel e prequel vari, derivati dal fantasy moderno di matrice anglosassone naturalmente. Un caso emblematico, punta dell’Iceberg, è Pan di Francesco Dimitri oppure la trilogia del Wunderkind di D’Andrea G.L.  Un’ulteriore parentesi andrebbe aperta sul connettivismo.”

Ieri usciva per Panorama.it, un’intervista che mi hanno rilasciato Marco Davide e Francesco Falconi. Qualche giorno fa quella a GL D’Andrea, i mesi scorsi quella a Gianfranco Manfredi e a Valerio Evangelsiti in cui si sfiora il tema e molto tempo fa quella a Francesco Dimitri

Non è ancora tempo per tirare le fila, ma comunque sistemo un altro tassello nel mosaico. Ecco l’intervista al “dinamico duo”

Immagine di ProdigiumImmagine di EstasiaImmagine di EstasiaImmagine di La lama del doloreImmagine di Il sangue della Terra
Mentre il dibattito sul New Italian Epic tira le somme di una certa narrativa italiana degli ultimi anni fino a diventare un saggio cartaceo, un genere letterario dalle sorti alterne sembra aver ritrovato vigore, e dopo l’11 settembre – agli esperti le debite congetture -, ha conosciuto una vera e propria crescita esponenziale: il fantasy.
Sempre più articolato, mutevole e pronto alla contaminazione con il fantastico, con il gotico, l’horror e la fantascienza o alla specializzazione (vedi alla voce urban fantasy o elfpunk) questo filone narrativo ha visto anche in Italia il moltiplicarsi di autori e di case editrici disposte a tentare la sorte. Per gli scrittori nostrani il fantasy è sempre stato uno spauracchio e per anni abbiamo importato dai paesi anglosassoni la maggior parte dei romanzi. Da qualche tempo a questa parte però si produce fantasy, con risultati alterni anche qui. Alterni perché alle volte, più che alla qualità delle storie, si è puntato sul presunto caso autore, presentando scrittori giovanissimi come il fenomeno dell’anno salvo poi restare con un pugno di mosche o dandosi la proverbiale zappa sui piedi.
Non è certo una coincidenza che dopo Mondadori con Licia Troisi, anche Einaudi abbia tentato la strada del genere, ci sono poi molte case editrici specializzate o quasi specializzate, come ArmeniaDelos Books, GargoyleRunde Taarn che stanno investendo molto sul fantasy. Tra esse spiccano Armando Curcio, che da qualche tempo ha dato alla luce un’intera collana dedicata al genere e la piccola e ultrasepcializzata Asengard, nata per passione nel 2006: un editore che pubblica solo ed esclusivamnte narrativa fantastica made in Italy per dimostrare, come dice il fondatore Edoardo Valsesia, che “il buon fantasy (e, in generale, il fantastico) non arriva solo dal resto del mondo.” Asengard ha dato il via anche al progetto “Sanctuary”, un’antologia tematica di racconti e illustrazioni con la prefazione diAlan D. Altieri, a fine benefico.
Due degli scrittori più noti del panorama nostrano sono Marco Davide, autore della Trilogia di Lothar Basler e Francesco Falconi con il ciclo di Estasia e quello di Prodigium.
Come sono nate le vostre storie?
MD: La prima stesura della trilogia di Lothar Basler, di cui sono pubblicati i primi due capitoli (La lama del dolore – Curcio, 735 pp. € 18,90 e Il sangue della terra, Curcio, 766 pp. € 18,90) risale al periodo fra il novembre 1997 e il gennaio 2001. Diversi anni fa, dunque. Nel frattempo, è stata oggetto di svariate revisioni da parte mia, fino all’ultima che ha riguardato il terzo volume, conclusasi pochi giorni fa. L’opera nasce dalla mia esigenza, a valle di un periodo di particolare crescita della mia vita, di dare corpo al lascito emotivo che avevo sedimentato dentro. Avrei potuto esprimermi in diverse maniere, dopo mesi di riflessione optai per un romanzo fantasy in tinta gotica. Tempo che il lascito s’era concretato, di libri avevo finito per scriverne tre.
FF: Estasia, Danny Martine e la Corona Incantata (Curcio, pp. 511, € 14,90), nasce dalla passione per il mondo fantastico che coltivo fin da quando ero piccolo. A 14 anni decisi di scrivere una storia, creando un mio mondo fantasy, con dei personaggi che mi rispecchiassero totalmente. Nel 2005, sotto consiglio di un amico, decisi poi di completarlo e riscrivere qualche parte. In pochi giorni mi ritrovai di nuovo immerso in Estasia e, dopo varie stesure, riuscii a convincere Armando Curcio Editore che lo pubblicò nel 2006.
Estasia, il Sigillo del Triadema (Curcio, pp. 510, € 14,90), pubblicato nel 2007, rappresenta il mio primo vero tentativo di evoluzione come scrittore. Trama più complessa, personaggi più tridimensionali, sentimenti e fantasia visti da una nuova prospettiva. Temevo di spiazzare i lettori che avevano apprezzato lo stile del primo volume, ma per fortuna hanno apprezzato questo cambiamento.
Questa evoluzione del mondo di Estasia si concluderà con Nemesi, in uscita per aprile 2009, con atmosfere decisamente più adulte dei precedenti.
Prodigium, i Figli degli Elementi (Asengard pp. 409, € 16,50) è un progetto iniziato nel 2007, a cavallo tra le uscite della precedente saga. Sentivo la necessità di scrivere un libro completamente diverso da Estasia, in cui la storia nascesse direttamente dai personaggi e non da un mondo fantastico. Un romanzo che si incentra sull’introspezione dei quattro protagonisti, dall’esistenza tormentata a cavallo tra l’adolescenza e l’età adulta, sul loro bisogno di emancipazione e sul desiderio di sconfiggere la solitudine che li schiaccia nella metropoli di Synapsis. Un libro dalla trama complessa, dalle atmosfere più urban che fantastiche, rivolto a un pubblico di young adults.
Perché avete scelto il fantasy come registro narrativo?
MD: Come dicevo, la trilogia nasce da un’emozione. Poteva tradursi in molte forme, alla fine è stata una saga fantasy. Ma il genere è subordinato alla storia e ai sentimenti che volevo trasmettere. Sentimenti universali, di ogni ‘colore’, che avrebbero potuto essere impiantati in generi disparati, dallo storico al thriller, dal rosa alla fantascienza. Le ragioni della mia scelta fantasy sono essenzialmente due: innanzitutto è un genere che mi appassiona e che si presta bene quale cassa di risonanza alle estremizzazioni e ai contrasti, modulato da un certo genere di epica, senza per questo impedire la pittura di uno scenario realistico; in secondo luogo lascia ampia libertà nella definizione delle leggi che lo regolano, purché si rimanga nel seguito coerenti alle stesse.
FF: Non è stata una scelta forzata, ma del tutto naturale. Il genere fantasy mi permette di esprimere le mie emozioni e raccontare le storie che ho in mente. Purtroppo spesso si sottovaluta la letteratura fantastica, perché i pregiudizi portano a pensare che tratti solo temi avulsi dalla realtà. Ovviamente credo fermamente nel contrario. Interpreto un libro esattamente come un quadro: il pittore sceglie la tecnica con la quale desidera creare la sua opera, ma ha in mente un solo obiettivo: trasmettere un’emozione.
E, in futuro, non è escluso che mi cimenti in altri generi narrativi.
Il fantasy nostrano è solo derivativo o sta intraprendendo una sua direzione? Qual è secondo voi la cifra del fantasy italiano?
MD: Il fantasy affonda le radici in un suolo estraneo alle nostre tradizioni. Per questo motivo è germinato e prolificato altrove e (purtroppo) è stato accolto con diffidenza una volta sbarcato in area mediterranea. Non è dunque un caso che la nostra produzione percorra, ora più ora meno, solchi già scavati. Innanzitutto, vorrei precisare che non ci trovo nulla di male. Il fantasy nostrano è un genere piuttosto giovane, per certi versi legittimamente acerbo. Che male c’è ad attingere dal ricco patrimonio accumulato da decenni di produzione straniera, soprattutto di matrice anglosassone? Io credo che una storia vista e rivista possa sempre essere raccontata di nuovo in maniera interessante, andando a caratterizzare i variegati parametri dello stile narrativo. All’osso, la narrativa affronta da secoli un paniere comune di temi, dopotutto. Il che, d’altronde, non mi porta certo a sminuire il ruolo e il valore dell’originalità come ingrediente a servizio di una nuova storia o una nuova ambientazione. Detto ciò, affacciandomi da un immaginario balcone io vedo transitare lungo la via autori italiani differenti, per proposte, stile, target di riferimento e – è banale persino sottolinearlo – talento. C’è da crescere, ma la buona notizia è che l’offerta migliora e si sviluppa anno dopo anno. A mio avviso non abbiamo ancora maturato una produzione tale da poter definire un filone nazionale, caratterizzato da stilemi e modelli precipui. In compenso, noto come attualmente diversi editori (ahimè anche fra i maggiori) si buttino a capofitto sul genere con uno spirito oltremodo commerciale, poco interessato alla qualità dell’offerta. È il lato oscuro delle mode. E in Italia il fantasy (autentico o presunto) ultimamente lo sta diventando.
FF: Un genere letterario trova la sua identità nel momento in cui esistono case editrici e lettori. Indubbiamente il fantasy ha una derivazione anglosassone e spesso assistiamo a una tendenza esterofila degli appassionati di settore. Negli ultimi anni, tuttavia, le case editrici stanno puntando molto su questo genere e, a prescindere da meri intenti commerciali, ciò sta dando la possibilità a molti autori di cimentarsi nel fantastico, crescere e trovare una propria peculiarità.
Sono convinto che in futuro la letteratura fantastica prenderà sempre più piede in Italia. Non credo affatto che il fantasy sia una moda passeggera, ritengo tuttavia che debba fisiologicamente adattarsi al mondo di oggi. Perciò penso che sottogeneri quali l’high fantasy di matrice tolkeniana subiranno un’involuzione, a favore di romanzi più moderni, con contaminazione di fantascienza, horror ed elementi ancora più originali.