Pensieri di nessuno. Russia centrale in pedalò part six: il cesso peggiore di tutte le Russie

Sesto giorno

IMG_9691Al risveglio mi viene richiesta una dose supplementare di pazienza, perché l’albergo, che porta il pomposo nome di Atlantida, per la prima colazione non prevede latte né caffè né alcuna pietanza dolce o assimilabile a quel che dalle nostre parti si suole mettere in bocca prima di mezzogiorno. Ci sono solo formaggio e insaccati e tè. E dunque bevo tè e mangio pane e burro sul quale strofino una zolletta di zucchero (non hanno nemmeno quello in polvere, solo zollette scabre e irregolari nella forma).

Di nuovo, ancora e sempre in pullman, la nostra sempre più stanca e allegra e noncurante band di scrittori oggi dovrà fare una tappa lunga e presumibilmente noiosa. Pasha, l’autista, memore di una richiesta fatta ieri da Eliana, sosta nei pressi di un cartello stradale con la scritta OREL, che la nostra amica vuole fotografare per il suo giornale. Per farlo deve attraversare la strada, che ha otto corsie dove le auto filano come schegge. Arrivata dall’altra parte però, Eliana si confonde con i caratteri cirillici e ci accorgiamo che sta fotografando un altro cartello. Svetlana si intenerisce e attraversa pure lei per avvertirla. Ritornano abbracciate, correndo oltre le traiettorie degli automobilisti sfreccianti. Non so bene perché, ma trovo delizioso questo minuscolo episodio di solidarietà femminile. La vodka non c’entra dato che non posso berne.

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Lungo il tragitto ci fermiamo presso un parallelepipedo prefabbricato a lato dell’autostrada che fa le veci di autogrill e funziona con tutta evidenza a gestione familiare. I dolcetti simili a muffin che ci serve la signora dietro il bancone hanno la fragranza di prodotti fatti in casa, perché lo sono. Il rovescio della medaglia è il bagno, una cabina di assi di legno marce con un buco nel pavimento. Sotto il buco, un terrapieno digradante e maleodorante. Faccio una foto. Non riesco a impedirmelo.

A Briansk, al confine con Ucraina e Bielorussia, visitiamo un museo della resistenza partigiana. È un tripudio di monumentalità essenziale e retorica nazionalista, com’è giusto che sia. Un lungo muro squadrato, marmoreo e rossiccio su cui sono impilati i nomi dei caduti, una enorme scheggia di pietra conficcata nel cielo, un fuoco a gas che rianima il falò di bronzo alla memoria di quegli stessi caduti, dei quali una signora robusta coperta da uno spolverino grigio impermeabile, di foggia militare, ci canta le gesta.  Continua a leggere

Pensieri di Nessuno. Russia centrale in pedalò part five: odio i boy scout

Quinto giorno

Diretti a Spasskoe Lutovinovo per far visita alla residenza della famiglia di Ivan Sergeevic Turgenev.

IMG_9300Anche quella di Turgenev, come per Tolstoj, è una ariosa, principesca tenuta. La signora di mezza età che ci accompagna parlandoci dello scrittore ha un cardigan verde lungo fino al ginocchio, capelli rosso acceso e occhi in tono col cardigan. Appresa la nostra nazionalità, ci chiede se capiamo il francese. Noi non lo capiamo, almeno non tutti, dunque lei parlerà russo e all’interprete toccherà lavorare. La signora appare alquanto rammaricata e prosegue per qualche battuta nel suo francese civettuolo, del quale va evidentemente fiera e che gode a sfoggiare. I nostri sguardi ebeti la convincono a desistere subito. Dal suo modo di parlare e di muoversi, molto energico e teatrale, e dalla cura con la quale è truccata, direi che è stata un’attrice e che ha attraversato tempi migliori. Tempi nei quali veniva applaudita da nutrite platee e amata da giovani registi spiantati, o magari solo tempi in cui ha desiderato cose del genere senza ottenerle e finendo poi ad accompagnar comitive a Spasskoe Lutovinovo per campare.

Nel viale d’accesso alla casa padronale ci sono cespugli di rosa canina. Anastasja, la guida spiegazzata, ne coglie qualche frutto e ce li offre. Sono una via di mezzo tra bacche e pomodorini asciutti, non sanno di niente, ma se ne mangi più di quattro o cinque non caghi per una settimana, a quanto si dice. Nessuno di noi si offre per fare la prova.

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Pensieri di nessuno. Russia centrale in pedalò part three: Verdi in russo, nella notte.

Terzo giorno

image13Si parte per Melichovo. Sul pullman diretto fuori Mosca guardiamo il traffico sfilare lento in direzione opposta, la fila è chilometrica e i nostri accompagnatori ci spiegano che molti impiegano anche quattro ore al giorno per raggiungere il posto di lavoro da casa e farvi rientro a fine turno. Com’è ovvio, più ci si allontana dal centro più gli edifici si fanno grossi e sgraziati, grigi o di improbabili colori accesi che fanno rimpiangere il grigio. Vediamo il palazzo più lungo di Mosca che è un serpentone monotono di seicento metri, in origine inzeppato d’uffici ora dismessi. Alla compagnia si è aggiunta un’altra guida, Anastasja, una bionda dagli zigomi caucasici che sembra aver dormito vestita (una sensazione che continuerà a darci anche nei giorni a venire). Roman, dandy di tutt’altra pasta, per l’occasione ha abbandonato il suo completo da sera con farfallino per un chiodo azzurro da far invidia ai Village People, e di passaggio ci indica tutto contento la sua nuova casa in costruzione in un palazzo dalla tonalità che richiama il suo giubbotto. Mentre proseguiamo per la superstrada che taglia la campagna in direzione sud, Svetlana ci informa che in questa stagione nei boschi circostanti si possono raccogliere funghi porcini senza alcun permesso o razionamento, e lo dice come fosse un dato notevole. Ne deduco che fare qualsiasi cosa senza passare per un preventivo iter burocratico qui dev’essere ancora inusuale.

IMG_8402Alla casa di Cechov a Melichovo ci accoglie un grosso striscione reclamizzante il festival nazionale del bassotto. Dopo un momento di perplessità, la custode della casa museo, il cui russo allegro ci viene tradotto da Svetlana, spiega quanto Cechov adorasse i bassotti, come testimonia la statua di bronzo dedicata ai suoi due amatissimi Heena e Brom.image_14 La signora ci illustra con trasporto ogni particolare della vita di Anton Pavlovic. Lo chiama sempre con nome e patronimico e mai per cognome, so che in russo questo non è affatto indice di confidenza ma non riesco a non registrare il dato come una supplementare manifestazione d’affetto della donna verso il padrone di casa. Ne parla come parlerebbe di un suo bel nipotone del quale essere orgogliosa, per la laurea in medicina, il riscatto da umili origini, il talento artistico. Ci conduce in visita, stanza per stanza, ci indica il posto che Anton Pavlovic era solito occupare alla tavola, imbandita con i toni dell’azzurro, completa ma senza fronzoli per una cena quotidiana, ci mostra gli oggetti del suo studio, il punto dove poggiava la borsa coi ferri da medico. Alla parete, fra le tante, c’è una foto di lui e dei suoi fratelli che mi incuriosisce. È una bella foto perché non è in posa, almeno non proprio. Sono tutti seduti sul divano che ho adesso di fronte, e guardano l’obiettivo senza il contegno tipico delle foto d’epoca; è come se trattenessero il riso per una scemenza detta da qualcuno di loro poco prima dello scatto, magari rivolta al fotografo. Cechov ha i gomiti sulle cosce e i pugni a nascondere la bocca. Forse ride anche lui, dietro le mani, o forse si è distratto. Comunque sia è un frammento di vita vera, fragile ma ormai eterno. Passeggiamo nel giardino, un inserviente scuote un melo e ci offre i frutti che ne cadono. Nel giardino di Cechov non ci sono ciliegi, tocca accontentarsi. Continua a leggere

Pensieri di Nessuno. Russia centrale in pedalò part two: il diavolo è nei particolari.

image_10Secondo giorno

Ci rivediamo nella hall alle dieci del mattino precise, otto italiani puntualissimi vengono puniti dal ritardo della guida locale che arriva dopo quaranta minuti. Ne approfittiamo per familiarizzare con i nostri accompagnatori. Oltre alle due interpreti e a Roman, arriva anche Andreji, che si presenta come l’uomo portafoglio, qualunque cosa questo possa voler dire, ma dalla stazza e dall’armamentario che si porta dietro mi pare più una specie di fotografo guardia del corpo. Alla fine arriva Raissa, guida pluridecorata dall’età indefinibile tra i cinquanta e i settanta, capelli troppo carichi di tintura e occhiali da sole che non toglierà mai, anche se oggi mai smetterà di piovere dal cielo di ghisa moscovita. Montiamo su un pullman da 52 posti (siamo 10) e cominciamo il giro.

Mosca non è, mi pare, una città a misura di individuo. Le distanze e gli spazi aperti, lasciati alla visuale, le prospettive sconfinate che ti assalgono da tutti i lati contribuiscono a farti sentire piccolo, a far pesare la tua inadeguatezza. Può darsi che c’entri anche la mia ignoranza non solo della lingua ma pure dell’alfabeto, che accentua il senso di straniamento: vedo ma non capisco, leggo ma non decodifico, ricevo ma non assimilo. Dati e aneddoti trasmessi dalla parlata rapida e monocorde di Raissa scivolano via. Eventi, edifici storici, tutto mi si posa sulla coscienza in via provvisoria, come un appunto volante lasciato sulla scrivania da una segretaria distratta e spazzato via dal vento che soffia dalla finestra aperta o sepolto da nuove pratiche. Ci indica un palazzo come tanti altri, la sede del KGB, definito da una vecchia battuta dei tempi del regime come quello con la vista migliore di Mosca, perché dai suoi scantinati puoi vedere la Siberia. Iscrizioni, statue di poeti, insegne per me criptiche. Ciò che non posso trattenere con la sola memoria visiva si perde in pochi minuti, nomi, fatti, strade. Alcune di queste strade attorno al Cremlino sono chiuse, forse per una fiera o una manifestazione (appunto, non ricordo). Scendiamo dal pullman e percorriamo a piedi l’ultimo tratto seguendo Raissa che trotta in testa e brandisce il suo ombrellino verde, tenendolo aperto anche in un sottopassaggio, forse per facilitarci il compito di starle dietro. Ci accodiamo a una scolaresca e passiamo attraverso lo scanner senza attendere troppo, fino a riunirci, oltrepassate le mura della fortezza, di nuovo tutti intorno alla guida che, nel frattempo, si è dotata di un microfono ad archetto con amplificazione portatile appesa al collo. La voce di Raissa è già impersonale di suo, ma per il tramite dell’altoparlante si aggiunge un riverbero metallico che conferisce un sovrappiù di grottesco, una guida robotica vecchio modello catalogata nell’inventario di un magazzino ministeriale in un universo parallelo comunista e steampunk. La pioggia rinforza e io non ho ombrello. Mi arrangerò, per oggi e per i giorni a venire, che saranno quasi tutti piovosi, col fido cappuccio della giacca a vento o, alle brutte, elemosinando riparo dai miei colleghi ombrelluti. Faccio un tratto a braccetto con Andrea sotto il suo minuscolo pieghevole e le nostre facce assorte per qualche motivo inquietano le accompagnatrici. Prima Raissa e poi Svetlana si avvicinano, accorate, a chiederci se non siamo contenti. Sorridiamo per rassicurarle del fatto che siamo contentissimi, ma non sembrano convinte. Il solo dato oggettivo di essere italiani evidentemente ci impone di ridere e parlare a voce alta tutto il tempo in ogni situazione, altrimenti dev’esserci qualcosa che non va. E loro si preoccupano. Il che è un poco ridicolo ma anche tenero: a casa mia nessuno si fa carico del fatto che io mi stia divertendo o meno; a casa mia devo pensarci da solo, qui ci pensano loro. Continua a leggere

Pensieri di Nessuno. Russia centrale in pedalò part one: Famiglie infelici a modo loro

IMG_0251A stronzi. Dopo mesi immemori nei quali vi ho lasciati alle adunche mani dei miei soci camionisti e pop-filosofi, ho deciso di tornare a deliziarvi coi miei “Pensieri di Nessuno”, snocciolando un gonzo reportage (a puntate) del tempo che ho di recente speso in Russia. Può anche darsi, se fratello Jadel si decide, che noi si ingaggi una tenzone a colpi di penna e di memoria incrociando la mia esperienza oltre cortina e la sua di conferenziere abusivo negli States. State sintonizzati, come si dice in inglese, che in russo non lo so.

Guglielmo Pispisa (KZg)

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Esportare romanzieri in Russia è come vendere orologi agli Svizzeri, il dato è fin troppo ovvio anche senza essere professori di letterature slave. Nonostante la purezza di un simile assioma, quando il mio editore ha ventilato la possibilità di un viaggio nella terra di Cechov e Tolstoj, di Turgenev e Dostoevskij, di Gogol e Bulgakov, nell’ambito di un progetto di scambi culturali (scrittori italiani in Russia e scrittori russi in Italia, e vediamo un po’ quel che succede), non ho avuto vergogna. Ho accettato prima ancora che potesse terminare la frase con un punto interrogativo. Ti va di andarci? Sono già lì.

Non ero mai stato in Russia, non conoscevo nessuno degli altri scrittori invitati, il che comportava l’occasione di fare cose mai fatte in modi mai sperimentati senza testimoni che mi legassero alla mia consueta maschera. Tornare vergine per una settimana, a quarantadue anni: cosa poteva esserci di meglio? Germana avrebbe mugugnato, razionalmente temendo una scappatella con devochke atletiche e disponibili di cui, ognun lo sa, è denso il suolo russo. La verità da lei stessa intuita, anche se in maniera non consapevole, era però diversa: quando fai un’esperienza del genere ti è consentito dare le dimissioni da te stesso, sottrarti agli obblighi familiari e alle pastoie collose del quotidiano. E se poi mi fosse piaciuto?

“Amore, mi hanno invitato a fare un viaggio in Russia.”

“Veniamo anche noi?”

“No amore, pagano solo per me e in questo momento altri due biglietti aerei mi butta pesante e poi il programma è molto faticoso e saremo tutti scrittori che parlano solo di altri scrittori e visitano musei dedicati ad altri scrittori ancora, sai che palle…”

“Va bene, capito.” Mugugni e musi lunghi per i successivi dodici giorni, ma niente è gratis. Continua a leggere

Ringraziamenti

teatropinelliVorrei rivolgere un ringraziamento schietto e sincero

ad Antonino De Simone, Presidente dell’Autorità Portuale di Messina, per avere tempestivamente denunciato l’illegittima occupazione di una proprietà demaniale condotta nella dimenticanza delle condizioni di sicurezza degli stessi troppo ingenui occupanti, dei quali il generoso presidente si è così preso cura stimolando l’intervento dell’Autorità giudiziaria,

a Lucio D’Amico, della Gazzetta del Sud, per avere con i suoi articoli coraggiosi e controcorrente denunciato la privatizzazione di un bene demaniale,

al PM dott. Capece per avere legittimamente raccolto l’urlo di sdegno e dolore di De Simone, D’Amico e della “società civile”,

al GIP dott.ssa Urbani per avere accolto l’istanza del PM,

al reparto Celere della PS di Catania per avere eseguito l’ordinanza di sgombero con solerzia e professionalità.

Oggi, finalmente, grazie al senso civico e al senso di responsabilità di questi uomini e donne, alfieri della maggioranza silenziosa che a Messina è ancora più maggioranza e ancora più silenziosa che altrove, il Teatro Pinelli occupato è stato infine restituito alla suddetta “società civile”. Dopo due mesi nei quali un teatro in rovina e abbandono da vent’anni era stato sovversivamente rivitalizzato da iniziative culturali aperte e gratuite, promosse da un pugno di attivisti incauti ed eterodiretti, che avevano per giunta proposto e avviato un presuntuoso progetto di ristrutturazione a costo zero su base collettiva e spontanea, la risoluta azione delle Autorità ha finalmente ricondotto la situazione alla normalità. Il Teatro in Fiera (ormai ex Pinelli) è stato chiuso e sigillato, com’è giusto che sia, e potrà così rimanere a marcire per altri vent’anni., in attesa che Ente Fiera, Autorità Portuale e Comune di Messina, fra un fallimento e l’altro, un commissariamento e una liquidazione, trovino il tempo di capire cosa ci possono guadagnare e come. Grazie, signori, grazie.

Guglielmo Pispisa (scrittore, cittadino, membro colpevole e consenziente del gregge silenzioso)

C’è, ma non si vede

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C’è un lavoro, quello dell’editor di testi letterari, per il quale è necessario ottenere la quadratura del cerchio. L’editor ha il compito di migliorare l’estetica e la funzionalità di un lavoro letterario, un romanzo, un racconto. E dunque si trova a compiere, in uno, sia un compito molto tecnico e a tratti meccanico, sia un’opera di cesello da svolgere con laleggerezza di tocco di un artista. Un lavoro per il quale ci vuole grande serietà, ma anche uno scatto di fantasia e di sensibilità comune a pochi. Devi essere pignolo come un ragioniere e inventivo come un’ala destra, severo come un caporale e generoso e lieve come un ballerino. Non ti si deve vedere ma il tuo tocco deve fare la differenza. Continua a leggere

Voi NON siete qui (consigli perplessi per le vacanze)

Conosci Messina? No. Conosci Messina? Ci sono passato una volta, andavo a Palermo. Messina? La città del ponte. Che non c’è. La città dello Stretto, una via d’acqua che lambisce coste assolate e passa oltre. La città del terremoto del 1908, che ha distrutto tutta la bellezza e poi più niente. Se ci sei nato, la tua massima aspirazione è andartene, se non ci sei nato, ci passi, distratto, mangiando un arancino mentre sei diretto altrove. E l’arancino è tutto quello che ricorderai. Se ci sei nato e non te ne vai, te ne lamenti sempre: i soliti messinesi, buddaci e vinti dalla lissa, chiacchieroni, indifferenti, malmostosi e abulici.

È la meno siciliana delle città siciliane, ampi viali al posto delle strade anguste e pittoresche del centro di Palermo e Catania. Edifici che in genere risalgono al massimo agli anni Venti invece del Barocco settecentesco che tanto piace ai turisti.

Destinata a essere attraversata e basta. Eppure, Messina può essere un’esperienza sorprendente, a saperla attraversare. Qualcosa di diverso dagli individui perplessi e scottati dal sole che fotografano chiese finto settecentesche costruite nel 1931 o che rischiano la vita attraversando la strada perché non sentono il giusto ritmo del traffico (attraversare la strada a Messina è una questione musicale).

No. Il bello c’è, ma bisogna saperlo vedere. Vederlo nell’architettura di Basile e di Coppedé che impreziosisce la via Garibaldi. Vederlo nel contrasto di questa con l’architettura razionale di epoca fascista, come quella del palazzo INAIL, dietro cui si staglia in lontananza il profilo medievale (seppur ricostruito) del Duomo e ancora più lontano il sacrario di Cristo Re, dove in un’atmosfera solenne e ovattata riposano i caduti di due guerre. Bisogna vederlo nel contrappunto di edifici di stile vario in sequenza casuale: il liberty in ghisa della Dogana, i fregi del palazzo dello Zodiaco, il Settecento del Monte di Pietà e del palazzo Calapaj D’Alcontres. Il moresco che cede spazio al neoclassico, che viene bucato dal gotico, che viene temperato dalle speculazioni edilizie dei geometri senza fantasia del boom economico, il tutto in una frase ininterrotta che va letta e gustata insieme con le sue contraddizioni e l’episodica lacerante bellezza. L’effetto è straniante e rivelatore. Non si può capire e godere Messina senza considerarla un tutto inscindibile di alto e basso. E non la si può godere senza viaggiare piano lungo la strada Consolare Pompea, respirando l’aria fresca e salmastra, socchiudendo gli occhi per la luce incredibile, frastagliata appena dalle palme, magari sorbendo un gelato o una granita, magari mangiando focaccia messinese in uno dei locali rustici della costa, affacciati sullo Stretto o sui laghi d’acqua salata. Non si può capire senza perdere lentamente la cognizione di sé, a guardare di notte il presepe del paesino di pescatori di Ganzirri, oppure la distesa di mare nero, e oltre le luci calabre. Siamo qui ma non guardiamo qui. Siamo qui, ma non siamo qui. Messina e il suo destino di luogo che non c’è.

La TAV e il paese dei cachi (pensieri di nessuno 5)

Dura protesta contro la TAV… Manifestante sul traliccio… Tragica fatalità… Il sacrosanto diritto di protestare non deve però giustificare inaccettabili violenze… Le facili indignazioni di questo periodo si trasformano troppo spesso nella vittoria di una sterile antipolitica… Pecorella… Umiliare un servitore dello Stato… Pulsioni antidemocratiche… L’avesse visto Paolini… Abbiamo dimenticato la lezione di Pasolini… Ero esasperato… Ho fatto solo il mio dovere…
MA QUANTE CAZZATE DOBBIAMO ANCORA SENTIRE PRIMA CHE UN QUALSIASI PROGRAMMA, TESTATA O NOTIZIARIO CHE SI DEFINISCE “GIORNALISTICO” PARLI SEMPLICEMENTE DEI MOTIVI CHE STANNO ALLA BASE DELLA PROTESTA?
E invece no, tutti a inseguire l’effetto speciale, la suggestione, il gesto romantico/simbolico, l’ultimo della sequenza, senza mai spiegare cosa c’è dietro.

Evito di dilungarmi per non aggiungere parole ai cumuli inutili già ammucchiati dai vari media, e manco insisto nella mia risibile opinione (per quanto a mio avviso più che l’ecomostro colpisce il rapporto costi/benefici che mi pare dubbio). Non dico nemmeno che si debba essere a favore o contro, dico però di discutere sui dati e non sulle minchiate.

Chi voglia sapere le ragioni della protesta e non le cazzate, vada qui. Mica un link ultrasegreto di Wikileaks, eh, basta andare alla prima pagina di google cercando “NO TAV ragioni”. È un documento che sta in rete da un pezzo. Chi invece vuole approfondire le ragioni del sì, sostenute e argomentate dal governo, vada qui. Documento fresco fresco della presidenza del consiglio. E adesso vediamo se continuano a parlare di nulla. Visto che Vespa non ci aiuta col plastico, tocca far da soli, come sempre in questo paese…

A Christmas Carol : Un penny per i tuoi pensieri di nessuno : (Pensieri di Nessuno 4)

Tre giorni a Natale e non un fiocco di neve, neanche a pagarlo. Nemmeno grandine e nemmeno, in cambio, quel cielo terso azzurro acceso che a volte le migliori giornate di dicembre sanno offrire quando sono in vena di regali. Niente. A parte nuvolaglie brune e basse e un freddo umido porco che s’insinuava sotto maglie e cappotti e smistava con generosità raffreddori e mal di gola. Non c’erano più i natali di una volta. Non c’era più niente di quello che c’era una volta; in effetti, ormai c’era soltanto il qui e ora, un presente senza gusto né prospettive che assomigliava a masticare segatura con l’aspirazione di mangiar caviale. E pensare che qui era tutta campagna.
Lo scrittore pensava proprio questo, mentre aspettava sul marciapiede davanti al locale che il cameriere preparasse il tavolo per lui e per la moglie. E dall’immagine fiacca della segatura e del caviale, come pure dalla riflessione dozzinale sul presente scarso rispetto ai bei tempi andati, il lettore intuirà che lo scrittore in questione, quanto a creatività e a freschezza di sguardo, stava alla canna del gas. Continua a leggere