Scampoli dal nostro romanzo perduto

shiva-19Nel buddismo, che lui praticava in modo personale e sincretico con altre confessioni, non è importante chi sei o cosa vuoi, perché il fine è il distacco, il non essere, il non volere. Secondo Sai Swami, però, prima di potersi allontanare dal fardello di ciò che si è e si vuole, bisogna prima capirlo, esserlo, volerlo, ottenerlo. E solo dopo allontanarsene, buttarlo via, anzi, lasciarlo indietro. Durante il nostro primo incontro mi aveva parlato di Shiva, la divinità indù, e non lo aveva fatto per caso. La sua convinzione, che poi diventò anche la mia, è che la mia natura sia quella di distruttore. Distruggere è il mio talento innato. Il mestiere che mi sono scelto ne costituisce una prova evidente. A differenza di Shiva, che distrugge per alimentare il ciclo dell’esistenza, il ruolo di distruttore che esercitavo era sterile, perché finalizzato a scopi meschini, alla mera indulgenza verso le debolezze umane. Distruggevo per il denaro, per il potere, per fini politici, per sottrarmi a ricatti. Probabilmente anche il semplice fatto di avercelo, un fine, bastava a corrompere la pura essenza del mio ruolo. Fosse anche stato un fine meritorio come la pace nel mondo (e certo non lo era) non avrebbe mutato la sostanza del mio errore. Io ero un distruttore e dovevo esserlo nel senso più completo e indipendente. Distruggere per distruggere, essere parte integrante e consapevole del divenire dell’universo. Portare la morte perché da essa potesse tornare a generarsi la vita. Il che, in termini più prosaici e concreti, stava a significare che da quel momento avrei distrutto tutto e tutti e non solo in un senso, non in favore di qualcuno e a discapito di qualcun altro. Avrei distrutto il distruggibile, fino a bruciarmi dietro i ponti, fino anche a segare il ramo sul quale stavo seduto. Perché no, in fondo? Perché non bruciare tutto e stare a godere lo spettacolo delle fiamme?
Da quando ho compreso tutto questo, sono diventato quello che già ero, ma non sapevo di essere. Il Cardinale oggi ha un nuovo spirito e un nuovo nome. Chi mi conosce davvero, oggi mi chiama Prem Satien.

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Regalo di Natale

babbokaizenGli anni scorsi vi abbiamo “deliziato” con i racconti di Natale.

Quest’anno vi facciamo un altro regalo. Un capitolo del nostro romanzo ancora inedito, Mi Buenos Aires Querido. La voce narrante è quella del “Cardinale” (lo avete sentito nominare in Delta Blues, haven’t you? ), un trafficante d’armi al limite della leggenda urbana… Allacciate le cinture e godetevi la sauna.

Il mio peggior nemico è sempre stato la noia. Non lo si direbbe possibile, considerata la vita che ho avuto, ma è così. Il mio cervello mastica e digerisce anche gli eventi più singolari e emozionanti riducendoli a una poltiglia incolore, e tutto nel giro di pochissimo tempo. L’eccezionale diventa routine e mi annoio.

Dopo i miei traffici col nucleare, come avrei potuto puntare ancora più in alto, giocare a un tavolo più rischioso? È forse per questo motivo che ormai Prem Satien ha preso il sopravvento sul Cardinale. Sedotto dall’ascetismo orientale come l’ultimo dei figli dei fiori anni settanta col sitar. Continua a leggere