Le quindici pietre del giardino zen: un esperimento di romanzo psichico collettivo

La miglior foto dell’anno è stata scattata
sulla spiaggia di Rimini da un drone,
un’intelligenza artificiale

 

Negli anni Settanta, William S. Burroughs e Brion Gysin avevano elaborato una teoria secondo la quale siamo tutti continuamente controllati dalla società tramite la politica, la cultura, la stampa, la televisione ecc. e dobbiamo riconquistare noi stessi attraverso un processo di decontrollo. Mai come in queste ore, in questi giorni, in queste settimane, la teoria di Burroughs e Gysin ci è sembrata più adatta a descrivere il tempo in cui viviamo, un tempo in cui il controllo fisico e psichico si è fatto più evidente e allo stesso tempo dolorosamente tangibile. Esco di casa e mi sento in colpa, esco di casa e mi guardo attorno. Ho portato la mascherina? No? Cosa penseranno di me? Devo proprio uscire? E se mi vedono? E se mi fermano? 

Gysin aveva inventato la dream machine, un cilindro luminoso che induce effetti psicotropi sulla mente di chi lo fissa. I social network ci sembrano, oggi più che mai, una nightmare machine che induce solo bad trip, e l’informazione di massa è la colonna sonora di questo viaggio andato a male. 

Mai come ora ci sentiamo bisognosi di decontrollo. Come ensemble narrativo nel corso di quasi due decenni abbiamo esplorato varie forme di scrittura collaborativa e di esperimenti letterari, tra cui i romanzi totali e i mosaic novel (sui quali però esercitavamo il controllo), ma quello che vi proponiamo oggi è un piccolo salto quantico. Lo potremmo definire un iperromanzo, ma ci piace pensare che si tratti di un romanzo psichico, di una meditazione narrativa, una pratica (kai) zen per esercitare il decontrollo. Per ricordarci che la “società” che ci controlla… be’, quella società in fondo siamo noi e in un momento cruciale come il presente dovremmo tenerlo a mente, per agire con consapevolezza adesso invece di subire per lamentarsi dopo. Ma visto che l’azione fisica è per forza di cose al momento limitata, e visto che il pensiero è azione, vi proponiamo queste quindici pietre su cui meditare. Non c’è nulla da scrivere, a meno che non lo vogliate. Mettete assieme i pezzi in ordine sparso (tutti, alcuni o meglio ancora nessuno) e costruite il vostro racconto mentale. È sufficiente riflettere. Non è certo poco.

Se, prima di cominciare, vi serve un kit di sopravvivenza, lo trovate qui.

Timothy Morton definisce gli iperoggetti come entità che hanno una dimensione spaziale e temporale tale da incrinare l’idea stessa di oggetto. Un iperoggetto è un’idea, ma al tempo stesso un oggetto concreto: riguarda tutti gli esseri umani da vicino, è connesso a tutte le nostre attività e agli oggetti con cui abbiamo a che fare, eppure è percepito come lontanissimo (Morton individua come esempio principale della sua riflessione il riscaldamento globale). Gli iperoggetti infestano il nostro spazio sociale e psichico, sono viscosi e si attaccano alle entità con le quali vengono in contatto. In questo senso anche un telefonino o un social network sono iperoggetti. Ne facciamo parte e per questo non riusciamo a osservarli. Sono troppo grandi per poterli cogliere nella loro dimensione e complessità. È come se un sub volesse abbracciare con lo sguardo l’Oceano con tutte le creature che lo abitano e le forze fisiche che lo animano. Da settimane siamo alle prese, più o meno consapevolmente, con un iperoggetto di cui riusciamo a cogliere solo alcuni frammenti. No, l’iperoggetto non è il coronavirus, quello è un frammento. Come lo è la quarantena. Era molto tempo che non sbattevamo il muso così duramente su un iperoggetto. È davvero complesso e gigantesco e non riusciamo a delinearne i contorni, avremo bisogno di tempo per coglierne vari – e comunque pochi – frammenti e di ancora più tempo per collegarli gli uni agli altri nel tentativo di dar loro un senso ‘umano’. Intanto possiamo provare a fare un po’ di fiction, forse non è molto ma nemmeno poco, ed è comunque un inizio. Ci sarebbe da scriverne un romanzo, anzi una saga di romanzi, ma vorremmo fare un piccolo esperimento e lasciare che siate voi a unire i puntini e a dipanare la matassa come meglio vi aggrada. Insomma, vorremmo ricreare in laboratorio lo spaesamento e l’orrore cosmico, vorremmo gettarvi in pasto un micro-iperoggetto fatto di frammenti. 

Il giardino roccioso del tempio Ryōan-ji a Kyoto si osserva da una terrazza di legno. Ogni visitatore camminando da un estremo all’altro può contare le pietre. Sono quindici, ma non c’è un solo punto dal quale sia possibile vederle tutte. La totalità è frammentaria ed è, soprattutto, una questione di prospettiva. Per quanto sia impossibile accedere al tutto è possibile comunque muoversi sulla terrazza e osservare tutte e quindici le pietre da angolature diverse e, forse, metterle in relazione. Il movimento è quindi una ricerca continua, un infinito domandarsi qualcosa di nuovo, sondando la complessità di quella che chiamiamo realtà nell’intrico delle relazioni in cui si definisce. In certi punti della terrazza, alcune pietre sono in primo piano, in certi altri non si vedono proprio. Ecco le nostre quindici pietre, a voi immaginare l’iper-romanzo o meglio quella che potremmo definire auto-(non)fiction in cui siamo immersi.

Le pietre:

  1. Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley e 1984 di George Orwell sono collassati l’uno sull’altro… Huxley scriveva: “Ci sarà in una delle prossime generazioni un metodo farmacologico per far amare alle persone la loro condizione di servi e quindi produrre dittature, come dire, senza lacrime; una sorta di campo di concentramento indolore per intere società in cui le persone saranno private di fatto delle loro libertà, ma ne saranno piuttosto felici.”
  2. Il riscaldamento globale scioglie le calotte polari: patogeni, virus, batteri preistorici si liberano nell’aria.
  3. La classe dirigente è spaesata, inerme ma allo stesso tempo avida e spregiudicata.
  4. L’industria bellica continua a prosperare, mentre, negli ultimi decenni la spesa sanitaria ha subito un taglio sempre più sistematico e drastico.
  5. La politica risponde recitando dei rosari in TV. 
  6. Diventa più evidente che il capo politico funzionale a questi tempi è il padre padrone, nelle sue diverse ma complementari declinazioni di padre saggio e comprensivo o di padre burbero e rude che maltratta noi bambini per il nostro bene o, infine, di Grande Fratello (vedi la pietra 1). 
  7. La stampa diffonde paura e senso di colpa. È colpa dei cittadini se il virus non si ferma, non  di chi ha smantellato il sistema sanitario pezzo per pezzo.
  8. Molti cittadini, abituati al bipensiero (vedi la pietra 1), sono controllati e controllori. La psicopolizia di Orwell affianca la polizia.
  9. La clausura alimenta il liberismo globale, si sacrifica la privacy e si santifica la Silicon Valley (il metodo farmacologico, vedi la pietra 1, è la rete). La nuova droga sono sempre più i social network.
  10. Gli ultimi decenni hanno visto l’accelerazione tecnologica più vertiginosa di tutti i tempi. L’intelligenza artificiale ci ha superato ampiamente, non capiamo cosa faccia e perché lo faccia. Le transazioni di borsa, le sperimentazioni farmaceutiche, le previsioni meteo, il riconoscimento facciale, i big data, la sorveglianza… Algoritmi che non comprendiamo, ma che regolano le nostre vite.
  11. Si officiano riti con serpenti e pipistrelli. Ci si ciba della loro carne. È una notizia falsa creata da un algoritmo? La tecnologia più avanzata evoca riti ancestrali.
  12. Aumenta a dismisura il tempo da dedicare alla riflessione su noi stessi e sul mondo, o semplicemente per fare quello che dicevamo sempre di non avere tempo di fare. Non lo facciamo lo stesso, perché non riusciamo a proiettarci oltre i tempi della quarantena, della immediata prossima tappa imposta, al di là della quale non ci si riesce a immaginare. La capacità di concentrazione delle persone è ormai minima, rarefatta e si addensa solo sulla prossima necessità di minuto mantenimento.
  13. In clausura c’è chi ha perso il lavoro e chi lo perderà, in clausura ci sono le famiglie di chi invece è costretto ad andare in fabbrica rischiando di infettarsi e di infettarle quando rientra in nome della produttività, in clausura ci sono donne in compagnia dei loro carnefici, ci sono malati, depressi, sordociechi che non possono toccare nessuno e sono piombati in una clausura ancora più devastante, autistici la cui routine è stata fatta saltare in aria come una diga che non serve più, tossici in preda a crisi devastanti, carcerati senza alcun diritto perché tanto è lo stesso. La clausura ha ridotto l’inquinamento (anche se non abbastanza, vedi la pietra 15), orsi, delfini, daini, ecc. tornano ad abitare i luoghi da cui erano scomparsi. In clausura c’è la criminalità organizzata e chissà cosa fa e come sfrutta il momento. In clausura ci sono io e ci siete voi. Ma chi siamo davvero?
  14. Siamo cyborg a tutti gli effetti, gli smartphone sono sempre con noi e sono sempre connessi. Abbiamo demandato loro la nostra capacità di ricordare come fossero memorie esterne in cui archiviamo gigabyte di foto, appunti, conversazioni, canzoni, numeri di telefono che non riusciamo più a ricordare, li usiamo per orientarci nello spazio, per studiare, per informarci, per capire se un ristorante ci piacerà senza aver assaggiato nulla, per fare delle operazioni matematiche, per eccitarci e per divertirci. Demandiamo tutto agli algoritmi, dalle fantasie sessuali al percorso per tornare a casa. Il flusso dei nostri pensieri scorre assieme a quello di miliardi di altri utenti creando un inconscio collettivo digitale che alimenta l’intelligenza artificiale (nel racconto “La risposta” di Fredric Brown viene costruito il computer più potente dell’universo. Può risolvere qualsiasi quesito e quando gli viene chiesto se Dio esiste risponde: sì, ora esiste»).  La società più egoista della storia ha rinunciato all’individualismo perché è stata assimilata a forza da una sorta di collettività Borg.  La nostra soglia d’attenzione si è ridotta a pochi secondi, poco più di quella di un pesce rosso, possiamo concentrarci giusto il tempo di leggere un annuncio pubblicitario e passare al successivo.  Come scrive Byung–Chul Han, la digitalizzazione smonta la realtà. La realtà la si esperisce tramite la resistenza, che può anche far male. La digitalizzazione, tutta la cultura del mi piace, elimina la negatività della resistenza. E nell’epoca post–fattuale delle fake news o dei deep fake nasce un’apatia nei confronti della realtà. Ora il virus reale, quindi non informatico, scatena uno shock. La realtà, la resistenza, torna a farsi sentire nella forma di un virus ostile. La reazione di panico violenta ed esagerata va ricondotta a questo shock di realtà.
  15. Internet consuma il 7% dell’energia elettrica mondiale ed emette tonnellate di CO2 nell’aria.  La CO2, divorando l’ossigeno, ci rende più stupidi. I video e i meme sul coronavirus aumentano vertiginosamente il consumo di risorse e contribuiscono al riscaldamento globale, che è un iperoggetto che fatichiamo a comprendere, nel frattempo le nostre capacità cognitive diminuiscono e aumenta il nostro bisogno di informazioni inutili, di intrattenimento e di serotonina da like. I gattini ci stermineranno.

 Come cantavano i God Machine: stare into your Dream machine: see what you see but don’t say that you see it. 

Spegnete lo smartphone, staccate internet, sedetevi comodi, chiudete gli occhi. Prendete un bel respiro… 

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