Il coming-out di un razzista (riflessioni al margine di un burrone)

Una volta mi sottoposero una specie di test in forma di storiella. Sei un naufrago alla deriva su una zattera, insieme ai tuoi due figli. Quello piccolo è debolissimo, ne ha per poche ore, e sai per certo che i soccorsi non arriveranno prima di molti giorni. Hai acqua ma non cibo e anche tu e il figlio più grande siete allo stremo, per cui se non trovi una soluzione morirete tutti e tre di fame. Cosa fai? La soluzione razionale (quella che all’epoca almeno mi prospettarono come tale) è la più orrenda: uccidi il figlio piccolo e debole, dallo da mangiare all’altro e cibatene anche tu. Perché mi è venuta in mente questa storia riflettendo sulla situazione politica e sociale delle ultime settimane? Ci arrivo gradualmente, per ora andiamo avanti, che sulla zattera torneremo dopo.

La deriva ormai evidente della politica, quella che per intenderci è tetramente animata da protagonisti che indulgono in motti come prima gli italiani, America first, aiutiamoli a casa loro e insomma, per farla breve, tutta la politica che fa convergere il massimo dei propri apparenti sforzi nel promuovere e soprattutto nel propagandare posizioni sovraniste e misure che dovrebbero salvaguardare il paese di turno (che sia l’Italia, gli USA, l’Ungheria) dalla piaga dell’immigrazione incontrollata, e ciò erigendo muri, sollecitando respingimenti, stipulando patti innominabili con regimi impresentabili, è, a mio avviso, solo in parte frutto della generalizzata crisi economico-finanziaria mondiale. La ragione di questa che potremmo, per semplificazione, definire svolta reazionaria è dovuta, a parer mio, soprattutto alla riscoperta – da parte di molti leader parvenu che sono sciaguratamente finiti al comando negli ultimi anni (e non può certo essere un caso) – di due giocattoli vintage con i quali in passato ci si è spesso baloccati. Il razzismo e il fascismo.

Grazie, si dirà, bella scoperta che hai fatto, Salvini è razzista e lo sono i suoi elettori. Non proprio. Per quanto ne so, Salvini e altri leader del suo calibro (e risparmio la battuta) potrebbero pure non esserlo, razzisti, ma di sicuro sono dei cinici opportunisti che, in quanto tali, hanno compreso che dare una svolta di matrice razzista e fascista alla propria immagine pubblica paga in termini di consenso. La moneta cattiva, nell’odierno agire politico, ha scacciato quella buona ed ecco allora che molti leader vellicano i bassi istinti degli elettori, danno loro a intendere che non c’è niente di male ed è anzi sacrosanto prendersela con chi è diverso e spingerlo anche in malo modo fuori dal nostro “spazio vitale”. Ogni volta che Salvini recita la parte del maschio alfa con le sue mezze citazioni di sapore fascisteggiante, come non mollo, noi tiriamo dritto, me ne frego, è come se girasse la manovella di un registratore di cassa elettorale: più fa il bullo nazi, più il campanellino del registratore suona e più voti entrano. Qualcuno una volta disse, più o meno, “Non temo il fascismo in sé ma il fascismo in me” (forse Enzesberger o Longanesi o forse nessuno dei due, non sono bravo con le citazioni); ecco, Salvini e gli altri come lui quel fascismo invece di temerlo lo sfruttano.

Però aspetta, si potrebbe dire, tu metti insieme razzismo e fascismo, ma mica sono la stessa cosa. No infatti, non sono la stessa cosa, ma sono insiemi comunicanti. Razzista, nell’accezione che uso io, è chi prova fastidio verso persone di etnie diverse dalla propria, un fastidio che viene spesso razionalizzato come dovuto a una generica minaccia identitaria, economica e di ordine pubblico (io non sono razzista ma questi arrivano qua e delinquono e poi non abbiamo le risorse per occuparcene e poi insomma l’Italia dovrebbe essere degli italiani ecc.). Sono scuse. Motivazioni date a posteriori per giustificare il proprio disagio verso chiunque abbia un aspetto fisico diverso dal nostro, in particolare per africani e magrebini (il tono cromatico della pelle conta). L’idea che ci debbano vivere accanto, che potrebbero addirittura pensare di accoppiarsi con nostra figlia ci è insostenibile.

Parte tutto da qui, dal razzismo. Il fascismo arriva dopo, è la giustificazione ideologica dell’istinto razzista. Un credo politico e, ancor di più, un’attitudine, uno stile di vita, un modo di rapportarsi, che gli italiani conoscono bene. Una sintassi fatta di attivismo, vero o presunto (noi agiamo, facciamo i fatti, gli altri parlano), fatta di prove di forza e compiaciuta violazione dell’etichetta del dialogo con eventuali oppositori (alzare la voce, usare linguaggio inappropriato, troncante, irridente e spesso offensivo). La strategia prediletta consiste nell’alterare i piani logici di un normale dibattito democratico per sottrarsi al confronto e avere buon gioco sulla distanza breve (non rispondere a tono a una critica argomentata, attaccando personalmente chi la formula, è ormai diventato il protocollo di riferimento: quelli che governavano prima devono stare zitti perché è tutta colpa loro, i francesi devono pensare ai danni che ha fatto il loro colonialismo, il presidente della Commissione Europea che critica la nostra politica finanziaria è un ubriacone, quelli che chiedono la restituzione dei 49 milioni di euro di finanziamenti illeciti della Lega devono badare ai loro guai giudiziari invece di parlare, eccetera). Ma sopra ogni altra cosa, il fondamento della vulgata fascista è la personificazione del Male, del Pericolo, dell’Avversario attraverso la rappresentazione dell’Altro. L’Altro è il diverso. Il diverso è il nemico, l’origine dei nostri mali viene da fuori, dallo straniero, che mina la nostra identità, la nostra economia, la nostra armonia, la nostra salute, la nostra stirpe. Questo non lo dicono espressamente, ma il messaggio è chiaro: caro povero maltrattato elettore italiano, non è colpa tua, la situazione di sfacelo in cui ti trovi non dipende dalle tue incapacità e debolezze, ma è colpa loro. LORO!

Per i 5 stelle l’Altro prima erano i politici al governo, i potenti corrotti e stupidi, ma adesso al governo ci si sono insediati loro. E infatti Beppe Grillo, che nei suoi spettacoli di pochi anni fa promuoveva a spron battuto l’accoglienza di tutti i migranti, adesso ha invertito la rotta. Una cosa è strappare l’applauso in teatro e ben altra guadagnare voti. Per la Lega un tempo l’Altro erano i meridionali fannulloni che minavano la produttività del magnifico Nord-Est, ma adesso i voti dei meridionali servono per diventare primo partito. Lo spauracchio da agitare per serrare le fila dell’elettorato dunque è presto servito. LORO sono gli immigrati, anche se, per rendere la pillola più dorata, ce la si prende con i “mercanti di uomini” che portano gli immigrati qui, le ONG, quelli che lucrano riempiendoci il paese di poveracci, oppure si additano gli altri paesi europei che non si prendono le loro responsabilità, che affossano la nostra economia, che incrementano la criminalità del nostro paese, e poi per forza che la brava gente reagisce.

Si può obiettare con dati alla mano che la crisi sistemica italiana (e non solo italiana) non dipende certo dagli immigrati e che questi non incidono affatto sulla mancata ripresa economica; si può dimostrare che la criminalità è in diminuzione e non in aumento; si può rilevare che un paese in costante calo demografico come il nostro potrebbe avvantaggiarsi dei nuovi arrivi invece di temerli; si può osservare che tutta ‘sta brava gente che reagisce non è brava manco per niente. Si può, sì, ma è inutile e Salvini e i suoi cloni lo hanno capito benissimo. Alla gente non gliene frega niente dei dati oggettivi, perché dopo molto tempo ha finalmente sentito l’odore del sangue, il richiamo dell’istinto. E l’istinto, quando ti senti in difficoltà (anche se sono difficoltà che dipendono da tutt’altri motivi), ti porta a volere solo una cosa: chiuderti nel tuo giro ristretto. Gli altri sono il male, gli altri ci invadono, ci rubano, ci sottraggono le risorse e dunque se ne devono andare, con le buone o con le cattive.

Nessuno è immune da comportamenti e automatismi del genere. Magari esprimiamo il nostro razzismo dirigendolo verso qualcun altro, non esponenti di etnie e nazionalità diverse ma semplicemente persone che hanno abitudini, trascorsi e attitudini diverse dalle nostre. Io devo ammettere di nutrire pregiudizi verso chi non ha un livello di istruzione decente e non se ne preoccupa, il mio è un razzismo intellettuale ma l’aggettivo non lo rende certo più carino. E altri pregiudizi li nutro ancora verso persone cresciute in determinate zone della mia città che ritengo degradate e che do per scontato abbiano un influsso negativo sul livello di civiltà di chi le abita e nelle sue strade impara i primi rudimenti della socialità (un razzismo classista e topografico, in questo caso, e anche qui gli aggettivi non attenuano e non migliorano). Provo pure intolleranza, sospetto e fastidio verso chi professa con dedizione assoluta (che io ritengo eccessiva) il proprio credo confessionale (razzismo religioso).

E forse in fondo sono razzista anch’io in senso classico, perché ogni tanto il dubbio mi striscia dentro, anche se non lo pronuncio ad alta voce: non è che con tutti questi immigrati poi va a finire che le mie condizioni di vita e quelle della mia famiglia peggioreranno? Non è che hanno ragione i pentaleghisti? Magari è vero che se continuiamo ad accoglierli gli altri paesi europei continueranno a fregarsene e noi rimarremo col cerino in mano. Allora può essere una buona cosa che ci siano questi quattro pupazzi razzisti al governo, così gli sbarchi diminuiscono e io sto più tranquillo, continuando a parole a far finta di essere un pacato e aperto cosmopolita di sinistra. Quasi quasi…

Chiunque si guardi dentro con un grano di onestà penso possa riuscire a individuare il proprio razzismo personale. Nessuno è immune dalle approssimazioni e dai comportamenti miopi ed egoistici cui ci induce l’istinto di sopravvivenza, ma nessun istinto e nessuna pseudo razionalizzazione di quell’istinto dovrebbe distoglierci dal ricordare che siamo esseri umani e che questo comporta un dovere morale verso tutti gli altri esseri umani, un dovere che, soprattutto davanti alla tragedia delle migliaia di uomini donne e bambini in balia del mare perché in fuga da violenza, miseria e orrore, dovrebbe imporci di scegliere ciò che è giusto e non ciò che è (o può sembrare) utile a noi e ai nostri vicini.

Per tornare alla storiella dell’inizio, cibarci dei nostri figli, darli in pasto ai loro fratelli, trasformandoli in cannibali, quand’anche ci facesse vivere qualche giorno in più, ci lascerebbe sopravvissuti in un mondo che non vorremmo abitare, mutati in esseri che non saremmo mai voluti diventare.

Con questa moraletta finale un po’ pelosa che a rileggerla, mi rendo conto, fa venire il latte alle ginocchia, non vorrei dare l’impressione di formulare un appello altruistico, ma piuttosto esprimere una preoccupazione concreta, egoistica e personalistica. Quando si rinuncia alla propria umanità, si finiscono con l’accettare cose inaccettabili. Quando si apre il vaso di Pandora degli istinti più bassi e li si fa passare per legittime istanze di un popolo stremato, si mette in moto un meccanismo pericoloso, un meccanismo che non si può poi arrestare a piacimento. Quando la crisi di un’economia (intendo l’economia mondiale) si trascina ormai da più di dieci anni e non pare avere alcuna soluzione che non sia quella di cambiare del tutto sistema economico, ma in un panorama in cui non si vedono all’orizzonte sistemi economici alternativi, l’unica soluzione per riavviare forzatamente il ciclo è la guerra. Qualunque guerra. Se l’economia non funziona e non puoi sostituirla con un’altra, radi tutto al suolo e ricostruisci. Le guerre non mancano mai, ma quelle in corso evidentemente non bastano e sono troppo lontane. È proprio il presagio di questa distruzione che mi spinge a parlare, perché l’unico modo per evitarla ritengo sia mantenere alta la sensibilità. Non è altruismo, il mio, è paura condita da un pizzico di riflessione.

Siamo razzisti e forse questa cosa non si può cambiare. Però attenti, perché come dice quel buon vecchio saggio di Marilyn Manson: “Ognuno è il negro di qualcun altro.”

Guglielmo Pispisa (Kai Zen g)

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