L’uomo dell’Etiopia ovvero del tioetere di cloroetano e del settimo sigillo

2,5 cmQuesta sera vi aspettiamo al VAG 61 a Bologna. Proseguiremo il percorso intrapreso il 27 settembre con #ResistenzeInCirenaica.

Nel frattempo vi lasciamo con il testo scritto da J per quell’occasione.

Non abbiate mai paura della vita e dell’avventura. Abbiate fiducia nel caso, nella fortuna e nel destino. Partite, andate a conquistare altri spazi, altre speranze. (Henry de Monfreid)
“Le stelle sono dieci volte più numerose di tutti i granelli di sabbia della terra. Di tutte le spiagge, di tutti i deserti.”
Così ha detto il paraguaiano a Gunnar Lundström e Gunnar Lundström si è guardato attorno.

In quel momento, a Malca Dida, stenta a crederci.

È il 1935. L’anno è appena iniziato, Amelia Earhart ha compiuto il primo volo in solitaria tra le Hawaii e la California, il cielo sopra Stoccolma è acciaio liquido, il caffè davanti alla facoltà di medicina è pieno di gente. Sono lì per lui. Festeggiano. Elfriede lo abbraccia. Gunnar è un dottore adesso. Il futuro è radioso, eppure non riesce a staccare lo sguardo dall’Aftonbladet. Sulla notizia della trasvolata campeggia una foto della Earhart. È appena atterrata a Oakland. I capelli scarmigliati e il sorriso stanco, ma sbarazzino.

Il paraguaiano lo incontra in un villaggio dell’Ogaden, a sud del confine con la Somalia Britannica. L’ambulanza si ferma per riempire le taniche d’acqua. Il vento sa di sterco e spezie. Gunnar ne approfitta per sgranchirsi le gambe. Hylander e Agge ci sono già stati. Sanno che che c’è un pozzo, che qualcuno offrirà loro un tè e informazioni sul percorso in cambio della protezione di San Giorgio, quello effigiato sulle sterline, si intende. All’ombra di una palma solitaria un capannello di pastori è intento a osservare un arbegnuoc alle prese con una scacchiera e con il primo tenente della marina paraguaiana Benito Ecer de Namtar.

Gunnar Lundström conosce Hylander nei corridoi dell’ospedale. È il figlio di un missionario ed è appena tornato dall’Etiopia. Laggiù il suo amico d’infanzia Agge fa il medico nell’Ogaden dove l’imperatore ha spostato novemila soldati, dopo le provocazioni italiane. L’autunno sta per cominciare e Gunnar Lundström è inquieto. L’Europa si contorce come un’anguilla elettrica in un vaso troppo piccolo mentre la Svezia sonnecchia. Violando il trattato di Versailles, la Germania arruola soldati e toglie la cittadinanza agli ebrei. Italia, Francia e Gran Bretagna dichiarano di voler mantenere la pace, ma intanto l’Etiopia chiede alla società delle nazioni di inviare degli osservatori. Teme un’invasione. Gunnar tiene nel portafoglio la foto della Earhart strappata dal giornale. Elfriede è sfacciatamente gelosa.

Il giorno in cui le truppe italiane di stanza in Eritrea varcano il confine etiope, comincia la guerra: è il 15 settembre.
Dodici giorni dopo, il 27 settembre, un’ambulanza con a bordo Hylander e Lundström parte da Stoccolma. È diretta nell’Ogaden da Agge, e da lì all’ospedale da campo della croce rossa internazionale a Malca Dida.

Il paraguaiano, sdraiato nel retro dell’ambulanza, ha occhi pallidi e liquidi come ostriche. Anche lui è diretto all’ospedale da campo, come osservatore della Lega delle Nazioni. Pendolare della guerra, appena finita quella del Chaco si è ritrovato nell’Ogaden, gran maestro di scacchi, temprato alle asperità dell’orrore, ha già visto l’iprite in azione.
Ha sentito l’odore di mostarda, ha visto l’aria diventare gialla. In Africa ha osservato, quello è il suo lavoro, la cecità da cheratite, le trachee occluse, i polmoni corrosi, la pelle ulcerata e la carne dilaniata. L’Italia ha 85 tonnellate di iprite da scaricare sull’Etiopia. I bombardieri Romeo, come bestie in gabbia, rombano negli hangar.
Il paraguaiano ha osservato chi resiste, costretto alla codardia della guerriglia contro un nemico infame. Ha osservato gli alpini, i fanti e le camice nere d’Africa al lavoro; con le corde e le accette, con le sciabole e i fucili. Ha visto soldati, guerriglieri, ma anche donne, vecchi e bambini. A centinaia, a migliaia. Come a Cufra nel 1931. Saccheggi. Deportazioni. Torture. Stupri. Evirazioni. Dissanguamenti. Impiccagioni. Ventri squartati. Bambini bolliti. Panoplie di feti, teste e coglioni mozzati: orifiamma della civiltà.

Gunnar Lundström è sfinito, sono mesi che viaggia attraverso due continenti, ma ripensa al sorriso sbarazzino della Earhart, alla sua impresa. Ognuno, in fondo, ha la sua da compiere.
Agge di solito è loquace, ma nell’ultimo infinito tratto di strada si è limitato a poche parole sulla fede: confortante come il silenzio del crepuscolo, il profumo delle fragole, la ciotola del latte… Vorrebbe avere la certezza di Agge. Sapere che qualcosa, dopo, c’è. Chissà se anche il paraguaiano vuole sapere… Scaccia quel pensiero come fosse un chiodo con un chiodo più lieve e si chiede perché mai il Paraguay abbia la marina…
Durante una sosta, Benito Ecer de Namtar, tira fuori la scacchiera. Mancano sei giorni a Natale. A Lundström toccano i bianchi. Quando ripartono, la partita resta aperta.

Si dice che tra le sabbie del deserto oltre Malca Dida si celi la porta di Al Jannh al Adn, il giardino dell’Eden. Quando Gunnar Lundström mette piede sulla terra rossa davanti all’ospedale da campo, viene investito dall’odore ferrigno del sangue. Se l’Eden è da quelle parti, allora Caino ha appena scannato Abele poco lontano dai suoi cancelli. Il cielo d’acciaio liquido di Stoccolma, Elfriede, la laurea, la carriera, la traversata, il sorriso dell’aviatrice sono solo vaghi ricordi. Qualcuno urla qualcosa in una lingua aspra come il miele. Agge corre, corre come Gunnar non l’ha mai visto correre. Il paraguaiano fa un cenno in direzione della tenda. È ora che il ragazzo assetato di avventura diventi un uomo ebbro di indifferenza.
Quando Gunnar Lundström finisce, sono passate tredici ore. Vorrebbe solo dormire, ma non può. Benito Ecer de Namtar sorseggia un tè. La scacchiera è pronta. La bandiera svedese sventola accanto a quella della croce rossa.

È Natale, ha lavorato molto, riposato poco, mangiato la solita sbobba e continuato la partita con il paraguaiano. Avanzano di casella in casella, con lentezza. La loro è una battaglia inesorabile come quelle nel resto d’Etiopia. La guerriglia è spietata, gli invasori sono spietati. Gli uomini, tutti gli uomini, hanno il volto di un tebib, un demone, che nessuno riesce a esorcizzare e all’ospedale ne arrivano a decine, a centinaia.
Gunnar Lundström fa tutto quello che può, ma non basta. All’ennesima amputazione, all’ennesima vita che gli si spegne tra le braccia, non prova più nulla. Solo indifferenza. Si sente sprofondare nelle tenebre. Mentre sacrifica l’alfiere, lo dice. Gli viene da piangere.
Il paraguaiano sposta il cavallo. Le sue parole sono una litania: “in queste tenebre in cui affermi di essere, dove noi presumibilmente siamo… in queste tenebre non troverai nessuno che ascolti le tue grida o si commuova della tua sofferenza. Asciuga le lacrime e specchiati nella tua stessa indifferenza Gunnar Lundström…”

Le giornate si susseguono identiche. Chi non conosce la guerra non conosce il tedio dell’orrore, la noia morale delle imprese eroiche. Benito Ecer de Namtar fa la sua ultima mossa. Scacco matto. Il nero vince. Amelia Earhart è un’immagine accartocciata che rotola al vento del deserto.
Gunnar Lundström non fa in tempo a godersi la sconfitta. Un bambino è grave. Un proiettile lo ha colpito al ventre e Gunnar Lundström si precipita verso la tenda.
In quella corsa c’è tutto il peso dell’indifferenza. Aumenta la falcata, in quell’ultimo balzo c’è tutto il peso del fare la differenza.

È il 30 dicembre 1935. Il cielo è il ronzio di migliaia di calabroni. L’eroica regia aeronautica italiana scarica 107 bombe all’iprite sull’ospedale della croce rossa.

Gunnar Lundström muore due giorni dopo. Il corpo scarnificato. L’ultima cosa che vede è il sorriso triste di Benito Ecer de Namtar. Le ultime parole che sente rispondono alla domanda che non ha mai pronunciato sull’ambulanza: “non mi serve sapere.”

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