Niente è scritto

Signore, signori, purtroppo non posso essere con voi in questa occasione e così mi affido, ancora una volta, alla parola scritta. In fondo è questo il mestiere che mi sono scelto, che molti hanno scelto, quello di affidare alla scrittura le proprie parole il cui valore risiede sempre e solo negli occhi di legge e le interpreta, perché la scrittura non è che un esercizio di alterità, un dialogo, un confronto con l’altro da sé. Comunicare parlando, o teleparlando, non ha la stessa capacità di dialogare che hanno le parole scritte. È tra le righe, tra le figure retoriche, tra lo scarto e l’iperbole che si mostra in tutta la sua complessa semplicità quello che lo scrittore William Burroughs definiva un virus dallo spazio profondo: il linguaggio.

La parola scritta dà modo e tempo di interpretare di comprendere, riflettere, scegliere, mediare, la parola scritta è il punto di incontro tra chi scrive e chi legge, si allontana da chi scrive e si avvicina a chi legge, ma non è né un punto di partenza né un punto di arrivo, è il viaggio. Ed è il viaggio quello che conta davvero.

La parola scritta non è di chi la scrive mentre la parola detta è di chi la dice, ha un volto, un’espressione, una mimica, uno “sponsor”, è una parola che si vende senza apparentemente pagare il contenitore, la parola scritta è una parola gratuita di cui, a volte, si paga il contenitore (il giornale, il libro, la rete), ma è una parola pura che trova nella sua impurità la sua stessa essenza: splende in tutto il suo significato etimologico, ma si adombra, cambia pelle, si trasforma per poi risplendere su altre frequenze dello spettro, nel momento stesso in cui chi la legge ha il tempo di trasformarla, di cogliere le connessioni, di inserirla in un contesto, di confrontarla con la sua esperienza e la sua conoscenza. 

Questioni ontologiche… Sesso angelico insomma, ma cosa vuol dire lavorare con le parole? Scriverle? Cosa fa chi lo fa? È un mestiere? Davvero? Un hobby dalle sfumature vagamente dandy? Un modo di guadagnarsi il pane senza sgobbare?

Spesso lavorare con le parole scritte viene considerato qualcosa del genere e chi lo fa per vivere, alle volte, viene  sottostimato, guardato con malcelata e malevola invidia, visto con sospetto e con acrimonia, apertamente disprezzato, sottilmente deriso, e spesso, molto spesso, quasi sempre, viene sfruttato, gettato in pasto alla precarietà. I suoi diritti di lavoratore vengono calpestati perché non viene percepito come lavoratore, ma come sfaccendato fortunato che non sa cosa sia spaccarsi la schiena davvero… Spaccarsi la schiena…

Sapete tutti cos’è il plus valore? Sì, vero. No? Forse allora potreste sperimentare l’alchimia operata dal linguaggio nella trasmutazione  delle parole scritte in parole lette dando un’occhiata a certi passaggi di un certo filosofo, economista, storico, sociologo e giornalista tedesco perché il concetto di plus valore si può, e si deve, applicare anche al lavoro intellettuale perché chi scrive per lavoro è come ogni altro lavoratore, ha la sua dignità e i suoi diritti.

Per capire cosa faccia chi scrive per mestiere forse potremmo più semplicemente parafrasare uno scrittore che se non si perdesse in cazzate sarebbe davvero un grande scrittore: Chuck Palahniuk e il suo più celebre romanzo, Fight Club:

Ricordati bene…  Le persone che stai cercando di sfruttare, sono le persone da cui dipendi tu… Noi siamo le persone che scrivono i bugiardini delle tue medicine in modo che tu possa sapere come, quando e perché prenderle o non prenderle, scriviamo le istruzioni del tuo microonde, della tua caldaia, del tuo frigo per evitare che ti scoppino in faccia, ti tengano al caldo e non facciano andare a male il tuo cibi. Noi scriviamo le etichette di ciò che mangi, bevi, usi per lavare e pulire, e ti salviamo la vita evitando che tu ingerisca sostanze a cui sei allergico, tossiche o nocive. Ti spieghiamo come usare il tuo primo assorbente interno, come indossare il tuo primo preservativo e come votare. Noi ti diciamo cosa consumare. Noi ti informiamo e disinformiamo con le nostre notizie, ti attiriamo con i nostri titoli, ti guidiamo e ti inganniamo con i discorsi che politici e uomini d’affari ci chiedono di scrivere. Noi facciamo addormentare i tuoi figli con le nostre storie e abbiamo su di loro un’influenza sottile e tremenda. Ti istruiamo quando vai a scuola, scegliendo cosa farti imparare con i nostri manuali e le nostre antologie. Ci scusiamo e facciamo gli auguri al posto tuo perché tu non hai più tempo e voglia di farlo. Accompagniamo i tuoi fiori con le nostre parole. Ti facciamo ridere e piangere, pilotiamo le tue emozioni e le tue opinioni con i nostri romanzi, articoli, canzoni, poesie, sceneggiature, soggetti televisivi, cinematografici, battute e gag trite e ritrite, invettive, spot e comizi. Noi ti diciamo come cucinare le tue ricette e quanto lasciarle nel forno, a che gradazione. Noi siamo redattori, romanzieri, saggisti, compilatori, blogger, pubblicitari, copywriter, creatori di slogan e di tormentoni e sappiamo tutto di te. Noi scriviamo le tue richieste precompilate di indennizzo alle compagnie d’assicurazione e i moduli di rimborso per la tua carta di credito rubata, i contratti standard di licenza del tuo software, quelli dell’affitto del tuo appartamento, del leasing della tua auto… Le nostre parole fanno parte di ogni spicchio della tua vita. Siamo invisibili, ma indispensabili. Sfruttati, sottopagati, ricattati, precari, trattati come se ci stessero facendo un favore perché non ci spacchiamo la schiena e siamo “fortunati”, con qualcuno sempre pronto a farci le scarpe per prendere il nostro posto privilegiato. Questo fino a che saremo soli, ma cosa succederà quando non lo saremo più? Forse nulla. Ma in fin dei conti: niente è scritto.

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