La Haine

la-haine-saidLa costernazione per gli attentati che in questi giorni frenetici hanno colpito così profondamente Parigi, insanguinando la redazione di un giornale di satira, ossia un limes della libertà di espressione, un luogo simbolico dove l’intera società francese (e europea e occidentale) marca, o pretende di marcare, il discrimine con la parte di mondo alla quale quella libertà manca del tutto o è fortemente limitata, è ovviamente enorme. Ovviamente.
E siamo tutti sconvolti, e siamo tutti indignati e tutti Charlie, ovviamente. Ovviamente.
Ma cosa mi disturba davvero in questa tragedia? Perché continuo a pensarci in maniera ossessiva? Mi ero ripromesso di prendere le distanze, di osservare e tacere per non aggiungere la mia vocina al vaniloquio ridondante su media e social network. Non essere uno dei tanti, l’ennesimo che caca sentenze senza poter vantare una reale competenza in materia. Io sono uno scrittore di romanzi e sono un avvocato. Non sono un esperto di Islam, non sono un giornalista o un analista politico specializzato in questioni mediorientali, non ho il polso della società francese che conosco solo perché ci vado ogni tanto in vacanza. In più, da venti minuti dopo l’inizio di questa storia la girandola di post e commenti su facebook, twitter e compagnia social ha raggiunto livelli insostenibili di parossismo: ci sono gli esperti del complotto per i quali è tutta una montatura, chi ricorda le responsabilità dell’occidente colonialista, chi rinfaccia il fatto che i terroristi di oggi sono armati e foraggiati da quelli che un tempo vennero armati e foraggiati dalla CIA e quindi ora che cazzo vogliamo, chi dice che però pure Israele…, chi che l’Islam moderato non esiste, bollando così di estremismo se non addirittura di terrorismo un miliardo e mezzo di persone, e poi perché i vignettisti sì e i 2000 nigeriani trucidati da Boko Haram no?, e poi è colpa dell’immigrazione incontrollata, del capitalismo, del governo, delle cavallette, di mia nonna.
Poi tre milioni e mezzo di persone scendono in piazza e quella è una cosa bella e forte, non si può negare, ma mi viene rovinata dalle immagini di quel cordone in prima fila di autorità con lo stemmino Je suis Charlie fra cui si annoverano vari noti strangolatori di diritti civili, capi di stato che nei loro paesi imprigionano e ammazzano giornalisti salvo poi difendere la libertà di stampa a parole e a casa degli altri. Tu sei Charlie? Ma come ti permetti anche solo di fingere di pensarlo? Perché la retorica, l’opportunismo e l’ipocrisia devono avere la meglio su tutto, sempre?
Tutto questo mi disturba? Mi disturba, certo, ma in fondo è solo rumore, non sono ancora al punto, perché il punto come al solito è la mia ipocrisia, la mia retorica. Da dove viene quel disagio di cui non riesco a liberarmi e di cui parlavo prima? Credo dalla concezione che ho di me, di uomo occidentale, laico, razionale, figlio dell’Illuminismo, democratico, pieno zeppo dei sani valori discendenti dalla Rivoluzione francese, uno che dovrebbe essere esemplare nel rigore verso se stesso e nella comprensione e rispetto dell’altrui diritto, e che invece odia e mente quando finge di non odiare.
Io odio. Io odio tutti. Tutti. Io vi odio. Vi odio per quell’insieme di stupidità, presunzione, presenzialismo, retorica e ipocrisia di cui dicevo sopra e che spammate ovunque senza rispetto senza decenza senza continenza. Ma non è ancora tutta la verità. Io vi odio perché mi costringete a riflettere su me stesso e infine a capire quanto odio me. Perché sono persona da odiare, come e quanto le altre ed è dunque giusto che mi si odi come io odio me e gli altri. Da cui la dimostrazione che la spirale non può avere fine e non finirà.
Perché sono meritevole di odio? Perché di tutta la sporca faccenda mi resta sopra ogni cosa la sensazione che il punto stia davvero nello scarto fra due modi di intendere la realtà e la vita, uno scarto esistente fra occidente e resto del mondo, fra noi e gli altri. Non arrivo a parlare di scontro di civiltà, questa abusata orrida insulsa frase, ma di paragone tra filosofie sì. Un paragone misurandomi col quale non esco bene. Insomma, io sono di tutte le possibili definizioni che mi si possono appioppare (ma soprattutto che io voglio/posso/ritengo corretto appiopparmi) un laico razionalista, tendenzialmente agnostico e a volte ateo (tranne quando mi scappa la preghierina perché ho paura di morire). Uno che pensa fermamente che la religione non debba avere niente a che vedere con la vita pubblica di un cittadino e di una nazione degni di questo nome. E forte di questa mia laicità e razionalità, anche se so che non dovrei, considero con disprezzo o al massimo, a seconda degli stati di umore, con paternalismo scettico gli usi, abitudini e credenze di quelli che permettono al dogmatismo, religioso e non solo, di dominare le loro vite, o almeno di lasciare che esso vi abbia un ruolo importante. Ciò naturalmente implica che questo mio disprezzo, sottile o grossolano o bonariamente paternalista, riguarda i praticanti della religione musulmana (almeno i più strettamente osservanti), che è indubbiamente una religione ancora assai dogmatica. Li guardo e penso: ma come cazzo puoi credere che il profeta voglia che non rappresenti la sua immagine, che non mangi carne di porco, che non bevi alcol, che imponi alle donne di coprirsi il capo? Ma non ti accorgi che sono solo precetti di igiene fisica e mentale prescritti alcuni secoli fa da un uomo furbo che doveva gestire una comunità? E tu pensi che se non li segui andrai all’inferno, ma sei fuori? E ti senti offeso nella tua fede se un vignettista ci esercita sopra il suo dubbio senso dell’umorismo? Dico, ma che ci avete nel cervello? Non lo dico a voce alta, certo, ma in fondo lo penso. Così come, da laico penso che la vignetta di Charlie Hebdo appena uscita col profeta che piange e dice “Tutto è perdonato” sia ammirevole per delicatezza e umanità, mentre un musulmano (lasciando naturalmente perdere quelle merde di terroristi) magari proprio per questa mia prospettiva disprezza me e si dice “Guarda ‘sto coglione: straparla di libertà e di rispetto dei diritti altrui ma che con quel disegnino sta violando un diritto mio mica ci arriva, eh?” Ma dove vogliamo andare?
Che poi la religione non è mica l’unico campo in cui il dogmatismo insiste. Non è dogmatismo quello di chi riconduce ogni evento, tramite un ragionamento apparentemente razionale, all’idea di mondo alla quale ha scelto di tener fede? Per il signorino leghista ogni casino accade perché si vuole inseguire il miraggio irrealizzabile del multiculturalismo pacifico, e per il signorino comunista lo stesso evento dimostra che solo il multiculturalismo e la redistribuzione delle risorse possono risolvere il problema. Cento problemi diversi ma sempre la stessa risposta in una vertigine semplificatoria che riconduce tutto a un’unica soluzione e dà ebrezza. Dogmatismi. Che io disprezzo, perché penso che le soluzioni, quando ci sono e non credo ci siano sempre, sono spesso multiformi, sfaccettate e a seconda del momento anche di segno opposto fra loro (il terrorismo, per dire, non lo combatti solo con la repressione o solo con un’azione sociale ma con entrambe).
A parziale magra consolazione, ho come l’impressione che in questo occidente che si scioglie in una modernità sempre meno identitaria e simbolica, il dogmatismo si scioglierà anch’esso, pezzo dopo pezzo. Sta già accadendo e mi pare che pure questi attentati e questi terrorismi ne siano prova. L’Islam radicale (ecco che pure io non rinuncio a cacare la mia opinione) recluta sempre più spesso i suoi foreign fighters facendo leva su un sentimento di rivalsa nato più dal disagio e dalla frustrazione di ragazzi che hanno fallito nell’integrarsi nella società capitalista occidentale che non da un’educazione religiosa tradizionale. Quelli che una volta finivano a fare i criminali o nelle ideologie politiche di estrema destra o sinistra, oggi, fallita la carriera da rapper, si arruolano nell’Isis. I metodi di terror marketing dell’Isis, del resto, sono molto più figli della contemporaneità tecnologica che non dei dettami del Corano. Stanno cambiando pure i terroristi, si evolvono, si ammodernano, e così facendo, seppure poco alla volta, indeboliscono il dogma, lo fanno bastardo. Non lo sanno, ma cominciano ad assomigliarci. Ci vorrà tempo ma arriveranno anche loro alla nostra religione light, a basso contenuto dogmatico, autoironica perfino, come quella della rivista gesuita che, con mirabile mossa strategica, ha pubblicato le vignette di Charlie Hebdo in cui Dio viene inculato da Gesù che viene inculato dallo Spirito Santo, prendendo tre piccioni con una fava: esprimere solidarietà alle vittime, dimostrare modernità, evidenziare l’abisso che separa il Cristianesimo contemporaneo da altre confessioni. Certo, il dogmatismo stretto è una ricetta più sicura per mantenere un legame identitario forte fra gli adepti, ma diamo tempo all’occidente, diamo tempo al progresso e vedremo che anche Houellebecq si sbaglia: non sarà l’occidente a convertirsi all’Islam ma l’Islam che senza nemmeno rendersi conto collasserà nel moderno, nell’unica reale predisposizione della modernità: non credere davvero in niente. In un’Europa diversa da come ce la siamo figurata fino a ora, cambiata profondamente dalle migrazioni, in cui anche i migranti però non saranno più come oggi si aspettano di essere. Dio muore, alla fine. Sbiadirà, tutto sbiadisce. Tranne la complessità del mondo in cui buono e cattivo non stanno mai da una parte sola e in cui continueremo ad ammazzarci, odiarci e disprezzarci. Perché siamo meritevoli di odio.
Guglielmo Pispisa (Kai Zen g)

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