La Sottile Linea Rosa 7

Capitolo 7 (Antonella Sacco)

12 novembre 1854, Comando britannico di Simferopoli

Russell, a disagio dentro la divisa, si muove lento nelle vicinanze del Comando, l’udito in guardia, pronto a svolgere il suo compito. È sicuro che le cose non potranno andare lisce, due contro tutti è davvero una speranza esagerata. Comunque non si pente di aver partecipato, l’arroganza di Halifax e la sua pretesa di inventare la verità lo hanno disgustato. E poi salvare la duchessa e la giovane Beria… il giornalista conserva nell’animo un fondo di cavalleria che gli impone di aiutare le due donne, non riuscirebbe più a guardare il suo viso riflesso nel bicchiere sapendo di non aver tentato di sottrarle alle grinfie del generale. Il silenzio che proviene dal Comando lo preoccupa, Fedor e Cardigan dovrebbero essere già dentro a quest’ora e non è possibile che siano riusciti a raggiungere i sotterranei senza farsi notare. Forse si sono imbattuti in un ostacolo imprevisto: ancora qualche minuto e darà il via alla sua azione di disturbo. In piedi davanti ad Halifax, Marina ascolta le sue parole e intanto riflette su come sfruttare l’occasione per tentare di fuggire, le probabilità di riuscirci sono senz’altro maggiori di quando si trova rinchiusa nella cella del sotterraneo. “Il vostro fedele Fedor è sparito, si è disinteressato di voi e della vostra sorte.” Annuncia il generale con soddisfazione maligna. “E così pure la vostra cosiddetta protetta, i miei informatori ne hanno seguito le tracce sulla via di Parigi. Siete sola.” È un odio assoluto e tangibile quello che trasuda dalle parole e dall’espressione del vecchio lord, ma la duchessa, con la sua impassibilità di giocatrice di biritch, riesce a celare il suo sgomento dietro un sorriso sprezzante, mentre cerca parole abbastanza taglienti per ribattere. Prima che possa parlare una voce esclama: “Menzogne. Sempre e solo menzogne.” Beria, con la rapidità e l’agilità di un gatto, si slancia verso il generale, brandendo la baionetta e lo colpisce con forza. Il sangue sgorga copioso dalla ferita, Halifax, scivolando dalla sedia, tenta con le mani di arrestarne il flusso, ma cade a terra rantolando: “Maledetta…” Lei stringe l’arma nella mano e guarda il corpo immobile del nemico. “Male per male.” Sussurra. “Piccola mia.” La sorpresa suggerisce solo queste due parole alla duchessa, che quasi non crede alla realtà della presenza di Beria e del suo gesto. Si abbracciano. “Immaginavo che ti avesse presa prigioniera, ma non speravo che fossi qui. Credeva di essere invincibile…” “Dobbiamo andarcene. Subito.” Dice Marina, che ha ritrovato la sua presenza di spirito. La giovane si guarda intorno, c’è un mantello poggiato su una sedia. “Indossalo. Copri i capelli.” Alla mente della duchessa si presentano mille domande, ma ci sarà tempo per porle, adesso si getta il mantello intorno al corpo e il cappuccio sul viso. Entrambe non vedono l’ora di trovarsi lontano da lì, in un luogo in cui possano ignorare l’esistenza di Halifax e ricostruire la propria. Furtivamente socchiudono la porta e in quel momento un clamore si alza dal sotterraneo, soldati entrano e si dirigono verso le scale fra grida confuse. Le due donne si stringono la mano: è il momento di uscire, nel via vai generale riusciranno a non farsi notare troppo. Quando varcano la soglia della stanza da fuori si odono degli spari, provengono da una zona laterale del campo. Nessuno fa caso a loro che spariscono, inghiottite dalla notte. 16 novembre 1854, in una taverna a Balaklava Russel alza la mano fasciata, una pallottola lo ha preso di striscio durante l’azione a Simferopoli. L’oste gli si avvicina con la bottiglia di whisky e fa per versargliene nel bicchiere, ma l’irlandese con la mano sana prende la bottiglia e la mette sul tavolo. “Questa può bastare.” Commenta, con un tono che induce l’oste a non ribattere e a tornarsene dietro al banco. “Tanto rumore per nulla.” Pensa il giornalista con amara ironia: la Duchessa non era più al comando, il rischio corso è stato completamente inutile. Nessuno sa dove sia, dove Halifax l’abbia fatta condurre, se è ancora viva. All’improvviso una figura si materializza davanti a lui: Cardigan. “Ero certo di trovarvi qui.” Siede. “Siete venuto a propormi un’altra avventura?” “Il sarcasmo è fuori luogo.” William alza le spalle, si riempie il bicchiere e beve. Se il lord vuole qualcosa da lui lo dica, altrimenti può andarsene al diavolo. Cardigan tace, non ha cercato Russell con un nuovo piano in mente, in realtà non sa neppure perché lo ha cercato: uno strano destino ha intrecciato le loro strade e quella del passionale Fedor, tre uomini tanto diversi da avere uno scopo comune. Un vecchio entra nell’osteria, osserva gli avventori, poi si avvicina al tavolo di quelli che gli paiono più adatti per il suo commercio e, con voce lamentosa, domanda: “Signori, posso avere l’onore di mostrarvi un gioiello raffinato? Lo cedo a un prezzo molto inferiore al suo valore. Potrete fare felice vostra… moglie o la fidanzata…” “Non ci interessa.” Brontola il giornalista infastidito, mentre l’inglese, nello scorgere l’oggetto che il vecchio ha comunque tirato fuori da una tasca, soffocando un grido, gli afferra il polso: “Dove l’avete preso?” Più che una domanda un ordine. “Non sono un ladro. Non ho fatto niente di male.” Piagnucola il vecchio spaventato. “Dove?” Ripete Cardigan. “Me lo ha dato un soldato. Aveva bisogno di denaro.” “Come si chiama?” “Non so … mi fate male. Non so niente. Aveva bisogno di soldi, mi ha chiesto aiuto. È stato due notti fa.” “Dov’è adesso?” Il vecchio scuote la testa. William guarda la scena attraverso il bicchiere, è come se fosse due persone, una delle quali osserva lui che osserva gli altri due. Cardigan non riesce ad ottenere altre informazioni dal vecchio, troppo impaurito o troppo furbo per dire più del poco che ha detto, e si adatta a scambiare alcune banconote con il gioiello. Poco dopo il lord e il giornalista sono fuori, l’inglese stringe nella mano l’anello con il grosso rubino che Beria portava all’anulare.

16 novembre 1854, guarnigione russa

Fedor cammina fra i compagni della guarnigione, non riesce a stare fermo, non riesce a non pensare a Marina. Dov’è adesso? Perché non era nel sotterraneo? Cardigan aveva asserito che le sue informazioni in proposito erano sicure, ma al comando con c’era alcuna traccia della duchessa. Immerso com’è nella sua ansia, non ode nemmeno le voci e i suoni intorno a sé, fino a che un nome accende la sua attenzione e allora si sofferma e ascolta. “Avete sentito di Halifax?” Chiede un primo soldato. “Sì, secondo alcune voci sarebbe in Crimea, ma gli inglesi stanno ben attenti a tenere nascosta la notizia.” Risponde un altro. Un terzo è incredulo: “Quell’Halifax?” “Proprio lui. E non è tutto: pare che sia stato ferito in un attentato, qualche giorno fa.” Conferma il primo. “Non mi stupisce, dev’essercene un bel po’ di gente che vorrebbe vederlo morto.” I soldati si allontanano e i rumori coprono le loro parole: Fedor non sente altro, ma quel che ha sentito è già molto.

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2 thoughts on “La Sottile Linea Rosa 7

  1. ciao.

    ho visto con piacere che avete ritirato fuori il romanzo totale dai “cassetti” della rete…

    non male averlo intitolato La sottile linea rosa…

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  2. Eh sì, è stato un RT un po’ sfortunato (d’altronde anche noi a farlo durante un’estate) ma è venuto decisamente bene, anche grazie a te.
    In effetti al momento di trovare un titolo, scoprimmo che il termine sottile linea rossa venne coniato proprio per la guerra di crimea… da lì il “colpo di genio”.
    Lieti di rivederti da queste parti…

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