La Sottile Linea Rosa 6

William Russell

Capitolo 6 (Alberto Noseda)

12 novembre 1854, Comando britannico di Simferopoli

I due uomini si guardano in faccia per l’ennesima volta. “Strani tempi fanno strani amici, vero?” dice il più alto.
“Si, non avrei mai pensato ci saremmo trovati a lottare insieme.” replica l’altro con una punta di acido
Il vento freddo penetra attraverso le uniformi e l’umidità lo mantiene attaccato alle ossa. Una maledetta domenica sera come tutte le altre, tanti bravi ragazzi che vorrebbero essere altrove, a casa la maggior parte, ma comunque in qualsiasi altro posto tranne che questo. Poca voglia di scherzare attorno ai fuochi, una fiaschetta fa un giro tra le mani congelate, le risate sono forzate; dentro qualche tenda si affogano i problemi tra le gambe di una paesanotta locale, che i sottufficiali hanno fatto finta di non vedere scivolare tra le ombre del campo. Tutti hanno il diritto di sopravvivere come credono.
“È ora di muoversi: speriamo solo che l’irlandese non si faccia prendere dal panico.”
“Speriamo solo che l’irlandese non si faccia ammazzare…”
Le due guardie della cavalleria di Sua Maestà, che le mostrine identificano come soldati scelti, si avviano verso la costruzione centrale del comando portando il rancio serale ai commilitoni di guardia.
10 novembre 1854, una taverna affollata di Simferopoli

L’odore di sudore, tabacco scadente e paura latente riempiva densamente il locale. I due uomini al tavolino fissavano la bottiglia di vodka a buon mercato e i bicchieri che avevano una parvenza di trasparenza.
“Fed..” “Nessun nome. I nomi possono essere pericolosi anche in un posto come questo.”
“Scusa, sono solo nervoso… ma sei sicuro che Car… ehm… lui verrà?”
“Certo, è l’unico modo per lui per poterla rivedere.” Michajlovic non era per niente sicuro di questo, ma non poteva rendere Russell ancora più nervoso; tanto dipendeva da Lord Carrigan, e lui non aveva altre idee al momento. Anche Russell poteva alla fine dimostrarsi utile. Il giornalista dal canto suo non aveva mai visto il russo così attivo e determinato, gli eventi degli ultimi due giorni lo avevano galvanizzato: non dormivano dalla precipitosa fuga da Capo Saryc e Russell non vedeva l’ora di un buon sonno, l’ultimo incontro con il generale Halifax l’aveva portato molto vicino ai suoi limiti fisici.
La porta a vetri tintinnò, mentre il vento freddo entrava portandosi appresso un Lord Cardigan vestito con abiti civili e una borsa in spalla. Vide gli altri due subito, nonostante la fosca luce interna. Si sedette, prese un bicchiere, lo riempì di vodka e lo vuotò in un sorso. “Avete l’aria da cospiratori, invece che da poveri soldati in licenza serale, per fortuna l’incontro sarà breve.”
Nessuno degli altri due replicò.
“Non so come abbia fatto a farmi recapitare quel biglietto, ma ci stò…qualunque cosa pur di rivedere la mia amata.” Esitò sull’ultima parola, ma ormai era stata detta.
“Qui dentro ci sono due uniformi per voi, e un foglio con indicazioni che voglio impariate a memoria prima di bruciarlo.”
“Il tutto è molto semplice, io e lui entriamo portando la sbobba, tu ” indicando Russell ” andrai in giro per il campo come un soldato qualsiasi, se senti che dal comando ci sono guai, devi creare un diversivo nella zona dell’artiglieria.”.
“Mi sembra un pò banale” replicò Russel “quasi come in uno di quei romanzi di avventurette di bassa lega che vanno di moda adesso”.
“Banale, ma efficace. Ci state?”


11 novembre 1854, Sotterranei del comando britannico di Simferopoli

La duchessa non poteva essere di umore peggiore. Quello zotico, ignorante, pezzo di legno, mulo con i paraocchi di Halifax era riuscito nel suo intento. Chiusa qui dentro, probabilmente morta per il resto del mondo, i suoi compagni catturati e portati altrove, guardie che venivano cambiate ogni giorno in modo da non darle contatto con nessuno, umidità e sporcizia intorno, cibo al limite dell’umano. Si sentiva sul punto di una crisi, doveva mantenere il controllo, o sarebbe stata la fine. Cercò di concentrarsi sulle possibilità di fuga, ma i pensieri si raggomitolavano su se stessi e prendevano strade buie che finivano tutte contro il muro di solida pietra di fronte a lei. Non c’erano altre alternative: stare seduta e aspettare, un’occasione prima o poi si sarebbe presentata. Prima o poi.


12 novembre 1854, Comando britannico di Simferopoli

La ragazza esce dalla tenda dove il ragazzo si è appena addormentato. Le fa quasi compassione, è finito tutto in fretta, ma lui è rimasto contento così, appallottolandosi al suo morbido fianco.
Un ragazzo giovane e quasi carino, più pulito della media dei soldatini: per questo l’ha scelto. Passa silenziosamente tra una tenda e l’altra nonostante il fango, fino allo spiazzo davanti all’unica entrata del Comando. Non è più il momento dei dubbi, anche se non vedrà mai più Stephen, anche se non sa dove tengono prigioniera Marina, anche se probabilmente verrà scoperta e forse uccisa, non ha più esitazioni. Il tempo dei giochi con Halifax è finito.
È ora di ricominciare sì una nuova vita e dopo questa notte Beria scomparirà, ma ha un debito verso Marina e deve ripargarlo, comunque vada. A poca distanza vede passare due soldati che portano il cibo all’interno, stringe con forza la baionetta che ha rubato nella tenda del ragazzo e li segue.

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