La Sottile Linea Rosa 5

Capitolo 5 (di Vanes Ferlini)

8 novembre 1854, villetta di Capo Saryc

 

Irrompono di notte, annunciati solo dal rumore dei tacchi sul marmo, con le uniformi inamidate che non hanno mai conosciuto il campo di battaglia.
La Duchessa Seminova è ancora sveglia, seduta al secretaire. Sta scrivendo una lettera.
La cadenza dei passi sulle scale risuona come la marcia del destino incombente.
Brucia il foglio sulla fiamma della candela. Giusto in tempo: tre tocchi alla porta. Lei non risponde. La porta si apre e la faccia di marmo dell’ufficiale inglese pronuncia la frase di rito. Sorpresa, sgomento, indignazione. La vestaglia di organza si agita nella camera, urla tutto il suo disprezzo. Un gelido invito a vestirsi, la porta si richiude. Marina Seminova rimane a contemplarsi allo specchio. Sorride: qualcuno pagherà, per questo.

9 novembre 1854, Comando britannico di Simferopoli

“Strappata da casa mia nel cuore della notte, deportata come un volgare delinquente… Quando la notizia giungerà a San Pietroburgo…” la Duchessa lascia la frase in sospeso, una mannaia a mezz’aria.
Seduta di tre quarti sul bordo della poltrona, indossa un impeccabile completo da matinée, assai indicato per le passeggiate a corte ma poco intonato con gli uffici austeri del Servizio Informazioni.
L’ufficiale, al lato opposto della scrivania, non è in grado di sostenere lo sguardo tagliente della donna. Preferirebbe trovarsi all’assedio di Sebastopoli piuttosto che interrogarla. Troppo enigmatica, troppe amicizie altolocate (da entrambe le parti).
“Madame, non dovete considerarvi prigioniera ma piuttosto…”
“Signor Colonnello” lo interrompe lei in tono spregiativo (quanto veleno sa mettere una donna in sole due parole) “come dovrei considerarmi allora?”
“Madame, vi prego…”
La porta dell’ufficio si apre con violenza, entra un Generale anziano. Corporatura robusta, barba e baffi bianchi, fronte alta incorniciata di radi capelli. La pelle olivastra, somigliante a quella degli indù.
Marina non può trattenere un’espressione di stupore: è l’uomo del ritratto che Beria porta sempre con sé, durante i loro viaggi.
Gli occhi scuri del Generale si fissano un attimo sulla Duchessa poi, rivolto al Colonnello: “Potete andare”
L’ufficiale si irrigidisce sull’attenti e in tre passi guadagna la porta con un gran sospiro di sollievo mentre Marina, con un moto involontario, si alza in piedi e mormora: “Lord Halifax…”
Mai si sarebbe aspettata questo incontro.
Il Generale le si piazza davanti, la sovrasta con l’imponenza della sua mole: “Madame, siete accusata di attività in favore del nemico e di corruzione nei confronti di ufficiali dell’esercito di Sua Maestà la Regina Vittoria.”
Se fosse stato il Colonnello di prima, Marina gli avrebbe riso in faccia. Ma Lord Halifax no.
Se si è scomodato di persona, se ha lasciato gli uffici dorati dello Stato Maggiore a Londra per venire in Crimea, ci deve essere un motivo serio.
Marina lo conosce: è lei.
Con sgomento, si rende conto di non esercitare alcun potere su Lord Halifax. Né il fascino, né la dialettica, né le sue qualità da attrice consumata potranno scalfire la sagoma granitica del Generale.
Cerca di prendere tempo per ricomporre i pezzi delle proprie certezze infrante: “Così sarei una spia. E le prove?”
“Se avessi prove tangibili, voi sareste già di fronte al tribunale militare e io non avrei bisogno di scomodarmi. Tuttavia…” il Generale affonda la mano nella tasca della divisa e ne estrae una pezzuola di cuoio, con alcune scritte a china rossa “questa, per me, è una prova più che sufficiente.”
Lei finge indifferenza mentre Lord Halifax le sventola la pezzuola sotto il naso, con evidente disprezzo:
“Il nostro Servizio Informazioni l’ha intercettata alle porte di Sebastopoli e non era diretta agli assediati. Questo è il marchio dell’infamia, vostra e di quello scribacchino, quel Fedor Michaijlovic. Mi sorprende solo che abbiate usato un ubriacone di reporter irlandese per i vostri maneggi.”
La Duchessa accenna un sorriso ironico, mal riuscito: “In quel messaggio non ci sono segreti militari.”
“No, ma c’è di peggio. è il giuramento della Confraternita del Piacere Universale, la vostra setta di immorali, depravati, degenerati… voi che pretendete vivere la vita come un’opera d’arte, voi che avete posto il piacere come unico fine dell’esistenza, voi siete il bubbone purulento del mondo.”
Marina si avvicina ancor più al Generale, con la mano gli sfiora leggermente il braccio: “Eppure la nostra Confraternita ha conquistato molte menti eccelse, senza distinzione di nazionalità: inglesi, russi, francesi, italiani… tutti alla ricerca del piacere vero, sia esso l’amplesso carnale o una delicata poesia. Non ditemi, Mylord, che voi non avete mai goduto di qualcosa.”
Lord Halifax si piega su di lei fin quasi a sfiorarle le labbra: “Mi fate ribrezzo” quindi l’afferra per il braccio, la spinge avanti a sé. Escono dall’ufficio, attraversano il vestibolo, scendono una scala. La presa del Generale è una morsa d’acciaio, Marina non tenta nemmeno di contrastarne la forza. Dopo i primi istanti di sorpresa, in lei inizia a dilagare la paura: “Lasciatemi” grida mentre il Generale le fa scendere un’altra rampa di scale “nessun tribunale inglese può giudicarmi.”
“Io sì.”
Solo in fondo alla terza rampa di scale, la Duchessa si rende conto di trovarsi nei sotterranei. Il Generale la spinge brutalmente oltre una porta che subito uno zelante sottufficiale richiude. Si ritrova in una stanzetta oscura, ammobiliata in modo spartano. Dalla parte opposta dello spioncino, la voce di Lord Halifax sembra provenire da un altro mondo: “Qui avrete tempo per cercare il vero piacere, Duchessa. Molto tempo.”
Più che una minaccia, suona come una condanna: sa bene che l’integrità morale di Lord Halifax, spinta oltre i limiti del fanatismo, lo rende incorruttibile.
Però non tutti gli uomini sono così. Attraverso lo spioncino, Marina lancia un sorriso malizioso al sottufficiale di guardia.

***

Due bicchieri di buon whiskey scozzese non sono sufficienti a mandare giù il rospo. William se ne versa un terzo. E per la terza volta legge il dispaccio che ha in mano:

La Duchessa Marina Seminova, la sua dama di compagnia e quattro membri dell’equipaggio risultano dispersi dopo che l’imbarcazione da diporto della Duchessa è stata colta da un violento quanto improvviso fortunale al largo di Capo Saryc, in Crimea. Le navi della flotta inglese hanno perlustrato un largo tratto di mare senza avvistare superstiti né relitti. Si dispera per la sorte della Duchessa.


Simferopoli, 9 novembre 1854 firmato: W.H. Russell

William vuota il bicchiere d’un fiato, quindi si volge verso Lord Halifax, assiso nella poltrona di velluto porpora. Il wiskey comincia a fare effetto: il Generale pare solo una grossa statua di cera con la carnagione troppo scura.
William si riscuote, agita il foglio in aria: “Perché dovrei inviare a Londra questo ammasso di menzogne?”
“Per due motivi: perché a voi crederanno ciecamente, dato che siete uno spirito libero e scrivete solo ciò che vedete; in secondo luogo, perché se non lo fate, sarete giudicato per spionaggio e tradimento.”
“Ho solo consegnato una lettera e le sorti del conflitto in Crimea non dipendono certo da me.”
Lord Halifax si alza in piedi, si liscia la barba: “In verità, l’esito di questa guerra mi interessa poco. L’Impero britannico è troppo vasto perché ci si debba preoccupare di questo triangolo di terra buono solo per le capre e i pescatori di storioni.”
“E allora di cosa vi preoccupate, Mylord?” chiede William beffardo, afferrando di nuovo la bottiglia.
Il Generale gli blocca il polso mentre sta versando l’ennesimo bicchiere. Gli strappa la bottiglia di mano: “Mr. Russell, io combatto una guerra ben più importante: contro la degenerazione morale, il vizio, l’ignavia che stanno divorando il cuore dei nostri uomini migliori, che stanno conducendo alla perdizione alti ufficiali del nostro esercito. Estirperò questo male e userò qualsiasi mezzo… compreso voi, Mr. Russell.”
Il reporter scruta il volto di Lord Halifax alla ricerca di una qualche vena di pazzia. Poi gli domanda, in tono più dimesso: “Non capisco però questa faccenda del naufragio.”
“Non siete qui per capire, ma per eseguire. Non siete nemmeno obbligato a collaborare, s’intende, ma vi assicuro che, se non spedite quel telegramma, la vostra vita non varrà più di quella di uno scarafaggio.

***

Nell’attesa, Beria si è martoriata le unghie strappandosi le pellicine con cura maniacale. Dover incontrare quell’uomo, incrociare il suo sguardo, rispondere alle sue domande le scava una voragine in petto.
Cerca di tranquillizzarsi pensando che, tutto sommato, ha eseguito bene gli ordini e Lord Halifax dovrebbe essere contento di lei. Ha conosciuto molti uomini, ma nessuno spietato e calcolatore come lui, e soprattutto conoscitore dell’animo umano. Impossibile mentirgli, fatica vana commuoverlo.
Il rumore secco della serratura la fa sussultare. Si ritrova subito addosso gli occhi scuri e indagatori del Generale: “Allora?”
Beria deglutisce e butta fuori tutto in un sol fiato: “Fedor Michaijlovic è un adepto della Confraternita del Piacere Universale, è uno dei più invasati, mi ha chiesto di circuire Lord Cardigan per fargli giurare fedeltà alla Confraternita. Lord Cardigan non vuole parlare di Balaklava, dice che non ricorda, come avesse la mente offuscata. Sembra diventato un altro uomo.”
Il Generale grugnisce: “è tutto qui?”
“Ho fatto quello che volevate” risponde la ragazza con un filo di voce, quasi a volersi scusare.
Lord Halifax si liscia la barba, socchiude gli occhi.
Beria si sente trafitta da spilli acuminati, tuttavia riesce a racimolare un po’ di coraggio: “Scusate, Mylord… la Signora Duchessa?”
“Che t’importa di lei?”
“Mi ha cresciuta come una figlia… le sono legata.”
Lord Halifax affonda la mano sulla guancia della ragazza con tale violenza da scaraventarla a terra: “Piccola viziosa, come se non conoscessi le tue inclinazioni, altro che madre e figlia. E ringrazia Iddio che mi servi ancora: domattina partirai per la Francia, avrai un altro nome, una vita nuova. E scordati tutto il resto, soprattutto la Signora Duchessa.”
Il Generale abbandona la stanza lasciando Beria accovacciata a terra, a piangere sui cocci della propria esistenza

10 novembre 1854, Balaklava

Lord Cardigan viene svegliato all’alba, durante l’ora migliore del sonno. Il sottufficiale che gli presenta la missiva esibisce le mostrine del Servizio Informazioni. La busta, anonima, contiene un semplice biglietto: Conosco le vostre depravazioni. Dimenticate Beria, d’ora in avanti eseguirete i miei ordini. Nessuna firma.
Il sottufficiale strappa il foglio dalle mani di Lord Cardigan e se lo rimette in tasca: “Lord Halifax vi farà avere ulteriori istruzioni”.

 

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