La Sottile Linea Rosa 2

L’11° Ussari attacca la batteria russa con il 17° Lancieri

Capitolo 2 (Vanes Ferlini)

30 ottobre 1854, Capo Saryc (a sud di Balaklava)

Il battito ostinato delle onde è un amante perverso. Accarezza la scogliera e la sbriciola poco a poco, la distrugge per disperderla dentro di sé.
Fedor Michajlovic ascolta l’eco della battigia salire lieve, frammisto all’umore salso e fragrante della schiuma. Sotto di sé, il mare è una pozza oscura e tutta la notte, intorno, nasconde una quiete densa di pericoli.
Non più scoppi, né grida strazianti, né il puzzo di carne bruciata.
Questa notte la guerra tace e la morte si concede un riposo meritato.
Ripulire i cannoni, contare le vittime, affilare le baionette per riprendere l’indomani, ancora più accaniti a spazzare vite alla cieca senza curarsi del nome, degli affetti.
E nel cielo, questa notte, lo spicchio esile della luna nuova è un presagio infausto per tutti i contendenti.
Fedor alza gli occhi alla collina. I contorni vaghi di una villetta, due finestre illuminate. Giusto un tiro di fucile. Un buon tiratore potrebbe sorprendere il bersaglio ignaro.
Fedor distoglie lo sguardo e i pensieri.
Pochi istanti e la mente ritorna al volto pallido, alle mani candide e traditrici che ora si nascondono dietro le finestre illuminate, al riparo dai dolori del mondo.
L’ha rivista sul bastimento che lo ha sbarcato a Balaklava. Lei lo ha trattato come un’antica conoscenza senza troppa importanza, uno di quegli incontri casuali che servono più che altro a rompere la  monotonia di un viaggio.
Lo ha poi invitato al tavolo da gioco per fare il quarto e lui si è seduto con la consapevolezza di essere già sconfitto. E non solo a carte.
La Duchessa Marina Seminova è una giocatrice imbattibile. Della vita stessa ha fatto un azzardo, riuscendo con abilità a glorificare le proprie vittorie e nascondere le sconfitte.
Eppure, quando ancora era semplicemente Marina, quando le sue labbra ridevano di gioia sincera e non in spregio a qualcuno, Fedor l’aveva amata di quell’amore genuino che non conosce il domani e basta a sé stesso.
All’epoca, lui era uno studente imbevuto di filosofia e purissimi ideali. L’aspetto nobile (benché fosse figlio di un modesto sarto) e soprattutto il carattere riservato, quasi scontroso con l’altro sesso, costituivano un’attrattiva irresistibile per le fanciulle di buona famiglia in cerca di distrazioni dall’opprimente quotidianità.
Già al primo incontro, Marina gli fece nascere un’inquietudine, dentro, che sarebbe rimasta impressa come un marchio di fuoco nella sua vita.
I capelli bianchi, ancora giovanissima, lo sguardo acquoso dov’era facile annegare, la pelle candida e levigata da far invidia ai capolavori di Michelangelo.
Si impossessò di lui. Perché Marina non si accontentava dell’amore, voleva tutto.
Pretendeva conoscere i suoi pensieri più intimi e il significato di ogni sospiro. Ogni volta gli sezionava il cuore e la mente con la delicatezza del macellaio intento a disossare un quarto di bue.
E Fedor, ogni volta, si riprometteva di lasciarla… finché non fu lei a farlo.
“Non desidero più vederti. Vattene”.
Cinque parole scritte a china rossa su una pezza di cuoio ruvido, una di quelle usate dai soldati per lucidare i bottoni dell’uniforme. Sul lato opposto della pezza, Marina si era però lasciata scappare qualcosa che non avrebbe dovuto. O forse lo aveva fatto di proposito.
Con gesto istintivo, Fedor porta la mano alla tasca interna della giacca. La pezza di cuoio è sempre lì, in attesa di una risposta.
La rivide molti anni dopo, a Semipalatinsk.
Gli ufficiali della guarnigione si chiesero cosa diavolo avesse spinto il Generale Seminov ad allungare il giro d’ispezione fin là, per di più portandosi appresso una moglie tanto inquietante e molto più giovane di lui.
Il Generale morì appena due mesi dopo, in circostanze mai chiarite con precisione.
A Semipalatinsk c’era solo un fortezza per prigionieri politici.
Fedor poteva dirsi fortunato a far parte della milizia della guarnigione, piuttosto che condividere la sorte dei prigionieri, anche se l’arruolamento e la destinazione ai compiti più duri erano il corollario ai quattro anni scontati nella fortezza di Omsk, “la Casa dei morti”.
Neppure quella esperienza tremenda lo fece desistere dal vizio della scrittura.
La Duchessa Seminova lo fece chiamare mentre stava montando di guardia.
“Desideravo constatare se eravate cambiato” fece lei senza preamboli “e invece non lo siete affatto. Mi dicono che siete sempre un visionario, un venditore di illusioni a buon mercato. Farvi arrestare non è valso proprio a nulla.”
Si era voltata di scatto e il mezzogiro della gonna frusciante aveva sottolineato la sua indignazione.
Fedor avrebbe dovuto reagire. Avrebbe potuto farlo, erano soli. Invece rimase immobile, la guardò uscire. La porta si richiuse sul suo passato.
In fondo, lo aveva sempre saputo che era stata lei a denunciarlo, a rovinargli la vita.
I compagni militanti glielo avevano ripetuto mille volte di stare in guardia dapprima, poi di fuggire. Invece lui si era intestardito a non credere, a rigettare le accuse che udiva sul conto di Marina, tra le quali “sgualdrina” era la più elegante.
Subito dopo che Marina, quella sera a Semipalatinsk, fu uscita dalla stanza, lui fu assalito dal desiderio di accarezzarla, di sentire il marmo della sua pelle sotto i polpastrelli, di baciarla avidamente a occhi aperti e nel contempo serrarle il collo e stringere forte e farle chiudere quegli occhi da strega.
Fu riscosso dagli ordini secchi provenienti dal piazzale: il cambio della guardia. Si rese conto allora di tenere sempre il fucile tra le mani. Appoggiò la canna sulla tempia e avvertì una sensazione piacevole.
Piacevole come la brezza che spira dal mare, in questa notte oscura e densa di ricordi.
Fedor volge il viso al vento per purificarsi, per respirare l’alito del mare.
All’improvviso avverte un profumo diverso, un aroma speziato di cannella, dolce ma intenso, tanto da prevalere sulla salsedine aspra trasportata dal vento.
Si volta di scatto. Percepisce una presenza vicina, qualcuno nascosto nell’oscurità.
Quel profumo, se non è un’illusione, lo conosce, lo ha già respirato.
“Fedor… tanto lontano dal tuo reparto? Ti accuseranno di diserzione.”
La voce di lei è un fruscio di seta galleggiante sulla brezza. La ragazza si avvicina. Al collo porta un ampio foulard. Sventolando, giunge a sfiorare il viso di Fedor.
“Dunque, mi devi proprio seguire?”
Le parole gli escono più dure di quanto avrebbe voluto. In fondo è felice di rivederla, di assaggiare il suo profumo.
La ragazza accenna alla villetta con le finestre illuminate:
“O piuttosto sei tu a seguire lei?” il tono si è fatto tagliente “quella donna ti ha avvelenato l’anima”
“Beria, smettila!”
Avrebbe voluto gridare, Fedor Michajlovic, ma il timore di essere scoperti e, ancor più, la consapevolezza che Beria ha colto nel segno, gli fanno uscire dalle labbra solo un rantolo soffocato.
Il destino di certi uomini è quello di dominare: in guerra, in amore, negli affari. Il destino di altri è portare addosso il giogo delle proprie passioni.
“è stata lei a rovinarti la vita, non dimenticarlo” insiste Beria.
Fedor, infastidito, le volta le spalle, si rimette faccia al mare. Le chiede:
“Lord Cardigan?”
La ragazza sorride con malizia. Una bambina cattiva a spasso nella notte.
“è mio” risponde con enfasi, come dovesse racchiudere il mondo intero in quel possessivo.
“Bene”
Fedor dovrebbe essere contento ma non può fare a meno di immaginare Beria, il corpo morbido e profumato abbracciato a quell’inglese rozzo, e i capelli lunghi e setosi a far da sipario a giochi di passione.
“Lord Cardigan crede di essere un amante formidabile” Beria ride “si ritiene un personaggio importante, invece me lo rigiro come un bambolotto. Figurati che ieri, mentre stavamo…”
“Smettila” l’ordine di Fedor è una fucilata secca “non mi interessa cosa fai con lui”
“Ah… non t’interessa. Però lo sai bene cosa faccio, con lui. Lo stesso mestiere che faceva mia madre, no? Del resto, se non fosse così, tu non l’avresti nemmeno conosciuta.”
La mano di Fedor giunge repentina sulla guancia della ragazza, la costringe a piegare il capo in direzione della villetta.
Beria non emette un gemito. Troppo avvezza alle percosse degli uomini. Solo il respiro affannato e il movimento del petto tradiscono la rabbia.
Dominandosi, la ragazza sibila sottovoce:
“Non puoi trattarmi così, non sei neppure il mio vero padre.”
Si allontana svelta lungo il sentiero, inghiottita dalla notte.
Fedor avverte il profumo dissolversi. Rimane a fissare il mare, invisibile sotto di lui.

4 novembre 1854, Simferopoli

Se esiste un modo per morire con dignità, la guerra lo offre su un piatto d’argento, condito di sofferenza quanto basta. Ci si può anche servire con le mani, nessuno fa caso al galateo, in guerra.
William Russell non aveva mai pensato sul serio alla morte. L’aveva sempre considerata uno sfortunato incidente che, di tanto in tanto, capita agli altri.
Invece, nel quartier generale delle truppe alleate di Simferopoli, la si tocca con mano.
Ma non è l’artiglieria russa a falciare gli anglo-turchi.
Assai meglio fa il colera, in grado di decimare un reggimento in poche settimane, con efficacia sconosciuta a cannoni e bombarde.
William si aggira negli stanzoni adibiti a lazzaretto, popolati di fantasmi dagli occhi vacui e dalle piaghe sulla pelle, nell’animo.
Non riesce nemmeno a distinguere i malati dagli infermieri (se ce ne sono), l’umidità è insopportabile, il puzzo di sudore e urina ottunde i sensi.
Raggiunge il cortile esterno. Una boccata d’aria pulita per rendersi conto di quanto ha appena veduto.
L’aveva immaginata diversa, la guerra.
Esplosioni, lampi di fuoco, grida feroci. Invece ha trovato la morte strisciante, silenziosa.
Nei salotti della borghesia londinese le chiacchiere delle signore imbellettate dipingono la guerra come un’impresa epica fatta da soli eroi che combattono per la patria, il valore etico più elevato. Se vogliamo, l’unica cosa per cui vale la pena morire. A parte l’amore, s’intende.
In quei salotti intrisi di romanticismo fin sotto le tappezzerie, si ignora l’esistenza del colera o meglio, si finge di non conoscerlo. Troppo volgare.
Per quelle signore, e per i loro rispettabili mariti, i soldati sono uomini senza volto che muoiono col sorriso sulle labbra e la bandiera in pugno. Una medaglia di bronzo, quando capita, è più che sufficiente a ricompensare il loro sacrificio.
William ride. Appoggiato alla colonna del porticato, per non cadere trafitto dalla vergogna, si fa prendere da riso isterico.
Se riportasse tutto questo nel suo primo articolo, sarebbe bruciato in partenza. Nella migliore delle ipotesi, verrebbe cestinato. Il pubblico esige gesta eroiche e battaglie che rimangano nella storia.
Si sente toccare sul gomito.
Un ragazzino paffutello gli sorride e allunga la mano. È la prima volta che gli viene chiesta la carità, da quando è sbarcato in Crimea. Ci sono molti più mendicanti nei bassifondi di Londra.
Mette uno scellino in palmo al ragazzo. Questi sorride di nuovo e in cambio gli lascia un biglietto spiegazzato. Quindi se ne va fischiettando.
Sul biglietto, una scritta a matita:
“Questa sera al Grand Palace. Per favore, non mancate. F.M.”

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