Uno scandalo in Fenicia (1 di 3)

Joshua ben Pandera

Dopo Dante, Machiavelli, Kant, Newton, Aristotele e tutta un’altra serie di illustri personaggi che si sono ritrovati a indagare, abbiamo deciso che era ora di darci al giallo storico a nostra volta e siccome siamo noti per la nostra modestia abbiamo deciso che fosse il momento di sbattere una bella fascetta metaforica sui nostri racconti online: “Gesù indaga”…

***

1.

Per Joshua ben Pandera ella è sempre la donna. Raramente l’ho sentito accennare a lei in altro modo. Ai suoi occhi, supera e annulla tutte le altre esponenti del suo sesso. Non che egli provasse un’emozione simile all’amore nei confronti di Myriam di Magdala. Tutte le emozioni, e quella in particolare, erano respinte con orrore dalla sua mente fredda, precisa, mirabilmente equilibrata. A mio parere, era la più perfetta macchina pensante e ponderante che esista al mondo ma il sentimento amoroso lo avrebbe messo in una posizione falsa. Non parlava mai delle passioni più dolci se non con un sorriso ironico e beffardo. Erano utili all’osservazione uno strumento eccellente per sollevare il velo che ricopre motivi e azioni dell’umanità. Ma, per un professionista del ragionamento, ammettere questi elementi estranei nel delicato macchinario di precisione del proprio temperamento equivaleva a introdurre in esso un fattore di distrazione che avrebbe potuto pregiudicarne tutti i risultati mentali. Per un carattere come il suo, un granello di sabbia in uno strumento particolarmente delicato o un’incrinatura in una delle sue potenti lenti non gli avrebbero arrecato maggior disturbo di un’emozione profonda. Pure, non esisteva per lui che un’unica donna, e quella donna era Myriam di Magdala, di dubbia e discutibile memoria. Negli ultimi tempi avevo un po’ perduto di vista Joshua ben Pandera. Il mio matrimonio aveva allontanato le nostre strade. La mia totale felicità e i vari interessi accentrati sulla famiglia che circondano chi per la prima volta si trova padrone del proprio mondo personale, assorbivano tutta la mia attenzione mentre Joshua, il cui spirito bohemien detestava qualsiasi forma di associazione, era rimasto nel nostro vecchio alloggio di Natzrat, sepolto fra i suoi libri, alternando di settimana in settimana l’oppio e l’ambizione, la sonnolenza della droga e l’indomabile energia della sua natura brillante. Era sempre profondamente attratto dallo studio del crimine e dedicava le sue immense capacità e i suoi straordinari poteri di osservazione a seguirne le tracce e a risolvere quei misteri che la milizia romana aveva rinunciato a chiarire, giudicandoli insolubili. Ogni tanto, mi arrivavano vaghe notizie sulla sua attività: la sua convocazione a Beit Lehem nel caso dell’omicidio Eliezer, la sua soluzione della singolare tragedia dei fratelli Adelphotheos a Yerushalayim e, infine, la missione che con tanta abilità e delicatezza aveva portato a termine per conto della famiglia del governatore di Siria. Oltre a queste notizie sulla sua attività, ben poco sapevo del mio amico e compagno di un tempo. Una sera era il 20 marzo 778 della fondazione di Roma tornavo a casa dopo aver visitato un paziente (avevo infatti ripreso a esercitare la mia professione di guaritore) quando il mio percorso mi portò a passare per una certa strada di Natzrat. Davanti a quel portone, che ricordavo così bene e che, nella mia mente, rimarrà sempre collegato al mio corteggiamento e ai tenebrosi incidenti di Un Tablinum in Rosso, fui colto all’improvviso dal profondo desiderio di rivedere Joshua e di sapere come impiegava quelle sue straordinarie capacità. Le stanze del sua casa erano tutte illuminate e, guardando in su, scorsi la sua figura alta e magra passare due volte davanti alle finestre, come una scura silhouette. Camminava a passi rapidi per la stanza. a capo chino e le braccia dietro la schiena. A me, che ne conoscevo ogni umore e ogni abitudine, il suo atteggiamento e il suo comportamento dissero che era di nuovo al lavoro. Era emerso dai suoi sogni evocati dall’oppio e seguiva da vicino la traccia di qualche nuovo problema. Bussai e venni accompagnato di sopra, nella stanza che una volta era anche la mia. Non fu molto espansivo. Raramente lo era; ma credo fosse contento di rivedermi. Senza aprire bocca, ma con un’occhiata cordiale, mi fece segno di accomodarmi in triclinio, mi lanciò il suo involto di farfara e indicò la pipa e il braciere nell’angolo. Poi si fermò davanti al fuoco acceso osservandomi in quel suo strano modo introspettivo.

«Il matrimonio le giova», osservò. «Credo che, dall’ultima volta che ci siamo visti, lei sia aumentato di sette libbre e mezza.»

«Sette!», risposi.

«Davvero? Avrei detto un po’ di più, giusto un po’, Judas. E vedo che ha ripreso a esercitare. Non mi ha detto che intendeva tornare a fare il guaritore.»

«E allora come lo sa?» «Lo vedo, lo deduco. Come so che recentemente lei si è preso una bella inzuppata, e che ha una serva molto trascurata e pasticciona!»

«Caro Joshua, questo è troppo», esclamai. «Se continua così finirà in croce. È vero che il quarto giorno ho fatto una camminata in campagna e sono tornato a casa fradicio. In quanto a Miriana, è incorreggibile e mia moglie le ha dato gli otto giorni. Ciò non toglie che non riesco a capire come abbia dedotto tutto questo.»

Ridacchiò, stropicciandosi le lunghe dita nervose. «È semplicissimo», rispose. «Gli occhi mi dicono che nel lato interno della sua calzatura sinistra, il più esposto alla fiamma del caminetto, il cuoio presenta sei graffiature quasi parallele causate evidentemente da qualcuno che ha grattato molto malamente i bordi delle suole per toglierne il fango incrostato. Per cui, la mia doppia deduzione: primo, che lei è stato fuori casa col cattivo tempo, secondo che chi le lucida i calzari è un esemplare particolarmente abominevole di ilota cananeo. In quanto alla sua attività, se un distinto signore entra nella mia stanza odorando di canapa, con una macchia nera di radice sull’indice della mano destra, e un rigonfiamento sul lato destro del copricapo, dove ha nascosto il cucchiainio in bronzo, dovrei essere davvero ottuso se non lo riconoscessi come un membro attivo della classe dei guaritori.»

Non potei fare a meno di ridere alla semplicità con cui spiegava i suoi processi deduttivi. «Ascoltando le sue spiegazioni», dissi, «le cose mi sembrano così ridicolmente semplici da farmi pensare che potrei facilmente fare lo stesso anch’io; anche se ogni volta che lei mi dà una dimostrazione del suo procedimento logico rimango sbalordito fino a quando non me lo spiega. Eppure, credo che i miei occhi siano buoni come i suoi.»

«Proprio così», rispose accendendosi la pipa e sprofondandosi sul triclinio. «Lei vede, ma non osserva. C’è una netta differenza. Per esempio, lei ha visto spesso i gradini che dall’ingresso portano in questa stanza.»

«Spessissimo.»

«Quante volte?»

«Centinaia di volte, direi.»

«Quanti sono?»

«Quanti? Non lo so.»

«Appunto! Non ha osservato. Eppure, ha visto. Questo è il nocciolo. Ora, io so che i gradini sono diciassette perché li ho visti ma li ho anche osservati. A proposito, dato che le interessano questi piccoli problemi e dato che ha avuto la bontà di raccontare qualcuna delle mie insignificanti esperienze, forse le interesserà anche questo.» Mi gettò un papiro spesso, di color rosa, che stava sul tavolo. «È arrivata con l’ultimo messaggero», disse. «La legga ad alta voce.»

La lettera non portava data, firma o indirizzo. Questa sera (diceva) verrà da lei un signore che desidera consultarla su una faccenda di estrema importanza. Il suo recente intervento a favore di una delle case patrizie della Galilea ha dimostrato come lei sia persona cui ci ci possa tranquillamente affidare in casi di cui non si può sottolineare mai abbastanza la gravità. Questo su di lei da ogni parte ci è stato riferito. Si trovi nella sua stanza dunque all’ora indicata, e non si offenda se il suo visitatore indosserà una maschera.

«Questo è davvero misterioso», osservai. «Cosa pensa che voglia dire?»

«Ancora non dispongo di nessun elemento. È un errore enorme teorizzare a vuoto. Senza accorgersene, si comincia a deformare i fatti per adattarli alle teorie, anziché il viceversa. Ma il papiro. Cosa deduce dal papiro?»

Esaminai accuratamente il testo e il papiro su cui era scritto. «L’uomo che l’ha scritta è presumibilmente una persona agiata», dissi, cercando di imitare i metodi del mio amico. «Un papiro come questo costa per lo meno mezzo sesterzo a involto È insolitamente robusto e rigido.»

«Insolitamente il termine giusto», disse Joshua. «Non è fatta in Giudea. Lo metta controluce.»

Obbedii e, nella grana del papiro, vidi una «S» maiuscola e una «i» minuscola, una «P» e una «S» con una «t».

«Che ne pensa?»

«Senza dubbio, il nome del fabbricante; o, meglio, il suo monogramma.»

«Niente affatto. La “S” con la “t” stanno per “Societas”, cioè “Società” in latino. È un’abbreviazione consueta. “P”, naturalmente sta per “Papiri”. Veniamo ora alla “Si”. Diamo un’occhiata qui.» Prese dagli scaffali una mappa. «Sarepta, eccolo qui Sidon. È un paese in Fenicia, non lontano da Tyre. “Famoso per essere il luogo del famoso incendio descritto da Diodoro, e per le sue numerose vetrerie e papiriere”. Ah, ah, ragazzo mio, che gliene pare?» esclamò esalando una trionfante nuvola di fumo azzurro della sua pipa.

«Il papiro viene dalla Fenicia», risposi.

«Precisamente. E l’uomo che ha scritto il biglietto è un egizio. Noterà l’insolita costruzione della frase “Questo su di lei da ogni parte ci è stato riferito”. Non può averlo scritto né un giudeo né un egizio. Solo gli egizi maltrattano così i verbi. Non rimane dunque che scoprire cosa vuole questo egizio che scrive su papiro fenicio e preferisce indossare una maschera piuttosto che presentarsi a viso scoperto. E, se non sbaglio, eccolo che arriva, a risolvere i nostri dubbi.»

Mentre parlava, si sentì uno scalpitìo di zoccoli e il rumore di ruote che strusciavano contro la curva, e subito dopo un’energica bussata. Joshua emise un fischio. «Una pariglia, dal rumore», disse. «Sì,» proseguì dando un’occhiata fuori dalla finestra. «Un bella lettiga con una splendida pariglia. Centocinquanta sesterzi l’uno. Se non altro, Judas, questa storia sa di soldi.»

«Penso che farò meglio ad andarmene, Joshua.»

«Niente affatto, mastro. Resti dov’è. Senza il mio Diogene sono perduto. E poi, il caso promette di essere interessante. Sarebbe un peccato perderselo.»

«Ma il suo cliente…»

«Lo lasci perdere. Potrei aver bisogno del suo aiuto, e anche lui. Eccolo che arriva. Si sdrai su quel triclinio, mastro, e presti la massima attenzione.»

Un passo lento e pesante, che era risuonato sulle scale e nel corridoio, si arrestò subito fuori della nostra porta. Poi qualcuno bussò in modo forte e imperioso.

«Avanti!», disse Joshua. L’uomo che entrò era alto non meno di un metro e novantacinque, con il torace e le membra di un Ercole. Gli abiti erano sontuosi, di una sontuosità che in Giudea sarebbe stata considerata di cattivo gusto. Pesanti strisce di pelliccia di leopardo decoravano le maniche e il davanti della sua tunica, mentre il mantello blu scuro gettato sulle spalle era foderato di seta rosso fuoco e fermato al collo con una spilla composta da un unico berillo fiammeggiante. I calzari fino a metà polpaccio bordati di una pregiata pelliccia scura davano il tocco finale all’impressione di opulenza barbarica suggerita dal suo aspetto generale. Teneva in mano un copricapo di foggia egizia e sulla parte superiore del viso, fino a oltre gli zigomi, portava una maschera nera che, a quanto sembrava, si era appena messa poiché aveva ancora la mano alzata quando entrò. La parte inferiore del viso era quella di un uomo molto deciso con il labbro inferiore pendulo e spesso e un lungo mento diritto che denotava una risolutezza al limite della testardaggine. «Avete ricevuto la mia lettera?», chiese con voce roca e gutturale dal forte accento egizio. «Vi dicevo che sarei venuto.» Girò lo sguardo dall’uno all’altro di noi, come incerto sulla persona alla quale rivolgersi.

«Accomodatevi, prego», disse Joshua. «Questo è il mio amico e collega, mastro Judas, che occasionalmente ha la cortesia di aiutarmi nei miei casi. Con chi ho l’onore di parlare?»

«Potete chiamarmi Ramose, un nobile egizio. Confido che questo gentiluomo, vostro amico, sia uomo onorevole e discreto, del quale posso fidarmi in una questione di importanza estrema. Altrimenti, preferirei molto conferire con voi da solo.»

Mi alzai per andarmene, ma Joshua mi afferrò per il polso spingendomi di nuovo sul triclinio. «Entrambi o nessuno», disse. «Potete dire in presenza di questo signore qualunque cosa possiate dire a me.»

Il nobile si strinse nelle ampie spalle. «Allora devo cominciare vincolando entrambi al segreto assoluto per due anni», disse. «Al termine di quel periodo, la cosa non avrà più importanza. Ma al momento non esagero affermando che è faccenda di tal peso da influenzare la storia della provincia.»

«Prometto», disse Joshua.

«Anche io.»

«Vogliate scusare la maschera», proseguì il nostro strano ospite. «L’augusto personaggio di cui sono al servizio desidera che il suo agente vi rimanga sconosciuto e vi confesso subito che il titolo che mi sono appena attribuito non è esattamente il mio.» «L’avevo capito», rispose seccamente Joshua. «Le circostanze sono di delicatezza estrema e ogni precauzione deve essere presa per soffocare quello che potrebbe diventare uno scandalo di enormi proporzioni e compromettere seriamente una delle case patrizie di Roma. In poche parole, la cosa riguarda la casa di Lentulo, il governatore della Giudea.»

«Avevo capito anche questo», mormorò Joshua accomodandosi sul suo triclinio e chiudendo gli occhi.

Il nostro ospite guardò con evidente sorpresa la figura languida e apatica dell’uomo che senza dubbio gli era stato descritto come il più incisivamente razionale ed energico agente della Giudea. Joshua riaprì lentamente gli occhi e guardò con impazienza il nostro gigantesco cliente. «Se sua eccellenza volesse gentilmente accondiscendere a raccontarci il suo caso», osservò, «potrei darle più agevolmente un consiglio.»

L’uomo balzò dalla sedia e cominciò ad andare su e giù per la stanza in preda a un’agitazione incontrollabile. Poi, con un gesto di disperazione, si strappò dal viso la maschera gettandola a terra. «Avete ragione», esclamò, rinunciando all’accento fittizio. «Sono il governatore. Perché tentare di nasconderlo?»

«Perché, infatti?», mormorò Joshua. «Prima ancora che sue eccellenza parlasse mi ero reso conto che mi stavo rivolgendo a Publio Lentulo, governatore della provincia di Giudea, e patrizio romano.»

«Ma comprenderete», disse il nostro strano ospite, rimettendosi seduto e passandosi una mano sull’alta fronte bianca, «comprenderete che non sono avvezzo a sbrigare personalmente questioni del genere. Ma la cosa era talmente delicata che non potevo confidarla a un intermediario senza mettermi in suo potere. Sono venuto in incognito da Yerushalayim allo scopo di consultarvi.»

«Allora, vi prego di consultarmi», disse Joshua chiudendo di nuovo gli occhi.

«I fatti, in breve, sono questi: circa cinque anni fa, durante una lunga visita a Damasco, feci la conoscenza della famosa avventuriera Myriam di Magdala. Senza dubbio, il nome vi è familiare.»

«Mastro, per cortesia, guardi nel mio archivio», mormorò Joshua senza aprire gli occhi. Da molti anni aveva adottato il sistema di raccogliere in rotoli tutti le pergamene relative a personaggi e fatti così che era difficile nominare un argomento o una persona su cui non potesse fornire immediatamente informazioni. In questo caso, trovai la biografia della donna infilata fra quella di un rabbino e quella di un capo di diocesi che aveva scritto una monografia sulla fauna ittica di altura. «Vediamo!», disse Joshua. «Hum! Nata in Palestina nel 748. Attrice hum!; hum! Prima donna ai giochi Giuvenali a Roma, già! Ritirata dalle scene – ah! Vive in Giudea esatto! A quanto capisco, sua eccellenza si è trovata invischiata con questa giovane signora, le ha scritto delle missive compromettenti e ora desidera rientrarne in possesso.»

«Esattamente. Ma come…»

«C’è stato un matrimonio segreto?»

«No.»

«Documenti o certificati legali?»

«Nessuno.»

«Allora, governatore, non vi seguo. Se questa giovane donna dovesse rendere pubbliche le missive a scopo di ricatto, come potrebbe dimostrarne l’autenticità?»

«La calligrafia.»

«Figuriamoci! Falsificata.»

«Il mio papiro da lettere personale.»

«Rubato.» «Il mio sigillo.»

«Imitato.»

«Il mio ritratto.»

«Comprato.»

«Il dipinto ci ritrae insieme.»

«Ahimè! Questo è un guaio! Sua eccellenza ha commesso davvero un’indiscrezione.»

«Ero pazzo fuori di me.»

«Vi siete compromesso molto seriamente.»

«Allora ero solamente un funzionario politico. Adesso non ho che trent’anni.»

«Bisogna recuperare il ritratto.»

«Abbiamo tentato, e fallito.»

«Sua eccellenza deve pagare. Bisogna acquistarlo.»

«Non vuole venderlo.»

«Rubarlo, allora.»

«Sono stati fatti ben cinque tentativi. Due volte ho pagato degli scassinatori perché frugassero in tutta la casa. Una volta, le sottraemmo i bagagli mentre viaggiava. Due volte le è stato teso un agguato. Tutto inutile.»

«Nessuna traccia del ritratto?»

«Assolutamente nessuna.» Joshua si mise a ridere. «Davvero un bel problemino», disse.

«Per me è una faccenda molto seria,» ribatté il governatore in tono di rimprovero.

«Davvero serissima. E quella donna cosa intende fare con il ritratto?»

«Rovinarmi.»

«Ma in che modo?»

«Sto per sposarmi.»

«Così ho sentito dire.»

«Con Cornelia Galla, nipote del prefetto d’Egitto. Probabilmente saprete come abbiano rigidi principi. Ella stessa è una creatura estremamente sensibile. Anche l’ombra di un dubbio sulla mia condotta manderebbe a monte il matrimonio.»

«E Myriam di Magdala?»

«Minaccia di mandare loro il ritratto. E lo farà. So che lo farà. Lei non la conosce, ma ha un cuore di pietra. Ha il volto della più bella donna del mondo, e la mente dell’uomo più deciso. Piuttosto che lasciarmi sposare un’altra donna, arriverebbe a qualsiasi estremo, qualsiasi.»

«Siete certo che non l’ha ancora mandato?»

«Ne sono certo.»

«E perché?»

«Perché ha detto che l’avrebbe mandato il giorno in cui sarebbe stato annunciato ufficialmente il fidanzamento. Il che accadrà tra tre giorni.»

«Oh, allora abbiamo ancora qualche giorno», disse Joshua sbadigliando.

«È una vera fortuna, perché al momento ho una o due, tre cosette importanti da sbrigare. Sua eccellenza, naturalmente, si trattiene a Natzrat per il momento?» «Certamente. Mi troverete alla locanda, sotto il nome di Ramose.»

«Allora vi manderò due righe per farvi sapere come procedono le cose.» «Fatelo, vi prego. Sarò divorato dall’ansia.»

«In quanto al denaro, allora?»

«Avete carta bianca.»

«In tutti i sensi?»

«Vi assicuro che darei volentieri una delle città del governatorato pur di riavere quel ritratto.»

«E per le spese immediate?»

Il governatore trasse da sotto il mantello un pesante sacchetto di pelle e lo posò sul tavolo. «Qui ci sono mille sesterzi», disse.

Joshua non lo toccò nemmeno. «E sapete dove si trovi la signora?», chiese.

«Una casa rossa in stile romano dalle parti del Getsemani a Yerushalayim.»

Joshua ne prese nota. «Un’altra domanda», disse. «Il ritratto era su papiro?»

«Sì.»

«Allora governatore, buona notte. Confido che presto avremo buone notizie per voi. E buona notte, Judas», aggiunse mentre le ruote della lettiga si allontanavano lungo la strada. «Se gentilmente verrà qui domani pomeriggio, mi piacerebbe discutere con lei di questa faccenduola.»

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