Pensieri di nessuno. Russia centrale in pedalò part seven: il Pomeriggio Giovane di Kozelsk

Settimo giorno

imageRipartiamo di buon mattino sotto l’eterna pioggia per visitare Kaluga, che si rivela una bella città, la più ricca fra quelle che abbiamo visto, a parte Mosca. C’è anche qui l’immancabile Lenin di pietra davanti a un casermone municipale, ma l’architettura è generalmente gradevole e ben tenuta. image_2Facciamo quasi shopping in una spaziosa strada pedonale e passeggiamo in un parco mentre Svetlana ci parla dei micidiali ritmi lavorativi che nell’Ottocento gli impiegati dell’amministrazione cittadina erano tenuti a rispettare, ringraziando pure per l’opportunità. image_4Non so bene perché ce ne parli, ormai sono così abituato a mandare giù informazioni turistiche in apparenza sconnesse fra di loro che non mi faccio più domande.

A pranzo, il ristorante è molto elegante; c’è addirittura un orso impagliato all’ingresso, che regge un vassoio con sopra una bambolina e una bottiglia di vodka. I camerieri ti sfilano i piatti da sotto il naso non appena ti dimostri disinteressato al loro contenuto.image_3

Nel pomeriggio visitiamo il monastero di Shamordino, un luogo di culto originariamente fondato per dare un tetto alle donne di una certa età senza famiglia né mezzi di sostentamento che dunque venivano considerate un peso per la società. L’età alla quale una donna veniva considerata rottamabile era di circa quarant’anni. Sostiamo nei viali del monastero sferzati da un vento gelido mentre Anastasja – che ho capito essere, fra le guide, l’esperta di faccende religiose – ci propina una messe di dettagli insignificanti con quella che mi sembra sadica voluttà. La rivincita del proletariato sulla borghesia molliccia. IMG_0332Ci parla di rigore della vita monastica mentre tremiamo di freddo, pur essendo ben avvolti nei nostri piumini, cosicché possiamo guardare le monache, nei loro sottili veli neri, che camminano svelte verso i compiti quotidiani e sentirci stupidi, colpevoli e viziati. La penitenza però dura solo fino a che, al sesto minuto di spiegazione, la nostra scorza di depravazione occidentale insorge. Simonetta chiede con la sua solita determinazione da avvocato panormita-londinese di proseguire la lezioncina al riparo, ché ci si sta gelando il culo, e al suo accenno di riscossa noi altre pecore infreddolite insorgiamo come un sol uomo (uomo-pecora). Manca poco che le battiamo le mani. Nella chiesa, l’atmosfera sembra a tutti particolarmente mistica, il che non dovrebbe stupire visto dove siamo, e nemmeno ci dovrebbe colpire più di tanto, visto che proveniamo da un paese abituato alla religione. Sarà forse per la suggestione del culto ortodosso, per le icone ieratiche e la sensazione bifronte di familiarità e di estraneità che questa chiesa così vicina eppure diversa ci produce, ma veniamo colti da un improvviso abbandono contemplativo, quale mai riusciremmo a sperimentare in una chiesa cattolica. Potenza dell’esotico, dell’altro da noi. Andrea fissa immobile e con sguardo spiritato l’abside, o quantomeno quella zona dell’edificio che in una chiesa cattolica si chiama abside, e ho la netta sensazione che, anche se lo vedo, lui non sia affatto qui.

Prima di rientrare in albergo, ci fermiamo in un bar per bere qualcosa di caldo. Appena dentro mi sento come se avessi fatto due passi oltre i confini della realtà, come nei telefilm degli anni Sessanta. Sono le sei del pomeriggio, fuori è ancora giorno pieno, per quanto grigio e piovoso, ma il bar ha i vetri oscurati, la musica dance a palla e raggi laser che balenano nell’aria. Siamo entrati in una discoteca del 1985, deserta, fatta eccezione per due tipi seduti a un tavolo vicino all’entrata. Non so adesso, ma quando avevo quattordici anni le discoteche alla domenica pomeriggio aprivano i battenti per ricevere un pubblico di ragazzini che non potevano permettersi di andare a ballare di notte. Si chiamava “Pomeriggio Giovane”. Noi siamo stati proiettati in un “Pomeriggio Giovane” del 1985, però in Russia centrale. Scappa da ridere anche alle nostre altrimenti imperturbabili guide. Andrea si lascia prendere dal ritmo e da una peculiare disposizione d’animo che dalle mie parti si chiama ritticchio e che dalle sue mi pare si dica stupidera (non credo esista un termine corrispondente in italiano), indica una rovinosa tendenza al riso facile e alla scemenza fine a se stessa, ed è tremendamente contagiosa. Si lancia a ballare con movenze misurate e un’espressione composta e seria del viso, suscitando un contrappunto di risate nel gruppo (e di invidia secca in quelli – in un gruppo ci sono sempre – che avrebbero voglia di ballare ma gli manca la faccia). In pochi secondi una spensierata mezza dozzina di noi è in pista. Pomeriggio giovane nei dintorni di Kozelsk. Uno dei due tizi seduti, che a occhio e croce è già bello carico di vodka, si avvicina e improvvisa un ballo di coppia con Eliana, che per educazione non si sottrae. Andreij, il nostro accompagnatore fotografo, appollaiato col suo quintale abbondante su uno sgabello al bancone del bar, si china verso Svetlana e le sussurra qualcosa. Svetlana si avvicina a Andrea e gli parla, Andrea scuote il capo. Solo più tardi verrò a sapere che gli è stata rivolta la seguente domanda: “Volete che lo togliamo?”, riferita al povero ballerino ubriaco. Ci immaginiamo cosa sarebbe successo se Andrea avesse detto sì: Andreij che scende piano dallo sgabello, lascia la macchina fotografica dalla quale solitamente non si separa mai, afferra il tipo dal collo con una mano sola e se lo tira dietro senza nemmeno rallentare fino all’uscita, per poi proiettarlo nel parcheggio con lancio calibrato e senza dirgli una parola. Una scena da romanzo di Pelevin. O magari lo avrebbe preso sottobraccio e gli avrebbe solo offerto un paio di bicchierini al bar, non lo sapremo mai.

Dopo un veloce riposino in albergo, che fa abbastanza schifo ma ha il biliardo (il che gli fa guadagnare molti punti anche rispetto ai migliori cinque stelle, almeno dal punto di vista di un paio di noi maschiacci), ci aspetta la temutissima cena folcloristica. In un ristorante aperto solo per noi, ci aspettano sei robuste signore in abiti caratteristici e un fisarmonicista. Ci fanno accomodare a una tavola riccamente imbandita di cibi più belli a vedersi che buoni a mangiarsi e ci propinano una sintesi dei tradizionali balli e canti del luogo. Passiamo relativamente indenni attraverso l’offerta rituale del pane, la simulazione di un matrimonio (fra Eliana e Andrea) e di una specie di gioco per scapoli e signorine nubili (in cui veniamo coinvolti Simonetta e io). Sfilata con candelina accesa per Eliana e Andrea e canzone da cantare per Simonetta e me. Ce la caviamo ripetendo per due volte il ritornello di “Si maritau Rosa”. Il clima in sala è piacevolmente alcolico e cordiale. Parlo con Gianfranco del suo libro su Pavese e di strategie per diffondere il morbo della lettura a scuola. Lui è maestro elementare e, del nostro gruppo, mi pare essere la persona più aperta (il luogo comune del romagnolo di cuore colpisce ancora), ha occhi trasparenti e mani da contadino, si vede che ha l’abitudine a spiegare con semplicità. Fortunati i suoi studenti. Bruno scuote la sua zazzera da violinista e si alza in piedi per un brindisi, che si scopre a doppio taglio: loda la gentilezza delle nostre ospiti e lo stoicismo che impone loro di lavorare per il nostro divertimento mentre potrebbero raggiungere i loro cari a casa, fa notare che l’ora è tarda e che noi non ci offenderemmo affatto se loro volessero concludere in anticipo la performance. Bruno ha l’inestimabile dono di compiere gesti drastici da rockstar maledetta con la flemma e i modi di un vecchio professore di Storia, il che lo mette al riparo da ogni forma di biasimo. Dopo un momento di imbarazzo, infatti, le buone signore capiscono l’antifona e si accomiatano con un’ultima canzoncina.

Nonostante la stanchezza, arrivati in albergo Andrea, Gianfranco e io ci buttiamo sul biliardo e giochiamo fino a mattino, e perfino Andreij, Svetlana e Olga, che non ci hanno mollato mai, nemmeno per un minuto, durante tutto il viaggio, temendo che potessimo combinare chissà cosa, o forse semplicemente per gentilezza estrema ed estrema dedizione, all’una e trentacinque si ritirano esausti. Noi proseguiamo fino alle due.

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