Pensieri di Nessuno. Russia centrale in pedalò part five: odio i boy scout

Quinto giorno

Diretti a Spasskoe Lutovinovo per far visita alla residenza della famiglia di Ivan Sergeevic Turgenev.

IMG_9300Anche quella di Turgenev, come per Tolstoj, è una ariosa, principesca tenuta. La signora di mezza età che ci accompagna parlandoci dello scrittore ha un cardigan verde lungo fino al ginocchio, capelli rosso acceso e occhi in tono col cardigan. Appresa la nostra nazionalità, ci chiede se capiamo il francese. Noi non lo capiamo, almeno non tutti, dunque lei parlerà russo e all’interprete toccherà lavorare. La signora appare alquanto rammaricata e prosegue per qualche battuta nel suo francese civettuolo, del quale va evidentemente fiera e che gode a sfoggiare. I nostri sguardi ebeti la convincono a desistere subito. Dal suo modo di parlare e di muoversi, molto energico e teatrale, e dalla cura con la quale è truccata, direi che è stata un’attrice e che ha attraversato tempi migliori. Tempi nei quali veniva applaudita da nutrite platee e amata da giovani registi spiantati, o magari solo tempi in cui ha desiderato cose del genere senza ottenerle e finendo poi ad accompagnar comitive a Spasskoe Lutovinovo per campare.

Nel viale d’accesso alla casa padronale ci sono cespugli di rosa canina. Anastasja, la guida spiegazzata, ne coglie qualche frutto e ce li offre. Sono una via di mezzo tra bacche e pomodorini asciutti, non sanno di niente, ma se ne mangi più di quattro o cinque non caghi per una settimana, a quanto si dice. Nessuno di noi si offre per fare la prova.

Ancor prima di entrare in casa, la nostra francofila attrice mancata dai capelli rossi si rivela della stessa pasta delle altre custodi: è una vestale della memoria di Turgenev, una sacerdotessa dedita per intero al suo culto. E, vantandone le lodi oltre ogni limite, mi fa rapidamente aumentare l’antipatia istintiva (e immotivata) che ho sempre provato per questo scrittore. Stando a quel che ci racconta, di ciascuna delle virtù cardinali, Ivan Sergeevic Turgenev era dotato oltre ogni umano limite e, sicuramente, oltre il limite della mia pazienza. Lo presenta come una specie di boy scout ricco e generoso che, dopo avere aiutato la vecchietta ad attraversare la strada, le compra una casa e le fa anche avere un vitalizio. Irritante. Parla del rapporto dello scrittore con Tolstoj in termini idilliaci, ma ieri a casa di Tolstoj ce l’hanno raccontata in modo diverso. Non una parola invece sulle critiche di nichilista col culo al caldo che il romanzo Padri e figli gli aveva attirato, per esempio da Dostoevskij. Luca però nota che la madre di Turgenev si chiamava Varvara Petrovna, guarda caso proprio come il personaggio de I Demoni che è madre del nichilista riccastro e perverso Stavrogin. L’ombra immensa e cupa del buon vecchio Dosto, che scriveva romanzi immortali usando il vocabolario di un impiegatuccio, si mangia l’immaginetta linda di questo pettinatissimo stilista della parola.

Facendo la tara a quel che racconta l’ufficio stampa coi capelli rossi, vien fuori che Ivan Sergeevic era un uomo molto solo. Si era accontentato di vivere accanto alla famiglia della sua amante, contemplando dall’esterno quella vita che non avrebbe mai avuto per sé solo. La bella casa dipinta di indaco è stata del tutto ricostruita dopo un incendio, con criteri che ci vengono presentati come scrupolosissimi, ma tutto è fin troppo perfetto, come la pretesa biografia del proprietario, e ci rimane la sensazione di comprare una merce taroccata. Concludiamo la visita davanti alla quercia che il padre dello scrittore gli aveva fatto piantare perché fosse sicuro di lasciare una traccia nel mondo. Ne ha lasciato una di certo, ma forse non quella che avrebbe voluto.

foto 27Mangiamo a Mzensk, dopo esserci persi un paio di volte cercando il ristorante. Finisce che la proprietaria ci viene a prendere in mezzo alla strada principale, sale sul pullman e ci guida lei. Sia la città che il ristorante incarnano l’estetica del brutto, uno squallore tipico dell’Est Europa che esercita un fascino tutto suo. Palazzi squadrati, piazze troppo grandi e vuote, linee razionaliste e desolate e una ben distribuita fatiscenza. Il pranzo però è buono e impreziosito dal tocco originale di una crêpe alla crema per dessert che vivacizza lo zuppone di rape obbligatorio. La guida foto 28locale, Anastasja, mangia quasi sempre in un tavolo diverso dalle interpreti e dai due accompagnatori Roman e Andreij. Di solito divide il tavolo con l’autista, Pasha, un silenzioso e baffuto mugik, che avrebbe potuto fare il figurante nello sceneggiato Michele Strogoff che ricordo di aver visto da bambino. I due condividono lo stesso spazio, ma si parlano poco e non si guardano nemmeno, come una coppia allucinata sull’orlo di una crisi che non esplode mai. Sono gli ultimi due anelli della nostra catena alimentare viaggiante. E lo sanno. E non gli importa.foto 30 foto 29

Ci ributtano in pullman che ancora stiamo masticando perché già a Orel “ci aspettano” gli autori dell’Unione Regionale degli Scrittori Russi per uno dei due incontri che dovrebbero rappresentare il centro e la vera ragione del nostro viaggio. Scambiamoci cultura, ragazzi, confrontiamoci! Siamo tutti a un tempo curiosi e perplessi, cosa potremo mai dirci? Noi non abbiamo letto loro, nemmeno ne conosciamo i nomi in verità, e loro di certo non hanno letto noi, dato che nessuno di noi è tradotto in russo. Si parlerà del più e del meno, forse, dell’arte per linee generali, il che potrebbe essere anche più interessante.

Ma prima ci tocca la casa museo di Bunin, il premio nobel che il mio vicino di posto in aereo considerava un romanziere potente. A questo punto sono così stanco e frastornato che della visita mi rimarrà in mente solo il poco glorioso particolare di essere rimasto chiuso nel cesso. Certo, era il cesso di un premio nobel per la letteratura, vorrà pur dire qualcosa, ma non sono sicuro di voler sapere cosa. Scassinata la porta del cesso di Bunin, riusciamo ad arrivare quasi puntuali all’Unione Scrittori, dove ci aspetta un’esperienza surreale e commovente. Questi signori e signore sembrano usciti dal passato. Ognuno di loro è una maschera perfetta da commedia dell’arte. C’è il vecchio presidente ultraortodosso e nostalgico del periodo nel quale l’Unione contava davvero e riusciva a imporre la pubblicazione delle opere dei suoi membri in un mondo senza mercato, mentre ora non conta più niente e si vede; c’è il reduce mutilato ma ancora prestante; c’è l’irregolare con giacca di taglio militare che di certo scrive noir o poesia sperimentale di denuncia e ha una somiglianza impressionante con Limonov; c’è la giovane pasionaria, occhi febbricitanti, gambe lunghe e capelli stopposi, che si contorce di dolore alle parole nostalgiche del presidente, del quale evidentemente si vergogna; c’è la poetessa stramba con i capelli rossi infiocchettati in un’elaborata acconciatura che sarebbe già troppo vezzosa per una bambina di undici anni e su di lei, che di anni ne avrà sessanta, mette sgomento ma anche allegria; c’è l’altra poetessa, cappellino all’uncinetto e occhiali scuri, che si sforza di parlare italiano pur conoscendo sì e no dieci parole storpiate, felice come se le ricordassimo qualcosa di bello accadutole molto tempo fa. Ci presentano, cerchiamo di trasmettere felicità e curiosità, non so se ci riusciamo. Io dico qualcosa di banale sulla passione per la letteratura e la competenza che mi è sembrato di riscontrare nella maggior parte dei russi da me incontrati. La pasionaria mi chiede quanti anni avessero le persone a cui mi riferisco, perché alle nuove generazioni non gliene frega più niente. Si giunge presto alla conclusione universale e sempre valida che tutto il mondo è paese.

Al termine, ci offrono un banchetto con tartine e caviale, che facciamo appena in tempo a ingurgitare perché già pressati dai nostri accompagnatori e dall’inarrestabile tabella di marcia che ora prevede centro commerciale e cena in albergo con una dei capoccia del comitato di accoglienza con cui abbiamo già cenato a Mosca. Ci ha raggiunto dalla capitale per presenziare all’incontro di oggi pomeriggio. Si chiama Nina, è alta, di mezza età, ha una faccia squadrata e autorevole e lo sguardo azzurro, duro ma non freddo, ironico ma non sprezzante. Nina lavora o ha lavorato per un importante editore con mansioni direttive, a quanto capisco, ma anche tecniche (ha tradotto Suskind, per dire). Mi intimorisce un poco ma mi fa anche simpatia.

Il centro commerciale è orrendo, per quanto impreziosito da un cartonato della tour Eiffel all’ingresso. L’unica cosa che varrebbe la pena acquistare sono dei colbacchi bellissimi e costosi, ma mettere un copricapo del genere con temperature sopra lo zero è autolesionista: ne provo uno con la coda da castoro, così per scherzo, e dopo 10 secondi ho già i capelli sudati. A Messina andrebbe sprecato.

IMG_9660A cena, Nina ci spiega che Orel è una delle roccaforti del cosiddetto cerchio rosso, territorio nel quale gli ideali e la mentalità socialisti sono ancora ben vivi. Le diciamo che lo avevamo capito all’Unione Scrittori del luogo, sentendo parlare il presidente. Lei sorride e socchiude gli occhi, annuendo piano, senza ribattere. Non so bene se nel suo contegno ci sia paternalismo o tenerezza, ma non c’è tempo di indagare oltre perché è di nuovo l’ora di rinnovare brindisi e cantare canzoni. L’inossidabile Roman per l’occasione ha riesumato il suo completo con papillon, ma stavolta camicia e cravattino sono bordeaux, e tira fuori una dietro l’altra canzoni tradizionali come fossero ciliege. Tentiamo di rivaleggiare, Luca ripropone il suo ormai rodato numero dell’Onegin seguito da Bella Ciao, dalla quale ci facciamo trascinare, ma Roman ci surclassa in varietà e intonazione. La sua barba ben curata sotto i capelli cortissimi, gli occhi piccoli e arrendevoli, il vestire azzimato, eccentrico: pare il personaggio di un racconto di Gogol, o una figura secondaria de Il Maestro e Margherita.

Quella mattina, nella città di Pietroburgo, un papillon si impadronì dell’anima di un assessore di collegio e lo convinse di essere un cantante di matrimoni. Roman Vasilievic stava annodando il cravattino donatogli dalla consorte la sera precedente, per il suo compleanno, quando questo (il cravattino, appunto), come se fosse la cosa più normale del mondo, gli parlò: «È una triste e noiosa vita la tua, batiuŝka. Dovresti ribellarti, tu sei nato per cantare!»

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