Pensieri di Nessuno. Russia centrale in pedalò part four: Realismo tolstojano e (finalmente) fughe in pedalò

Quarto giorno

IMG_8743Di buon mattino riprendiamo il viaggio. Mezzo addormentato, sul pullman, ascolto solo a tratti la voce di Svetlana che al microfono traduce le spiegazioni di Anastasja, la nostra guida caucasica e stropicciata. Attraversiamo Serpuchov, una città tutta casette di legno a due piani con intarsi e fregi logoratissimi dal tempo. Un posto che potrebbe essere molto gradevole con qualche buona mano di vernice, ma decrepito com’è fa solo tristezza. A metà mattina siamo a Tula, a farci infliggere il museo del Samovar, una scatola di cemento affacciata su una piazza lunga mezzo chilometro con il Lenin pietrificato d’ordinanza davanti a un parallelepipedo di sei anonimi piani che probabilmente contiene gli uffici dell’amministrazione dell’oblast‘ (come dire il municipio o il palazzo della Provincia). Non è difficile, oltre le finestre cieche, immaginarsi burocrati che trascinano la loro stanchezza di vivere lungo infiniti corridoi, ma magari sto solo sovrapponendo il mio umore mattutino al luogo.image_20

IMG_8785Nel museo tutto sembra appartenere a un’altra epoca, non solo i bollitori di ogni forma e materiale possibile che una guida in minigonna e calze spesse color carne ci mostra senza partecipazione, ma anche il resto, le teche, gli arredi, le tende impolverate e le finestre lunghe affacciate sulla piazza. Ci sorprende e ci delude quindi scoprire, alla fine della visita, che questo posto è stato messo su solo vent’anni fa: non è nemmeno autenticamente sovietico. Il Cremlino lì accanto – anche Tula ne ha uno, edificato per arginare le incursioni di Tartari e Mongoli nel Cinquecento – è un piccolo recinto di mura e costruzioni linde e pinte che sembrano nuove (e infatti in parte sono ricostruite). Davanti alla bella chiesa dipinta d’azzurro, sormontata da cinque cupole dorate, stanno in fila una ventina di campane disposte in ordine di grandezza crescente. IMG_8778Con Andrea facciamo foto cretine da mandare a casa alle nostre figlie. Io sotto la campana più grossa con espressione timida e poi sopra la più piccola, tutto trionfante come se fossi cresciuto a dismisura in pochi secondi. image_7Lui accucciato con volto sofferente accanto a un cartello con su scritto “Kacca” (in cirillico si legge “cassa” e quello vuole dire, ovviamente, ma la cosa ci fa ridere come deficienti e la collezione di foto con Kacca Andrea la continuerà per tutto il viaggio). Nel frattempo ci raggiunge anche Olga, l’altra interprete di origine siberiana, che dopo i primi due giorni era scomparsa per via di un’influenza (che razza di influenza riesce a stendere un siberiano?) Per essere con noi oggi, ci confessa di aver preso tutte le medicine che aveva in casa, indistintamente. Il suo armadietto dei medicinali non dev’essere tutto ‘sto granché e di sicuro molto al di sotto di quello di un qualsiasi italiano medio, se vuotandolo non è riuscita nemmeno ad andare in overdose.

Arriviamo a Jasnaja Poljana che è quasi ora di pranzo, ma rimandiamo l’appuntamento con la zuppa quotidiana per cominciare subito la visita alla casa di Tolstoj. La fame la teniamo a bada con il “Pane di Tula”, il dolce tipico regalatoci dai russi ciucchi di ieri, che abbiamo poi anche comprato e che la previdente Simonetta si è curata di portarsi appresso (il dolce, non i russi ciucchi). La tenuta di Jasnaja Poljana del buon vecchio Lev Nikolaeviĉ è probabilmente la cosa più bella che vedremo in questo viaggio. C’entra, è ovvio, la suggestione di fare due passi dentro il mondo familiare del più grande romanziere di tutti i tempi, che per gli imbrattacarte che siamo già basta, ma c’è anche, in questo luogo, tutta una privata, indiscutibile bellezza. image_25 image_22 image_23 image_24Una bellezza calma, consapevole di se stessa, come un essere senziente, che si irradia dalle acque dei laghetti cinti d’alberi, dal viale d’accesso alla casa padronale delimitato da giovani betulle dritte e magre, dalla casa bianca col tetto verde, perfino dai decori della staccionata sul patio, che alternano in sequenza le figure intagliate di un omino, di un cavallo e di una gallina, semplici come fossero i graffiti di una classe d’asilo. Nonostante la processione di persone a sfilare di stanza in stanza, l’interno di questa casa elegante e sobria mantiene un respiro intimo. Vedi gli oggetti, le stufe di maiolica, il bastone da campagna attrezzato per essere piantato per terra e diventare all’occorrenza uno sgabello, una casacca bianca, i libri, e ti sembra siano stati messi giù poco fa dal loro legittimo proprietario. L’artificio del museo non si avverte. C’è un divano di pelle trapuntata nera dall’aspetto comodo; è un bel divano, robusto e funzionale, sopra c’è nato lui, il padrone di casa, ci sono nati i suoi fratelli. Se lo portava dietro ogni volta che traslocava il suo studio da una stanza all’altra, come un amuleto. È come se le cose, qui, risonassero della concretezza del loro proprietario, dell’incrollabile, interiore realismo dello scrittore, la materia vive, pulsa e noi lo percepiamo. Oppure sono solo gran pippe da scrittore che si convince di provare le sensazioni che pensa uno scrittore dovrebbe provare a casa di Tolstoj. Può anche essere, ma mi sembra una volta tanto di provare un’emozione sincera.

La tomba è un panetto di terra ricoperta d’erba e fiori. Sotto le querce e un pezzo di cielo. La raggiungiamo dopo una camminata di dieci minuti, che scorrono pettegolando di giornalisti e uffici stampa, il nostro ordinario che preme. Senza insegne né lapidi, senza croci né sentenze. Le parole le ha scritte tutte prima, cosa vuoi mettergli sulla tomba, cosa gli puoi scrivere sopra, a Tolstoj?

A sera, dopo altri chilometri buttati giù, col sottofondo della voce di Roman a intonare Katjuŝa, arriviamo in hotel, che è dentro una specie di cittadella deserta con tanto di security, che poi scopriamo essere un famoso centro ippico, o almeno così ci dicono le guide. Ci piace pensare sia un ex centro di addestramento del KGB e rimaniamo un poco affezionati all’idea, anche se è evidente che i padiglioni sono di recente costruzione e dunque la nostra romanzesca deduzione non sta in piedi. A cena, come sempre soli nel grigiore della sala ristorante, Bruno fa un brindisi lodando i nostri accompagnatori, che in questi due giorni, fra mugugni e qualche esplicita, rabbiosa lamentela, abbiamo a tratti ingiustamente maltrattato. L’organizzazione russa in fondo è divertente, fanno un sacco di telefonate, scalette, piani d’azione, chiamate di conferma, chiamate di contrordine, verifiche, e poi puntualmente non va mai niente come era stato programmato. Perché di base ci sono troppe cose da fare sul ruolino di marcia. Però va bene così, perché si vede che ci tengono a prendersi cura di noi e questo conta più di tutto.

image26Durante la nostra consueta passeggiata igienica dopo cena, nel buio nulla di questo luogo senza nome, di colpo intravediamo una spiaggia. Non è un’illusione dovuta all’oscurità, è proprio una spiaggia vera che lambisce un corso d’acqua. Più giù c’è anche un piccolo molo al quale, con nostra sorpresa, stanno attraccati due pedalò. Facciamo una foto ricordo sul pedalò, nella movida notturna di questa pazza Russia centrale. Prima Gianfranco e Andrea, poi io e Eliana, poi di nuovo Gianfranco e Andrea (la prima era venuta male), poi scappiamo perché, attirato dallo sciabordio che provochiamo, arriva un guardiano e vagli a spiegare a gesti che siamo intellettuali italiani amanti dei pedalò, così tipici della Russia centrale.

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