Pensieri di nessuno. Russia centrale in pedalò part three: Verdi in russo, nella notte.

Terzo giorno

image13Si parte per Melichovo. Sul pullman diretto fuori Mosca guardiamo il traffico sfilare lento in direzione opposta, la fila è chilometrica e i nostri accompagnatori ci spiegano che molti impiegano anche quattro ore al giorno per raggiungere il posto di lavoro da casa e farvi rientro a fine turno. Com’è ovvio, più ci si allontana dal centro più gli edifici si fanno grossi e sgraziati, grigi o di improbabili colori accesi che fanno rimpiangere il grigio. Vediamo il palazzo più lungo di Mosca che è un serpentone monotono di seicento metri, in origine inzeppato d’uffici ora dismessi. Alla compagnia si è aggiunta un’altra guida, Anastasja, una bionda dagli zigomi caucasici che sembra aver dormito vestita (una sensazione che continuerà a darci anche nei giorni a venire). Roman, dandy di tutt’altra pasta, per l’occasione ha abbandonato il suo completo da sera con farfallino per un chiodo azzurro da far invidia ai Village People, e di passaggio ci indica tutto contento la sua nuova casa in costruzione in un palazzo dalla tonalità che richiama il suo giubbotto. Mentre proseguiamo per la superstrada che taglia la campagna in direzione sud, Svetlana ci informa che in questa stagione nei boschi circostanti si possono raccogliere funghi porcini senza alcun permesso o razionamento, e lo dice come fosse un dato notevole. Ne deduco che fare qualsiasi cosa senza passare per un preventivo iter burocratico qui dev’essere ancora inusuale.

IMG_8402Alla casa di Cechov a Melichovo ci accoglie un grosso striscione reclamizzante il festival nazionale del bassotto. Dopo un momento di perplessità, la custode della casa museo, il cui russo allegro ci viene tradotto da Svetlana, spiega quanto Cechov adorasse i bassotti, come testimonia la statua di bronzo dedicata ai suoi due amatissimi Heena e Brom.image_14 La signora ci illustra con trasporto ogni particolare della vita di Anton Pavlovic. Lo chiama sempre con nome e patronimico e mai per cognome, so che in russo questo non è affatto indice di confidenza ma non riesco a non registrare il dato come una supplementare manifestazione d’affetto della donna verso il padrone di casa. Ne parla come parlerebbe di un suo bel nipotone del quale essere orgogliosa, per la laurea in medicina, il riscatto da umili origini, il talento artistico. Ci conduce in visita, stanza per stanza, ci indica il posto che Anton Pavlovic era solito occupare alla tavola, imbandita con i toni dell’azzurro, completa ma senza fronzoli per una cena quotidiana, ci mostra gli oggetti del suo studio, il punto dove poggiava la borsa coi ferri da medico. Alla parete, fra le tante, c’è una foto di lui e dei suoi fratelli che mi incuriosisce. È una bella foto perché non è in posa, almeno non proprio. Sono tutti seduti sul divano che ho adesso di fronte, e guardano l’obiettivo senza il contegno tipico delle foto d’epoca; è come se trattenessero il riso per una scemenza detta da qualcuno di loro poco prima dello scatto, magari rivolta al fotografo. Cechov ha i gomiti sulle cosce e i pugni a nascondere la bocca. Forse ride anche lui, dietro le mani, o forse si è distratto. Comunque sia è un frammento di vita vera, fragile ma ormai eterno. Passeggiamo nel giardino, un inserviente scuote un melo e ci offre i frutti che ne cadono. Nel giardino di Cechov non ci sono ciliegi, tocca accontentarsi.image15

Facciamo un altro bel pezzo di strada fino alla tenuta del pittore Polenov, che qui pare essere una celebrità ma che nessuno di noi conosce. Dai quadri che ci mostrano non mi sembra tutto questo granché. La visita ci appare dettagliatissima e interminabile, anche per la nostra stanchezza e per il completo disinteresse verso il personaggio. Mi sento come in gita scolastica, quando insieme a compagni altrettanto annoiati ciondolavamo per musei e altri luoghi culturali senza che ce ne potesse importare di meno, uniti solo dalla soddisfazione di non essere a scuola e da un umorismo sempre più greve col passare delle ore. “Direi che Polenov ci ha ragionevolmente rotto i coglioni.” La battuta non mi ricordo chi la pronuncia ma siamo tutti d’accordo nell’interrompere la visita prima della sua naturale conclusione. La custode però ci convince ad assistere almeno allo spettacolo del diorama. Non ho ben chiaro di cosa si tratti, il diorama è un antenato del cinema ma non so di più. Veniamo fatti accomodare in una saletta su delle panche disposte a file davanti a una parete nella quale si apre una finestrella. Si spengono le luci, poi un pannello in legno e vetro dipinto raffigurante una nave appare illuminato dalla finestrella e la custode, dietro la parete, dice qualcosa con tono pomposo e divertito, Svetlana traduce: “Partiamo per il nostro viaggio intorno al mondo.” Di nuovo buio e poi un altro pannello, un treno, e la voce: “Attraversiamo il Sempione.” Pannello con gondola: “Eccoci nella bella Venezia.” Pannello con Vesuvio (in eruzione!), voce: “Salutiamo la bella Venezia ed eccoci a Napoli!” La custode deve aver affinato questo teatrino per anni e si diverte come una matta, lo si capisce dalla voce. Davanti al Gran Tour d’Italia propinato, con strumenti ottocenteschi, giusto a noi italiani nel cuore della Russia, rimaniamo interdetti per qualche secondo, fino a che la ridarella non prende il sopravvento e cominciamo ad applaudire e a far caciara. L’effetto gita scolastica prosegue.IMG_8482

Sotto la pioggia camminiamo per la campagna, finalmente fuori dalla tenuta Polenov, fino a raggiungere la riva del fiume Oka. Ad attenderci su un piccolo molo è attraccato un battello bianco e azzurro, con una nostalgica stella rossa impressa sotto la plancia di comando. Non appena siamo a bordo, il battello comincia a discendere lungo il fiume. L’acqua grigio ferro taglia il bosco umido di bruma con ampie sciabolate curve, diramandosi di quando in quando in piccole anse fitte di sterpi. Sulla sinistra, a un tratto, una piccola diga di rottami e legni marciti è sormontata da una poltroncina da ufficio, di quelle con le rotelle e lo schienale ergonomico, talmente incongrua con l’ambiente da sembrare uscita da un sogno. Forse è la postazione arrangiata di qualche pescatore.IMG_8586 Per il resto, il fiume e le due rive sono deserti, nessun indizio su dove ci troviamo. Non fosse per la temperatura fresca, potrebbe anche essere il fiume Congo, e io mi cullo per qualche secondo in una fantasia conradiana, aspettandomi che dalla riva ci colga una sventagliata di fucilate uccidendo il timoniere.image_16 Invece mi coglie la voce profonda di Roman, sempre stretto nel suo giubbottino di pelle azzurra, che approfitta della pausa per intonare una canzone russa mai sentita. Applaudiamo e rilanciamo con un arrabattato O sole mio, con la poderosa voce di Luca a offrire appoggio alle nostre. La meta successiva, a Tarusa, è una casa nella quale la poetessa simbolista Marina Ivanovna Cvetaeva ha vissuto per un breve periodo. Percorriamo un lungofiume attrezzato con un piccolo parco di aiole brulle e mattonelle rossicce e due statue, una della poetessa e una di un’altra donna sghemba che non so. La casa sorge a metà di una strada non asfaltata, fradicia e deprimente, come sotto la pioggia appare tutta la città.image_17 Sembra dunque arrivato il momento di parlare di simbolisti russi, ma l’umore e la forma del gruppo non sono dei migliori. Siamo al nadir di una giornata che non vuol saperne di finire e, nonostante molti di noi sarebbero interessati alla Cvetaeva, l’apatia adolescenziale che ci aveva preso a casa del pittore sconosciuto qui si distilla in un malumore stizzoso e agonico. Anche le ciabatte di pezza da mettere per non rovinare il pavimento, le stesse che abbiamo calzato da Cechov e Polenov, ci paiono un sopruso irragionevole, a cui Luca, esausto, si ribella con tutta la forza della sua educazione vecchio stampo, scegliendo di proseguire la visita scalzo. La custode di questo ennesimo fortino di cultura russa aggiunge una nota grottesca all’insieme. È un donnino piccolino, definitivamente malato. Sembra la versione sofferente della fatina Smemorina del cartone animato di Cenerentola. Zoppica ansiosa avanti e indietro nell’ingresso, resa quasi isterica dal nostro incolpevole ritardo. Quando la visita comincia, Smemorina si assesta su uno sgabello che sposta di stanza in stanza, scusandosi per le sue gambe offese, che le impediscono di sbrigare il suo compito all’impiedi. Ci ammannisce raffiche di nozioni sulla vita della poetessa e dei suoi parenti. Lei la chiama Marina Cvetaeva, senza patronimico, ma anche nel suo caso l’affetto verso l’assente padrona di casa è palpabile. Indica foto e suppellettili col suo bastoncino, corto come quello di un bimbo poliomelitico, e la voce sottile, petulante nella ripetizione di dati e aneddoti, fa tenerezza. O meglio, farebbe tenerezza se non fossimo già incattiviti dalla fatica. Giro per le stanze povere e dignitose che mi ricordano la vecchia casa popolare di mia nonna e sento nelle braccia e nelle gambe il peso e l’umidità di tutta la giornata, voglio solo riposare un po’, anche il sarcasmo col quale abbiamo sfottuto l’incolpevole Polenov è svanito e ora resta solo la pioggia.

Il tour guidato di Tarusa, che dovremmo affrontare dopo, lo aboliamo all’unanimità per buttarci in anticipo sotto la doccia in albergo, che è all’altezza delle nostre aspettative. Le stanze danno su una corte comune, come i motel americani ma con meno auto, e sono state arredate da qualcuno privo di gusto e di sensi di colpa. I copriletti rosa confetto e le lenzuola azzurro principe sarebbero già tanto, ma l’accappatoio giallo fluo e le tappine salmone danno il colpo di grazia. Come se me ne importasse qualcosa. image_18Voglio solo annegare la memoria di me sotto l’acqua calda, il che faccio per venti minuti buoni prima di affacciarmi al ristorante dell’hotel dove ci attende, già in tavola, la trafila di pietanze ormai ben nota: insalata con formaggio morbido, zuppa di rape (che ho scoperto chiamarsi borshch) e una fettina di qualcosa che sulle prime scambio per pesce e invece ho il sospetto trattarsi di pollo. A cena, Luca e Gianfranco, davanti a me, mi coinvolgono in oziose discussioni da scrittori in vacanza, quali sono i migliori romanzi brevi della storia eccetera. Si arriva a una classifica congiunta con Lo straniero al primo posto, Il giocatore al secondo e La figlia del capitano al terzo. Luca voleva Doppio sogno, ma Schnitzler non la spunta contro quei tre. Poi parliamo di Cina e di sviluppo, due argomenti di cui so ben poco ma che ultimamente non si possono evitare e nemmeno trattare separati. Svetlana ci rivela il trucco russo per prevenire o guarire il raffreddore: vodka e pepe. I miei commensali mettono in pratica il consiglio, subito e generosamente, io vorrei imitarli ma l’ulcera mi impone una disciplina gastrica se non una disciplina morale. Dopo mangiato ci avventuriamo a piedi per le strade di Tarusa, larghe e spoglie e bagnate di una luce gialla come piste di un aeroporto male in arnese. Cerchiamo il centro fino a che un tassista interpellato da Bruno ci conferma che il centro è proprio dove siamo noi, sotto un’insegna al neon grande come quella di un casinò, che però segnala solo una specie di ristorante deserto con camere al piano di sopra. Chiediamo se c’è un altro bar. Sì che c’è, è quello dell’albergo dal quale veniamo. Fine della corsa. Di ritorno, Andrea prende sotto braccio Luca, nel buio le loro silhouette sono inconfondibili: lo smilzo e il tenore. Gli chiede spiegazioni della sua militanza in Comunione e Liberazione. Andrea è il tipo di persona che a colazione di prima mattina riterrebbe normale guardarti negli occhi pesti di sonno e chiederti se sei felice. È fatto così, è un simpatico e spontaneo rompicoglioni, non si arrende mai. Luca, reso malleabile dalla vodka, spiega che questa cosa di CL ormai è un ritornello, gli hanno appiccicato l’etichetta di scrittore cattolico e pure se scrive bestemmie o un reportage sulla sagra del suino nero, quella sarà la prima e ultima cosa che diranno di lui. Andrea annuisce, gli dà ragione, poi torna alla carica: “Sì, ma lì dentro com’è che ci sei finito?” Pazientemente Luca rievoca episodi di giovinezza e poi dice una cosa vaga e tranciante che ho sentito ripetere, quasi identica, da altri che hanno avuto esperienze simili: “Perché mi hanno parlato di Cristo come nessuno aveva mai fatto prima.” Che mai gli diranno, di Cristo, questi di CL?

In albergo ci fermiamo a chiacchierare ancora, riparandoci dalla pioggia sotto la tettoia davanti alle stanze. Andrea lancia un nuovo topic: ci andreste in vacanza con un fascista? Intanto vediamo avvicinarsi un manipolo di brilli signori che fin qui occhieggiavano dalla tettoia dall’altra parte del cortile. Hanno portato delle bottiglie (vodka, manco a dirlo). A gesti e mozziconi d’inglese ci chiedono di dove siamo, ci offrono da bere. Tentiamo di rifiutare ma è impossibile e si immolano Luca e Gianfranco, ché tanto ormai il loro tasso alcolico è già compromesso e due bicchierini in più non cambieranno le cose. Ci offrono anche un dolce tipico, e quando infine lo accettiamo sembrano davvero contenti. In parallelo prosegue la discussione sui fascisti e vien fuori che no, qua coi fascisti in vacanza non ci andrà mai nessuno. Poi, non so come, finiamo a cantare di nuovo, pure coi russi ubriachi. Luca, ormai deliziosamente senza freni, intona Bella ciao e improvvisa un’aria dell’Onegin, le uniche parole russe che sa. I nostri nuovi amici si esaltano e la donna che è con loro, una bella signora di mezza età con un’acconciatura a crocchia molto teatrale, parte con Libiamo ne’ lieti calici, però in russo, rivelando una molto professionale, notevolissima voce da soprano. Nel cuore della Russia, ubriachi sotto la pioggia a cantare arie di Verdi. Se non è una pittoresca memoria di viaggio questa…. Dieci minuti di gorgheggi e andiamo tutti a dormire.

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3 thoughts on “Pensieri di nessuno. Russia centrale in pedalò part three: Verdi in russo, nella notte.

  1. Come si chiama il serpentone di seicento metri? Ho provato a cercarlo in giro ma non ho trovato nulla al riguardo. Thanks : )

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  2. Non mi ricordo che ce lo abbiano detto, magari un nome nemmeno ce l’ha. Comunque ho girato la domanda alla guida e ti farò sapere (se mi risponde).

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