Pensieri di Nessuno. Russia centrale in pedalò part two: il diavolo è nei particolari.

image_10Secondo giorno

Ci rivediamo nella hall alle dieci del mattino precise, otto italiani puntualissimi vengono puniti dal ritardo della guida locale che arriva dopo quaranta minuti. Ne approfittiamo per familiarizzare con i nostri accompagnatori. Oltre alle due interpreti e a Roman, arriva anche Andreji, che si presenta come l’uomo portafoglio, qualunque cosa questo possa voler dire, ma dalla stazza e dall’armamentario che si porta dietro mi pare più una specie di fotografo guardia del corpo. Alla fine arriva Raissa, guida pluridecorata dall’età indefinibile tra i cinquanta e i settanta, capelli troppo carichi di tintura e occhiali da sole che non toglierà mai, anche se oggi mai smetterà di piovere dal cielo di ghisa moscovita. Montiamo su un pullman da 52 posti (siamo 10) e cominciamo il giro.

Mosca non è, mi pare, una città a misura di individuo. Le distanze e gli spazi aperti, lasciati alla visuale, le prospettive sconfinate che ti assalgono da tutti i lati contribuiscono a farti sentire piccolo, a far pesare la tua inadeguatezza. Può darsi che c’entri anche la mia ignoranza non solo della lingua ma pure dell’alfabeto, che accentua il senso di straniamento: vedo ma non capisco, leggo ma non decodifico, ricevo ma non assimilo. Dati e aneddoti trasmessi dalla parlata rapida e monocorde di Raissa scivolano via. Eventi, edifici storici, tutto mi si posa sulla coscienza in via provvisoria, come un appunto volante lasciato sulla scrivania da una segretaria distratta e spazzato via dal vento che soffia dalla finestra aperta o sepolto da nuove pratiche. Ci indica un palazzo come tanti altri, la sede del KGB, definito da una vecchia battuta dei tempi del regime come quello con la vista migliore di Mosca, perché dai suoi scantinati puoi vedere la Siberia. Iscrizioni, statue di poeti, insegne per me criptiche. Ciò che non posso trattenere con la sola memoria visiva si perde in pochi minuti, nomi, fatti, strade. Alcune di queste strade attorno al Cremlino sono chiuse, forse per una fiera o una manifestazione (appunto, non ricordo). Scendiamo dal pullman e percorriamo a piedi l’ultimo tratto seguendo Raissa che trotta in testa e brandisce il suo ombrellino verde, tenendolo aperto anche in un sottopassaggio, forse per facilitarci il compito di starle dietro. Ci accodiamo a una scolaresca e passiamo attraverso lo scanner senza attendere troppo, fino a riunirci, oltrepassate le mura della fortezza, di nuovo tutti intorno alla guida che, nel frattempo, si è dotata di un microfono ad archetto con amplificazione portatile appesa al collo. La voce di Raissa è già impersonale di suo, ma per il tramite dell’altoparlante si aggiunge un riverbero metallico che conferisce un sovrappiù di grottesco, una guida robotica vecchio modello catalogata nell’inventario di un magazzino ministeriale in un universo parallelo comunista e steampunk. La pioggia rinforza e io non ho ombrello. Mi arrangerò, per oggi e per i giorni a venire, che saranno quasi tutti piovosi, col fido cappuccio della giacca a vento o, alle brutte, elemosinando riparo dai miei colleghi ombrelluti. Faccio un tratto a braccetto con Andrea sotto il suo minuscolo pieghevole e le nostre facce assorte per qualche motivo inquietano le accompagnatrici. Prima Raissa e poi Svetlana si avvicinano, accorate, a chiederci se non siamo contenti. Sorridiamo per rassicurarle del fatto che siamo contentissimi, ma non sembrano convinte. Il solo dato oggettivo di essere italiani evidentemente ci impone di ridere e parlare a voce alta tutto il tempo in ogni situazione, altrimenti dev’esserci qualcosa che non va. E loro si preoccupano. Il che è un poco ridicolo ma anche tenero: a casa mia nessuno si fa carico del fatto che io mi stia divertendo o meno; a casa mia devo pensarci da solo, qui ci pensano loro.

image_1 imagePasseggiamo dentro le mura della fortezza per circa un’ora. Cose notevoli che ci ha detto o fatto vedere Raissa, almeno quelle che riesco a ricordare: una sala convegni da migliaia di posti usata per i congressi del partito dove oggi fanno i balletti (c’è un nesso fra le due cose, danza e comunismo, organizzazione collettiva del lavoro, comunanza dei mezzi di produzione?); la campana più grande del mondo lasciata per terra perché, dopo averla costruita, si sono resi conto che pesava troppo per issarla su una qualsiasi torre; un grosso cannone settecentesco che non ha mai sparato, esibito su un piazzale di fronte agli uffici del presidente Putin insieme a proiettili sferici di calibro più grosso rispetto alla bocca da fuoco che dovrebbero caricare (e ci credo che non ha mai sparato). Più tardi, fuori dal Cremlino vedremo pannelli solari inutilizzati per via del clima moscovita poco assolato: questa gente ha una curiosa, fatale idiosincrasia per i dettagli cruciali.

La chiesa dell’Annunciazione, l’unica delle tre presenti nella fortezza di cui vediamo l’interno, vanta un apparato iconico vertiginoso e serrato. Le figure di santi, madonne e re ci stanno addosso, negli ori vecchi, nei rossi cupi, i loro volti privi d’espressione e di profondità risultano per questo più adatti al misticismo. Vigorosi nell’immobilità, fermi e perciò forti. Ieratici, è la parola. Mi concederei anche un momento spirituale, non fosse per Raissa che sbuffa e sbotta in commenti razzisti, comici e crudeli insieme, all’indirizzo delle comitive di cinesi che ci precedono e ci seguono. La nostra ducessa non tollera il loro tono di voce e l’invadenza, e non si fa scrupolo di farlo capire. Ogni volta che incrocia un’altra guida, l’apostrofa con secche sentenze dal suono sprezzante. Bruno, il nostro agente linguistico sotto copertura, ci conferma che dice loro cose orrende, sempre col sorriso sulle labbra, e quelle non reagiscono. Dal che fantastichiamo che Raissa sia una specie di decana potentissima delle guide di Mosca, oppure una nota pazza. Pazza o decana, la sua brusca autorità non si discute; ci conduce per le vie fuori e dentro il Cremlino col piglio marziale di un sergente addestratore. Non ammette rallentamenti e distrazioni mentre marciamo da un sito all’altro, tutti allineati e coperti come reclute. Andrea, che si diverte a far l’anarchico, ciondola e si attarda in coda al gruppo per il puro gusto di farla incazzare, senza però riuscirci più di tanto. La sua leadership è indiscussa, ci domina, ci ipnotizza, siamo untermensch a disposizione della sua libido di potere, carne da cannone da ficcare nella vergine bombarda settecentesca per spararla contro i molesti battaglioni di turisti cinesi.

image_2Sempre sotto la pioggia le scodinzoliamo dietro lungo la Piazza Rossa (rosso, scopro, in russo sta per bello), immensa e dispersiva come ogni cosa in questa città urbanisticamente progettata più per parate militari che per passeggiare. La cattedrale di San Basilio, giù in fondo, è un enorme dolce candito e sfarzoso, così distante dai torroni marci coricati dei condomini di periferia come può esserlo un sogno dalla realtà. image_12image_4 image_3Le mura esterne del Cremlino aggettano sul mausoleo di Lenin, che è grande, ma rispetto alle dimensioni della piazza non sembra altro che una torta di cioccolata lucida e squadrata. Di fronte sorgono eleganti i magazzini GUM, tristemente noti ai tempi del comunismo perché non ci si trovava quasi niente, mentre oggi sono ben forniti d’ogni merce che possa venire in mente, come qualunque centro commerciale di qualunque luogo del mondo capitalista, il che sarà meno romantico ma è assai più comodo.

Vedere la mummia di barbetta non mi interessa affatto (e peraltro riceve solo su prenotazione), mentre con piacere visiterei l’interno della cattedrale, ma Raissa morde, non c’è tempo, dobbiamo andare a mangiare, ci stanno aspettando (da qui in avanti avrò modo di notare che per le nostre guide fare aspettare anche solo 10 minuti i ristoratori presso cui hanno prenotato è una scortesia da evitare, e si susseguiranno giornalmente le telefonate ai ristoranti di preavviso di ritardo, come in Italia mai sarebbe accaduto. È un segno di rispetto e civiltà, non c’è dubbio, ma la mia nera, indolente anima levantina non può fare a meno di trovarlo anche comico). Il tempo per fermarci in un negozio di souvenir però c’è – immagino tangenti versate dal negoziante e intascate dal nostro cane da pastore, ma al solito sono troppo levantino. Mi aspetto di trovare un po’ di false memorabilia dell’Armata Rossa, ma non ce n’è traccia, solo matrioske e accendini di fogge improbabili. Compro una manciata di calamite da frigo con sopra slogan educativi sovietici: La prudenza è la nostra forza, La cucina è la schiavitù della donna, Leggere migliora la conoscenza dell’alfabeto.image_6

Il ristorante Godunov è un antro dalle mura spesse prive di finestre e dipinte a fregi floreali con una certa finezza, ma la cucina è turistica. In tavola ci aspettano già piatti di insalate di pomodoro e peperoni con cubetti di un formaggio morbido tipicamente russo che sembra Philadelphia, cui seguirà uno zuppone rosso scuro servito in tazza con ricciolo di panna acida a squagliarsi dentro (è a base di barbabietola ed è meno peggio di come potrebbe sembrare) e infine il piatto principale, una fettina di pollo o vitello o pesce, non riesco a decifrare né il gusto né la consistenza ma scommetterei (una piccola cifra) sul pollo, con su una lasagnetta depressa e patate al forno.

Proviamo a stuzzicare la guida su temi sociali, ci sono state da poco le elezioni del sindaco e ha vinto l’uomo di Putin, accusato di brogli dallo sfidante Navalny, noto per le sue battaglie anticorruzione, che è arrivato a un soffio dal ballottaggio senza raggiungerlo. Ho come un deja-vu. Le chiediamo se i giornalisti sono liberi di criticare Putin, Raissa scrolla le spalle, poco interessata, ci dice che sono liberi di farlo ma il dissenso va in onda sulle reti private locali, che non vede nessuno. Insistiamo: ma la gente è informata della corruzione, del malaffare? Nuova scrollata di spalle: secondo Raissa alla gente non importa un bel niente del malaffare, la gente si fa gli affari suoi. Viene da pensare che la nostra guida appartenga a una generazione talmente estenuata dal socialismo reale che accetta senza battere ciglio anche un capitalismo deviato purché ci si allontani il più possibile dal passato. In fondo, chi siamo noi per giudicare? Però davanti al monumento al milite ignoto (il primo dei tanti che vedremo, sembra essercene uno in ogni città), stamattina, Svetlana, che è molto più giovane di Raissa, mi diceva che c’è ormai una forte volontà di rimozione nei confronti del comunismo: si fa come se non ci fosse mai stato o, al più, come se avesse prodotto solo frutti marci, da eliminare dalle abitudini e dalla memoria. E dai negozi di souvenir, a quanto ho visto.

image_9 image_8Dopo un inquietante dessert al limone, ci ributtiamo per le strade bagnate e riprendiamo il pullman in attesa davanti alla spessa e bella statua di Marx, che sta in faccia al Bolshoi (un altro indizio in favore del nesso fra balletto e comunismo). Passiamo senza fermarci davanti agli Stagni del Patriarca, il parco noto a tutti i lettori de Il maestro e Margherita di Bulgakov. Non ci fermiamo per via della pioggia, ma il quadrato di bei palazzi attorno allo specchio d’acqua e alle panchine, nella mia immaginazione nutrita di parole, mantiene la suggestione intatta del romanzo, come se le facezie profetiche di Woland risuonassero ancora nell’aria e la testa di Berlioz fosse appena rotolata via al passaggio del tram. Paturnie di gente che legge troppo.

Il monastero delle Vergini è grandioso ed elegante nel suo barocco moscovita, ma sono ormai sfatto e troppo stanco per apprezzarlo o anche solo per stare a sentire Raissa parlarne. La sola cosa che mi rimane, di tutto lo spiegone, è il destino di Sofja Romanova, zarina reggente e sorella di Pietro il Grande, da lui obbligata a prendere i voti e alla clausura dopo una prigionia durante la quale i suoi carcerieri avevano avuto la deliziosa attenzione di impiccare i soldati a lei fedeli proprio davanti alla finestra della sua cella. Puntare sull’efferatezza è sempre vincente davanti a menti deboli o in cattività. Lo sapeva il buon vecchio Pietro e lo sa Raissa.

In albergo abbiamo appena il tempo di fare una doccia e cambiarci che subito si riparte per la cena con gli organizzatori del viaggio. Il ristorante (italiano) ci accoglie nell’ovattata atmosfera della saletta più interna, acconciata in una specie di stile neoclassico che andava probabilmente di moda sulle riviste di architettura d’interni fino al 1994. È tutto un bianco susseguirsi di nicchie alle pareti che accolgono putti grassocci in finto marmo in alternanza con bassorilievi a figure astratte di gusto più che dozzinale. Ci sistemiamo attorno a un tavolone rettangolare coi posti già assegnati dai cartellini con i nomi. Le interpreti e le segretarie che ci hanno prenotato i voli, sedute agli angoli, a differenza degli altri, sul cartellino hanno solo il nome senza il cognome. Patronimico non se ne parla nemmeno. Intanto si è unita a noi anche Simonetta, arrivata da Londra, la nostra star, scrittrice e avvocato di successo a Londra, che vende più di tutti noi altri messi insieme e si disimpegna subito coi nostri ospiti con un misurato discorso di saluto a nome di tutti. Ha il piglio di chi se ne intende di situazioni del genere, a me di fare un saluto ufficiale manco mi era passato per la testa. Scopriremo che Simonetta si intende di ogni situazione, ha fatto tutto, è stata ovunque e per ogni occasione ha un aneddoto adeguato. Se non fosse che è pure simpatica e che adoro la sua cadenza palermitana, mi farebbe quasi incazzare per quanto è a suo agio, sempre. Il presidente dell’associazione che ci ha invitati è Antonio Fallico, una specie di leggenda metropolitana vivente, uomo di cui tutti dicono di tutto ma nessuno sa niente di certo: amico di Berlusconi, compagno di banco di Dell’Utri, compare di Putin, uomo dei Servizi, santo patrono delle imprese italiane in terra russa, quello che ci fa pagare di più le bollette, quello che ci fa pagare di meno le bollette? Boh? Lui e gli altri convitati, il direttore dell’istituto di cultura italiana, il vicepresidente di un’agenzia di stampa sono davvero cortesi ma non mi pare gli importi molto di chi siamo e cosa facciamo. Il CEO della banca che finanzia tutta la baracca, una donna simpatica e passionale che parla l’italiano meglio di me, invece, ama alla follia la cultura del Belpaese, la conosce a fondo e si interessa molto di scrittura. Avremmo anche altri argomenti in comune, visto che quel che mi dà davvero da vivere è la professione di avvocato specialista in diritto bancario. Cerco anche di introdurre l’argomento, hai visto mai ci scappasse un’opportunità di lavoro, ma a lei stasera di banche non può fregargliene di meno, vuole letteratura. Così parliamo di poesia, approfittando della presenza di Gianfranco che, in mezzo a tanti prosaici prosatori, è l’unico poeta puro (anche Bruno scrive e pubblica poesia, ma si è già fatto sedurre dal lato oscuro della narrazione, per cui ha perso l’innocenza). Più o meno ogni dieci minuti qualcuno dei residenti italo-russi si alza e fa un discorsetto col quale manifesta tutta la sua soddisfazione di essere qui con noi in questa lieta occasione. Si fa un discorso a ogni brindisi e un brindisi a ogni discorso, usa così. Deleghiamo Luca, per autorevolezza, a tenere il brindisi in vece nostra. Luca è imponente nel fisico e classico nello stile, ha la barba, lo vedresti bene in redingote e ghette a discorrere nel giardino di Cechov, per cui è perfetto. Si parla col vicino di posto, perlopiù, e poco coi russi, da cui ci separano la lingua, la poca confidenza ma anche la distanza fisica: il tavolo è gargantuesco e scambiare una battuta da un capo all’altro è un’impresa. Con Andrea, che mi siede accanto, parlando del più e del meno, rievochiamo i nostri rispettivi matrimoni e scopriamo che per entrambi è stato il giorno più bello della nostra vita. Siamo scrittori, gente sensibile, e comunque intorno a noi non ci capiscono, l’Italia è lontana, non c’è il rischio di essere presi per ricchioni. [continua…]

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2 thoughts on “Pensieri di Nessuno. Russia centrale in pedalò part two: il diavolo è nei particolari.

  1. Bello anche questo. Bello il balletto e il comunismo. Avevo quasi rimosso Raissa e molte altre cose, come il nome del ristorante ecc. Non vedo l’ora che arrivino i pedalò.

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  2. Personalmente, quando sono in Cina, il fatto di non capire il 99% di quello che leggo e vedo è forse la cosa più interessante che mi capita da quelle parti. Sarà anche perché sono libero nello scorrazzare per i fatti miei, e perdermi in mezzo a tutte quelle luci bling-bling, cassonetti della spazzatura che emettono suoni e voci (giuro!) e cinesi rumorosi, sembra quasi di stare in pieno trip da funghetto, ma la cosa che mi piace di più in tutto ciò è il fatto che non capendo una beata minchia di quello che mi succede attorno, taglio di netto il 99% delle stronzate che dicono gli altri. Godo.

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