Pensieri di Nessuno. Russia centrale in pedalò part one: Famiglie infelici a modo loro

IMG_0251A stronzi. Dopo mesi immemori nei quali vi ho lasciati alle adunche mani dei miei soci camionisti e pop-filosofi, ho deciso di tornare a deliziarvi coi miei “Pensieri di Nessuno”, snocciolando un gonzo reportage (a puntate) del tempo che ho di recente speso in Russia. Può anche darsi, se fratello Jadel si decide, che noi si ingaggi una tenzone a colpi di penna e di memoria incrociando la mia esperienza oltre cortina e la sua di conferenziere abusivo negli States. State sintonizzati, come si dice in inglese, che in russo non lo so.

Guglielmo Pispisa (KZg)

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Esportare romanzieri in Russia è come vendere orologi agli Svizzeri, il dato è fin troppo ovvio anche senza essere professori di letterature slave. Nonostante la purezza di un simile assioma, quando il mio editore ha ventilato la possibilità di un viaggio nella terra di Cechov e Tolstoj, di Turgenev e Dostoevskij, di Gogol e Bulgakov, nell’ambito di un progetto di scambi culturali (scrittori italiani in Russia e scrittori russi in Italia, e vediamo un po’ quel che succede), non ho avuto vergogna. Ho accettato prima ancora che potesse terminare la frase con un punto interrogativo. Ti va di andarci? Sono già lì.

Non ero mai stato in Russia, non conoscevo nessuno degli altri scrittori invitati, il che comportava l’occasione di fare cose mai fatte in modi mai sperimentati senza testimoni che mi legassero alla mia consueta maschera. Tornare vergine per una settimana, a quarantadue anni: cosa poteva esserci di meglio? Germana avrebbe mugugnato, razionalmente temendo una scappatella con devochke atletiche e disponibili di cui, ognun lo sa, è denso il suolo russo. La verità da lei stessa intuita, anche se in maniera non consapevole, era però diversa: quando fai un’esperienza del genere ti è consentito dare le dimissioni da te stesso, sottrarti agli obblighi familiari e alle pastoie collose del quotidiano. E se poi mi fosse piaciuto?

“Amore, mi hanno invitato a fare un viaggio in Russia.”

“Veniamo anche noi?”

“No amore, pagano solo per me e in questo momento altri due biglietti aerei mi butta pesante e poi il programma è molto faticoso e saremo tutti scrittori che parlano solo di altri scrittori e visitano musei dedicati ad altri scrittori ancora, sai che palle…”

“Va bene, capito.” Mugugni e musi lunghi per i successivi dodici giorni, ma niente è gratis.

Primo giorno

L’imbarco a Malpensa mi dà l’impressione di un’organizzazione non troppo organizzata, all’impronta di una casualità incurante. Con Nicola (il mio primo compagno di viaggio, giornalista di Adrano, un uomo buono e curato, dall’eloquio preciso e il pantalone stirato) arriviamo al gate del volo per Mosca, appena dopo essere arrivati da Catania. È al piano terra, squallidino come quelli che in genere ospitano voli per Brindisi o Trapani. Mi ero aspettato di individuare i miei nuovi compagni di viaggio intercettando la traiettoria di discussioni sui simbolisti russi o altre simili amenità con le quali ragionevolmente ci si aspetta che uno scrittore in trasferta in Russia debba intrattenersi, invece non sento nemmeno più terreni scambi sulle vicende di calcio-mercato fra CSKA e Milan, anzi non sento proprio nulla: il gate è deserto, anche se mancano dieci minuti all’imbarco. Per ammazzare il tempo prendiamo un caffé – o meglio, Nicola prende un caffé e io lo guardo perché ho l’ulcera – e ritorniamo a imbarco appena aperto. Ancora nessuno in giro, ma a questo punto passiamo il controllo e saliamo sul bus in attesa, vuoto. Dopo cinque minuti il bus parte e con noi saranno salite sì e no altre quattro persone. Che non parlano di simbolisti russi. Appena sull’aereo, ci accorgiamo che è quasi tutto pieno: dove diavolo era tutta questa gente poco fa? Raggiungendo il posto, mi imbatto in altri due dei miei futuri compari, Luca e Bruno. Ci presentiamo di sfuggita, nessuno accenna ai simbolisti russi, ma non ce n’è il tempo.

Il mio vicino di posto attacca subito bottone. È moscovita, si esprime in un inglese stentatissimo, ma il desiderio di comunicare è più forte delle barriere linguistiche. Ha una moglie giovane e una figlia di cinque anni, entrambe carine e sedute nella fila davanti. Lui ha sessant’anni e si vedono tutti. Ha una complessione robusta e mani forti e una camicia a scacchi blu aperta su una canotta bianca sformata dal ventre rotondo e prominente. Sopra, indossa la giacca di un completo scadente e un paio di jeans. Dovessi tirare a indovinare, direi che è un manovale arricchito, forse un operaio specializzato che ha messo da parte qualche soldo. Mi chiede di me, spiego che sono uno scrittore e gli vedo un lampo negli occhi, come non sono abituato coi miei compatrioti. Sempre a spizzichi, bocconi e gesti parliamo di letteratura. Di italiani conosce Calvino e Umberto Eco, si accende di passione parlandomi di Bunin: i suoi romanzi sono… (e agita il pugno come un tennista dopo un punto vincente). Confesso di non averlo letto e lui rinforza il concetto: “Nobel! Nobel!” Entrambi magnifichiamo Il maestro e Margherita e, quando esprimo la mia preferenza per Dostoevskij – sulle prime non capisce Crime and punishment ma mimo alla perfezione Raskolnikov che sfonda la testa alla vecchia –, tutto contento avverte la moglie della cosa, chissà perché. A decollo avvenuto, tira fuori dallo zaino un blocco di appunti, inforca occhiali da presbite rossi e prende a segnare cifre e abbozzare grafici. Gli chiedo di cosa si occupa. Dirige un istituto governativo di fisica specializzato in gas propellenti e combustibili. Altro che operaio. La moglie dirige un dipartimento di tecniche conservative museali (così almeno mi pare di capire), mentre la figlia maggiore fa la ballerina. D’improvviso mi sento molto poco interessante.

foto 1Fuori dal finestrino, qualche migliaio di metri più in basso, un tappeto uniforme bianco, fitto e latteo copre la terra fino all’estremo orizzonte. Da sopra la Polonia fino all’arrivo a Mosca al posto della terra non vedrò altro che nuvole.

Al ritiro bagagli scambio poche parole. Nicola già l’ho conosciuto sul Catania/Milano, un bravo cristiano che parla con la voce del doppiatore di Humphrey Bogart e usa sempre un registro alto, per cui pare che reciti un articolo di fondo di politica economica anche quando ti chiede di dare un occhio alla sua borsa mentre va al cesso. Luca, Bruno e Gianfranco sembrano conoscersi già, ma è presto per fare domande, sono il più giovane, a parte Eliana, l’inviata del Sole 24ore, e non voglio mostrarmi importuno o troppo disponibile (chi è troppo disponibile, si sa, lo è perché conta poco). Ci viene a prendere Olga, l’interprete che ci accompagnerà durante la settimana. Ha un volto rotondo e lindo e occhi scaltri, risponde senza scomporsi al fuoco di fila delle nostre mediocri domande sul cambio valuta e sull’acquisto di schede telefoniche russe. Ci sarà tempo per tutto, dice, in albergo. Il tragitto in pulmino è interminabile nonostante l’aeroporto Sheremetyevo non sia molto distante dalla città, ma il traffico è un serpente malato e noi solo una delle sue migliaia di squame d’acciaio incastrate le une nelle altre, immobili.

Speravo in un hotel d’epoca nell’Arbat ma avrei scommesso su una sistemazione più spartana in qualche casermone universitario avanzato dal socialismo reale e riadibito a foresteria. Veniamo invece portati in un quartiere nuovissimo, fitto di grattacieli ancora in costruzione, e scaricati in un elegantissimo Novotel a forma di disco volante. Tutto intorno torri d’acciaio e vetro si perdono nel cielo brumoso e giallo di neon. Uno si aspetta le cupole di zucchero candito della cattedrale di San Basilio e si ritrova proiettato in Blade Runner.foto 4 foto 2 foto 3

Questa sarà l’unica sera libera che avremo da qui alla partenza, perché da domattina il programma è serratissimo e dettagliato di spostamenti, musei, pranzi e cene, tutto previsto e organizzato. Nel frattempo arriva Andrea, da Berlino dove si è trasferito da qualche settimana (anche la casella “cervelli in fuga” è riempita, e così rappresentiamo una perfetta sintesi dell’Italia di oggi). Lo accompagna Svetlana, l’altra interprete, che è altera e bella come mi sono sempre immaginato Polina Aleksàndrovna, la donna per cui Aleksej Ivànovic sfida la sorte alla roulette nel Giocatore di Dostoevskij. Polina Aleksandrovna, vedendomi, mi chiese perché ci avessi impiegato così tanto. E senza attendere risposta, se ne andò via. Si intende, lo fece a bella posta… Un poco di romanzo russo, alla buon ora. Andrea l’ho già incrociato a una tavola rotonda, anni fa. È alto e sottile, appena ingobbito come capita agli alti troppo educati, che sempre si chinano per dare retta agli altri, di poco più giovane di me e, per quanto ricordi, simpatico. In questa versione per adulti di gita scolastica finiremo col fare comunella.

Per sfruttare al meglio il tempo a nostra disposizione, chiediamo a Olga e Svetlana di spiegarci come arrivare in centro con la metropolitana, ma riceviamo in cambio sguardi perplessi e risposte evasive. Nella hall dell’albergo si materializza anche un terzo emissario dell’associazione interculturale che ci ha invitati, Roman, elegantissimo con il suo papillon verde e la camicia tono su tono, che in inglese ci spiega come l’inizio del tour è previsto per domani e stasera potremo comodamente cenare in albergo oppure scegliere di cenare al centro commerciale dietro l’albergo. Non sono contemplate ulteriori opzioni. Fossimo ancora in epoca comunista potremmo interpretare questa rigidità come il tentativo di mantenere un controllo costante su ospiti che dovranno entrare in contatto solo con gli aspetti più rassicuranti del regime, ma il comunismo è stramorto e pare più plausibile che le nostre guide non vogliano essere buttate giù dal letto alle tre di notte per recuperare un manipolo di scrittori italiani con la sindrome di Hemingway disperso nella notte di una città in cui nessuno parla altro che russo e le scritte dei cartelli stradali sono soltanto in cirillico. Sanno già di cosa siamo capaci, a quanto pare.

L’Hemingway che risiede nell’anima di ogni scrittore ci impedisce comunque di cenare in hotel e ci spinge a vivere per raccontare, sfidando l’ignoto nel centro commerciale a cinquanta metri da lì. foto 5L’ignoto consiste in una galleria standard con ristoranti di tutte le nazionalità fra cui scegliamo il giapponese perché è l’unico con la cucina ancora aperta, ma dobbiamo ordinare in fretta perché chiuderà alle undici. Fra sistemazione nelle camere, bancomat e cambi valuta sono già le dieci. Mentre gli altri cambiavano i soldi, Luca e io abbiamo aspettato davanti a uno degli ascensori, dal quale continuavano a venir fuori ragazze di bellezza sovrumana. Pensavamo di aver avuto fortuna con le nostre interpreti, che sono carine, ma in realtà qui sono semplicemente nella media. Quando ha saputo che il mio ultimo libro si intitola Il Cristo ricaricabile, Luca ne ha approfittato per raccontarmi una barzelletta sull’inferno cattolico. La barzelletta era scarsa però ho riso lo stesso, un po’ per cortesia, un po’ perché lui l’ha raccontata bene.

Il cibo giapponese è ottimo e la conversazione scorre, allegramente ignorando temi letterari e simbolisti russi, fioccano aneddoti di viaggio – ancora non abbiamo sufficiente confidenza per quelli sulla cacca, che sono il cavallo di battaglia di ogni conversazione nei viaggi di gruppo, eppure a un certo punto arriveranno, arrivano sempre. Il topic è “piccole differenze fra noi e loro”, ma tranne Bruno, l’unico che il russo, ho scoperto, lo parla davvero, e Andrea, nessuno è mai stato qui prima e sospetto che le nostre riflessioni si basino solo sulla lettura dei classici, sulla conoscenza occasionale di badanti indefinitamente est-europee e sulla recente mitologia giornalistica a base di oligarchi plutocrati e nuove mafie. Un po’ come se un tedesco si mettesse a trinciar giudizi sul carattere degli italiani per aver letto I promessi sposi e mangiato in una pizzeria di Berlino gestita da un greco che si fa chiamare Antonio.

Come al solito non bevo superalcolici per via dell’ulcera e dunque declino la vodka finale. Per spiegare, racconto l’avventura ospedaliera che anni fa mi ha condotto a sfidare la morte per una inspiegabile ulcera perforata e conseguente emorragia interna. L’aneddoto suscita un interesse intenso, partecipe, quasi commosso, direi. La cosa non dovrebbe stupire: gli scrittori sono ipocondriaci e ansiosi; un hospital-drama con protagonista un collega vomitante sangue a spruzzo ricoverato d’urgenza è pane per i loro denti.

Rientrando in albergo a mezzanotte passata vediamo il buio del cantiere di un grattacielo in costruzione rotto dalle raffiche scintillanti di un saldatore.

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2 thoughts on “Pensieri di Nessuno. Russia centrale in pedalò part one: Famiglie infelici a modo loro

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