Noi siamo solo i parafulmini

Sono passati due mesi dalla chiusura della prima fase della Campagna Urbana a cui abbiamo partecipato in quel di Lecce. Quello che è successo è stato emozionate e stordente. Vedere le storie che abbiamo innescato e che i partecipanti hanno fatto detonare, trasformandole in azioni concrete sul territorio è stato da togliere il fiato. Quello che segue è un report a uso interno che abbiamo fatto qualche giorno dopo a bocce fredde. Ora lo rendiamo di pubblico dominio perché ci sembra che oggi, come sempre, la potenza della narrazione sia un’arma formidabile.

Quando nascono le storie? Come nascono e perché lo fanno? Con questa domanda, fatta la sera prima di cominciare il laboratorio di scrittura collaborativa, lasciamo i partecipanti in sospeso. Alla questione daremo una risposta solo alla fine del workshop, a racconti terminati.

La domanda che invece riserviamo per noi è: scriveranno? Scriveranno solo se ne avranno la necessità. È una risposta che conosciamo e sappiamo altrettanto bene che non sempre questa necessità è presente e, per quanto possa essere stimolante il lavoro “in aula”, se manca l’innesco la scrittura non detona.

Prima di arrivare a Lecce e buttarci nella mischia, abbiamo discusso a lungo tra noi su come procedere. Il materiale prodotto da Campagna Urbana e gli scambi che abbiamo avuto con Lucia Babina ed Emiliano Gandolfi ci hanno dato una base solida da cui partire e un’idea di massima di cosa ci saremmo trovati davanti, il problema principale era come trasformare la messe di informazioni e suggestioni in narrazione. Il secondo problema era di ordine più teorico: in qualche modo la realtà a tratti difficile del rione Santa Rosa era già stata “narrativizzata”, attraverso i racconti degli abitanti del quartiere, le loro testimonianze, le interviste, il luogo era già stato inserito in un frame narrativo. L’operazione da fare ci è sembrata delicata, complessa e affascinante. Dovevamo in qualche modo prendere quella narrazione caotica e spontanea e filtrarla attraverso una forma letteraria che riuscisse a traghettare l’universalità di quel materiale “grezzo” verso la particolarità del “racconto”. L’operazione è delicata perché il risultato del passaggio dall’universale caotico, al particolare regolato dalle norme delle narratologia – per essere efficace – deve essere un “universale regolato” in grado di proporre alcuni archetipi in cui ogni singolarità possa riconoscersi.

Il workshop ha avuto inizio la mattina del 22 settembre 2012 con una prima sessione di introduzione teorica, finalizzata a fornire ai partecipanti le basi di una, sia pur elementare, scrittura narrativa.

Abbiamo innanzitutto riflettuto sull’importanza di potere e sapere utilizzare le narrazioni al fine di riappropriarci delle nostre radici e dei luoghi che abitiamo, perché raccontare significa dare la nostra versione del mondo, une delle infinite possibili, che viviamo e indurre gli altri a condividere la propria. In questo senso l’applicazione “territoriale” di progetto di scrittura a più mani, collaborativa, è perfetta. La statica e sincronica visione descrittiva di un luogo può diventare protagonista influente di un dibattito collettivo, se riusciamo a inserirla in un processo narrativo.

Ci siamo dunque soffermati innanzitutto, sull’importanza del saper raccontare e coinvolgere attraverso la chiarezza nell’esposizione dei dati (le cosiddette cinque W: Who, What, When, Where, Why).

Ci siamo poi concentrati su una definizione standard di narrativa intesa come l’esposizione di eventi e azioni connesse logicamente e inquadrate in una dimensione temporale; e abbiamo ragionato sulle differenze di questa con enunciati non narrativi, quali quelli semplicemente descrittivi e quelli argomentativi.

La fase successiva della sessione teorica ha comportato un approfondimento delle questioni relative a “Voce” e “Punto di vista”, ossia chi parla e chi vede nella narrazione. Ci si è dunque soffermati rapidamente sulle classificazioni di matrice strutturalista relative a: – Autore reale – Autore implicito – Narratore – Narratario – Lettore implicito – Lettore reale; nonché ai vari tipi di narratore: – Narratore onnisciente (focalizzazione zero), Narratore Interno fisso, variabile e multiplo, Narratore Esterno.

Nell’ultima fase della sessione teorica abbiamo diretto l’attenzione dei partecipanti sulle tecniche di rappresentazione del personaggio. Abbiamo dunque parlato dei mezzi espressivi connessi ai personaggi, ovvero il soliloquio, il monologo interiore, il flusso di coscienza, il discorso indiretto e indiretto libero e il dialogo. Infine ci siamo occupati della materiale costruzione del personaggio attraverso le sue stesse azioni e motivazioni, la ricerca dell’oggetto di valore, le sue modalità: voler fare, poter fare, saper fare, le isotopie: essere, fare, vedere, parlare. Quest’ultima fase ci ha dato modo di esaminare come sia importante che il personaggio venga definito dalle sue azioni e non dalle affermazioni del narratore (showing vs. telling). Concetto che abbiamo schematizzato per i partecipanti con una serie di suggerimenti pratici, trucchi e domande concrete cui rispondere durante il processo creativo:

– Cosa vuole il personaggio, cosa è disposto a mettere in gioco per averlo?

– Coerenza interiore

– Fare una carta d’identità del personaggio

Dare risalto alle caratteristiche del personaggio attraverso le dinamiche di relazione e opposizione con gli altri personaggi

Prima di procedere alla seconda fase, abbiamo dato delle semplici regole di base del “gioco” in modo da poter partire da una piattaforma comune stilistica, anche se minima, alla ricerca di una coerenza interna per tutto il progetto.

Nella seconda fase del workshop, quella sostanziale, abbiamo delineato insieme ai partecipanti – lavagna e pennarello alla mano – una serie di personaggi che fossero portatori di caratteristiche, valori e istanze del quartiere Santa Rosa, che rappresentassero delle categorie (imprenditori, giovani, anziani, immigrati, politici), ma che al di là delle generalizzazioni riuscissero anche a rendere testimonianza di storie personali, intime, nelle quali chiunque, e soprattutto un abitante del quartiere, possa riconoscersi. Abbiamo infatti preso spunto, per definire i personaggi, da materiali come interviste, aneddoti raccolti nel quartiere, fatti di cronaca ecc.

A nostro avviso in quel momento, durante quel pomeriggio del sabato, dopo una visita a un luogo poi divenuto centrale per tutto il progetto (non solo di scrittura ma dell’intera Campagna Urbana), la fontana dismessa, e dopo l’incontro con Ippolito Chiarello, il teatrante di strada, e con la sua idea di rappresentare da subito, in quel luogo, i personaggi che volevamo creare insieme, è successo quel “qualcosa” che ha dato valore al nostro progetto.

L’entusiasmo nella creazione dei personaggi da parte di tutti, le idee, le discussioni, la condivisione hanno preso il sopravvento e dal quel momento in avanti – ne abbiamo avuto la chiara sensazione, quali organizzatori del workshop – i risultati sono stati sorprendenti. Il pomeriggio è sfociato in serata, per la volontà di tutti di finire di delineare i sei personaggi, per poter dalla mattina seguente cominciare a scrivere di loro. Ed è quello che è accaduto, una domenica mattina verso le 10:30- un gruppo di persone fortemente motivate che si sono messe a scrivere, un personaggio a testa, secondo la modalità di racconto discussa insieme il giorno prima (soliloquio, lettera, dialogo tra due personaggi ecc.). Hanno scritto per tutta la durata della sessione, abbiamo riletto insieme, abbiamo cominciato subito a trasferire il racconto dalla pagina scritta a penna al computer.

La sensazione, immediata, è stata molto positiva: stavamo lavorando bene, avremmo creato qualcosa di speciale. Riunione di Condominio con fantasmi. Questa l’idea: i sei personaggi del Santa Rosa sono ipotetici condomini di una casa INA qualsiasi del quartiere. Una casa, un quartiere, una città dove vivono molti fantasmi, a rappresentare le mancanze, i vuoti, le cose che non cambiano mai, che non si realizzano. Fantasmi di cui liberarsi, per riprendersi la città.

I sei personaggi sono collegati tra loro, si relazionano, hanno storie e conflitti in comune, hanno tutti delle domande, tutti un fantasma da affrontare e di cui liberarsi. La sfida è di farlo assieme, tutto il quartiere, tutta la città.

L’ultima fase del workshop ha previsto lo scambio, la riscrittura dei racconti dei personaggi. Una fase cruciale, anche per i Kai Zen come gruppo narrativo. La scrittura è riscrittura, è modifica, integrazione, riduzione, aggiustamento. La scrittura collaborativa è passare all’altro il lavoro fatto, perderne la ‘paternità’ a favore del risultato finale. Ognuno partecipa, ognuno ci mette del suo, e alla fine il risultato sarà il lavoro meticoloso di tutti, l’attenzione di molte paia di occhi, la mano di coloro che hanno partecipato. Di certo quel lavoro è attribuibile ai partecipanti nel loro complesso, agli abitanti del quartiere.

I partecipanti hanno scritto, editato e rivisto il lavoro di tutti. Alcuni racconti sono passati attraverso diverse versioni, si sono evoluti attraverso la sintesi e la riscrittura di più versioni. Il materiale prodotto, come per ogni narrazione, è stato superiore a quello che poi è confluito nel tumblr dedicato http://fantasmisantarosa.tumblr.com che verrà aperto al pubblico in maggio alla fine della Campagna Urbana a cui tutti i partecipanti hanno avuto e hanno accesso per ulteriori modifiche o discussioni.

La parte conclusiva, a racconti terminati, è stata dedicata alla riflessione. Cosa abbiamo fatto? Cosa abbiamo raccontato? Siamo riusciti a fare quanto ci proponevamo all’inizio? (dare vita a un “universale regolato” in grado di proporre alcuni archetipi in cui ogni singolarità possa riconoscersi). Le risposte dei partecipanti sono state affermative.

Le storie nascono all’alba dell’umanità, attorno a un fuoco, nascono proprio come storie di fantasmi, storie destinate a spaventare o meglio a mettere in guardia, a rendere consapevoli di quali terrori attendano l’uomo nell’oscurità (allora i mostri erano reali più che metaforici). Le storie quindi suscitano terrore per rendere consapevoli, per sviluppare una conoscenza che faccia da anticorpo al terrore stesso e che esorcizzi i fantasmi.

Le storie non danno risposte, suscitano domande così come ogni personaggio ha suscitato le domande che il quartiere e i suoi abitanti si pongono da sempre, forse senza esserne consapevoli: Vito si chiede “cosa gli resti ancora da fare in questa vita lunga passata sempre e, perché no felicemente, nello stesso luogo”. Gina si chiede “cosa si possa fare per superare una situazione stagnante ormai intollerabile”. Ferruccio si chiede disperato “cosa abbia fatto fino ora e che tipo di  vita abbia vissuto”. Felice si chiede  “chi sia e che maschera abbia indossato fino a quel momento”.  Kevin, il più giovane si interroga sul futuro con apprensione, cosa fare? Lasciare alle spalle il passato, il quartiere, gli amici, le radici o restare e provare a cambiare le cose? E infine Dania, la straniera, l’altra, l’altro da sé, pone la domanda decisiva, ribaltando la prospettiva (l’altro siete – anche – voi): chi siete?

Tirando le somme possiamo dire che Riunione di Condominio con fantasmi è un racconto, un insieme di racconti, creato dai ragazzi del quartiere Santa Rosa. La trasposizione in narrativa della loro visione del mondo, la traduzione in parole e in azioni raccontate di quello che conoscono, che vedono, e di quello che vogliono per la loro città (liberarsi dai fantasmi, riprendersi il quartiere per viverlo insieme.) Allo stesso tempo è il risultato di un lavoro narrativo che trova le sue radici in profondità, che evoca le domande sopite o sottintese fino a restare sopite, che universalmente ogni persona si pone in modo particolare, ma che allo stesso tempo condivide con la collettività da cui proviene, con cui vive, convive, cresce. Kai Zen ha calato la sonda, sperando di scorgere qualche storia sotto la superficie, gli abitanti del Santa Rosa hanno portato a galla dagli abissi questioni, questioni che in profondità, nell’oscurità sono difficili da scorgere e da comprendere, ma che alla luce del sole, davanti a un fuoco, sono sì spaventose ma facili da capire e quindi da affrontare a viso aperto.

Quello che è successo dopo il workshop, la messa in scena delle storie, la trasformazione delle parole in azioni, il coinvolgimento degli abitanti del quartiere, la pulizia della fontana, la rottura dell’attesa di un intervento altro e il mettersi in gioco per ridare respiro e vita al luogo, è il risultato più strabiliante che potessimo sperare di ottenere.

Un cielo cupo non può schiarire senza un tempesta. Kai Zen ha fatto da parafulmine, ma gli abitanti del quartiere sono stati tuoni, lampi e pioggia a catinelle.

“Abbiamo raccolto le pietre e il lerciume della fontana. Starter (collettivo di artisti) ha fatto spontaneamente una scultura di arte povera con le pietre, mentre noi, alla fine dello show, ci siamo buttati dentro la fontana IN UN BAGNO DI FOLLA. Abbiamo messo un po’ di musica e sono arrivati prima i carabinieri e poi la polizia municipale, come in una festa che si rispetti. “

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