Voi NON siete qui (consigli perplessi per le vacanze)

Conosci Messina? No. Conosci Messina? Ci sono passato una volta, andavo a Palermo. Messina? La città del ponte. Che non c’è. La città dello Stretto, una via d’acqua che lambisce coste assolate e passa oltre. La città del terremoto del 1908, che ha distrutto tutta la bellezza e poi più niente. Se ci sei nato, la tua massima aspirazione è andartene, se non ci sei nato, ci passi, distratto, mangiando un arancino mentre sei diretto altrove. E l’arancino è tutto quello che ricorderai. Se ci sei nato e non te ne vai, te ne lamenti sempre: i soliti messinesi, buddaci e vinti dalla lissa, chiacchieroni, indifferenti, malmostosi e abulici.

È la meno siciliana delle città siciliane, ampi viali al posto delle strade anguste e pittoresche del centro di Palermo e Catania. Edifici che in genere risalgono al massimo agli anni Venti invece del Barocco settecentesco che tanto piace ai turisti.

Destinata a essere attraversata e basta. Eppure, Messina può essere un’esperienza sorprendente, a saperla attraversare. Qualcosa di diverso dagli individui perplessi e scottati dal sole che fotografano chiese finto settecentesche costruite nel 1931 o che rischiano la vita attraversando la strada perché non sentono il giusto ritmo del traffico (attraversare la strada a Messina è una questione musicale).

No. Il bello c’è, ma bisogna saperlo vedere. Vederlo nell’architettura di Basile e di Coppedé che impreziosisce la via Garibaldi. Vederlo nel contrasto di questa con l’architettura razionale di epoca fascista, come quella del palazzo INAIL, dietro cui si staglia in lontananza il profilo medievale (seppur ricostruito) del Duomo e ancora più lontano il sacrario di Cristo Re, dove in un’atmosfera solenne e ovattata riposano i caduti di due guerre. Bisogna vederlo nel contrappunto di edifici di stile vario in sequenza casuale: il liberty in ghisa della Dogana, i fregi del palazzo dello Zodiaco, il Settecento del Monte di Pietà e del palazzo Calapaj D’Alcontres. Il moresco che cede spazio al neoclassico, che viene bucato dal gotico, che viene temperato dalle speculazioni edilizie dei geometri senza fantasia del boom economico, il tutto in una frase ininterrotta che va letta e gustata insieme con le sue contraddizioni e l’episodica lacerante bellezza. L’effetto è straniante e rivelatore. Non si può capire e godere Messina senza considerarla un tutto inscindibile di alto e basso. E non la si può godere senza viaggiare piano lungo la strada Consolare Pompea, respirando l’aria fresca e salmastra, socchiudendo gli occhi per la luce incredibile, frastagliata appena dalle palme, magari sorbendo un gelato o una granita, magari mangiando focaccia messinese in uno dei locali rustici della costa, affacciati sullo Stretto o sui laghi d’acqua salata. Non si può capire senza perdere lentamente la cognizione di sé, a guardare di notte il presepe del paesino di pescatori di Ganzirri, oppure la distesa di mare nero, e oltre le luci calabre. Siamo qui ma non guardiamo qui. Siamo qui, ma non siamo qui. Messina e il suo destino di luogo che non c’è.

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